Archivio di June 2004

Uno, nessuno, centomila

Wednesday 30 June 2004

Oggi pomeriggio al Melbookstore di Roma nel reparto dedicato all’usato, c’era un tipo che adorava David Foster Wallace: ne parlava come di una droga di cui a volte aveva bisogno, non ha letto subito tutti i suoi libri (5, di cui 3 pubblicati in Italia per Minimum fax) per diluirne il piacere nel tempo e per di più ha confessato di aver pensato di tatuarsi il suo nome su un fianco. Può sembrare pazzesco, e probabilmente lo è anche, ma in realtà mentre lo sentivo parlare, era simpatico, quello che mi stupiva era sapere esattamente cosa avrebbe detto, quali altri autori mi avrebbe citato (Dave Eggers, Raymond Carver, Donald Barthelme) e che alla fine sarebbe uscita fuori la sua vena di scrittore, aveva persino la ragazza che un tipo simile dovrebbe avere. Conosco altri tipi come lui, di cosa si tratta: omologazione intellettuale? Assimilazione? Incapacità di distaccarsi dal modello? Voglia di identificarsi?
Magari è solo che non amo il post-moderno, qualsiasi cosa sia.

Mai più Cotroneo

Sunday 20 June 2004

Poco tempo per leggere questa settimana, ma abbastanza per finire diversi romanzi: ho trovato meraviglioso La camera cinese e intollerabile Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome. Tra l’uno e l’altro ho inserito anche Benzina di Elena Stancanelli, ma non voglio nemmeno parlarne: illeggibile!

Dunque, sarà probabilmente sconosciuto ai più il primo: magnifico romanzo del 1942, perseguitato dalla censura ma premiato dal pubblico con tre milioni di copie vendute all’epoca; molto più noto invece il secondo, scritto nel 2002 dal giornalista-critico-scrittore-esperto di musica Roberto Cotroneo. E forse è proprio questo il problema: non si possono fare troppe cose e poi pretendere di farle tutte bene! Di Cotroneo avevo già letto Otranto e devo dire che la sensazione lasciatami dai due libri è più o meno la stessa: storie che era possibile raccontare con almeno 100 pagine in meno, considerazioni prolisse e poco incisive, assenza quasi totale di dialoghi, sfoggio di saccenza e incapacità di gestire la trama e i personaggi in modo efficace. E poi quella costante e fastidiosa eco delle pagine di Baricco: racconti corali, spesso ai limiti della follia, a volte surreali. Così in “Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome” abbiamo la città di Tempestad, da dove viene Luis il protagonista, un paese che non si trova in nessuna carta geografica in cui tutti suonano il violino e giocano partite a scacchi che nessuno può vincere, perché gli abitanti non giocano per vincere, ma solo per pareggiare, (non vi richiama alla mente la locanda Almayer di Ocenomare?); e poi c’è la musica, con La grande fuga di Beethoven usata come metafora della vita, della morte, dell’amore, e come morbo e panacea allo stesso tempo, un po’ come la boxe in City. E i salti temporali poi, continui e irritanti, e gli intrecci diversi in cui è coinvolto il protagonista, ora a Tempestad, poi a Milano in un quartetto e ancora su una nave da crociera, sempre circondato da tipi stravaganti e poco credibili. Non c’è armonia, né ritmo, ma un costante autocompiacimento dell’autore che scrive per dimostrare quanto sia bravo e colto.

Incatenàti!

Thursday 17 June 2004

Sul bel blog di Mafaldablue  ho trovato questo giochino, così l’ho riporto qui.

Istruzioni:

1) accattati la lista qui riportata e copiala modificandola così:

a) In grassetto quello che hai letto e ti è piaciuto;
b) Barrato ciò che hai letto e ti ha fatto veramente schifo;
c) Sottolineato ciò che hai letto e basta.

2) Aggiungine 6 di tua scelta così suddivisi, tra cui:

1 classico (italiano o straniero è lo stesso) che ti sia piaciuto pazzamente;
1 libro per l’infanzia che ti sia piaciuto pazzamente;
1 libro “minore”, che pensi che sia stato letto poco (classico, chicca, commerciale o monnezza, fa niente, l’importante è che ti sia piaciuto pazzamente);
1 non di narrativa che ti sia piaciuto pazzamente;
1 di cui ti vergogni un po’ a dirlo, ma che ti è piaciuto sul serio, colpendoti sotto la cintura, per così dire;
1 ciofeca che più ciofeca non si può.

3) Posta la lista così modificata, completa di istruzioni, sul tuo blog.


Beh, ecco la lista. Buon divertimento!

 

LISTA

David Copperfield (Dickens)

Harry Potter e il calice di fuoco (JKR)

Il bacio di Lesbia (Panzini)

La chiusura della mente americana (Bloom)

Tai Pan (James Clavell)

It (S.King)

Cime Tempestose (Emily Bronte)
Il Corsaro Nero (Emilio Salgari)
Male d’amore (Angela Mastretta)
Donne che ballano con i lupi (Clarissa Pinkola Estés)
Due di due (Andrea De Carlo)
City (Alessandro Baricco)

Anna Karenina (LeoneTolstoj)

Pippi Calzelunghe (Astrid Lindgren)

Eureka Street (Mc. Liam Wilson)

Come un romanzo (Daniel Pennac)

Il diario di Bridget Jones (Helen Fielding)

Crash (James Ballard)

Giro di vite (Henry James)

Piccole donne

La signora Miniver (Jan Struther)

Parco giochi con pena di morte (William Gibson e Bruce Sterling)

La pedina scambiata (Georgette Heyer)

Jules e Jim (Henri-Pierre Rochè)

Un racconto è un racconto è un racconto

Wednesday 16 June 2004

Prendo spunto da un commento di Cyrano ad un mio post di qualche giorno fa, in cui parlava della tendenza a considerare i racconti come meri esercizi di stile propedeutici alla stesura di un romanzo, e mi lascio andare a qualche considerazione sul racconto. Chi comincia a scrivere solitamente lo fa partendo proprio dal racconto perché lo ritiene un genere più breve e quindi più accessibile del romanzo, senza tener conto del fatto che i problemi che pone un racconto non sono necessariamente più semplici da risolvere, solo si pongono tutti insieme e quindi sono facilmente individuabili, e poi il risultato è evidente in un lasso di tempo molto più breve. Il racconto tuttavia richiede innanzitutto un’assoluta padronanza dei mezzi espressivi e una grande abilità di costruzione perché deve essere già concepito come tale sin da quando nasce l’idea, e quest’idea deve costituire un nucleo narrativo compiuto che non può affidarsi, per ottenere efficacia, ad uno sviluppo lungo ed articolato, e se non sei bravo, molto bravo, non puoi creare un mondo in poche righe.
Mi piace molto la definizione di racconto dello scrittore americano Erskine Caldwell (esponente della cosiddetta letteratura sociale degli Stati Uniti):“il racconto è una storia inventata con un significato abbastanza interessante da mantenere l’attenzione del lettore e anche abbastanza profondo per esprimere qualcosa sulla natura umana”. Un esempio di racconto costruito come un perfetto meccanismo ad orologeria è “I giorni” di Dino Buzzati, breve ed intenso, che racchiude in poco più di una cartella il contingente e l’eterno, il fisico e il metafisico. Maestro dei racconti è Francis Scott Fitzgerald, sebbene li considerasse in generale un mezzo per guadagnarsi il lusso e gli agi cui aspirava: stupefacente “La vasca azzurra” contenuto nella sua migliore raccolta “Tales of the Jazz ages”, che sta lì nelle mani del lettore a celebrare l’eleganza raffinata della sua scrittura e la sua straordinaria capacità di creare un mondo senza raccontare una storia in senso stretto, ma semplicemente imbastendo un dialogo spesso surreale in una camera da bagno tra due ragazzi lasciandoti solo immaginare i precedenti e gli sviluppi e le motivazioni, pur dandoti la sensazione di sapere abbastanza da essere soddisfatti da quanto ti ha raccontato. E poi Ray Bradbury, che ha reso arte la capacità di consentire al lettore la sospensione dell’incredulità. Per cui no, scrivere racconti non è un esercizio di stile propedeutico al romanzo, ma una vera sfida alla narrazione efficace, che purtroppo negli ultimi anni sono in molti a perdere: e penso ai giovani scrittori italiani: da Valeria Parrella a Simona Vinci agli autori dell’antologia “La qualità dell’aria”, e anche ai giovani scrittori americani come David Foster fallace, Jonatham Lethem, Rick Moody o Aimee Bender spesso antologizzati in raccolte barbose e costantemente auto-referenziali come “Burned children of America” o “Episodi incendiari assortiti” di David Means, che non colgono al volo l’occasione di gestire sapientemente e a proprio vantaggio l’attenzione che il lettore gli concede per via della brevità dei testi, perché concentrati esclusivamente sull’espressione linguistica, per esempio con il continuo uso di metafore vuote di efficacia perché gratuite, e incapaci di raccontare storie interessanti e di condensare un mondo in poche pagine.

Giungla metropolitana

Monday 7 June 2004

Ho appena terminato di leggere The asphalt jungle* di William R. Burnett, (atrocemente tradotto “La giungla di asfalto” da Gianni Cesena per l’edizione Oscar Mondadori del 1965).

E’ un libro sorprendente. Per diversi motivi.

Perché è una gangster story, per cui ci sono i buoni e ci sono i cattivi ma l’autore sceglie di adottare il punto di vista dei cattivi e così capita che alla fine quasi li capisci, che ne comprendi le ragioni e le motivazioni.

Poi è senza dubbio un noir perché parla di un colpo, quello che gli americani chiamano The Heist, il “colpo” che ti risolve la vita, ma l’esecuzione tecnica del “lavoro” resta sullo sfondo e ciò che viene fuori davvero sono i personaggi: meschini, egoisti, privi di senso morale, eppure completamente e disperatamente umani.

Infine è senza dubbio un poliziesco, con tanto d’investigatori e commissari e giornalisti (da una parte), e dall’altra i delinquenti, quelli per cui “il colpo” è pur sempre un mezzo per sopravvivere, parte della vita normale e quotidiana del malavitoso. E sia i buoni che i cattivi perseguono certi obiettivi, fanno le loro scelte, giocano una partita: il fatto che poi si trovino su fronti contrapposti è un dettaglio, a tratti si ha la sensazione che i ruoli potrebbero anche essere invertiti, pur restando i personaggi identici. Tutti si muovono in quella giungla d’asfalto che è la città, concentrato di avidità, sogni, frustrazioni in cui ognuno fa le sue mosse, per spietate che siano, e la civiltà è appena una lieve patina, una maschera dietro la quale nascondersi.

Burnett affida proprio al dottore, uno dei componenti della gruppo che esegue il colpo, la morale del romanzo: “Tutti gli uomini hanno di queste debolezze in una forma o nell’altra: tutti i loro successi e le loro cadute ne sono invariabilmente la conseguenza. …. In teoria un piano può essere perfetto, si tratti di un colpo come quello alla Pelletier o di una campagna militare o di una speculazione commerciale (un furto professionistico non è che una forma esasperata di commercio), ma poi deve essere messo in atto e non da una macchina perfettamente collaudata e lubrificata, ma da uomini il più efficiente dei quali può cader vittima di imprevedibili aberrazioni dello spirito e della mente.”


*Nel 1950 John Huston ne ha diretto un’eccellente trasposizione cinematografica con Marc Lawrence (Cobby), Louis Calhern (Emmerich), Sam Jaffe (Riedenschneider), Marylin Monroe (Angela), Jean Hagen (Doll) e Sterling Hayden (Dix) e James Whitmore (Bellini).

Lista

Sunday 6 June 2004

Il bottino per la settimana che sta per iniziare prevede:Il potere e la gloria” di Graham Green, “La signora delle camelie” di Alexandre Dumas, “La verità sul caso Savolta” di Edoardo Mendoza, “Paradise man” di Jerome Charyn, e “I segreti della camera oscura” di David Knowles.

Siamo stai imbambolati?

Thursday 3 June 2004

Quando ero bambina gli unici film che i miei genitori mi consentivano di vedere erano quelli tuttibuonisentimentiemossettine che avevano per protagonista Riccioli d’oro-Shirley Temple: credevano di fare il loro dovere di educatori propinandomi questa irritante ragazzina, quasi sempre orfana e caricata a molla che continuava a sorridere ebete e a zompettare nonostante le sfighe inesorabili che la vita le riservava. Naturalmente li ritenevano innocui e magari avrei continuato a crederlo anche io se l’altra sera non avessi visto in dvd Bamboozled* di Spike Lee. Il film (terminato nel 2001, ha partecipato nello stesso al Festival di Berlino ed è arrivato in Italia solo nel 2003 per la Eagle Pictures, per scomparire quasi subito dalle sale) è una commedia satirica che prende in giro il mondo della tv e il razzismo raccontando del percorso di Pierre Delacroix (Damon Wayans) l’unico sceneggiatore nero di un importante canale televisivo che sta attraversando un forte calo di audience, il cui capo molto wasp, Dunwitty (Michael Rapaport) lo pone di fronte ad un ultimatum: o produce subito qualche cosa di veramente diverso e che faccia colpo, oppure verrà licenziato. A questo punto, Delacroix per prendersi gioco del razzismo che lo circonda concepisce la più oltraggiosa ed incredibile farsa colma di stereotipi della commedia che si possa immaginare: riproporrà i Minstrel show, gli spettacoli di music hall nati nel 1830 nei quali attori bianchi si travestivano da neri facendone la caricatura, con la differenza che impiegherà attori realmente di colore, che scurendosi il viso ancor di più, si travestiranno da ‘negri’. Mette così in piedi “Mantan The Millennium Minstrel Show“, i cui protagonisti sono un senza tetto ballerino di tip tap Manray-Mantan (Savion Glover) ed il suo amico Womack-Slepneat (Tommy Davidson) e il risultato è uno spettacolo talmente razzista ed eccessivo, con dei personaggi estremizzati a tal punto che, così almeno crede Delacroix, non può che essere interpretato come una presa in giro. Tuttavia nonostante la polemica divampi la trasmissione è un successo, ma inesorabile e parossistico arriva il tragico finale sottolineato da un montaggio di grande effetto che propone spezzoni dei numeri comici di Mantan, alternati a film d’animazione con l’immancabile cocomero, ad una intollerabile sequenza di attori neri mangia-banane e dulcis in fondo ad immagini tratte proprio dai film della Temple, che balla e canta circondata da uomini e donne di colore veri o fasulli che si muovono come scimmie e parlano come i “selvaggi” delle barzellette idiote. La satira di Spike Lee con Bamboozled si abbatte sui grandi network televisivi e sulla cultura razzista degli stereotipi ma colpisce anche i neri stessi che si travestono da “negri”, vendendo la propria anima allo show business, o si arroccano su posizioni contrastanti, incapaci di reagire in maniera solidale, compatta e quindi efficace, alla supremazia dei bianchi.

Non mi è piaciuto il film, ho trovato eccessiva la scelta di un’interpretazione attoriale di tipo teatrale, poco fluidi i dialoghi, fastidioso l’uso del digitale per le riprese, ma si tratta solo di una questione di gusto e per un film come questo il senso estetico non conta. D’altronde ognuno di questi elementi deriva da una precisa scelta stilistica di Spike Lee che utilizza codici e linguaggi mutuati da diverse forme espressive dal real Tv, al documentario, alla situation comedy, per collocarli in un contesto estraneo alla loro funzione. E’ la sensazione di vergogna che ti lascia alla fine che lo rende “unfilmdavedere“, è lo stupore per la presa di coscienza della passività con cui accettiamo ogni giorno lo stereotipo che lo rende un bel film. Non mi è piaciuto ma credo che lo scopo del regista non fosse quello di empatizzare con lo spettatore ma di disturbarlo, metterlo a disagio per indurlo a riflettere: se non l’avessi visto avrei continuato ad ignorare l’esistenza dei Minstrel Show e a sottovalutare il pericolo di immagini o battute apparentemente inoffensive. Come ha affermato il regista – la televisione è piena di immagini di stereotipi neri, ed io sono contro questa televisione. Occorre che qualcuno lo dica, anche se non fa piacere. –

*Il titolo originale era ‘It’s showtime’ (si va in scena), col sottotitolo ‘Bamboozled’, gergale prelevato da un monito di Malcolm X: ‘Siete stati imbambolati’