Archivio di October 2004

Annunciazione, annunciazione

Wednesday 20 October 2004

E’ on line il numero di ottobre di Medicine Show. Ci troverete un’intervista a Giuseppe Genna e un pezzo di Giulio Mozzi su Karlheinz Stockhausen
e strane scatolette. Armando Trivellini ci introduce alla musica di Carlo Fava, mentre Leonardo Colombati compie un viaggio tra i teatri di varietà e i tabarin italiani degli inizi del secolo scorso. Davide L. Malesi ci invita poi, alla visione del musical Notre-Dame de Paris, passando per la Bohème di Puccini e Le nozze di Figaro di Mozart; Niccolò Borella parla del nuovo album dei R.E.M. e – least but not last – troverete la mia recensione di Buddy Bolden’s Blues di Michael Ondaatje.

Godetevi la lettura.

Comunicazione di servizio

C’è un errore di trascrizione nella mia recensione, in pratica nelle prime tre righe manca una frase, ormai dispersa nell’etere. Nel caso in cui non sia possibile riparare all’elisione, e in ogni caso il senso del pezzo non cambia, ci tengo a sottolineare che sono perfettamente in grado di costruire una frase condizionale e di gestire l’ipotassi del testo. Questo per reddere quae sunt Caesaris, Caesari.

Dimmi se ti piace

Tuesday 19 October 2004

Stamattina su I Miserabili di Giuseppe Genna – di cui ho letto proprio in questi giorni Catrame, un polizesco davvero ben scritto – leggo un pezzo, senza dubbio molto evocativo, a proposito di Collateral, l’ultimo film interpretato da Tom Cruise. E mi viene in mente un aneddoto raccontato da Paolo Nori in un suo libro – non ricordo quale – e citato anche in suo intervento durante il XVIII Seminario di aggiornamento per docenti di lingua italiana nelle Scuole secondarie superiori della Baviera, ad Orvieto.

Riporto letteralmente:
“Boris Elckenbaum era un formalista russo che negli anni 20 del 900 lui studiava moltissimo, gli piaceva da matti la letteratura. Lui Boris Elckenbaum negli anni 20 del 900 lui passava le sue giornate nelle biblioteche a leggere e a scrivere a elaborare teorie sulla letteratura, teorie mica stupide tra l’altro, fatte bene, scritte bene che si capiscono era uno che sapeva il fatto suo Boris Elckenbaum solo aveva un difetto, aveva una malattia segreta Boris Elckenbaum talmente segreta che anche lui fino a un certo punto non lo sospettava neanche di esser malato. Se n’è accorto una sera del 26 che i suoi studi, la sua passione per la letteratura gli avevano fatto contrarre una malattia grave e pericolosa, il primo caso al mondo. Una sera di novembre del 26 Boris Elckenbaum è tornato a casa dalla biblioteca. Come va? Gli ha chiesto sua moglie Tatiana, Cosa hai fatto oggi? Va, bene gli ha risposto Boris Elckenbaum oggi ho letto “I Demoni” di Dostoevskij. Ah! gli ha detto sua moglie Tatiana lo volevo leggere anche io, com’è? Se seguiamo la nota classificazione di Otto Ludwig ha detto Elckenbaum “I Demoni” è un tipico esempio di racconto scenico, se seguiamo la nota classificazione di Otto Ludwig. Cosa? gli ha chiesto a Elckenbaum sua moglie Tatiana. È un tipico esempio di romanzo dell’800 le ha detto Elckenbaum a sua moglie Tatiana, sincrepito, in cui la narrazione si orienta verso la forma epistolare, ora verso la forma delle memorie, ora verso la forma del bozzetto descrittivo. Come? Gli ha chiesto la moglie Tatiana a Elckenbaum. È un opera “I Demoni” di Dostoevskij in cui Dostoevskij usa la tecnica del rallentamento, del concatenamento e della saldatura di materiale eterogeneo. Sviluppa e collega gli episodi, crea nuclei diversi, porta avanti intrecci paralleli, ha detto Elckenbaum a sua moglie Tatiana. Sì, ma gli ha detto a Elckenbaum sua moglie Tatiana com’è questo romanzo Bello? Brutto? Cosa! Gli ha chiesto Elckenbaum. E’ bello o è brutto “I Demoni” di Dostoevskij. Beh gli ha risposto Elckenbaum è un tipico esempio di romanzo dell’800 e per tanto diversamente dalla novella, che è un problema di impostazione di un’equazione a un’incognita “I Demoni” è un problema su regole diverse risolvibile con l’aiuto di un intero sistema di equazioni a più incognite gli ha detto Elckenbaum a sua moglie Tatiana. Ma la moglie Tatiana non era mica tanto contenta di questa risposta. Ma è bello o è brutto? Gli ha chiesto difatti a Elckenbaum sua moglie Tatiana. Ecco ha detto Elckenbaum è un romanzo questo I Demoni di Dostoevskij, il cui momento culminante risiede tipicamente in un punto collocato ben prima della fine, diversamente dalla novella ha detto Elckenbaum, che per la sua stessa essenza accumula tutto il suo peso verso la fine, in cui la fine spinge per così dire tutto il resto. Boris, gli ha chiesto Tatiana a suo marito lo devo leggere questo romanzo di Dostoevskij oppure no! Mi consigli di leggerlo oppure no! Ecco, noi formalisti ha detto Elckenbaum a sua moglie Tatiana parliamo e possiamo parlare solamente di alcuni principi retorici che non ci sono stati suggeriti da questo o quel sistema metodologico, estetico bello e pronto ma dallo studio del materiale concreto nelle sue specifiche peculiarità. Ecco ha detto Elckenbaum, un po’ confondendosi, a sua moglie Tatiana; la quale moglie Tatiana ha scosso la testa: “ cosa studi tanto a fare “ ha detto delusa a suo marito, poi si è voltata, si è diretta in cucina “è pronto il Borsch” gli ha detto “vieni che si raffredda”! NO, ma gli ha detto Elckenbaum seguendola in cucina, l’elemento estetico è uno degli approdi futuri del metodo normale. I nostri avversari e molti dei nostri seguaci non tengono conto di questo fatto, Tatiana! Tatiana dal canto suo ha scosso la testa, non gli ha neanche risposto. E’ stato in quella fredda sera di novembre del 26 che la sindrome di Elckenbaum ha fatto la sua prima vittima, il noto critico formalista Boris Elckenbaum che con tutta la sua notorietà e la sua scienza non era neanche capace di dire a sua moglie se il romanzo che aveva appena letto era bello o era brutto…”.

Adesso, io mi sento molto vicina allo stato d’animo di Tatiana Elckenbaum, perché vorrei sapere da Genna, e questo vale in generale per chiunque parli o scriva di un libro, di uno spettacolo teatrale o di un cd musicale, se il film (e quindi il libro o lo spettacolo teatrale o il cd musicale), secondo loro che ne parlano, è bello o brutto. Non ci vuole poi molto, e non ditemi che è questioni di gusti: uno lo deve sapere se gli è piaciuto o meno.

Coming out: preferisco gli uomini

Tuesday 12 October 2004

Di Fred Vargas, ne riparliamo senza dubbio.
 Fred Vargas, e io pensavo che fosse un uomo. Anche Agota Kristof, pensavo fosse un uomo.

UPDATE

Della Vargas non se n’è più parlato perché i suoi ultimi tre libri sono uno peggio dell’altro e non mi va nemmeno di spiegare perché.


Dev’esserci un pregiudizio da parte mia: come se le donne non potessero scrivere libri brillanti, ironici, ben congegnati sul fronte dell’intreccio, come quelli della Vargas; o gelidamente raffinati, come quelli di Agota Kristof. Con, in più, una nota di sciovinismo: perché se dal nome non è riconoscibile il sesso dell’autore, io che non leggo quasi mai le biografie (a meno che non mi appassioni al libro, ma ciò accade ovviamente a posteriori), tendo e credere che sia opera di un uomo.

Ma se mi ci fate pensare bene, devo ammettere che non mi viene in mente alcun libro vergato da mano femminile che mi sia rimasto dentro, per dirla come quelli che credono alla letteratura come catarsi (io, dal mio canto, so a malapena cosa voglia dire catarsi). Non che ritenga la scrittura una prerogativa maschile: figuriamoci, proprio no. Sono convinta però che la scrittura sia sentita dalle donne in larga parte come una necessità, una volontà di esprimersi e di rivelarsi. E qui sorge il problema: le donne, in genere scrivono di sé e dei propri pensieri; di sogni e delusioni: e scrivono per bisogno, per impellenza, per urgenza.

Gli uomini – sempre parlando in generale, si badi bene: odio il fondamentalismo in qualsiasi sua forma – invece raccontano, e solo raramente “si” raccontano.

 Certo: se penso a Nadine gordimer , mi viene in mente la vena “polemica” e “politica” di certe sue pagine; e Anita Loos  trasuda ironia da ogni riga. Che dire, poi, di Josephine Hart autrice di Ricostruzioni: un libro impeccabile, articolato, pieno di svolte inattese; che spedisce (o trascina, devo ancora capirlo bene) il lettore in un un viaggio a ritroso nel tempo e nell’inconscio dei suoi protagonisti, ritratti da una penna ironica e glaciale.

 E ancora: la stessa Fred Vargas, autrice di romanzi investigativi che sbalordiscono per sapidità e intelligenza, e la formidabile Patricia Highsmith: capace di raccontare il Male, e il Delitto, come solo un uomo sa fare.Ops, ci sono ricascata. Riecco lo sciovinismo. Non dovrei dire “come solo un uomo sa fare”, bensì “come sa farlo un narratore di razza”.

La verità, è che – dal mio punto di vista – la tendenza femminile di usare la scrittura per sondare, scavare e approfondire piuttosto che per narrare, ritengo sia un limite piuttosto grave. L’impegno sociale di Doris Lessing, l’inquietudine della Woolf la pacatezza di Pamela Moore, la passione di Sibilla Aleramo, la sensibilità di Isabel Allende: tutte queste cose, o queste prospettive se così vogliamo chiamarle, se da una parte arricchiscono la letteratura di uno sguardo diverso sul mondo – un “sentire” più profondo – dall’altro gravano come un macigno sulla narrazione, tarpando le ali alle storie che non riescono più a balzar “fuori dalla pagine”, libere e indipendenti dal “mondo interiore” delle loro autrici. Ora che ci penso, però: Proust è introspettivo, sentimentale, intimista, melenso (a volte): eppure è un uomo e quindi, se ho ragione, scrive come una donna. Ma magari mi sbaglio.

 

Un blues per Medicine Show

Monday 11 October 2004

 Se finisci nella contea di Tishomingo, sul delta del Mississipi, possono capitarti cose davvero strane: tanto per fare un esempio, ti può succedere d’incontrare il diavolo, vendergli l’anima ed inventare il blues moderno, almeno stando alla leggenda che avvolge le 29 canzoni di Robert Johnson.

Sarà per questo che Elmore Leonard sceglie l’ambigua Tishomingo County (in piena Fascia della Bibbia, il gioco d’azzardo vi è legalizzato) per ambientarvi il suo 37° romanzo, Tishomingo blues, che racconta la storia di uno sfortunato tuffatore professionista, che assiste ad un omicidio dall’alto di una piattaforma da cui si esibisce ogni sera, eseguendo tuffi acrobatici nella piscina all’aperto di uno sfavillante casinò. E un testimone scomodo, si sa, va sempre eliminato: così Dennis Lenahan, questo il nome del malcapitato, è costretto a giocarsi la pelle sullo sfondo di un Sud razzista e nostalgico tra spacciatori, ricostruzioni di epiche battaglie della Guerra Civile messe in scena da appassionati di reenactment, ex giocatori di baseball professionistico, scagnozzi della Mafia sudista: e, naturalmente, donne più o meno fatali (per chi conosce Leonard, i personaggi che gli riescono meglio), al ritmo malinconico e feroce della musica del diavolo.

Accompagna Dennis nelle sue peripezie l’elegante e colto Robert Taylor: “un nero dall’aspetto elegante, pantaloni con la piega, camicia scura di seta aperta sul petto”, così lo descrive l’autore: un gangster affetto da una smisurata passione per il blues in generale e per Robert Johnson in particolare che, come un diavolo tentatore (e qui ritorna la leggenda del blues), indaga la “metà oscura” di Dennis e con gusto e soddisfazione la asseconda, mentre questi scivola nell’immoralità e verso la corruzione.

Il montaggio e l’intreccio sono, come sempre quando si ha a che fare con Leonard, impeccabili: e la scelta di strutturare la narrazione in microsequenze basate quasi interamente sui dialoghi, brillanti e quasi sempre realistici, sottolinea lo stile filmico del romanzo. Così le pagine si lasciano voltare in fretta tra i proiettili a salve dei reenactors e quelli veri di gangster e delinquenti vari: mentre il lettore continua a chiedersi, fino alla conclusione della storia, se Dennis finirà col vendere l’anima al diavolo – similmente a Robert Johnson – in cambio del talento che lo renderà capace di salvarsi, e anzi (come nella migliore tradizione del genere noir) di “svoltare”. Il tutto con in sottofondo le note, e i versi, di Devil in my closet: “Ho il diavolo nell’armadio e il lupo è alla mia porta”.

Degna di nota la traduzione di Wu Ming 1, che per la prima volta in un’edizione italiana riesce a rendere alla perfezione, o quasi, lo stile freddo (“cool”, direbbero gli estimatori), nonché spietatamente abrasivo, di Elmore Leonard.

Un’eccezione

Friday 8 October 2004

Interrompo una consuetudine di questo blog e metto da parte per un momento i libri, per parlare di un quadro, anche se, a ben pensarci, ne ho già accennato proprio durante un discorso su un libro: così alla fine, in realtà, non mi discosto troppo dal sentiero conosciuto. Si tratta de L’isola dei morti di Arnold Bocklin.

Ma c’è un avvertenza cui vi chiedo di attenervi prima di continuare a leggere: soffermatevi sull’immagine del dipinto per qualche secondo.


Fatto?!

Bene.


Adesso, come vi sentite? Pensateci su. Se vi chiedessi dove siete stai negli ultimi due secondi, siete sicuri di poter rispondere con assoluta certezza di essere rimasti tutti il tempo davanti al monitor del vostro computer? Mm. Forse sì, perché l’immagine in effetti è un po’ piccola. Riproviamo: procuratevi un’immagine di dimensioni serie, de L’isola dei morti. Guardatela con attenzione. Poi, distoglietevi pure. Non avete la sensazione, latente – quasi impercettibile, certo – di aver viaggiato con la mente? No? Niente di tutto questo? Beh allora siete più sani di mente di me, perché io di fronte a questo dipinto mi perdo. Mi smarrisco, letteralmente.

L’isola dei morti esercita un incredibile potere ipnotico sulla mia sensibilità, ne vengo assorbita totalmente tanto da aver quasi paura al pensiero di cosa mi succederà il giorno in cui me lo troverò di fronte in un museo: magari ne verrò risucchiata (come la protagonista de Ai margini del caos, di Franco Ricciardiello) e non tornerò più. In ogni caso – anche laddove il vostro subconscio fosse più stabile del mio -, credo che troverete lo stesso affascinante la storia di questo quadro, che è un raro esempio di opera d’arte il cui valore ha travalicato i limiti del puro significato estetico ed iconologico, per assurgere ad espressione universale di un sentimento collettivo: l’ansia e la malinconia che deriva dalla consapevolezza dell’ineluttabilità della morte e della caducità dell’esistenza umana.

Dunque, il quadro venne commissionato ad Arnold Bocklin, maestro del simbolismo svizzero, nel 1880 dalla signora Marie Berna, sposata in seconde nozze con il conte Oriola, che desiderava “un quadro per sognare”: lo stesso autore parlandone dirà poi che “chi guarda questo quadro deve aver timore di disturbare il solenne silenzio con una parola espressa ad alta voce”. Bocklin, per accontentarla, pone al centro della scena un ammasso roccioso che affiora dal mare (denominato il cratere), dominato da un filare di cipressi, mentre – nella parte della tela più vicina all’osservatore -, c’è una barca a remi che si accosta all’isolotto, e che reca a bordo un rematore e una figura avvolta in sudario bianco. Questo è il punto luce dominante di tutto il quadro. La scena infatti è immersa nell’oscurità di una notte senza stelle che, nel profondo, si fonde con l’acqua blu cobalto, animata e percorsa da riflessi spettrali. Ogni singolo elemento del dipinto riproduce una natura irreale e inquietante. Si pensa che Bocklin si sia ispirato ad un paesaggio italiano, l’isola di Ischia forse, o il cimitero degli inglesi a Firenze – in cui è stato sepolto. Una curiosità: sulla sua lapide sono incise le parole della predizione ovidiana: non omnis moriar – ma in realtà da qualsiasi parte provenga l’ispirazione iniziale, essa è stata poi trasfigurata in una visione onirica in cui, la fusione di elementi tipici del classicismo con intuizioni di stampo simbolista, trasforma il paesaggio mediterraneo in uno scenario ossianico, dominato dal silenzio e dall’immobilità che rimanda, assorbendolo come in uno specchio, ad uno stato d’animo soggettivo. Il simbolismo della rappresentazione, con lo scoglio che ricorda un muro megalitico, è una continua allusione al tema della trasmigrazione dell’anima nell’aldilà, tanto cara ai pittori germanici dal primo rinascimento in poi, con il cosiddetto tema del memento mori (fulgido esempio di questa tendenza pittorica è il quadro Gli Ambasciatori di Hans Holbein il Giovane, dall’interessante interpretazione).

Dell’opera in realtà Bocklin ha realizzato, tra il 1880 e il 1886, altre versioni successive, per assecondare le richieste degli ammiratori: dopo la prima conservata al Kunstmuseum di Basilea, tre sono attualmente appese in diversi musei sparsi per il mondo – a Berlino (1883, Staatliche Museen zu Berlin – Stiftung Preußischer Kulturbesitz, Nationalgalerie), a Lipsia (1886, Museum der bildenden Kunsten) e a New York (1880, Metropolitan Museum of art) – mentre un quinto dipinto fu probabilmente distrutto nel rogo del castello di Emmersdorf nel 1945. Le variazioni tra le diverse versioni sono soprattutto di ordine cromatico, anche se nei dipinti più tardi Bocklin privilegia un maggior realismo della rappresentazione a scapito della suggestione visionaria, che è la vera forza de L’isola dei morti.

Ciò che rende unico questo quadro infatti, non è tanto la tecnica raffinata dell’autore, né forse il tema stesso, ma piuttosto l’irresistibile influenza che l’immagine rappresentata esercita sul subconscio di coloro che la guardano. Di fronte all’Isola, si rimane ipnotizzati, si ha la sensazione di essere condotti in una dimensione mistica, di essere trascinati al centro del nostro inconscio, come se attraverso la tela si potesse accedere ad un luogo dell’anima. Il quadro ha un grande potere, più o meno consapevole, di fascinazione e coinvolgimento emotivo ed è per questo che ”Die Toteninsel” – questo il titolo originale dell’opera – è ripreso infinite volte in altri quadri, libri, romanzi, racconti, saggi, composizioni musicali, come infiniti sono gli aneddoti che lo riguardano. Se ci domandassimo, ad esempio, cosa avevano in comune Sigmund Freud, Adolph Hitler, Wladimir I. Lenin, Salvator Dalì, August Strindberg, e Gabriele D’Annunzio, la risposta la troveremmo proprio nella tela realizzata da Bocklin. Adolph Hitler comperò ad un’asta, nel 1936, la versione del dipinto ora esposta a Berlino, forse in cambio di due quadri impressionisti della galleria nazionale ed esiste addirittura una vecchia foto in cui il quadro campeggia alle pareti del suo studio durante l’incontro che ebbe con Molotov e Ribbentrop dopo la firma del patto russo-tedesco. Nell’aprile del 1945 l’Armata Rossa entrando nel bunker berlinese dove Hitler si era suicidato trovò “L’isola dei morti” ancora alle pareti e un generale russo la staccò e la condusse con sé a Mosca, dove i tedeschi l’hanno ricomprata pochi anni fa. Sigmund Freud aveva diverse copie d’autore del dipinto, tra le ventidue riproduzioni di quadri famosi che facevano bella mostra di sé proprio sopra il famoso divano sui si stendevano i suoi pazienti durate le sedute di psicoanalisi. Lenin teneva una il quadro di Bocklin nella sua stanza da letto e D’Annunzio, sopperì al dispiacere di non possedere nessuna delle versioni piantando dei cipressi nel parco del Vittoriale, la sua casa-mausoleo-monumento. Dalì citò spesso l’opera di Bocklin nei suoi dipinti e lo stesso fece Giorgio De chirico che ebbe addirittura una vera e propria fase böckliniana. Il drammaturgo svedese August Strindberg usò l’immagine dell’isola per la scenografia della Sonata degli spettri, e scrisse una piece teatrale ispirandosi ad una teoria dell’occultista Emanuel Swedenborg, che sosteneva che , teoria cui credeva anche Hitler. Sergei Rachmaninov, ha composto il poema sinfonico “L’isola dei morti”, l’opera 29, e Max Klinger trarrà spunto dal quadro addirittura per un’intera serie di incisioni. Si dice poi che Conrad Ferdinand Meyer, grande scrittore e poeta svizzero del post- romanticismo, tenesse una riproduzione del quadro appesa sul suo letto sperando di poter morire sotto di esso ed è noto che Carl Gustav Jung, padre della psicologia analitica, fece del dipinto, un elemento chiave dei sogni di Henry, il suo paziente ideale. Ma l’influenza di questo quadro, continua anche ai nostri giorni: così nel 1974 Fabrizio Clerici, uno dei massimi esponenti del surrealismo italiano, rende omaggio a Bocklin inserendo in alcune sue opere delle elaborazioni del soggetto del pittore svizzero: come in Latitudine Bocklin, in cui raffigura un paesaggio dominato da 2 versioni dell’isola, e in Incipit. Addirittura l’architettura risente della fascinazione del quadro con l’architetto Jean Nouvel che ha ideato la sua opera Monolito, ispirandosi apertamente all’Isola, per la grande esposizione a Parigi nel 2000. Non sono rimasti insensibili al mistero dell’Isola dei morti neanche i fumetti, se un numero del 2000 di Martin Mystere, ha per soggetto una storia ispirata alle atmosfere del quadro. Di size=”2″>Franco Ricciardiello, che ha vinto il premio Urania nel 1998 con il romanzo “Ai margini del caos”, in cui l’intreccio ha origine proprio dalla suggestione esercitata dal dipinto su una giovane donna, ho già detto.

Personalmente ho la sensazione che il quadro viva di vita propria, o meglio che si nutra degli aspetti inconsci della nostra personalità: sono letteralmente terrorizzata e affascinata allo stesso tempo, da quella figura bianca che ricorda la dignità e la sacralità delle mummie egizie. E poi quei riflessi sull’acqua: da dove arriva la luce che li genera? Si è sostenuto che il quadro possa essere una porta su un mondo parallelo, comune a tutti a noi: il passaggio verso l’oltretomba. In pratica, secondo questa interpretazione, con il lento procedere dell’imbarcazione e con il silenzio e l’immobilità che ne domina il tragitto, Bocklin avrebbe riprodotto la visione dell’ultimo viaggio che ognuno di noi compirà verso l’eternità: “Ed ecco verso noi venir per nave/ un vecchio, bianco per antico pelo” (Inferno Canto III, vv.82-89).


“Il mare è lo specchio della solitudine, la promessa di una patria, il sogno di allontanarsi. E’ per staccarmi dalla terra che ho progettato tutta la vita il volo umano.” (Arnold Bocklin all’amico Schmidt)



N.d.A

Si dice che nella famiglia di Bocklin ci sia sempre stata una vena di follia. Sembra che un figlio di Bocklin, durante un pranzo, forse per un suo compleanno, mentre era intento a tagliare un pollo con un coltello, sia stato colto da una specie di raptus e abbia detto brandendo l’arma: «e se invece di tagliare questo pollo tagliassi la testa a questa signora accanto?>> Lo bloccarono subito. Fortuntamente.


Prossimamente

Thursday 7 October 2004

“Si faccia una prova: si lasci un re completamente solo, senza alcuna soddisfazione dei sensi, senza alcuna cura dello spirito, senza compagnia, che abbia l’agio di pensare soltanto a se medesimo; e si vedrà che un re senza distrazioni è un uomo pieno di miserie.”

Blaise Pascal, Pensieri

Noir in trenta parole

Sunday 3 October 2004

Era la pupa del gangster. 

Beh, nemmeno io sono un tizio qualsiasi. 

Inoltre, ci amavamo.  Allora mi ha minacciato. 

Bruciato l’automobile. 

Sparato addosso.

Finchè ho dovuto rinunciare a lui.

***

Ci scoprirono quasi subito. 

Lo Svelto rallentò e li insospettì, 

lo Sgarbato fece l’accomodante;

intanto lo Smilzo aveva nascosto il bottino

sotto la giacca, quasi scoppiava

Troppo illogico, maledizione!

 

(Alberto Ragni