Archivio di November 2004

Here we are

Tuesday 30 November 2004

Con una veste rinnovata ed ampliata è on line il numero di novembre di Medicine Show.

Have a good time!                 

Notturno di donna con ospiti

Saturday 20 November 2004

Al funerale di Francis Scott Fitzgerald, il 27 dicembre del 1940, erano presenti pochissime persone: una di loro, per dargli l’ultimo saluto, pronunciò una singolare frase di commiato, sussurrando: “Povero figlio di puttana”*. Si tratta delle stesse parole che Fitzgerald, 15 anni prima, aveva messo in bocca ad un personaggio del suo libro più famoso, proprio durante la scena del servizio funebre per Jay Gatsby.Fu Dorothy Parker a pronunciare queste parole. Chi altri se non lei? Questa ex “ragazzetta ebrea che tentava di far la spiritosa” – celebre definizione data da lei stessa per indicare il suo essere smarty, ossia brillante e alla moda, durante i favolosi anni ’20 – ha condiviso con Fitzgerald e Hemingway e tutta la compagnia della Lost generation, un’epoca straordinaria, nella loro vita come in letteratura: anni di follia, lusso e capolavori, dei quali ha poi vissuto, sola e dimenticata, il lento declino e la rovina. Solo lei, che ha sferzato il mondo cui apparteneva con ironia pungente e viva intelligenza, smascherandone ipocrisie e meschinità, avrebbe potuto usare quelle stesse parole, per l’ultimo omaggio a uno dei più grandi. Intelligente, brillante, ironica fino alla cattiveria e al sarcasmo corrosivo, Dorothy Parker si è cucita addosso un’immagine di donna e di scrittrice che ha fatto epoca: la Donna Nuova “che vuole quello che vuole quando lo vuole”, sfrontata, fragile, disinibita, glamourous – era “la ragazza più elegante del giro”, aveva “caviglie francesi e petto italiano” – spietata; è stata l’icona di una New York intellettuale e snob in cui si crevano le mode e si lanciavano nuovi stili di vita. Come una delle flappers (le maschiette) dei romanzi di Francis Scott Fitzgerald, Dorothy – non alta, con splendidi occhi resi languidi dalla miopia (pur vedendoci poco, non volle mai mettersi gli occhiali perché: “di rado gli uomini fan complimenti alle ragazze che portano le lenti”), i cappelli a falde larghe e lunghi boa di struzzo neri – si ribella ad una società in fermento di cui schernisce la frivolezza e l’ipocrisia, ironizzando anche su sé stessa: “Alcuni uomini ti spezzano il cuore, altri ti blandiscono e ti adulano, altri ancora non ti guardano mai… e questo risolve il problema.” E come ha ben detto William Somerset Maugham, il talento della Parker, mentre scrive di viaggi, amori, balli, cocktail e di momenti fatui vissuti con l’intensità delle grandi battaglie, è stato quello di scoprire “una verità grave e salutare al tempo stesso: nelle nostre più sentite disgrazie c’è qualcosa di irresistibilmente comico.” Ma la sua più grande abilità risiede soprattutto, nell’efficacia con cui riesce a dipingere preziose miniature di quella varia umanità mondana e decadente che popolava i ruggenti anni 20, cogliendo il lato ridicolo anche nelle più amare tragedie umane. Preceduta da un forte aroma di tuberose, (singolare anche in questo, visto che le tuberose erano usate dagli imbalsamatori per nascondere l’odore dei cadaveri), Dorothy comincia a farsi notare, come critico culturale per la rivista Vanity Fair prima e il New Yorker poi, per quel suo modo elegante e fulmineo di stroncare libri (indimenticabile la sua recensione del romanzo storico di Benito Mussolini: L’amante del Cardinale) e opere teatrali con una sola frase, magari sussurrata: “Questo non è un libro da mettere da parte con leggerezza, è un libro da scagliare lontano con forza”, o ancora, riferendosi a Katherine Hepburn:recitava tutta la gamma delle emozioni dalla A alla B”. Poetessa, critica, sceneggiatrice e scrittrice di racconti e piéces teatrali, spesso Dorothy Parker viene ricordata, ingiustamente, più per i suoi deliri alcolici, gli impegni cinematografici e per i suoi eccessi passionali (due matrimoni, l’ultimo con un uomo molto più giovane di lei, e tentativi di suicidio, stigmatizzati poi nei celebri versi di Resumé, in cui indaga a suo modo, tutti i metodi per togliersi la vita, tutti troppo cruenti o dolorosi, concludendo che “tanto vale vivere”), che per la bellezza graffiante delle sue opere, cui è riuscita ad imprimere un tocco originale e personalissimo, creando un vero e proprio stile letterario. Il cosidetto stile caseur, basato su una lingua tagliente ed affilata che vibra sempre sul limite tra affettazione da rotocalco femminile e lo scherno annoiato, e unisce la brillante concisione, dovuta forse ai suoi esordi come autrice delle didascalie delle foto per la rivista Vogue, ad una cinismo irriverente e un frasario secco e fulminante, nella prosa come nella poesia. I suoi racconti, pubblicati in 4 raccolte tra il 1927 e il 1944, hanno tutti una struttura lineare e un’evoluzione narrativa chiara e limpida; sono incentrati soprattutto sull’incomunicabilità tra uomo e donna, colta senza alcun sentimentalismo – “ogni amore è l’amore precedente in una veste più spenta” – e descritto attraverso il bisbiglio di promesse e bugie e il brusio di chi ama o finge di amare. Le donne descritte da Dorothy Parker sono sempre signore eleganti e annoiate, innamorate fino allo spasimo o dame da preda che passano da un amante all’altro con indifferenza. Non fa eccezione Big Blonde, il racconto che nel 1930 le valse il premio O’Henry*, in cui la scrittrice racconta la storia di Hazel Morse, una donna dalle avventure facili, che beve per dimenticare il senso di vuoto, e alla fine tenta il suicidio. Le sue poesie, vibranti di un lirismo leggero e semplice, si snodano in versi adamantini e spietatamente sinceri, in cui Dorothy non tace nulla di sé stessa e delle sue fragilità, e al contempo svela, con fredda dolcezza, le debolezze dei suoi contemporanei e la solitudine delle donne emancipate e frivole che affollano i party hollywoodiani che frequenta – dal 1933 al 1938 – mentre si occupa della sceneggiatura di numerosi film. I maligni dicono che scrivesse nelle pause tra un tentativo di suicidio, una sbornia e un amore infelice, ma in realtà, a parte l’amico Scott, nessuno come lei ha saputo raccontare la fragilità della fauna che viveva in quell’epoca fiacca e al tempo stesso grandiosa, che sfuggiva alla propria fragilità morale rifugiandosi nel suono di un sassofono e nel tintinnio di un bicchiere, con tanta lucidità e acume. Una donna che non aveva paura di essere, allo stesso tempo, languida e intelligente, acuta e seducente, v
ivace e disperata.

Se vi venisse voglia di approfondire la conoscenza di Dorothy Rothschild Parker, preparatevi ad amare sorprese: in edizione Italiana si trovano solo 2 dei suoi libri e una biografia romanzata, e procurarsi quelli in lingua originale, a patto che conosciate bene l’inglese-americano naturalmente, non è così semplice. L’ostracismo che l’ha perseguitata in vita a causa delle sue scomode prese di posizione – dal comunismo (partecipò alle dimostrazioni per Sacco e Vanzetti in piena maccartismo) al sostegno a Martin Luther King, che ha nominato suo erede universale – sembra continuare anche dopo la sua morte, lasciandola nell’ombra, pur essendo stata l’unica donna capace di tener testa ai titani della sua generazione, perduta naturalmente. Sono disponibili in lingua italiana infatti solo Il Mio mondo e’ qui, una raccolta di racconti, edito da Bompiani, con la famosa traduzione di Eugenio Montale e l’affettuosa postfazione di Fernanda Pivano; Tanto vale vivere, pubblicata da La Tartaruga edizioni che raccoglie alcuni dei suoi racconti, poesie, cronache teatrali, recensioni e Scusate le ceneri, per Marsilio, un romanzo liberamente ispirato alla sua vita, scritto da Gaia de Beaumont.
Alcolizzata e ormai quasi cieca la Parker fu trovata morta in uno squallido residence newyorkese, nel 1967, con i cassetti colmi di assegni mai incassati e un testamento in cui lasciava tutto a Martin Luther King.

Meravigliosamente ironica fino alla fine, scrisse da sé il suo epitaffio: “Excuse my dust”.

 




*

Nella traduzione italiana de “Il grande Gatsby”, Fernanda Pivano tradusse la frase originale che era proprio: “poor son of bitch” come “povero bastardo”. 

 

**

Quando lei andò a ritirare il premio i convenuti si alzarono in piedi; più tardi qualcuno le farà notare che a nessuno era mai stato tributato un tale omaggio e Dorothy confesserà che pensava si fossero alzati per andarsene.



 

Waiting for Ms III

Saturday 6 November 2004

Buddy Bolden’s Blues  di Michael Ondaatje è un libro anomalo. Potrebbe essere un reportage, ma mancherebbe qualcosa. E’ sicuramente un romanzo, ma questa definizione non servirebbe a capirne granché, e anche se parlando di storia a più voci forse si sarebbe vicini alla verità, con ragionevole approssimazione, si può dire piuttosto che Buddy Bolden’s Blues è un libro-indagine, scritto con la tecnica del romanzo, sulla vita, la morte e la musica di Buddy Bolden, il cornettista che, secondo alcuni, fu “l’inventore” del Jazz, anche se questo è un punto assai controverso, poiché certi altri propendono invece per Jelly Roll Morton, o addirittura per Irving Berlin, che pur non essendo un “vero” jazzman scrisse Alexander’s Ragtime Band, probabilmente il primo autentico hit della storia del Jazz.
Buddy Bolden’s Blues è un libro libro-inchiesta, nonostante, di regola, i libri-inchiesta cerchino di sondare un evento incompreso o misterioso, una storia avvolta nell’incertezza o nella leggenda, partendo proprio dal mistero, per poi approdare a una ipotetica, possibile, controversa verità: ma sempre una verità. Ondaatje, invece, scrive la storia di Buddy Bolden capovolgendo questa regola: prende i fatti, li frammenta in una successione non necessariamente cronologica di diapositive in bianco e nero, e pagina dopo pagina, un fotogramma dopo l’altro, ci aggiunge, di suo, la musica, trasformando la narrazione in un groove di improvvisazioni trascinanti (dialoghi, istantanee, visioni, ritratti a tinte forti, carrellate lungo le vie di New Orleans, voci di seconda o di terza mano, dicerie) e, per mezzo di queste improvvisazioni, ci mostra (più che raccontarci) la vita di Buddy Bolden: il lavoro di barbiere, le vite dei suoi figli, di sua moglie Nora, le storie delle donne che si prende e di quelle che paga, la sua band: e infine la follia che lo divora. Insomma, se i libri-inchiesta nascono per dipanare la matassa di un mito, questo di Ondaatje fa dell’altro: prende il mito e lo amplifica, per conferire un sovrappiù di leggenda alla figura di un musicista straordinario, la cui stessa musica, che mischiava elementi di blues con inni sacri e ragtime, è diventata leggenda, poiché non esistono registrazioni delle sue strepitose performances. Ogni elemento del libro, autentico o verosimile che sia, diventa così un tassello che l’autore aggiunge uno via l’altro per costruire un monumento a Bolden: un uomo che soffiava nella sua cornetta, forte come nessuno, ed ha concluso la sua esistenza con la medesima furia con cui suonava, recluso in un manicomio per 24 anni. Scenario perfetto per questa storia è la New Orleans degli inizi del secolo scorso: con i sui bordelli (nel libro troviamo anche E. J. Bellocq, che ha fatto con la fotografia quello che Toulouse-Lautrec faceva con la pittura, immortalando le prostitute e il loro mondo), i battelli a ruota sui quali si giocava d’azzardo (lo si fa ancora), e le lunghe strisce di coca che i musicisti facevano sparire nelle narici, mentre davano un ritmo alla città con le loro orchestrine di strada, presenti in ogni occasione pubblica: funerali, elezioni, mercati, balli. Quelle stesse fanfare che proprio Buddy ha contribuito a standardizzare in un organico-base: tre, a volte quattro, strumenti a fiato – due cornette, clarino e trombone – e la sezione ritmica: banjo o chitarra, contrabbasso e batteria. Una vita vissuta troppo in fretta quella di Golden, una vita bruciata, e Ondaatje ce la racconta facendocela vedere e sentire, in questo romanzo che è quasi un documentario ma è pure qualcos’altro (invenzione romanzesca? resoconto giornalistico? intervista? semplice casino? va’ a sapere), che alla fine non sapresti dire cos’è, ma va bene lo stesso: perché, “se non sai cos’è, allora è Jazz”.

Buddy Bolden’s Blues, Michael Ondaatje, 1995

Gli Elefanti, Garzanti, 1998,

trad. Francesco Duranti

7,50 €