Archivio di December 2004

Il soccombente

Friday 17 December 2004

Thomas Bernhard ne Il soccombente affronta il tema dell’ossessione per la perfezione nell’arte – in questo caso, l’arte di suonare il piano – così come esso è vissuto da uno che ha provato ad essere un grande pianista, ma – di fronte allo spettacolo di un altro, ben più talentuoso – si è rassegnato alla sua insufficienza e ha preferito smettere.
Ma in questo romanzo troviamo anche il racconto della lunga preparazione di un delitto: c’è il testimone (che è l’io narrante); c’è la vittima – Wertheimer, il soccombente del titolo -, e c’è il carnefice: Glenn Gould, colui del quale si dice che non abbia mai suonato due volte un pezzo alla stessa maniera: il massimo genio pianistico del ‘900 (anche se c’è chi lo ritiene inferiore a Richter).
Conosciamo da subito anche l’arma del delitto: che è proprio la musica, ed in particolare l’esecuzione di Gould delle Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach, Variazioni che – insieme all’Arte della Fuga – rappresentano il vertice delle sperimentazioni bachiane. Il soccombente-Wertheimer ascolta Gould suonare, e immediatamente ne riconosce il genio e la grandezza nella perfezione assoluta del suono e – ciò che più conta – nel modo di pensare la musica. Così, di fronte alla coscienza dell’impossibilità di emularlo, egli – che sarebbe forse potuto diventare uno dei più grandi virtuosi del suo tempo, seppur mai avvicinandosi alla perfezione esecutiva di Glenn Gould – non può che soccombere, appunto, ed essere, letteralmente, annientato dall’esposizione alla grazia del suo amico, fino a morirne, o meglio, fino a  farsene uccidere. Il soccombente, dunque, è quasi un giallo classico: in cui s’indaga un delitto non previsto dal codice penale, e in cui il colpevole finirà per essere, a sua volta, vittima: Gould, infatti, vivrà gli anni che gli restano inseguendo la perfezione nell’esecuzione della sua musica, fino al parossismo, e alla follia. Allora forse, Il soccombente oltre che un giallo è un dramma, in cui la musica annienta coloro che osano corteggiarla, con la sua esigenza di assolutezza, con la pretesa della dedizione esclusiva e la crudele necessità del genio.
Il romanzo prende le mosse dal seminario tenuto a Salisburgo dal grande pianista ucraino Vladimir Horowitz nel 1953 – occasione in cui si incontrano i tre personaggi del libro – e termina con un grammofono che suona l’incisione di Gould delle Variazioni Goldberg, dopo che Wertheimer e Gould sono entrambi già morti, distrutti, ciascuno a suo modo, dall’arte, o meglio, dall’ossessione per l’arte. La narrazione si sviluppa secondo un percorso che tenta, o si sforza di, ricalcare “il modo in cui Gould suonava”: l’io narrante procede, nel racconto della vita sua, di Gould e di Wertheimer, per associazioni d’idee, giustapposizioni, parallelismi, in un’esposizione non lineare dei fatti, che rappresenta una sorta di crescendo emotivo, quasi a ricalcare l’andamento di una Sonata bachiana, in un continuo gioco di ripetizioni e sottili trasformazioni: una variazione narrativa caratterizzata da continue ellissi – angosciosa, ossessiva, ma incredibilmente musicale -: fino al raggiungimento di un centro ipotetico in cui gli opposti si sfiorano, e poi si sfuggono ancora. Ne Il soccombente, Bernhard segue la parabola nichilista di uomini che, seppur animati da propositi immensi,  sono destinati a svanire nel nulla e condannati alla schiavitù delle proprie passioni e angosce, passioni e angosce che li condurranno, appunto, all’oblio.

Merry Christmas

Thursday 16 December 2004

Medicine Show, rivista di musica e (poco) altro. In questo che è anche l’ultimo numero dell’anno, ne approfittiamo per augurarvi Buon Natale – a modo nostro naturalmente – e oltre ad articoli su Vivaldi, Bach, Morton Feldman, Thom Yorke, i Led Zeppelin, U2, R.E.M, Cure, Rolling Stones e Claudio Villa, per tutti gli iscritti alla Newsletter, c’è il supplemento di dicembre dedicato ai Fab Four, con sei pagine a colori sui testi più surreali dei 4 Beatles.Have yourselves a merry little Christmas!

Alla fiera dell’est

Monday 13 December 2004

Ho trascorso il pomeriggio di sabato tra gli stand della Fiera della piccola e media editoria di Roma, giunta quest’anno alla terza edizione. Ieri, sul blog de Il mestiere di scrivere ho letto un post dedicato all’evento, che ha per titolo Lezioni d’amore. La mia reazione, di fronte al titolo prima e al contenuto di questo articolo poi, è stata all’inizio di sgomento e in seconda battuta di smarrimento, perché per una frazione di secondo temevo di essermi sbagliata e di essere andata in un posto diverso dalla fiera in questione. Ma poi ho capito: si tratta semplicemente di un’ulteriore conferma della veridicità dei luoghi comuni, in particolare di quello che recita che: il mondo è bello perché è vario. Ognuno di noi vive le cose, le persone e gli eventi secondo la propria sensibilità e in base a parametri assolutamente soggettivi. Laddove l’autrice del post ha visto colori, utopia, bellezza e naturalmente amore, io ho visto: la bolgia infernale del pubblico; la presenza molesta delle hostess che mi hanno riempita di brochure ed inviti ai vari – imperdibili – incontri in programmazione; piccoli e sconosciuti editori braccati da aspiranti scrittori; inutili e costosissimi libri su qualsiasi argomento immaginabile; Melissa P. vestita come una punk in versione casalinga – aveva i capelli colorati di blu e indossava una gonna fatta con uno strofinaccio da cucina -; Carlo Lucarelli stanco ed ingrassato; gli insinuanti imbonitori di Scientology e molto altro che, invece di deliziarmi, mi ha procurato un mal di testa senza precedenti.

Mentre mi aggiravo per il Palazzo dei Congressi che ha ospitato la Fiera fino a domenica sera, mi ronzava per la testa, il Manifesto del Nullismo dei fantomatici poeti pigristi che animano, tra gli altri, Pancetta, l’ultimo romanzo di Paolo Nori:

Non scrivete nulla.
Non leggete nulla.
Non dite nulla.

Non stampate nulla.

 

 

Tornando seria, la questione è che sostanzialmente io non credo nella necessità del libro, non penso che ogni libro abbia il diritto di essere pubblicato né – tanto meno – che sia utile scriverne uno su ogni argomento. Peraltro si vive benissimo senza aver mai letto un libro in vita propria.
Detto questo: è stato interessante parlare con gli editori di
Fernandel della loro casa editrice e soprattutto di due scrittori italiani che mi piacciono molto, che hanno pubblicato proprio con loro il primo romanzo, Paolo Nori e Alberto Ragni; sono stata contenta di aver trovato King Suckerman di George Pelecanos edito dalla Shake editrice; e mi ha fatto piacere vedere la ressa davanti allo spazio espositivo della Dino Audino Editore che pubblica ottimi manuali per chi vuole perfezionare la tecnica di scrittura o è interessato all’argomento per motivi professionali: tipo lui che – dopo averlo cercato a lungo – ne ha acquistato uno sulla risoluzione dei problemi di sceneggiatura. Meraviglioso lo stand della Instar libri, i cui volumi – Natura morta con custodia di sax*, di Geoff Dyer, in testa – hanno un profilo editoriale che è tra i migliori sul mercato.
Sono convinta che si possa vivere benissimo senza leggere: ma la cosa non mi riguarda.

* Prossimamente su Medicine Show.

Delicatessen

Wednesday 1 December 2004

Negli anni della contestazione adolescenziale – quando mi dibattevo per sottrarre all’influenza genitoriale i primi spazi di autonomia – mi è capitato di leggere da qualche parte una frase che ha contribuito ad accrescere la mia passione per la letteratura: “leggere fa pensare, può farti libero e ribelle”. Ancora oggi, pur non avendo raggiunto alcuna certezza circa la veridicità di una simile affermazione – perché sono troppe le varianti che dovrebbero convergere per produrre un tale effetto nel lettore: predisposizione, intelligenza, ricettività, senso critico, passione – sono ancora legata al suo potere evocativo, al di là della suggestione immediata.

Ho scoperto più tardi che queste parole sono state pronunciate da Heinrich Boll, lo scrittore tedesco – premio nobel nel 1972* – che ha rappresentato, con la sua opera, la coscienza critica del suo paese durante il periodo post-bellico. In questi giorni, leggendo un romanzo di Robert Shaw, ho ripensato a Boll e a questa frase. Shaw, in Situazione disperata ma non seria – questo è il libro – racconta le vicende tragicomiche di due ufficiali inglesi, catturati nel 1943 da un borghese tedesco, pazzo come un cavallo ma innocuo, e segregati nella sua cantina fino al 1952. Un giorno riescono a fuggire e di fronte allo spettacolo di prosperità e di ricchezza offerto dalla Germania, deducono che siano stati proprio i tedeschi ad uscire vittoriosi dal conflitto, innescando così una serie di esilaranti equivoci e spiritose invenzioni narrative. Questa storia – da cui è stato anche tratto un film con Alec Guinness – mi ha riportato alla mente la Germania prospera ed operosa che troviamo nei libri di Boll. Infatti è proprio la frenesia industriale ed economica che scuote il paese, oltre all’ossessivo desiderio di dimenticare l’orrore del nazismo che domina i tedeschi all’indomani del conflitto, la vera protagonista dei romanzi e dei racconti di Boll, oggetto della sua critica feroce. Lo scrittore negli anni non è mai venuto meno al ruolo di censore della morale dei suoi compatrioti, che si è disegnato addosso come un abito troppo scomodo per starci tranquillo: “Ritengo che essere controverso sia l’unico status possibile per uno scrittore”. E controverso Boll, lo è stato davvero.

Molti critici e intellettuali, non gli hanno mai perdonato il suo impegno nel dibattito politico del paese, improntato ad una religiosità profonda ma ribelle e anticonformista: “Con i cristiani sono ancora disposto alla sorpresa, […] ma con i cattolici non c’è più niente che mi possa meravigliare”. Ogni parola che ha scritto è stata una sferzata alla coscienza del popolo tedesco per sensibilizzare l’opinione pubblica, denunciando i mali della società, e per difenderne i diritti civili e le libertà democratiche. Per questo, alla sua intensa produzione narrativa, ha costantemente affiancato quella pubblicistica**: pamphlet politici, recensioni, interviste ed articoli, in cui, affrontando i drammi e le lacerazioni della storia recente, ha tentato di superare lo storico dissidio tedesco tra cultura e politica. In questi suoi interventi si è scagliato contro la posizione del cattolicesimo durante l’occupazione nazista, contro la frenesia consumistica nel dopoguerra e contro la realtà socio-politica della nuova Repubblica federale che ha voltato le spalle al nazismo senza innovare seriamente uomini e principi: “il mio stile comico e grottesco è stato l’alternativa all’auto-censura sociale che il mio Paese s’impose per rimuovere gli orrori del nazismo”.

La sua produzione narrativa, riprende, amplia e trasfigura nell’invenzione stilistica, questi temi. Usa l’arma della riprovazione e della serietà irosa per stigmatizzare il nazismo e la guerra (Il treno era in orario, Viandante se giungi a Spa, Dov’eri Adamo?); mentre con l’ironia burlesca e paradossale schernisce l’ipocrisia della morale cattolica dominante e i falsi ideali della società del benessere (Opinioni di un clown, Foto di gruppo con signora, L’onore perduto di Katharina Blum). Tutti i suoi romanzi e i racconti sono improntati, più in generale, al valore della testimonianza e Boll li scrive manifestando una profonda e tenace volontà di restare indissolubilmente vincolato al suo tempo e alla contemporaneità. Il risultato, in gran parte della sua produzione letteraria, è un realismo, a volte esasperato, che è una risposta ad un’urgenza etica personalissima, più che una scelta stilistica ragionata: “la letteratura non può prescindere dalla realtà e dall’esperienza; morale ed estetica sono inseparabili; l’assenteismo è sempre il peggior difetto”.

Al di là di questi aspetti comuni e immediatamente riconducibili alla tensione morale dell’autore, quello che mi colpisce leggendo le sue opere è soprattutto, l’estrema varietà di situazioni in cui fa muovere i suoi personaggi. Ogni libro è per Boll davvero una storia a sé: la borghesia cattolica ed affarista, impegnata a dimenticare il suo passato, contro cui Hans Schnier si ribella diventando clown, per esempio, è molto lontana dall’umile e povero contesto sociale che fa da sfondo alla storia di E non disse nemmeno una parola. Completamente diverso poi è il registro stilistico dei vari romanzi: velenosamente ironico, pungente, seppur a volte prolisso, nel mostrarci la ribellione di Hans, in Opinioni di un clown; ossessivamente dettagliato e descrittivo in Foto di gruppo con signora; misurato, leggero e commovente quando ci conduce nei sottili meccanismi e nei silenzi della coppia in crisi, protagonista di E non disse nemmeno una parola.

volte l’impressione è che Boll sacrifichi la linearità dell’espressione e la pulizia delle frasi sull’altare della denuncia e dello sprezzo ideologico globale; alcuni periodi eccessivamente lunghi e contorti, risentono della passione sdegnata che lo muove mentre scrive, ma sempre il suo tentativo di usare una “lingua abitabile” riesce alla perfezione. Così il linguaggio è in ogni suo scritto, funzionale ai bisogni della narrazione e alla necessità primaria di esprimere l’angoscia esistenziale dell’individuo di fronte allo svuotamento di quei valori morali che rendono l’uomo migliore, celato dietro la pretesa ricostruzione etico-culturale della nazione tedesca.

Ho amato molto Opinioni di un clown. E ho vissuto insieme ad Hans il dramma che lo consumava, sostenendo ad ogni riga il suo rifiuto delle convenzioni sociali e dei compromessi, fiero della sua integrità morale. Questo giovane rampollo di una ricca e cattolica famiglia borghese, non rinnega i suoi ideali e le sue opinioni, nemmeno quando Maria, una cattolica intransigente di cui è follemente innamorato, lo lascia proprio a causa di quella fede irrazionale e fanatica che l’ha plagiata. Pur di restare fedele a sé stesso e di non cedere alla falsità del mondo che lo circonda, Hans sceglie di imbracciare la sua chitarra e di andare a cantare alla stazione, sperando nell’elemosina: preferisce continuare ad essere un clown che “fa collezione di attimi”.

Il mio preferito tra i romanzi di Boll è però E non disse nemmeno una parola, un gioiello di efficacia e concisione, vibrante di romantico struggimento, che racconta dell’incomunicabilità tra due persone che si amano e di come, anche l’amore più forte, possa cedere di fronte al vuoto e all’ipocrisia dell’esistenza.
Ma ne riparliamo.

 

 

* “Il premio Nobel del 1972 riportò la Germania nel “consesso civile delle Nazioni”.

** Raccolti in Visto di transito, Edizioni studio tesi, 1994.