Archivio di February 2005

Come un romanzo

Friday 25 February 2005
“Un vecchio assassino è in fuga, tallonato dalle auto della polizia, e precipita nel fiume. La camera lo segue mentre scende giù nelle acque, lasciandolo mentre annega, per sostare sui resti dell’auto adagiati sul fondo: le forme moderne della vettura si trasformano gradualmente in antichi rottami. E quando la camera riemerge dal fiume ci ritroviamo indietro, nella New York anni Trenta”.
Doveva essere questo l’inizio di C’era una volta in America, ultimo film diretto da Sergio Leone, se Ernesto Gastaldi – incaricato di scrivere il trattamento del lungometraggio – non avesse poi rinunciato, e la sceneggiatura non fosse stata scritta, com’è poi avvenuto, dallo stesso
Leone assieme a Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli, Franco Arcalli e Franco Ferrini.
Ma ciò che forse non tutti sanno riguardo a C’era una volta in America, è che la sceneggiatura del film non è un testo originale, ma nasce dall’amore di Sergio Leone per il romanzo autobiografico The Hoods pubblicato nel 1953 a firma Harry Grey. Con buona pace di chi ritiene che tutta la storia narrata nel film sia in realtà, lo svolgimento di un sogno provocato dall’oppio, del protagonista Noodles (che in italiano significa “capoccia” ma anche “spaghetti”), alias Robert De Niro.
Racconta Gastaldi che un bel giorno Leone gli fece leggere un libro di cui era entusiasta: l’autobiografia di un anziano killer ritiratosi dall’attività nei primi anni Trenta. Due settimane dopo il regista gli presentò l’autore in persona, un tranquillo signore alquanto avanti con gli anni, che raccontò amabilmente ai due cineasti di aver ucciso 29 persone con il suo rasoio. E il libro, scritto da Grey a quattro mani con la moglie e intitolato Mano armata nella versione italiana, è appunto la narrazione della sua esperienza di gangster negli anni del Proibizionismo: un lungo viaggio nella memoria, dagli anni della scuola fino alla tragica fine della sua banda, di cui facevano parte i suoi più cari amici.
Il film poi, è fedele al testo solo fino a un certo punto: ne segue lo svolgimento per la descrizione dell’infanzia dei quattro gangsters, dell’amore di Noodles per Deborah – che nel libro si chiama Dolores – e dei vaneggiamenti di Noodles nella fumeria d’oppio.
Certamente, C’era una volta in America è un vero capolavoro, e forse ha ragione chi sostiene che sia il film più bello di Sergio Leone, ma io che amo sempre più i libri dei film che ne vengono tratti, mi sono appassionata maggiormente alla storia di Grey che a quella di Leone. Se non altro perché smentisce, in buona parte, una mia convinzione sui libri autobiografici o sulle biografie in genere: ovvero il fatto che siano presuntuose. Né più né meno, mi annoiano: nella stragrande maggioranza dei casi, il tempo speso a leggere testi biografici o autobiografici non è ripagato da una narrazione davvero interessante e quasi sempre poi la scrittura è debole e priva di mordente.
La mia sensazione, di fronte alle biografie, è che prevalga negli autori la convinzione che il permesso accordato al lettore di accedere ai fatti privati del protagonista giustifichi in sé il costo del libro e il tempo che ci vuole a leggerlo. Personalmente sono convinta invece che, salvo rare eccezioni, non vi sia nulla che in un’esistenza umana giustifichi più di dieci pagine di narrazione (cartella standard – 1800 battute). E soprattutto, ho l’assoluta certezza che nessuna esistenza, colta nella sua interezza, possa essere sempre e comunque degna di essere raccontata.
Naturalmente sono disposta ad ammettere delle eccezioni.
Penso, per esempio, a Mirabilmente singolare – la biografia di Glenn Gould di Kevin Bazzana – o alla vita di Luigi Pirandello narrata da
Andrea Camilleri in Biografia del figlio cambiato, a Il tormento e l’estasi di Irving Stone (sulla vita di Michelangelo)* o ancora a Il Fuggiasco di
Massimo Carlotto, anche se quest’ultimo è un libro che mi ha convinto più per i fatti ch’esso racconta che per i suoi meriti letterari.
L’ulteriore eccezione alla regola è proprio Mano armata di Harry Grey, tradotto per Longanesi da Adriana Pellegrini negli anni 1960 e attualmente fuori catalogo.
Grey, pseudonimo di David Aaronson – anche se alcuni fonti danno come suo vero nome Harry Goldberg – sa raccontare alla stregua di uno scrittore consumato la sua storia di sopravvissuto al proibizionismo e alle lotte tra bande nella New York del Lower East Side. Con uno stile affilato come la punta del coltello di Noodles, Grey rievoca un mondo violento e spietato, senza indugiare in esaltazioni o rimpianti, descrivendo lucidamente l’ascesa della sua gang fino ai vertici della criminalità organizzata.
Ma alla ruvidezza della gangster story alterna la dolce malinconia per un amore non corrisposto, e, infine, consumato solo nello stupro della bella e capricciosa Dolores. Addirittura quando Grey rievoca, in intensi monologhi interiori, i suoi sentimenti per lei la prosa diventa poetica, struggente, romantica e il personaggio del criminale incallito acquista un’umanità dolente che spinge il lettore a parteggiare, malgrado tutto, per lui.
E poi Noodles è colto, elegante, bello, intelligente e soprattutto leale verso i suoi compagni. E se pure in ogni singola pagina del romanzo Grey esibisce il suo desiderio di emergere, di vendicarsi del padre – un uomo ai suoi occhi debole e pavido, almeno finché una rivelazione sul suo passato non lo fa ricredere -, di essere temuto e rispettato e ricco, il lettore non può sottrarsi alla speranza d’una redenzione.
Il libro termina con un finale dolceamaro, sebbene nella realtà la conclusione della vicenda per Noodless-Grey-Aaronson, sia arrivato solo diversi anni dopo. Come lo stesso ex gangster ha raccontato a Gastaldi, dopo la cessazione della sua attività criminale fuggì in Florida, dove si rifece una vita tranquilla ed onesta, fino a quando, molti anni dopo, non gli arrivò una telefonata dalla mafia che esigeva il risarcimento d’un suo debito. Gli fu spiegato che doveva tornare a New York per uccidere un membro del congresso americano. Grey non poté rifiutare e così eliminò il senatore, ma poi fuggì e simulò di essersi tolto la vita gettandosi con la sua auto nel fiume Hudson: riappropriandosi così di una pace che aveva cercato di raggiungere fin da quando era un membro di una gang e si faceva largo nel mondo con la lama del suo coltello: “mi sentivo al sicuro e in pace. Sì, la pace è meravigliosa”.
Ecco, se hai una storia così a disposizione, e sai raccontarla al lettore, hai tutto il diritto di scrivere una biografia, questo è ciò che penso. Anche se a ben vedere, poi finisce che viene fuori un romanzo vero.

 

 

 

 


* Irving Stone è anche l’autore di un altro meraviglioso romanzo biografico: Vortici di gloria che racconta la vita di Camille Pissaro, uno dei pittori più importanti del movimento impressionista. Ripercorrendo la vicenda umana ed artistica del “visionario riflessivo”, come venne definito dai critici Pissarro, Stone disegna un magnifico e a volte dolente affresco dell’intero movimento pittorico che ha sconvolto il mondo dell’arte sul finire dell’800, intrecciando la storia di Pissarro con quella dei maggiori (e anche minori) esponenti dell’Impressionismo francese, da Monet a Degas, da Renoir a Cézanne a Sisley, e a quella di quanti (scrittori, mercanti d’arte, commercianti, osti, amanti e modelle) gravitarono intorno al movimento.

 

Tender is the night (a Manhattan)

Wednesday 16 February 2005

Superato (indenne) San Valentino, parliamo d’amore

A quindici anni l’amore è quello che Fitzgerald in Tenera è la notte definisce “una folle sommersione nell’anima”. Sembra mischiato all’aria in un misto di languore e tormento. Morire un po’ per ogni addio, e struggersi su Cole Porter. Così, per i libri letti e il jazz vissuto sulla pelle, c’è l’assoluta certezza che baciarsi a New York sia un’esperienza unica.
Sarà per le luci della città che contendono il primato agli astri, o magari per il celebrato profilo dei grattacieli; e anche se è tutto già sentito in altri posti o letto in molte pagine, fa sempre effetto. Un terribile, bellissimo effetto.
D’altronde è difficile essere originali dopo che è stato detto, scritto e raccontato tutto. E poi non conta, perché ogni volta che: “E’ difficile star qui così vicino a te e non baciarti.” – e subito dopo, solo il tempo di chiudere gli occhi – “Dio mio, sei straordinaria da baciare”, è sempre la prima volta.

A (quasi) trenta l’amore, può essere anche altro.
Come scendere dalle montagne russe per addentrarsi nel tunnel degli specchi. Nessun sottointeso, romanticismo misto a sensualità, seduzione esplicita. Sesso. Ed ancora New York. Spariscono i grattacieli; le luci invece sono sempre quelle, ed anche gli astri naturalmente, solo che adesso si cerca la penombra. Vino rosso, un ballo stretti su un parquet di legno scuro, le note calde e voluttuose di Billie Holiday in Sophisticated lady. E un altro libro: Kissing in Manhattan di David Schickler.

In Baciarsi a Manhattan, il titolo nella traduzione italiana, di amore ce n’è parecchio, quello da trentenni però, un po’ oscuro, molto sensuale, intensamente carnale. Spesso è nascosto tra le righe, ha forme strane, è oppresso dalla solitudine, dal dolore rabbioso e dalla violenza, ma è comunque presente.
C’è un personaggio nel libro, con una storia drammatica alle spalle, basti sapere che se ne va in giro con una pistola nella giacca, che ha un profondo amore per le donne. Non è un casanova, o un playboy da strapazzo, è un bellissimo trentenne in carriera, molto ricco, con un profondo senso del peccato e della religione, e riamato a sua volte dalle donne. Lui le seduce, le porta a cena, eccita i loro sensi, poi le conduce a casa sua e li le spoglia e le lascia un’ora intera davanti allo specchio perché si guardino, perché vedano quanto sono belle, perché riescano a cogliere nella loro immagine riflessa quello che vede lui. Poi le riaccompagna a casa senza nemmeno toccarle. Il motivo, se v’interessa, lo scoprirete leggendo il libro.
Quello che conta adesso, è stabilire che anche questa è una forma d’amore: l’erotismo, la violenza appena esibita (ve l’ho detto che lui le lega?), il piacere di desiderare qualcuno e volere condividere questo desiderio. Quale donna non vorrebbe essere oggetto di una tale passione? Esistono momenti e posti e situazioni in cui, finalmente, cedere e farsi amare, concupire, possedere. Dimenticarsi l’anima per un po’, c’è sempre tempo per quella, e mandare avanti il corpo.
Ci sono, poi, un ragazzo ed una ragazza, fatti per stare insieme, che si incontrano e non si separano più, altri si lasciano invece; pagine dopo, troviamo una vecchia coppia e il loro rituale, due pietre magiche e un vecchio ascensore, un Otis il più vecchio di New York, di quelli che non se ne fanno più, e molto altro, a ricordare che la vita può essere assurda e per non morirne bisogna accettarla.      
Schickler ha scritto un libro che è la realizzazione editoriale del due per uno da supermercato: è, allo stesso tempo, una raccolta di racconti ed un romanzo.
Infatti, le dieci storie che compongono la raccolta, autosufficienti se prese singolarmente, rientrano poi in una trama più complessa che le riunisce tutte e il cui senso si scopre solo alla fine dell’ultimo racconto.
Funziona un po’ come i polittici del Rinascimento, che attraverso una serie di tele separate, ognuna indipendente dalle altre, offrono una visione univoca sul tema che tutte insieme raffigurano. I protagonisti dei vari racconti entrano ed escono da ogni storia, come ospiti di un piano d’albergo con le camere comunicanti e si incontrano per caso, o sono amici da anni, sono semplici conoscenti o hanno amicizie in comune, oppure trascorrono insieme solo una notte e poi si rivedono alla fine della fiera, che è anche la fine dell’anno in cui si svolgono le varie vicende. E se per alcuni è la fine di qualcosa, per altri l’inizio di altro.
Ma quello che li accomuna, oltre il destino, è il Preemption un vecchio edifico di Manhattan, (con l’ascensore di cui sopra), di quelli con le grolle e le cariatidi sui cornicioni, che fanno tanto vecchia Europa. Ognuno di loro abita lì, oppure conosce qualcuno che ci vive o, ancora, ci è capitato per caso: qualunque sia il rapporto di ognuno col palazzo state pur certi che sono quelle mura a muovere la storia.
E ad un certo punto tutto si tinge di gotico e di oscuro: arriva anche Satana a intorbidire le acque, o meglio si sente la sua puzza di zolfo (non dimentichiamoci che uno dei protagonisti gira armato e lega le sue donne). Eppure anche lì c’è l’amore. Un amore diverso, vedrete, ma c’è. E infine New York: magica, bizzarra, stravagante, cupa, irreale, enigmatica e sexy.
Chi non ama New York? Schickler descrive una sorta di piccola corte medievale, molti sono i richiami al passato remoto e al senso del misterioso tipico dell’età di mezzo, e gioca con il lettore a costruire il suo puzzle pagina dopo pagina, con uno stile fresco ed elegante, patinato a volte, e sempre sapientemente curato. E dire che Baciarsi a Manhattan è la sua opera prima.
Poco più che trentenne, infatti, entra nel monde letterario dalla porta d’ingresso: nel 2000 appare sul glorioso New Yorker il racconto The smoker*, (il settimo della raccolta), cui seguiranno tutti gli altri prima di essere riuniti in Kissing in Manhattan nel 2001.

Perché dovreste leggere questo libro? Perché i suoi personaggi sono uomini e donne in cerca di qualcosa, (amore? Io credo di si, ve l’ho detto), e fanno esattamente quello che fa ognuno di noi ogni giorno che viene sulla terra: provano ad essere felici. Qualunque sia il modo per riuscire ad esserlo: come dice Patrick, quello che sequestra le sue donne, cercando di spiegare le sue motiviazioni: “Perchè […]? Bene, per rispondervi in tutta onestà, come cazzo faccio a saperlo? Io vi sto solo raccontando come funziona per me, che cosa mi impedisce di infilarmi una pallottola nel cuore.”


A sfumare Caroline Keikki Mingus di
Charles Mingus

*
Il racconto è stato adatto per un film diretto da Richard Linklater, il regista di The School of Rock e Prima del tramonto, ed interpretato da Natalie Portman e Owen Wilson.

Kiss

Monday 14 February 2005

Quando due baci si baciano, sono come due tigri che coi denti parlano all’infinito.”
Tess Gallagher

i vizi della virtù

Monday 14 February 2005

Vado fuori tema – visto che oggi è la giornata dedicata all’amore – e divago sull’amicizia.

Se proprio volessi passare dall’uno all’altro di questi sentimenti senza ricorre all’olimpionico salto di palo in frasca, potrei citare i versi di Aleksandr Puskin nell’Eugenio Onegin – Io vi ho amato così sinceramente, così teneramente / come Dio vi conceda di essere amata da un altro – in cui l’autore riunisce i suoi temi più cari e li fa convergere, fondendo l’amicizia nell’amore. Ma mi astengo dal cimentarmi in un tale sfoggio di erudizione e quindi procedo come mi pare.

Quella che m’interessa è in particolare l’amicizia virile.
Il rapporto di lealtà, fiducia ed affetto che unisce due (a volte più) uomini,  è uno dei topoi classici della letteratura, e penso – per esempio – ad Achille e Patroclo nell’Iliade, sebbene le implicazioni omosessuali della loro storia siano troppo evidenti per parlare di amicizia e basta. Quindi lasciamo stare Omero e ricominciamo.
Penso allora, ad un brano del Factorum et dictorum memorabilium di Valerio Massimo, retore del I secolo d.C. (ho fatto il liceo scientifico e a qualcosa tutte quelle ore di latino devono pur servire) – una sorta di raccolta di aneddoti curiosi usati come exempla di vizi e virtù destinato all’uso delle scuole di retorica – in cui l’autore latino racconta del rapporto che lega Lucio Regino (tribuno della plebe) e Quinto Servilio Cepione (il proconsole accusato di aver provocato la sconfitta dei romani ad opera dei Cimbri e dei Teutoni), elogiando la lealtà del primo che, per salvare l’amico dal carcere, lo fa liberare e condivide con lui la vergogna dell’esilio: “se fosse giudicato in base alla lealtà con cui occorre compiere un pubblico ufficio, dovrebbe essere aspramente colpito dagli strali infamanti dei posteri; ma se lo si valutasse sulla scorta del pegno di amicizia da lui fedelmente rispettato, dovrebbe esser lasciato al sicuro nell’ottimo porto di una lodevole consapevolezza”.
Sempre per restare nella letteratura romana, penso al dialogo Laelius de amicitia di Cicerone, scritto all’indomani dell’assassinio di Cesare, che al di là dei risvolti politici, è soprattutto l’opera di un uomo che scrive ad un amico carissimo (Attico) dopo una vita di intimità (l‘amicizia non è altro che un’intesa sul divino e sull’umano congiunta a un profondo affetto).
E poi ai Sonetti di William Shakespeare dedicati al misterioso fair friend: “se in quel mentre di te mi sovviene, amico mio caro, / Vien ristorata ogni perdita, ogni tristezza svanisce”; o a I Mandarini di Simone de Beauvoir su un’amicizia interrotta e poi ripresa; e ancora a Federico García Lorca, Herman Hesse, Fred Uhlman
Ci sono secoli e secoli di pagine su questo sentimento profondo e slegato dal sesso e dall’interesse, gli stimoli più suadenti per l’uomo, eppure le cose migliori sull’amicizia virile sono quelle scritte da Raymond Chandler ne Il lungo addio, romanzo struggente e terribilmente romantico – nel senso letterale del termine, quello che riporta direttamente allo sturm und drang tedesco – scritto nel 1953 e ambientato alla fine degli anni quaranta in una Los Angeles cinica e corrotta.
Ricco di tutti gli ingredienti necessari a confezionare un ottimo romanzo di genere – un delitto brutale, numerosi personaggi sospettabili, poliziotti violenti, risvolti imprevedibili – ne Il lungo addio, il movente hard-boiled della storia, si sviluppa parallelamente ad una lunga riflessione sull’amicizia, la lealtà, il vincolo della parola data, su un personale concetto di giustizia che spesso stride con quello imposto dal sistema, e sui limiti – morali, legali, etici – che l’ostinata fedeltà ad un’amicizia costringe a superare.
La voce disincantata e cinica che racconta la storia è naturalmente quella dell’investigatore privato Philip Marlowe – “un uomo migliore in un mondo peggiore”, così lo definiva Chander a beneficio di coloro che gli chiedevano se fosse un eroe – il personaggio cui l’autore deve la sua fama: scontroso, individualista, privo di ambizioni e di denaro (rischia la vita per soli venticinque dollari al giorno più le spese), generoso, rudemente romantico, capace di indignazione morale e assolutamente incorruttibile.
All’inizio della storia, Marlowe incappa nel ricco e dissoluto Terry Lennox, e d’istinto si lega a lui con una profonda amicizia che lo porterà a rischiare la galera e la vita, pur di salvarlo dall’accusa di omicidio. Quella tra Marlowe e Lennox è un’amicizia forse lontana da quella celebrata da Cicerone che esige la presenza di virtus e probitas nel legame tra due amici: l’investigatore mente, nasconde fatti importanti alla polizia e viola la legge per aiutare l’amico, ma è sicuramente molto umana e appassionata, come solo il sentimento di un uomo che ha rifiutato di scendere a compromessi con la vita, può essere.
Per quanto lo sguardo di Chandler sul mondo sia sempre pessimista – chi è onesto è destinato a restare un perdente, la ricchezza è senz’anima, l’unico scopo che muove gli uomini è l’interesse economico – ne Il lungo addio, Marlowe cede al sentimentalismo e si fida di uno sconosciuto, totalmente, fino all’epilogo straziante in cui, pure di fronte all’evidenza tradimento, sarebbe disposto a perdonare, se solo Terry tornasse indietro: “Desideravo forse che si fermasse, improvvisamente, e si voltasse e tornasse indietro a parlarmi, a scacciare da me l’amarezza che provavo? Bene non lo fece. E non lo vidi mai più.”
Chandler, anche il questo romanzo, non abbandona la sua caratteristica scrittura ironica e sarcastica fino a diventare corrosiva, né le metafore amare tipiche dei racconti di Marlowe, e mai una volta, la parabola sentimentale tra l’investigatore e l’avventuriero, rallenta il ritmo della narrazione o s’intromette nella rappresentazione del lato oscuro della violenza che l’autore compie in ogni sua pagina.
Eppure Il lungo addio è un romanzo meravigliosamente struggente ed intriso di un’umanità così dolente, che il lettore non può evitare di entrare in empatia con il protagonista.
Questa è una scelta ben precisa di Chandler, e ne troviamo un’anticipazione in un articolo apparso su un mensile nel 1944, in cui scrive che “nell’arte occorre sempre un principio di redenzione. Può essere pura tragedia se è alta tragedia, può essere ironia, pietà o l’aspro riso del forte. Ma sulla strada dei criminali deve camminare un uomo che non è un criminale, che non è un tarato, che non è un vigliacco.
Da qui nasce Marlowe, uomo d’onore per istinto e per l’impossibilità a corrompersi, che in questo libro si scrolla di dosso il suo cinismo e barcolla sotto il peso del dolore in seguito all’amara scoperta che il tradimento di un’amicizia può far male quanto una ferita d’amore (di più?), e che in ogni rapporto una delle due persone coinvolte, investe sempre più dell’altro, e per questo, inevitabilmente soffre.

Per essere solo un romanzo di genere mi sembra abbastanza, o no? Ma lungi da me l’idea di impelagarmi in polemiche. Ho da fare. 

Spettacolo medicinale

Thursday 10 February 2005

Con la redazione quasi dimezzata, sostenuta però da preziosi apporti esterni, è on line il numero di febbraio di Medicine Show, che da questo numero entra nell’era del colore.

Io ed il Doc vi intratterremo con una bella intervista a Wu Ming 1, il cui esordio solista, New thing, è lo spunto per un’incursione nel pianeta Wu Ming e per discutere di musica, letteratura e di letteratura che parla di musica. Mario Desiati, novello acquisto del nostro Spettaccolo medicinale, indirizza una lettera aperta a Gwen Stefani parlandole di Madonna e Britney Spears.

Il romanzo del mese è Absolute Beginners di Colin MacInnes, mentre Niccolò Borrella difende U2 e Interpool. E se Davide L. Malesi accusa Claudio Abbado di essere un serial killer e Beethoven di aver scritto un pasticcio bucolico degna dell’Arcadia, Armando Trivellini traccia un quadro poco roseo della scena musicale milanese.

Leonardo Colombati – nel suo percorso sulla musica pop nel canone letterario – parla stavolta, dell’underground newyorchese degli anni Sessanta e dai collaboratori esterni – Matteo Capobianco, Federico Platania, Francesco Gallo e Mauro Pianesi – abbiamo notizie su Franco Battiato, gli anni Settanta e Micheal Jackson. Dulcis in fundo, la rubrica Desert Island Discs si occupa di The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars di David Bowie e di The Medicine Show (prima o poi bisognava rendervi omaggio) dei Dream Syndicate.

 

Per ricevere i Supplementi del Medicine Show basta iscriversi alla Newsletter, inviando la propria richiesta a: info@medicine-show.net. Il Supplemento del numero di febbraio è “XTC: IL GIARDINO DELLE DELIZIE“.

Allo stesso indirizzo potete anche scriverci, per commentare, dissentire, polemizzare e soprattutto complimentarvi. 

New thing

Sunday 6 February 2005
Durante una jam session cui ho assistito l’anno scorso, Marcello Rosa – trombonista e compositore dotato di un formidabile swing – raccontava che negli anni della contestazione, suonare il jazz comportava il vedersi appiccicare addosso l’etichetta di fascista: lui stesso è stato addirittura aggredito da un ragazzo che evidentemente riconduceva al jazz un movente politico di matrice reazionaria.
L’idea che esistano, a più livelli, connessioni tra jazz e politica, in cui il jazz possa essere, quasi, un veicolo per messaggi d’ordine ideologico è presente anche in New thing, il primo romanzo solista di Wu Ming 1, che ripercorre la storia del movimento nero per l’emancipazione, alla fine degli anni ’60, mescolando storia e finzione. A ben guardare però, i personaggi, sembrano condurre la loro vita senza alcun sentore della reciproca influenza, tra la rivolta che infiamma gli animi e la musica che l’accompagna: è solo musica. E’ il free jazz, la nuova cosa spuntata fuori dalle mani (e dal cuore, e dal cervello) di Albert Ayler, Archie Shepp e soprattutto, di John Coltrane.
E può sembrare un paradosso che, negli stessi anni, il jazz venisse considerato “musica fascista” in un luogo e “musica di contestazione” in un altro, sia pure con un oceano di mezzo; d’altronde, swing e new thing sono diversi come il giorno e la notte. Tornando al romanzo, personalmente, vi ho colto la possibilità di fruire di una narrazione, per così dire, “su tre livelli”.
Primo.
Si può leggere New Thing come un thriller (incentrato sulla figura di un serial killer con la fissazione dei jazzisti d’avanguardia). Questo a dire il vero non offre spunti particolarmente originali (salvo la sapiente orchestrazione dell’autore, che sceglie di “sparire” dalla pagina, raccontando la storia attraverso le testimonianze dei protagonisti montate come per un documentario). Seguendo lo schema tipico del romanzo criminale, la trama di New Thing si sviluppa intorno ad una serie di minacciosi eventi che turbano la routine di una comunità; e a seguito di un’indagine il colpevole viene scoperto e l’ordine costituito ripristinato. Si può leggere il libro per sapere come va a finire e scoprire chi è l’assassino, ma questo, a mio parere, è l’approccio al romanzo meno interessante. Alla conclusione del thriller ci si arriva, non per deduzione logica di un abile detective, ma quasi per caso.
Secondo.
Potete scavare al di sotto della trama e farvi spazio all’interno di una struttura ellittica che ricorda quella di un reportage, o di un’inchiesta, su un periodo storico di grande fermento sociale e politico. A leggerlo così, potete anche fregarvene del plot. Perché come i musicisti della New thing, volevano esprimere ciò che essi sentivano e immaginavano, prescindendo da qualsiasi schema armonico o strutture ritmiche, così Wu Ming I, mescola le carte, le voci, i bisbigli, i fatti. Aprite una pagina a caso e godetevi la scena: ci sarà sempre qualcuno che parla, che vi dice la sua. Sono i personaggi: la compagna di uno dei giovani uccisi, un giardiniere con la passione per il jazz, il direttore del quotidiano locale, un musicista e la critica musicale Sonia Langmut, le cui registrazioni fatte col butuba, costituiscono il fil rouge della narrazione.
Ognuno di loro sembra sfilare davanti alle telecamere di un intervistatore fuori campo: intervengono per raccontare il proprio punto di vista su quanto è accaduto quarant’anni prima (l’arco temporale della storia è dilatato) e le loro voci si sovrappongono, si contraddicono, rimandano una all’altra, integrano i documenti usati per la ricostruzione della faccenda (articoli di giornale, rapporti di polizia, testimonianze, confessioni) e se, all’inizio, sembrano seguire percorsi differenti e asincroni, sul finale tutti i nodi si sciolgono e ogni cosa acquisisce la giusta prospettiva E, naturalmente, la molteplicità delle voci fa sì che di carne al fuoco ve ne sia in abbondanza.
C’è il movimento delle Black Panthers, le rivendicazioni dei neri in un’età di feroce discriminazione sociale e di povertà economica.
Ci sono i complotti dell’FBI e dell’establishment governativo.
C’è la musica naturalmente.
Ma è ciò che succede sullo sfondo in cui si muovono i personaggi a imprimere carattere e originalità al romanzo: è l’atmosfera evocata dall’autore, ad agire come il motore primo della narrazione. Che sia dipinto da un tono lirico o, invece, colloquiale; che segua la cadenza del ritmo musicale o che si avvicini piuttosto, allo svolgimento di un vero e proprio flusso di coscienza, è il setting il vero protagonista di questo libro. E la sensazione, alla fine, è che il libro sia stato pensato, meditato, studiato, tanto da acquisire una straordinaria naturalezza. Ancora una cosa.
E siamo giunti al terzo punto.
Potete scegliere di leggere unicamente i monologhi di, John Coltrane, l’uomo dei fantasmi, che da soli valgono il prezzo del libro (almeno dal mio punto di vista). Sono le parole di un uomo che sta per morire per aver troppo vissuto. Nell’evocazione dei suoi ricordi e nella ricostruzione di frammenti della sua vita, si scende (o si sale?) nel poetico. Quasi un’esitazione tra suono e senso, come diceva Verlaine.
[Da Medicine Show di Gennaio]