Archivio di March 2005

Senso

Monday 28 March 2005

“Baciami, mordimi, incendiami… io vivo sulla Terra solo per il naufragio dei miei occhi nell’acqua infinita dei tuoi”.

(Pablo Neruda)

Ho visto di meglio alla radio

Monday 21 March 2005

Medicine Show

Con una dimostrazione del più becero clientelismo, segnalo – a chi ancora non lo sapesse, pochi visto il battage mediatico che l’ha preceduta (e seguita) – l’uscita per Mondadori di Con le peggiori Intenzioni, il primo romanzo di Alessandro Piperno, uno dei redattori di Medicine Show: salutato da più parti come un grande romanzo con qualcosa di Bellow, qualcosa di Roth, qualcosa di Capote e qualcosa di Proust(!). Io non l’ho ancora letto, quindi non garantisco, ma lo farò.
Per non farsi mancare nulla, questa sera, il solito Piperno, accompagnato da Leonardo Colombati, sarà ospite di Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni nella trasmissione 8 e 1/2 in onda su La 7. Si parlerà ovviamente del suo romanzo.
Martedì 22 febbraio alle ore 9, alle 10 e alle h 22:30, la Radio svizzera RTSI 2 trasmetterà un’intervista al nostro Doc ad opera di Giuseppe Genna e Franco Brevini, all’interno della trasmissione Laser, che si occupa del rapporto fra blog e letteratura. Interverranno Giulio Mozzi, Loredana Lipperini. Si parlerà, naturalmente, anche di MEDICINE SHOW.
iQuindici
Sempre martedì 22 febbraio alle ore 22, presso la “Taberna” di Roma, vicolo della Campana 5, il collettivo Ellittico ospita nel loro reading mensile iQuindici, i lettori residenti della Wu Ming foundation. Interverranno alcuni autori pubblicati su INCIQUID – la rivista del gruppo – che leggeranno se stessi.

Venerdì 25 febbraio alle 18,30 presso le Messaggerie Musicali di via del Corso 472, ci sarà la presentazione di Casseur, il romanzo della giovanissima Valeria Brignani, ultima scoperta dei 15, edito dalla Gaffi Editore. Interverranno Er Piotta e Giada Valdannini.

 

Tutto in una notte

Saturday 19 March 2005

Nella vita ci vuole tempismo: dal momento in cui metti piede sulla terra devi imparare a cogliere l’attimo. Supponi che tu sia nato all’inizio del ‘900 e che decida di scrivere romanzi (e racconti) che oscillano dalle tinte gialle alle sfumature di nero in cui, per di più, non spargi molto sangue: hai sbagliato tutto. Ti ritrovi a combattere contro Van Dine, Chandler, Hammett e ti devi difendere anche da Cain. Non importa quanto tu sia bravo, è solo una questione di tempo. Penso a queste cose ogni volta che leggo un libro di Cornell Woolrich: si è trovato a scrivere proprio nel momento del passaggio di consegne dal giallo al noir e né l’una né l’altra delle definizioni calzano come un guanto ai suoi libri. Quello di Woolrich è un mondo a sé. In realtà, ai suoi tempi il successo gli arrise anche, per un certo periodo: tant’è che solo tra il 1942 e il 1950 furono girati quindici film su soggetti tratti dalle sue opere, oltre ai numerosi radiodrammi, come quello indimenticabile basato su Sipario nero ed interpretato da Cary Grant. Addirittura Hitchcock utilizzò un suo romanzo breve per la sceneggiatura de La finestra sul cortile. Ma poi fu dimenticato per decenni e quando è morto nel 1968, nessuno si ricordava di lui: era inviso agli editori, emarginato per via della sua omosessualità (sebbene mai esibita), non partecipava a festival cinematografici, non riceveva premi letterari. C’è poi il fatto che Woolrich ha scelto di usare pseudonimi diversi (William Irish e George Hopley) per la sua vasta produzione, probabilmente per aggirare il problema dell’esclusività dei diritti ma anche per una sua forma di pudore, credo. Woolrich era come uno dei suoi personaggi, schivo, tormentato, maledetto tanto che accanto al corpo senza vita nella sua stanza d’albergo, in mezzo ad un cimitero di bottiglie vuote, è stato ritrovato il manoscritto (incompleto) della sua autobiografia che non poteva intitolarsi altro che The Loser: «Ero nato per restare solo, e mi piaceva così». Eppure è uno scrittore immenso, ma non lo sapeva. O forse lo sapeva e (anche) per questo soffriva. Woolrich è il poeta delle ombre: le sue storie sono sempre dominate da una soffusa luce crepuscolare che riflette il mondo interiore dei suoi personaggi, non racconta di detective e delinquenti incalliti, di organizzazioni criminali o poliziotti corrotti, ma indaga le angosce e i complicati problemi degli esseri umani, fragili, ossessionati dai propri incubi e vittime di forze più grandi di loro. La violenza viene sostituita dal tormento viscerale di uomini e donne che combattono contro la tragica fatalità della vita e spesso soccombono, come in Manhattan love song scritto nel 1932: una cupa storia di passione e morte dal titolo meraviglioso. Il suo romanzo più bello, per me, è Si parte alle sei scritto nel 1944, con il titolo originale di Deadline at dawn. Naturalmente al centro della storia (che non racconterò) c’è un omicidio, ma qui gli schemi classici del romanzo di suspense vengono capovolti (e stravolti) ancora di più perché ad indagare non è la polizia, ma due giovani ragazzi – Bricky e Quinn – invischiati in un gioco più grande di loro, e la ricostruzione della vicenda poi, non procede secondo il filo logico dell’indagine ma va avanti per esclusione e vicoli ciechi (che offrono squarci su vite squallide e disperate) e quello che conta è soltanto che i due giovani riescano a salvarsi. Tutto si svolge nell’arco di cinque concitatissime ore in una notte a New York dove più dell’assassino è la città a far paura: un mostro tentacolare che strangola i suoi cittadini e attira uomini e donne in cerca di una chance, fortuna e successo per poi abbandonarli nella disillusione. La cosa importante è sfuggirle e non soccombere al fallimento. Un aspetto particolare della narrazione di Woolrich in Si parte alle sei è il ruolo che  riserva all’amore. Nella maggioranza dei suoi romanzi l’amore è un sentimento illusorio, dominato quasi sempre da forti passioni carnali, che prima offre il miraggio della felicità e si pone come rifugio dai mali del mondo e poi svanisce o si incrina gettando gli amanti nella disperazione. In Si parte alle sei invece, l’amore nasce poco a poco, è più una “corrispondenza di amorosi sensi” dolce, tenero basato sulla fiducia e sulla condivisione di un destino avverso. Bricky e Quinn si trovano per caso – il crudele motore di ogni esistenza – e cercano di salvarsi a vicenda. Cominciano ad amarsi senza dirselo e sperano di riuscire a farcela nonostante tutto. La scrittura di Woolrich che è sempre poetica e costruita su una scelta delle parole – rispettata anche nelle traduzioni italiane – che evoca atmosfere notturne, tocca in questo romanzo vette d’inaspettato lirismo. Alla prosa struggente e dura ad un tempo, unisce la grande capacità tecnica (e narrativa) di gestire una trama – a suo modo semplice – che si snoda però in percorsi inediti nutrendosi di atmosfere ombrose e delle paure dei suoi personaggi. A dominare la scena sono New York, dipinta come una matrigna malevola e i sentimenti ossessivi di Bricky e Quinn che cercano di resistere alla rassegnazione e alla rovina. Woolrich – l’ho già detto – è come uno dei suoi personaggi: per tutta la vita – tormentato, inquieto, disperato – ha cercato di sottrarsi al destino e all’oblio. «Stavo solo cercando di ingannare la morte. Stavo solo cercando di vincere per un poco l’oscurità che, per tutta la mia vita, sapevo sarebbe sicuramente calata su di me, un giorno o l’ altro, per annullarmi. Stavo soltanto cercando di rimanere vivo un po’ più a lungo, dopo che me ne fossi andato. Rimanere nella luce, essere ancora un poco oltre il mio tempo con i vivi.» C’è voluto un po’ ma c’è riuscito. E’ solo una questione di tempo.

Medicine show again

Thursday 17 March 2005

rivista musicale gratuita scritta da Niccolò Borella, Leonardo Colombati,

Alessandro Piperno, Armando Trivellini e Bernardino Sassoli
  
Anche per questo mese è fatta: è on line il numero di Marzo di Medicine Show. Parliamo di Bruce Springsteen e del suo ultimo album “Devils & Dust”; Bernardino Sassoli recensisce “Seventeen Seconds” dei Cure per la rubrica Desert Island Disc, mentre in Sparate sul pianista Davide L. Malesi ci parla di Oldfield. Il Doc ci porta a Cuba, mentre Leonardo Colombati ci conduce prima a San Francisco nel 1967 e poi nell’ultimo concerto romano degli U2 in occasione del concerto che terranno allo Stadio Olimpico il prossimo luglio. Salvatore Di Taranto si oppone alla morte del rock ‘n roll con la musica di Lester Bangs e Armando Trivellini introduce Bright Eyes, la “nuova meraviglia” americana. Per la rubrica “I libri di Mrs. Hills”, recensisco “La dura spina”, il bellissimo romanzo di Renzo Rosso pubblicato nel 1963 e Alberto Ragni dipinge un delicato ritratto di Vince Guaraldi, “il jazzista dei Peanuts”. Marco Candida si confronta con Drupi e Livio Romano scrive di Sergio Caputo.
Per ricevere i Supplementi del Medicine Show basta iscriversi alla Newsletter, inviando la propria richiesta a: info@medicine-show.net. Il Supplemento del numero di febbraio è è sui Velvet Underground & Nico.

Allo stesso indirizzo potete anche scriverci, per commentare, dissentire, polemizzare e soprattutto complimentarvi. 

Preliminaria

Wednesday 16 March 2005

“Andrò dappertutto e vedrò tutto. Conoscerò tutta la gente che potrò conoscere. Penserò tutti i pensieri, proverò tutte le emozioni di cui sono capace, e scriverò, scriverò, scriverò.”

Thomas Wolfe

Raccontami una storia

Saturday 12 March 2005

I detrattori del racconto – inteso come forma narrativa – obiettano quasi sempre che la (relativa) brevità del testo non consente al lettore di identificarsi con il personaggio e di entrare nella storia: sembrerebbe che “proprio quando uno comincia finalmente a capirla (la storia intendo), quella finisce”. A parte l’opinabilità della questione della necessaria identificazione tra lettore e personaggio (quanti – ad esempio – si sono identificati in Ripley? Al massimo hanno parteggiato per lui o ne hanno ammirato il genio criminale, ma non credo che qualcuno abbia subito un transfert a meno di essere un potenziale assassino), e della palese contraddizione tra l’attuale tendenza consumistica della letteratura usa e getta e il bisogno di leggere solo storie lunghe: io dico che molto dipende da chi è l’autore del racconto e dalla capacità di astrazione del lettore, che detto tra noi, dovrebbe preoccuparsi di ben altre cose quando legge un testo, più che della sua lunghezza, ma tant’è. Peraltro mi viene in mente – riguarda alla brevità e alla concisione – ciò che diceva Nietzsche:”la mia ambizione è dire in dieci frasi quello che chiunque altro dice in un libro.” E poi comunque, ci sono racconti che in realtà sono romanzi brevi (molti dei racconti di Flannery O’Connor sono densi di avvenimenti, situazioni e spunti di riflessione, più di molti romanzi lunghissimi che parlano di niente e sul niente); altri che hanno il respiro di una grande storia (penso a Primo maggio di Fitzgerald contenuto nella raccolta I racconti dell’età del jazz, che è lungo quasi 80 pagine) ed altri ancora sono così perfetti nell’economia della loro struttura narrativa da riuscire a superare le ambizioni architettoniche di qualsiasi romanzo (come nel caso de la Ragazza dagli occhi d’argento di Dashiell Hammett o della Dama di picche di Puskin). Se dovessi convincere chi sostiene la superiorità del romanzo sul racconto a passare il guado, giocherei sporco e gli darei da leggere Canto della neve silenziosa di Hubert Selby jr, una bellissima raccolta di racconti talmente ispirata e commovente da non temere confronti con alcun romanzo. C’è da tenere in conto anche il fatto che le raccolte vanno considerate nel loro insieme, soprattutto quelle di scrittori americani, che di solito le cose le fanno per bene e non riuniscono i testi a caso solo per fare numero. I racconti vengono selezionati (se non scritti apposta) per riuscire a dare una visione globale del mondo o di una sua parte. Così dopo che sei arrivato alla fine, scopri che tutti insieme ti hanno raccontato un’unica grande storia. Certo le devi saper scegliere le raccolte. Ecco se scegli Hubert Selby Jr e il suo Canto della neve silenziosa vai sul sicuro.

Song of the silent snow – questo, il bellissimo titolo in inglese, mentre l’efficace tradizione italiana è di Veraldi (e si sente) – è una raccolta di quindici racconti, scritti nel corso di vent’anni e riuniti in una silloge nel 1986, che nascono e muoiono a New York: la città amata ed odiata dall’autore, che ripeteva spesso di non sentirsi americano ma newyorkese, anzi “di Brooklyn”. Le quindici storie hanno tutte per protagonista Harry (ogni volta un Harry diverso): un “tipo umano” attraverso il quale Selby descrive la quotidianità di un uomo qualunque in una città enorme e tentacolare come New York. Che racconti di un vecchio che scopre di essere rinchiuso in un ospedale psichiatrico, di una lotta tra ragazzini, di un amore (platonico) sbocciato in una fermata della metropolitana o dell’ossessione di emergere che frustra un rappresentante nello spietato mondo dei venditori, quello che Selby mette in scena per noi sulla carta è sempre la rappresentazione di quegli inevitabili momenti di smarrimento e violenza che tutti abbiamo affrontato almeno una volta nella vita. Anche in Canto della neve silenziosa, come nel resto delle sue opere da Ultima fermata Brooklyn a Requiem per un sogno, l’autore non denuncia, non cerca soluzioni e non chiede aiuto per i suoi personaggi – simbolo di una umanità dolente e reietta – ma si limita a puntare un faro dritto in faccia allo squallore e alla miseria umana, fotografandolo senza moralismi. New York è una città in cui è facile sentirsi soli, e con la solitudine arrivano anche la disperazione e l’ossessione e la follia e la violenza, che sono i temi classici di Selby, sottolineati da una prosa ipnotica e dalla tipica struttura basata sul discorso indiretto nel quale diluisce, senza annunciarli con la punteggiatura, i dialoghi e il flusso di coscienza dei personaggi. Ma c’è qualcosa di più: in Canto della neve silenziosa c’è la speranza e lo sguardo dell’autore sul mondo è più delicato, quasi tenero. Selby, sembra concedere alle sue storie una possibilità di lieto fine, magari nascosto sotto una candida coltre di neve, come nel meraviglioso racconto che dà il nome al libro (e lo chiude). Anche la sua scrittura semba soffusa di questo bagliore ottimista, e pur mantenendo l’abituale ruvidezza, rinuncia al suo stile rutilante e crudo per distendere i toni e concedersi delle note di colore al posto delle solite atmosfere cupe. Del resto la drammaticità delle storie raccontate in Canto della neve silenziosa, emerge da sé e non c’è più la necessità di sottolinearla con l’asprezza delle parole e delle immagini: si tratta di storie terribili perché eccezionali nella loro normalità. L’autore coglie quei momenti di comune smarrimento e li confeziona in storie crudeli, folli, violente, a volte pervase da una sottile vena ironica, eppure allo stesso tempo lievi e delicate, struggenti quasi. E dalla cupezza delle atmosfere che fanno da sfondo alle vicende, alla fine spunta inattesa una luce, una porta aperta sulla speranza che offre la possibilità di ricominciare. La stessa speranza che Selby cercava per sé ogni notte, quando prima di coricarsi, lasciava sempre una frase in sospeso, per avere un punto da cui ripartire l’indomani.

Se l’ultimo racconto della raccolta, Canto della neve silenziosa, è il più poetico e il più aperto alla speranza, il mio preferito è però il secondo, Ciao campione: una vera folgorazione. E’ una storia sull’incapacità di accettare la felicità, sull’impossibilità di credere che le cose possano girare per il verso giusto. Harry deve uscire con Rita. Lei è bellissima e lui ne è già innamorato. Vuole fare colpo su di lei, e decide di chiedere a Jack Dempsey, un noto campione di pugilato che frequenta il bar dove si reca spesso anche lui, di fingere di essere suo amico e di salutarlo proprio quando lui entrerà con Rita nel locale la sera dell’appuntamento. Selby ci confida subito che Harry è un tipo ansioso, troppo riflessivo, insicuro forse. Jack accetta e svolge a dovere la sua parte. Rita è impressionata dall’idea che Harry sia amico di un tale campione e la serata procede secondo le migliori previsioni. Parlano, mangiano, ridono, si conoscono e si piacciono, fanno l’amore e si risvegliano insieme, contenti di essersi incontrati. Forse si sono già innamorati. Decidono di rivedersi. Rita dice dover andare a trovare i suoi genitori, così si salutano ma prima di andare lei si rende conto di non avere il numero di Harry. Lui la tranquillizza e le dice che la chiamerà la sera stessa per vedersi ancora. Si lasciano con un bacio appassionato. Quando lei esce, Harry comincia a pensare – E’ andata bene la serata. Magnifica. Rita è una donna stupenda. E’ stata una grande idea quella di parlare con Dempsey…. L’ho impressionata…. Un momento se tutta la serata fosse dovuto a questo? Se fosse solo per questo che è così attratta da me? Per una bugia? Certo non è una gran bugia! E se invece tutto ciò che mi ha detto lei fosse una bugia? Magari non è vero che deve andare a pranzo dai suoi. Oppure la chiamo e stasera non la trovo. O se la trovo mi dirà un’altra bugia. Non potrei sopportarlo. Non la chiamo. Meglio risparmiarsi l’umiliazione. E’ sempre la solita storia.. – E così si preclude la possibilità di essere felice. Ha fatto tutto da solo. Per non rischiare, per non investire i propri sentimenti, per paura di soffrire ha rinunciato all’amore. Selby diceva che è la mancanza d’amore il tema di tutti i suoi libri, perché un mondo senza amore è un mondo terribile. Come dargli torto?

Naivetè

Wednesday 9 March 2005
Forse l’ho già detto, ma mi ripeto. Quando leggo un romanzo mi aspetto che mi racconti una storia: una vicenda – più o mena complessa – che abbia un inizio e una fine, e durante lo svolgimento della narrazione pretendo fatti interessanti e un solido intreccio che lo sostenga. Quello che mi piace è la sensazione di cogliere l’esistenza dei personaggi, di assistere pagina dopo pagina, allo spoglio della loro vita, attraverso gli avvenimenti più importanti che la segnano, e non è necessario che siano fatti eclatanti, mi basta che imprimano un cambiamento. Lo prevede anche lo schema classico della narrazione (che ormai seguono in pochi): un racconto, inteso nei termini generali di sviluppo di una storia, deve prevedere ad un certo punto una situazione di conflitto che modifica il percorso di vita dei personaggi, per poi giungere allo scioglimento (lieto o drammatico) della situazione. Per di più, pur non amando molto Italo Calvino, a parte la passione sfrenata per Il barone rampante, sottoscrivo in pieno la sua dichiarazione d’intenti in cui afferma che “Solo quando mi verrà naturale d’usare il verbo scrivere all’impersonale potrò sperare che attraverso di me s’esprima qualcosa di meno limitato che l’individualità d’un singolo.1” Noi, io e Calvino intendo, in pratica diciamo basta all’autoreferenzialità. Questo in linea di massima. Poi capita di leggere (raramente comunque) racconti o romanzi che smentiscono l’assioma generale – ora per uno stile impeccabile che prevale sulla narrazione, ora per l’idea sui cui si basano, oppure per l’abilità dell’autore immergere totalmente il lettore nella pagina – e accetto di cospargermi, momentaneamente, il capo di cenere. Per esempio cos’è Il giovane Holden, se non una breve incursione nella vita di un sedicenne polemico, indolente, ipercritico? Se dovessimo raccontarne la trama non avremmo molto da dire, eppure Salinger ha scritto un romanzo straordinario. In Italia cose del genere succedono raramente. Ma a volte accadono le epifanie. Una di queste (gocce nel mare magnum della sterile contemplazione onanistica dei fatti propri) è Giorni felici di Alberto Ragni, pubblicato da Fernandel nel 20012. Giorni felici non racconta una storia – non nel senso inteso dalla retorica almeno – e nemmeno elargisce verità assolute o profonde riflessioni sulla vita: nelle corso delle sue 127 pagine il romanzo, apre e (chiude) una finestra sulla vita di alcuni personaggi e li mostra nello scorrere delle loro esistenze. Ma procediamo con ordine. Il protagonista del romanzo è Luca, un quasi ventiseienne romagnolo, appassionato di cinema d’essai e delle poesie di Bukowsky, studente ad libitum del Dams – una “facoltà sfuggente” – in perenne conflitto con il padre che cerca di trovargli un vero lavoro e gli consiglia, intanto, di modificare la dicitura studente sulla sua carta d’identità e di sostituirla con quella di mantenuto. E così Luca si ritrova a fare il cassiere in un’agenzia ippica e a fingere di presentarsi ai colloqui che gli procura suo padre, con l’intenzione di farsi assumere davvero. Nel frattempo si innamora di Corinna un’aspirante attrice triestina che ha conosciuto, per via epistolare, tramite una rivista sul cinema discutendo de L’attimo fuggente, e che poi incontra più volte, innamorandosene perdutamente: “Lei fu l’ultima a scendere. A questo punto vi aspetterete che dica che era bellissima. Cosa posso farci, era bellissima davvero”. Ma Corinna, oltre ad avere una voce terribile al telefono, è provvista di fidanzato, tal Andrea, che “si defila ogni volta che c’è bisogna di lui” e per Luca inizia il tormento della gelosia e dell’amore non consumato. Attorno al protagonista si muove poi, un nutrito gruppo di comprimari, per lo più i clienti dell’agenzia ippica, eccentrici e stralunati, quasi tutti presentati attraverso dei bizzarri soprannomi (Manina, Testaquadra, il colonnello, lo stesso Luca ne ha uno, Falce martello, per via del Manifesto, il quotidiano, che porta sempre con sé), e solo lievemente abbozzati. L’autore, tratteggiando con brevi accenni questi personaggi, delineando vagamente le loro vite, crea nel lettore la sensazione che esista un mondo parallelo – quello delle agenzie ippiche e dei suoi scommettitori – che gli è assolutamente sconosciuto. Torna ancora una volta quella finestra che si apre e si chiude su una porzione di vita. Come quando conosci qualcuno sul treno e vi raccontate a vicenda delle cose. E poi il viaggio finisce. Perché è la vita a non essere autoconclusiva. Torniamo a Luca. C’è da dire, intanto, che il rapporto tra Luca e suo padre non è conflittuale in modo drammatico: si limitano a delle schermaglie, rimbrotti e battute di spirito. E a ben guardare, nemmeno il tormento e l’estasi d’amore per Corinna gli provoca vera afflizione: è più un sentimento tenero e delicato che una passione angosciosa e dolorosa: “Sbuffai una nuvola di fumo azzurrino. Se Corinna fosse stata lì, avrei saputo dirle qualcosa di tenero e sferzante. Oh si, l’avrei molto meravigliata, se fosse stata lì.” Luca poi non è proprio in ansia per il suo futuro, ha la sua musica, i suoi film, i suoi libri, e non ancora ventisei anni, abbiamo detto. Ed è proprio qui il bello del romanzo: Giorni felici vira decisamente verso le sfumature di grigio che colorano il mondo. Se ci pensiamo bene la nostra vita non si svolge sulle caselle di una scacchiera e non esistono solo il bianco e il nero, l’amore e l’odio, la gioia e il dolore; ma più che altro, seguitiamo a muoverci all’interno di infinite e cangianti sfumature di grigio che ci consentono di continuare a sperare, di aspettare il domani e soprattutto di vivere, nel passaggio da una casella nera ad una bianca. E Ragni ricorre ad una scrittura lieve e delicata per raccontare, con ironia e discrezione, proprio come la vita accada mentre aspettiamo di viverla. Guidandoci dentro (e poi fuori) l’esistenza di Luca, raccontandoci alcuni eventi non eclatanti della sua vita, senza seguire uno svolgimento perfettamente cronologico, l’autore non fa che evocare i piccoli avvenimenti che riempiono i giorni di ognuno di noi, e li sta a guardare, come uno spettatore attento durante una rappresentazione teatrale (la storia è narrata in prima persona e l’autore scompare nel racconto del suo personaggio, conferendogli così una deliziosa spontaneità). Lo sguardo è mite e non offre giudizi o soluzioni, né ricette. Ma il tono leggero utilizzato per dipingere un personaggio semplice, e sfaccettato allo stesso tempo, come quello di Luca, e per abbozzare le comparse che gli girano intorno – tanto stralunati da acquisire uno spessore inaspettato – non solo carpisce le immediate simpatie del lettore, con dialoghi veloci e battute ironiche e mai cattive, ma nasconde in realtà, uno sguardo lucido sulla vita, i sogni e le possibilità (volontà?) di realizzarli. Lo stile semplice e confidenziale, ma impeccabile suggerisce la netta sensazione che ogni parola usata in ogni singola frase, sia effettivamente l’unica (la più giusta) che fosse possibile scegliere. (In questo senso è uno dei romanzi più curati che io abbia letto nella narrativa italiana degli ultimi dieci anni, troppo spesso sciatta e imprecisa). Il romanzo è così solo un incantevole ritratt
o di un ragazzo come tanti, che non pretende nulla dal mondo ma aspetta costantemente che succeda qualcosa e I Giorni felici del titolo forse, sono così quelli che verranno. O si spera arriveranno.
Messaggio per i genitori: vado in treno a Bologna. Rientro tardi, tardissimo. Se qualcuno mi cerca, dite che sono malato. Se insiste, chiedetegli dove ha imparato l’educazione. Vi abbraccio, va’.
Luca
[Giorni Felici, p. 108]


[2] Sta per uscire il suo secondo romanzo, “Orchestra Tramonti”, per l’Editrice Scritturapura.

Absolute Beginners

Monday 7 March 2005
Secondo Paul Weller, Absolute beginners di Colin MacInnes, è “il libro che ha ispirato un’intera generazione”. E ha ragione da vendere. In questo romanzo autobiografico MacInnes infatti, descrive la Londra che si agita tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei favolosi ’60, quando non è ancora la Swingin’ London dei Beatles e degli Stones. I Principianti assoluti del titolo sono i teen-agers londinesi – prima delle minigonne e dei music-club – che affermano il proprio diritto a esistere e scegliere autonomamente, in polemica con la tradizione. Orde di ragazzini pieni di soldi impongono le mode e i nuovi stili musicali, e mescolandosi nei jazz club agli immigrati di colore, danno l’avvio al meltin’ pot che renderà unica l’esperienza del cosmopolitismo londinese. Il protagonista narra in prima persona e, guarda caso, si chiama Colin come l’autore, ed è anch’egli un teenager: lo seguiamo in giro per i quartieri popolari di Londra – fa il fotografo – in compagnia dei suoi amici, conoscenti, rivali, tra cui “il Mago”, un sedicenne sfruttatore di prostitute, e Suze, ragazza intraprendente e disinibita, di cui Colin sventatamente s’innamora. Colin e Suze, accecati dal desiderio di successo e di danaro, si perdono e si ritrovano a suon di musica: quella di Laurie London, Ella Fitzgerald, Billie Holiday, e dei nuovi idoli in fasce, strumentalizzati da adulti senza scrupoli per accattivarsi le simpatie del pubblico giovane. E di musica in Principianti assoluti c’è n’è a iosa; il libro viaggia a ritmo di jazz, amato dai teen-agers – prima di cedere il passo al rock‘n’roll – perché, dice Colin: “La cosa sensazionale nel mondo del jazz è questa: che nessuno si cura della classe sociale alla quale appartenete, del colore della vostra pelle, dei vostri quattrini”. Sullo sfondo, i conflitti fra bande di strada e gli scontri razziali che segnano la calda estate del 1958. MacInnes mescola in Principianti assoluti amore, musica, conflitto sociale e scontro generazionale e a volte il calderone ribolle un po’ troppo: in alcuni momenti la densità di eventi e i bruschi cambi di prospettiva rendono poco scorrevole la lettura. Ma la prosa schietta e affilata e il timbro di autenticità, che persiste anche nella traduzione italiana, riescono a sostenere efficacemente una narrazione non sempre brillante. Principianti assoluti resta comunque un romanzo importante, da leggere, più per il suo valore documentale che per quello narrativo: fondamentale se si vuole capire un’epoca gloriosa, in cui l’avvento dei teen-agers ha rovesciato le carte in tavola, anzi la tavola stessa, rispetto al prima,  quando – come scrive Arbasino – “la musica significava canzoni melodiose alla radio, con moon che rimava con June e September con remember”. Nel 1986 Julian Temple ne ha tratto un musical con David Bowie, tra gli altri interpreti. Il tema principale della colonna sonora, arrangiata dal jazzista Gil Evans,  è proprio una canzone scritta dal Duca Bianco: Absolute Beginners, un pezzo dall’atmosfera decadente per questi principianti assoluti che si sentono già traditi dalla vita.

[da Medicine-Show di febbraio] 

 

Origine is back

Sunday 6 March 2005

E’ stato finalmente aggiornato il sito di Origine: al suo buon cuore! Così si può accedere al sommario degli argomenti del numero 8 – che è ancora in alcune librerie, ma dovete essere proprio fortunati a trovarlo: è andato a ruba – e i contenuti dei numeri precedenti. In particolare da oggi è possibile consultare il pasciuto numero 6-7 che contiene – tra le altre cose – un’inchiesta di Davide L. MalesiMichele Infante sul Noir (con interventi di Sandrone Dazieri, Jacopo De Michelis, Gianni Biondillo, Raul Montanari, Enzo Fileno Carabba, Giancarlo De Cataldo, Antonella Cilento); una conversazione con Silvio Perrella su La scrittura nomade di Goffredo Parise (a cura di Salvatore Ferlita); il saggio Maschere e galatei  di Alberto Abruzzese e uno di Filippo La Porta, entrambi sulla letteratura e i libri; alcune domande rivolte a tre dei maggiori giornalisti italiani delle pagine culturali dei quotidiani: Paolo Mauri, Stefano Salis e Oliviero La Stella.

Non passa lo straniero

Friday 4 March 2005

Continuo ad essere assolutamente convinta che la letteratura (e l’arte in genere) non rendano il mondo un posto migliore. Che non cambi la vita a nessuno, nemmeno agli scrittori: solo in pochi riescono a vivere dei loro libri, lo dice bene Elmore Leonard mettendo in bocca ad uno dei suoi personaggi in Get Shorty una straordinaria battuta sull’argomento: “Gli ho chiesto che tipo di scritti fruttava di più e l’agente mi risponde: le richieste di riscatto.”

C’è stata una volta però (magari sono anche di più, ma adesso non me ne vengono in mente altre, saranno poche, ne sono certa) più di cinquant’anni fa ormai, in cui un libro – un racconto di appena quaranta pagine – ha avuto una tale forza dirompente sulle coscienze da illudere tutti che potesse contribuire a cambiare le cose. E’ magari è stato proprio così, visto come è andata a finire la Storia (quella con la esse maiuscola) dopo.

L’opera in questione è Il silenzio del mare di Vercors (nome di battaglia di Jean Bruller combattente della resistenza francese e disegnatore satirico fondatore delle Editions de Minuit): uno straordinario racconto di resistenza privata stampato clandestinamente in 350 copie nel 1942, a due anni dall’invasione tedesca della Francia; libro che De Gaulle fece poi pubblicare su carta da volantino e paracadutare in Inghilterra per diffonderne la straordinaria forza morale, probabilmente per esortare a resistere e a combattere il nemico con ogni mezzo, anche solo con il silenzio.

Successivamente Il silenzio del mare ottenne un successo tale da essere tradotto in 21 lingue e per l’Italia ne acquistò i diritti l’Einaudi – quando era ancora una grande casa editrice – affidandone la traduzione a Natalia Ginzburg. Vercors – che ha raccontato di aver avuto l’idea della storia da un suo amico che aveva ascoltato la conversazione di due soldati tedeschi in cui uno dei due ha detto qualcosa di simile a “Io abbraccio sempre il mio rivale, per soffocarlo meglio” – ha scritto uno dei più bei racconti esistenti sulla guerra (importante come La luna è tramontata di John Steinbeck) narrando la storia di due francesi, un vecchio zio e la sua giovane nipote costretti ad ospitare l’ufficiale tedesco Werner von Ebrennac, un uomo colto e gentile con il mito della cultura francese.

I due occupati decidono di opporsi a quest’invasione non rivolgendogli mai la parola, resistendo passivamente senza cedere a quella violazione della loro casa, del loro paese, della loro tranquillità con il silenzio. All’apparire dell’ufficiale Vercors fa dire al vecchio zio, che è la voce narrante della storia, gestita come un lungo ed accorato monologo: “Mia nipote aveva aperto la porta e restava in silenzio. Aveva sospinto la porta contro il muro, lei stessa si teneva accosto al muro, senza guardare nulla. lo bevevo il mio caffè, a piccoli sorsi. L’ufficiale sulla porta disse: – Prego -. Fece un piccolo saluto col capo. Parve misurare il silenzio. Poi entrò”: tutto il racconto poggia su questa brevissima scena in cui la ragazza prende una posizione e non l’abbandona fino alla fine del racconto. E’ la volontà di resistenza la protagonista della vicenda, una volontà che non cede a nessun sentimento di umana pietà. “E’ forse inumano rifiutargli l’obolo di una sola parola?” si chiede lo zio osservando l’ufficiale che giorno dopo giorno per sei lunghi mesi aspetta ansioso un solo suono che gli possa accordare comprensione, simpatia, compassione anche, ma l’ostilità sorda, silenziosa e decisa della ragazza non ha cedimenti, e riesce a soffocare persino un accenno di amore verso quell’affascinante ed appassionato invasore.

Lentamente contro questo muro di silenzio il nemico comincia a sentirsi assediato a sua volta, circondato dall’indifferenza e dall’odio dei due francesi e un profondo senso di smarrimento s’impadronisce di lui costringendolo a fare i conti con la solitudine. Ma le cose non sono così semplici e Vercors, come Steinbeck del resto, mostra l’assurdità della guerra svelando un nemico che è più vicino di quanto si possa immaginare, lo riveste di umanità, di rispetto, di cultura e fascino e lo mostra per quello che è (il più delle volte almeno): un uomo che sta dalla parte sbagliata, ma non è un mostro da distruggere. E la guerra appare così inutile perché non crea vinti né vincitori ma solo un’umanità straziata e addolorata. Solo alla fine, quando l’ufficiale sta per lasciarli, la ragazza permette al suo intimo dramma – costantemente celato dalla sua imperturbabilità esteriore, che solo talvolta s’incrina in brevi contrazioni del labbro o per degli sguardi furtivi – di palesarsi e non riesce a non dirgli addio: “ – Vi auguro la buonanotte. – Credetti che avrebbe chiuso la porta e se ne sarebbe andato. Ma no. Guardava mia nipote. La guardava. Disse, mormorò: – Addio. – Non si mosse. […] Questo si prolungò […] finché infine la ragazza mosse le labbra. Gli occhi di Werner brillarono. Udii dire: – Addio. – Bisognava averla attesa all’erta quella parola per poterla udire, ma infine la udii.”

Impedisci a qualcuno di esprimersi o lascialo fare senza dargli alcun peso e sarà come impedirgli di esistere, e così Il silenzio del mare non è solo uno straordinario esempio di prosa commossa ed affilata, con un fraseggio veloce e spezzato che sottolinea l’urgenza del tema e la vividezza dei sentimenti in gioco; né è semplicemente un racconto sulla guerra che dimostra come la lotta senza eclatanti atti di eroismo possa rivelarsi l’arma vincente anche contro i nemici più potenti (che è quel che accade ne La luna è tramontata).

Questo brevissimo racconto è soprattutto una partecipata riflessione sul bisogno di comunicazione, sulla necessità dell’uomo – qualunque uomo – di confrontarsi, parlarsi, comprendersi. Il vecchio zio e sua nipote scoprono, dietro le fattezze di un nemico profonde ragioni di comunanza, e si accorgono di quanto sia difficile odiare qualcuno che non ci ha colpito direttamente, solo per quello che rappresenta, e si trovano a fare i conti con la “differenza”, con l’altro da sé e con il dubbio se sia possibile (o meno) gettare un ponte tra due posizioni così estreme.

Nel 1947 Jean Pierre Melville volle trarre da Il silenzio del mare un film, che girò a sue spese nella stessa casa in cui Vercors aveva scritto il racconto. L’autore della storia si oppose alla realizzazione del lungometraggio convinto che un monologo così breve non potesse reggere alla trasposizione cinematografica e si rifiutò di collaborare alla sceneggiatura, ma quando ne vide l’anteprima ammise di aver avuto torto. Dal testo fu realizzato anche un adattamento teatrale scritto dallo stesso Vercors nel 1949 e messo in scena da Jean Mercure: si tratta di un atto unico in 12 quadri, l’ultimo dei quali è recitato gesti e sguardi, in totale silenzio, naturalmente.