Archivio di June 2005

Pacta sunt servanda

Tuesday 28 June 2005

Non che possa interessare a qualcuno ma sono una ragazza precisa, io. Nella catena di Sant’Antonio di cui sotto, c’era anche una domanda che non aveva a che fare con i libri, che io ho tralasciato senza intenzione di farlo, probabilmente proprio perché non mi spiegavo che legame avesse con l’oggetto della catena; ma visto che mi è stato fatto notare e che non ho nulla da nascondere in merito, provvedo ad esaudire la richiesta:

Chi vorrei essere se dovessi rinascere

Una delle cortigiane del Re sole – o anche una di quelle che descrive Balzac in un suo romanzo (sebbene non siano loro le protagoniste del libro, bensì Lucien de Rubempré il poeta delle Illusioni perdute e il misterioso e corrotto Vautrin personaggio di Papà Goriot

) senza le miserie però – perché i vestiti dell’epoca sono sontuosi e bellissimi e mi donerebbero e soprattutto perché queste donne sensuali, potenti e scaltre si divertivano parecchio, e diciamocelo, in cambio di molto poco (sebbene spesso gli uomini cui concedevano i loro favori fossero spesso poco attraenti) ottenevano un enorme potere. Mi sono sempre piaciute queste donne belle, intelligenti e volitive che hanno saputo sfruttare al meglio le loro doti (non solo erotiche) per diventare le confidenti dei potenti, loro consigliere e poi esperte di politica, economia, usando il sesso e la malìa come strumenti di dominio a corte e di sovranità indiretta, o amanti dell’arte e della cultura, riciclandosi spesso come protettrici di artisti. Trovo che un onesto opportunismo e una sincera assenza di virtù sia altamente preferibile ad una condotta ipocrita o falsamente moralista.

In alternativa mi piacerebbe essere Fernanda Pivano e non credo sia necessario spiegare perché.

Rimpalli

Sunday 26 June 2005

Vengo di nuovo chiamata in causa per una catena di Sant’Antonio via etere, stavolta sui libri, e di nuovo accetto il testimone, da Davide.

Libri della mia biblioteca

Con un rapido calcolo mi sono resa conto che posseggo un decimo dei libri che ho letto nella mia vita: per ragioni di spazio, perché costano parecchio (e sopratutto da ragazzina non potevo comprarli visto i miei ritmi di lettura, e quindi risolvevo in altro modo), e perché adesso, ho il mio bibliofilo di fiducia su cui contare.

Sistemati in dieci scaffali nella mia camera ci sono 400 libri circa: una cinquantina di classici dell’ottocento, una decina di classici latini, quasi centocinquanta libri di narrativa americana della prima metà del ‘900 e comunque raramente oltre gli anni ’60. Un bel po’ di narrativa francese (in maggioranza sempre classici dell’800), abbastanza inglese, poca tedesca, giapponese ed italiana, un po’ di più se andiamo sulla narrativa russa del ‘900. Una ventina di libri di poesia, rigorosamente non contemporanea; diversi libri d’arte (tra cui una bellissima e monumentale monografia su Monet della Taschen); un paio di libri sulla letteratura Yiddish; alcuni saggi di critica letteraria; testi di filosofia (soprattutto Nietzsche, Schopenhauer, e Hobbes); saggi sul jazz; un libro di cucina (Cuochi si diventa di Allan Bay, Feltrinelli 2004); cinque o sei libri di libri di storia (dei quali ben due sullo sbarco in Normandia); qualche saggio sulla massoneria, i rotoli di Qumran e i Templari; una decina di testi teatrali (Shakespeare su tutti naturalmente); un bellissimo saggio su Cellini (La vita violenta di Benvenuto Cellini di Ivan Arnaldi, Laterza,1986); cinque o sei libri in lingua (inglese); una trentina di libri di favole e di letteratura per ragazzi (sono particolarmente legata alle mie fiabe russe e al ciclo della Alcott su Le piccole donne che comprende oltre al primo: Piccole donne crescono, I ragazzi di Jo e Piccoli uomini).

In particolare tra tutti i miei libri spiccano: la collezione completa dei gialli di Agatha Christie, quasi tutta la collana dei “100 pagine mille lire” della Newton Compton, quasi tutti i romanzi di Fante, Fitzgerald, Fred Vargas, Dovlatov, Chandler e molti di Steinbeck e naturalmente Salinger. Non ho compreso nella conta, perché credo che li lascerò qui quando mi trasferirò altrove, i libri di Bruno Vespa che mio zio continua a regalarmi a Natale; i due libri di Bevilacqua che sempre lo stesso incauto zio mi ha regalato credendo di farmi cosa gradita cambiando autore (invece quasi quasi preferisco Vespa); gli Harmony che ho acquistato anni fa, perché non li rileggerei (tutti a parte uno, un romanzo in costume di che s’intitola La moglie del capitano, che mi è piaciuto molto, scritto benissimo e con dei dialoghi brillanti, per non parlare delle scene di sesso – poche, comunque – mai scontate né pruriginose); le varie monografie che acquistavo per ampliare la preparazione per gli esami all’università (tra cui una bellissima su La democrazia in America di Tocqueville e un saggio sulle libertà costituzionali di Haberle, perché non voglio più pensare al diritto); e l’enciclopedia per ragazzi I quindici. Soprattutto non porterò con me un libello insulso di Anthony De mello (che credo sia un gesuita scomunicato o qualcosa del genere), intitolato Messaggio per un’aquila che si crede un pollo – che riprende le sciocchezze sull’automotivazione infarcendole di riferimenti religiosi, regalatomi (e ancora mi chiedo perché) dalle mie amiche del liceo per un compleanno – e che non ho ancora bruciato per non innescare un processo che avrebbe potuto ampliarsi fino a comprendere tutti i libri di De carlo, quasi tutti i libri Minimum Fax della collana Nichel, (Parrella in testa), i romanzi dell’Allende, quelli di Coelho pur non essendo i miei (ma di mia sorella, che pure non è completamente sprovveduta in fatto di narrativa): da lettrice educata alla lettura da Fahrenheit 451, il solo pensiero di un tale falò e di quello che significherebbe, mi induce alla tolleranza.

Annotazioni: mi sono resa conto di avere meno libri scritti da donne di quanto pensassi (e ho già detto perché); ho moltissimi libri Einaudi (vecchie edizioni, della nuova non ne comprerò nemmeno uno); due soli libri di narrativa sudamericana (Eva Luna dell’Allende e Gli avvoltoi senza piume di Julio R. Ribeyro che è un racconto però) e due di narrativa spagnola (Domani nella battaglia pensa a me di Javier Mariàs e Il meglio che possa capitare a una brioche di Pablo Tusse); tutti questi libri mi sono stati in maggioranza regalati: quelli che ho comprato da sola provengono soprattutto da reminders o bancarelle dell’usato; sono tutti in ottimo stato, anche quelli riletti più volte.

L’ultimo libro che ho comprato

Suoni inauditi. L’improvvisazione nel jazz e nella vita quotidiana di Davide Sparti (Il mulino 2005)

 

e (per regalarlo) L’Ingenuita’ delle opere fallite di Hugues Pagan (Meridianozero 2005).

I libri che sto leggendo ora

Suoni inauditi. L’improvvisazione nel jazz e nella vita quotidiana e Altre inquisizioni di Borges.  

Tre libri che consiglio

Escludendo quelli di cui ho già parlato: La lettera sulla tolleranza di Locke, Una granita di caffè con panna con panna di Alessandra Lavagnino (Sellerio), Tuono a sinistra di Christopher Morley (che non è mio, ma lo caldeggio vivamente)

Cinque blogger a cui passo il testimone

a: Leonardo Colombati (per ricambiare il favore); Glenn63 (perché compra una marea di libri ogni settimana e qualcosa mi dice che non li legga tutti); Marco (perché sono sicura di sapere cosa risponderà); Marsilioblack (perché m’incuriosisce la biblioteca di un editore); Speraben (perché mi ha fatto scoprire Ambrose G. Bierce); e naturalmente a chiunque passi di qui e voglia farci sapere qualcosa dei suoi gusti libreschi.

L’Orchestra Tramonti in tournée

Saturday 25 June 2005

Oggi alle 18.00 presso la libreria “Profumi per la Mente” di Asti, Alberto Ragni presenterà il suo secondo romanzo Orchestra Tramonti (Scritturapura 2005). Se siete di quelle parti o siete di passaggio e per caso (va bene anche se avete un valido motivo per esserci), o se cercate un modo di trascorrere il sabato pomeriggio, passate di lì e ascoltate l’autore leggere brani del libro e non ve ne pentirete. Il romanzo è molto bello (e io gli devo ancora una recensione, sul blog almeno) ma Orchestra Tramonti è un libro che, per la qualità della scrittura, la musicalità delle frasi, l’ironia che lo pervade, si presta moltissimo ad essere letto ad alta voce, e sono pochi oggi i libri che possono vantare questa qualità. Sapendo che l’autore non me ne vorrà, riporto qui un passaggio del romanzo che, se potessi assistere alla presentazione, gli chiederei di leggere:

 

“Mi volto, e mezzo metro sotto di me vedo un bambino, con una faccia spenta da salvadanaio e indosso il vestito della prima comunione, che mi allunga un foglio di carta e una penna. “Mi fai un autografo?”, dice. “Come?”, gli rispondo. “Mi fai un autografo?”, ripete. Lo guardo come se mi avesse chiesto di mangiarmi un cric in un boccone. “Me lo fai?”, dice ancora il bambino. “Allora, glielo fai o no?”, rincara Sarasvati. In questo momento darei volentieri un tiro alla canna, ma mi pare una mossa imprudente. “Perché vuoi un autografo, piccolo?”, gli chiedo. “E dove sono i tuoi genitori?”. “Non me lo vuoi fare?”, continua a torchiarmi lui. Ha in testa un blocco compatto di capelli bruni e ispidi, senza inizio né fine, può darsi che per lavarseli se li debba prima svitare. “Non è che non voglio”, dico. “Ma sei sicuro di non confondermi con qualcun altro?”. “Sei tu quello che suona il pianoforte?”. “Sì”. “Me lo fai l’autografo?” Non ho vie d’uscita. “Va bene, sì, te lo faccio”. Afferro carta e penna dalle dita tese. “Come ti chiami?”. “Edmondo”. Mi volto, scosto due sottobicchieri raggrinziti dal banco e scrivo: Per Edmondo, un bambino coriaceo. Tommaso il pianista. Gli restituisco le armi. Edmondo legge la dedica, imbastendo due labbra severe. “Cosa vuol dire coriaccio?”, mi domanda. “C’è scritto coriaceo. Vuol dire… forte come il suo papà”. “Bello!”, dice Edmondo, e corre via.

Quanti scrittori oggi, usano aggettivi come “coriaceo”, o “schietto”? Pochi purtroppo. E quanti cesellano le frasi perché ogni parola sia al suo posto, la più giusta da utilizzare? Ancora meno. La scrittura dei romanzi italiani è spesso sciatta o priva di personalità o, peggio, a volte tende all’intellettualismo e alla ricerca dell’effetto con l’uso di parole complicate, desuete, cacofoniche anche. Ad esempio ieri mi è capitato tra le mani Lo sbrego (Edizioni Bur, Scuola Holden), l’ultimo romanzo di Antonio Moresco: nelle prima due righe dell’incipit ho lette la parola “nistagmici” e l’espressione “visione alfabetica”, per indicare l’atto del leggere. La nota di copertina recita: “Un incipit paradossale”, mentre a me sembra solo molto brutto e molto poco narrativo, anche per essere una specie di saggio sulla lettura. L’ho letto. Un fremito mi ha percorso la schiena. L’ho immediatamente riposto nello scaffale. E a casa ho ripreso Orchestra Tramonti.

Del romanzo se n’è parlato – tra l’altro – su Medicine Show di Aprile, sull’ultimo numero di Linus con una recensione di Matteo B. Bianchi; a Dispenser, trasmissione radiofonica di Radiodue (qui c’è la trascrizione dell’intervento); su “Blue” che mi dicono essere un’importante rivista di fumetti d’autore erotici; su Vibrisse con un commento di Giovanni Choukhadarian; sul prossimo numero di Origine (il 10); su Repubblica per mano di Gianluca Favetto.

 

 

Sassolini nella scarpa

Thursday 16 June 2005

In questi giorni mi è capitato di leggere un monte di sciocchezze riguardo la letteratura ed in particolare su quella che secondo alcuni dovrebbe essere la sua funzione, ossia indagare la realtà per coglierne aspetti di universalità e grandezza, tralasciando palesemente il concetto di finzione di cui si è già parlato e quello di rappresentazione artistica, che meglio di me, ha spiegato il critico formalista Boris Ejchenbaum: “Un’opera d’arte viene creata e recepita (poiché la ricezione rimane nel campo artistico) non sul fondo della vita, quale essa è realmente ma sul fondo di altri, abituali metodi di rappresentazione artistica”.

 

Grosse idiozie sono state dette, a mio parere, sull’idea dello scrittore quale essere superiore che dovrebbe indicare la strada per la verità ed illuminare le menti dei suoi lettori, e, infine, sull’attività del critico che dovrebbe rivolgere la sua attenzione unicamente alle opere destinate all’immortalità, come se potessimo deciderlo subito, ad una lettura ancora viziata dal sistema di riferimento di quell’opera che è anche il nostro sistema di riferimento, senza possibilità di valutare se l’opera resisterà al passaggio del tempo e alle fluttuazioni della sensibilità del lettore.

 

A me pare dunque, che ci sia un nutrito gruppo di aspiranti intellettuali che si considera detentore di verità assolute ed incontrovertibili dalle quali non solo non si può discordare, ma su cui non è lecito neppure discutere, a meno di non voler rischiare di essere tacciati di incompetenza e ignoranza. Ebbene, io francamente me ne infischio e, poiché sono profondamente convinta che

 

 

1) la letteratura abbia come movente principale l’intrattenimento del lettore: chi vorrebbe mai scrivere scientemente un libro che ammorba chi lo legge? Al di là degli esiti dell’impresa, che stanno all’abilità dell’autore e alla sua capacità di riconoscere i propri limiti (fino alla scelta, magari, di cambiare mestiere). Giacomo Leopardi che non è proprio l’esempio migliore di levità o banalità ha scritto che “Il tedio e la stanchezza del povero lettore che si sfiata a ogni pagina, quando anche non penasse a capire, nuoce ai più begli effetti di qualunque scrittura”;

 

 

 

2) quella dello scrittore sia una professione che, come altre, deve essere affrontata pragmaticamente senza patenti di sacralità;

 

 

 

3) se proprio si vuole parlare di capolavori non si può che guardare al passato – adesso come fra 100 anni – perché solo il tempo consegna la gloria eterna (Jean Paul Sartre in “Situazioni”, scrive “niente ci garantisce che la letteratura sia immortale (…) Il mondo può benissimo fare a meno della letteratura. Ma ancor meglio può fare a meno dell’uomo”);

 

 

dicevo quindi che, forte di queste convinzioni, che non spaccio però come dogmi, quindi potete pensarla come volete, mi metto a scrivere di un romanzo che è il trionfo del disimpegno e un fulgido esempio del libro da intrattenimento, scritto – alla faccia di chi ritiene il libro da leggere-e-basta un sottoprodotto privo di valore e confezionato senza alcuna cura – con una prosa elegante e raffinata e con un intreccio avvincente e mirabilmente gestito che non ha nulla da invidiare ai capolavori paventati oggi ad ogni angolo di strada, sebbene non ambisca ad alcuna patente di grandezza. Parlo de La Pedina scambiata di Georgette Heyer, un romanzo deliziosamente superfluo che ho riletto più volte de I demoni  di Dostoevskij o delle Illusioni perdute di Balzac, probabilmente proprio per la sua mirabile inanità.

 

 

Innanzitutto sgombriamo il campo da un equivoco colossale: Georgette Heyer non scrive romanzi rosa. Non che io abbia qualcosa contro il romanzo rosa, semplicemente non lo leggo – dopo averlo sperimentato – perché non m’interessa, così come non leggo – sempre dopo averne letti diversi – libri post-moderni, qualsiasi cosa voglia dire questa qualifica che è usata a caso per definire tutto ciò che non rientra negli schemi del romanzo classico.

 

Laddove il romanzo rosa è di solito breve e basato su intrecci semplici in cui la psicologia dei personaggi è appena abbozzata e l’ambientazione è quasi sempre ininfluente, nei romanzi della Heyer le trame sono intricate, la ricostruzione storica è precisa e articolata e tutti i personaggi (che sono molti di più di quelli che animano i romanzi rosa) hanno una personalità ben definita ed emergono a tutto tondo dalla pagina, puoi vederli muoversi, parlare e gesticolare sulla scena, come attori di una commedia teatrale.

 

I romanzi della Heyer sono perfette commedie romantiche leggere che possono essere paragonate alle opere di Richard Brinsley Sheridan (autore di una delle migliori “comedy of manners” in inglese, The School for Scandal del 1777) o ai capolavori del teatro inglese della Restaurazione di William Congreve (che ha scritto “Amore per amore”del 1695 e La via del mondo del 1700, portando sulla scena i vizi e le frivolezze dell’alta società londinese, spianando la strada alle deliziose commedie di Oscar Wilde e George Bernard Shaw che ammisero di apprezzarlo moltissimo).

 

E del resto i romanzi della Heyer, ambientati durante la reggenza inglese – grosso modo il periodo che va dalla fine del ‘700 ai primi decenni dell’800 – sono molto più vicini alla tradizione del romanzo sentimentale – che parte da “La principessa di Clèves” (1678) di Madame de Lafayette e giunge fino a Jane Austen, passando per le varie Pamela (1740-42) e Clarissa (1748) di Samuel Richardson, per Paolo e Virginia (1788) di Bernardin de Saint Pierre e perché no, anche per la Nouvelle Eloise di Rousseau (1761) – che agli Harmony.

E poi, avremmo avuto Madame Bovary senza il grande romanzo sentimentale settecentesco, ripreso e amplificato poi dal pathos romantico? Io non credo. Come non dare ragione a La Rochefoucauld che in una sua celebre massima, la 136, dice: «Ci sono persone che non si sarebbero mai innamorate se non avessero mai sentito parlare dell’amore». E nemmeno ne avrebbero scritto forse. 

Mi sono dilungata troppo mi sa. De “La pedina scambiata” magari ne riparliamo.

 

segue qui

Habemus Originem

Wednesday 15 June 2005

E’ stata dura ma finalmente ce l’abbiamo fatta: il numero 9 di Origine è in libreria e tra un paio di settimane sarà disponibile anche il numero 10. A giorni Davide provvederà ad aggiornare il sito. Vi anticipo che nei due numeri troverete tra le altre cose, un intervento di Azar Nafisi, un intervista a Massimo Carlotto, un saggio di Leonardo Colombati, Deleuze, un saggio su “La chiave” di Tanizaki, una conversazione con Bruce Sterling e una con Don de Lillo, un intervento sulla vincitrice del premio nobel della letteratura nel 2004 Elfriede Jelinek, un’inchiesta sulle riviste letterarie americane. Nelle pagine delle recensioni abbiamo parlato anche di J. R. Lansdale, Alberto Ragni,  Wu Ming 1, Lucio Klobas, David Peace, Enzo Fileno Carabba, René Frégni, Muriel Spark, Tullio Avoledo, Donald Barthelme. C’è anche una stroncatura di David Foster Wallace. Il menù è ricco e variegato, dunque. Correte in libreria perchè la tiratura è limitata. Hanno partecipato a questo numero anche Andrea Morelli, Tiziana Dazzi, Lorenzo Trenti, Angelo Orlando Meloni.

Tempo a pezzi

Saturday 11 June 2005
Nel 1966 Truman Capote pubblica A sangue freddo e crea un nuovo genere narrativo, la non-fiction che mescola narrativa, reportage e scrittura cinematografica in una continua osmosi tra realtà e finzione. Nel 1974 – negli Stati Uniti – Ragtime di Edgar L. Doctorow è definito da molti critici il libro dell’anno, ed è un romanzo polifonico che raccoglie la sfida letteraria di Capote e aderisce perfettamente alla sua idea di faction, neologismo con cui, sempre Capote, indica la fusione di “fact” (fatto) e “fiction” (finzione letteraria) all’interno di una narrazione. Doctorow in “Ragtime”, racconta l’America del primo novecento: immensa e contraddittoria, liberale e violenta, solidale e brutale, in cui l’amore convive con l’indifferenza e l’abuso. E la narrazione procede attraverso una sapiente commistione tra fatti realmente accaduti, personaggi storici (compaiono il presidente Theodor Roosevelt, il mago Houdini – che voleva, più di ogni altra cosa, diventare immortale – Henry Ford o Freud, ma anche il cinema, le lotte nelle fabbriche, il capitalismo e il razzismo) e racconti di fantasia, con al centro soprattutto la vicenda di un’agiata famiglia bianca che s’intreccia con quelli di un pianista di colore che non riuscendo ad ottenere giustizia per un’offesa ricevuta da un pompiere razzista, decide di ricorrere alla violenza. Frasi brevi, dialoghi diluiti nel testo, descrizioni rapide e decise sostengono il continuo sovrapporsi delle tante trame che si intrecciano nel romanzo, fino a confluire tutte in unico grande affresco di un’epoca straordinaria e terribile. Doctorow guarda al popolo americano come fosse il protagonista dello spettacolo più grande del mondo: uno show pieno di fatti e strade e razze e odio e amore e morte. E’ la vita stessa di un intero popolo che riflette su sé stesso e si scopre meno libero, meno democratico, meno solidale di quanto credesse. Così “Ragtime” è un romanzo lussureggiante, denso e colorato: c’è un colore per ognuno dei protagonisti, per ogni ambiente, per ognuna delle storie che Doctorow ci racconta. Il risultato è un libro che si muove al ritmo sincopato del ragtime (mai titolo è stato più adatto, dunque) in cui la frammentazione della struttura narrativa, nell’alternanza tra eventi storici e vicende individuali, segue proprio l’andamento spezzato di questa musica – ragtime significa proprio “tempo a pezzi” – che frantuma  la melodia tradizionale, rielaborando musiche popolari europee (polche, valzer ecc.), o la musica bandistica e classica, da Schubert a Chopin, in ritmi vivaci e sincopati interpretati nel modo di sentire la musica tipicamente nero. Lo stesso Scott Joplin, il più grande esponente di questo genere musicale (con lui Jerry Roll Morton e Tom Turpin) compare un paio di volte nel corso della vicenda, evocato nei dialoghi dai personaggi quasi per sottolineare il legame tra il romanzo di Doctorow e la sua musica: entrambi descrivono in note, parole ed immagini, un’epoca spensierata, goderececcia e miserabile sempre in bilico tra euforia e nostalgia.

Dal numero di maggio di Medicine Show

Uomini e topi

Sunday 5 June 2005

Sul “Corriere della Sera” del 2 giugno scorso Giorgio De Rienzo risponde con un breve ma efficace articolo, alle dichiarazioni rese da Luigi Malerba allo stesso giornale il 31 Maggio in un’intervista a Paolo Di Stefano. In pratica Malerba, dopo aver definito romanzi politici quelli di Sciascia, il che è già discutibile, ha definito “vagamente ambigue” le posizioni nei confronti della mafia espresse nei suoi libri da Leonardo Sciascia. Di più. Malerba ha persino sostenuto che  i libri dello scrittore di Racalmuto probabilmente piacciono ai mafiosi perché Sciascia “ha mitizzato la mafia, innalzandola ad un’entità misteriosa e romanzesca”. Come se la letteratura non si nutrisse di mito e ambiguità. 

Di Rienzo causticamente nota che probabilmente Malerba “per mascherare la sua piccolezza, si mette ad insultare un gigante”, pur di esprimere un’opinione originale o di forte impatto mediatico. 

A dire il vero però, queste sciocchezze – ed uso un eufemismo – non sono nemmeno originali, visto che il primo a muovere accuse in tal senso a Sciascia fu Carlo Muscetta (critico letterario di orientamento storicista e marxista e traduttore dei Fleurs du mal di Charles Baudelaire) nel 1971, seguito da Sebastiano Vassalli, nel 1992, e poi da Giorgio Bocca. Del delirio di Bocca, sempre dalle pagine del Corriere – e mi verrebbe da chiedere perché si debba dare spazio a chiunque dica qualunque cosa: in nome della libertà di stampa? Forse e non vorrei mai che venga meno, ma la stupidità dovrebbe essere considerata un crimine secondo me, così magari ci si pensa su un po’ prima di dare fiato alle trombe e ai tromboni – dicevo comunque, che del delirio di Bocca si è già

parlato: il giornalista ha accusato Sciascia di essere connivente della mafia, solo perché mostrava di conoscerla, per poi concludere – come un oracolo – che “solo la mafia conosce se stessa”. 

Malerba e Bocca (ancora più di Muscetta e Vassalli che almeno all’epoca hanno argomentato con intelligenza e acume) – è evidente – non hanno letto Sciascia e se l’hanno letto non l’hanno capito e se l’hanno capito – come credo – sono in malafede. Sciascia pur non essendo a ben guardare quell’illuminista che si crede (in mezzo al guado invece tra Montaigne e Pascal, profondamente ossessionato dal male), si affida alla forza della ragione e si oppone al conformismo intellettuale rischiando in prima persona, sostenendo posizione radicali e veementi: “un uomo deve amare e odiare: mai avere pietà”. Il suo interesse principale è per la storia, intesa come radicamento al presente e come azione correttiva alla civiltà e soprattutto ai paradossi della sua terra, la Sicilia, cui è inscindibilmente legato come uomo e come scrittore. Come si può parlare di ciò che non si conosce se si vuole fare – come lui intendeva – della cronaca? E come siciliano Sciascia conosceva la mafia. La conosco anche io che non ne ho mai scritto e che ci ho vissuto poco, ma da siciliano, trapiantato o indigeno, la respiri, ne senti la presenza, ne avverti la minaccia e nascondere la testa sotto la sabbia o indignarsi battendosi il petto, limitandosi a questo, non serve a nulla. E’ la conoscenza a rendere liberi e consapevoli e conoscere significa cogliere un fenomeno nella sua interezza, ogni singola sfumatura anche quelle che vanno in senso contrario alle nostre convinzioni. Quando ne Il giorno della civetta il capo mafia, Don Mariano, riconosce al capitano Bellodi che “è un vero uomo” e Bellodi ricambia il favore con un imbarazzato “Anche lei”, il tutore della legge non concede al mafioso la propria stima per la sua attività criminale, ma riconosce in un uomo – che lui continuerà a combattere in nome della giustizia – una qualità positiva che non servirebbe a nulla negare, perché, Sun Tzu docet, è vitale avere la chiara percezione del valore del nemico per poterlo vincere. Sciascia riveste la figura del padrino di un alone epico quasi, ma non è benevolenza la sua, è ancora una volta semplice ed acuta osservazione dei fatti – celati dietro ad una narrazione sapiente e lucida (in fondo è sempre di un romanzo che stiamo parlando). Si chiede infatti: «quale altra nozione poteva avere del mondo, se intorno a lui la voce del diritto era sempre soffocata dalla forza e il vento degli avvenimenti aveva soltanto cangiato il colore delle parole su una realtà immobile e putrida?». 

Don Mariano, la sua ammirazione per Bellodi, il rapporto che si instaura tra i due sono espedienti per parlare di una realtà scomoda che molti non volevano riconoscere all’epoca in cui il romanzo è stato scritto (e forse nemmeno oggi è così data per scontata): che la mafia è un modo di essere, di vivere e di pensare e che non si annida nascosta in Sicilia, ma corrode come un cancro ogni aspetto della vita sociale e politica del nostro paese, anche adesso che non fa parlare di sé. E basta pensare che alla fine della storia Bellodi non è sconfitto dalla mafia ma dai suoi superiori e dalle istituzioni che sono più mafiosi dei boss. Una prova inconfutabile la troviamo nella nota aggiunta al romanzo in cui Sciascia dichiara di non aver potuto scrivere il proprio libro «con quella piena libertà di cui uno scrittore […] dovrebbe sempre godere».

 

Al di là della malafede, io credo che ci sia un equivoco di fondo, da sempre, sulla letteratura siciliana. Ogni scrittore siciliano, da Verga a Pirandello, da Capuana a Sciascia a Bufalino, da BrancatiVittorini, ha scritto della Sicilia per parlare del mondo e questo è vero soprattutto nel ‘900 quando la letteratura siciliana ha saputo fare della Sicilia e delle sue contraddizioni una vera e propria metafora del mondo. E chi ha letto o criticato questi autori (nell’uno e nell’altro senso di studio filologico e di polemica con essi) non ha sempre guardato oltre il proprio orizzonte e non ha saputo distinguere quei tratti specificamente siciliani che convivono in questi testi e che sono paradigma di universalità. Malerba parla della mafia ma non sa cosa sia e soprattutto non vuole conoscerla, intendo che non l’ha mai respirata, non ha mai convissuto con l’omertà e la rassegnazione, o meglio l’ha fatto (spesso basta entrare in un consiglio comunale di un qualsiasi paese italiano, per averne un saggio) senza saperlo. E questo vale per la mafia di Sciascia, come per i vinti di Verga o il mondo in decadenza di Tomasi di Lampedusa. Giovanni Verga è accusato di pessimismo e di antistoricità, quando la sua è invece una letteratura metastorica, che attraverso una vera e propria analisi della realtà storica e sociale della provincia siciliana nella seconda metà dell’800, arriva a delineare una “metafisica del fato per cui gli uomini non possono intervenire nella storia per cambiare il proprio destino” (cito da Vincenzo Consolo). La sua ricerca non è in direzione strettamente sociale anche se muove da lì per sostenere la sua idea della vita come via crucis, come un cammino doloroso e privo di logica. E questo è vero in Sicilia, soprattutto nei tempi in ci Verga scrive, tempi i oppressione e di totale abbandono da parte delle istituzioni, ma è valido per ogni uomo sulla terra, che ogni giorno deve lottare contro la storia e il destino. 

 

 

 


Visto che siamo in argomento, mi viene in mente una recensione (?) dell’edizione Einaudi della Confraternita dell’Uva (ma non era meglio La confraternita del Chianti, come titolo?) di John Fante, a firma di Francesco Merlo apparsa su “Repubblica” nel novembre del 2004, in cui Merlo scrive: “In questo romanzo, scritto nel 1977 e ora riproposto da Einaudi, c’è più Italia meridionale di quanta ce ne sia in Giovanni Verga […]. Jonh Fante racconta l’amicizia tra «zoticoni strafatti… non filosofi, non oracoli, ma soltanto vecchi che ammazzavano il tempo in attesa che l’orologio si scaricasse». E poi i sentimenti esplosivi, gli svenimenti, «i veleni del corpo e gli abomini dell’animo»; il sesso, non con «donne belle ed esigenti che sono gatti di strada», ma con baldracche «che sono meno bugiarde, e se uno ha fortuna impara pure a leggere»”. Adesso io mi chiedo se Francesco Merlo sia mai stato in un qualsiasi posto del meridione e se c’è stato (credo sia siciliano) mi piacerebbe sapere il luogo esatto della sua permanenza, perché quel posto andrebbe studiato dagli antropologi di tutto il mondo. A parte la discutibile asserzione che il meridione sia rappresentato da “zoticoni strafatti”, come può Merlo ignorare che Fante (che io peraltro adoro e ritengo sia uno degli scrittori più sottovalutati al mondo, a parte la moda degli ultimi anni per cui amare Fante è cool) fosse italo-americano, che quindi ha una conoscenza parziale e di seconda mano di quello che è il sud dell’Italia, anzi del solo Abruzzo, da cui proveniva suo padre? Per non parlare del fatto che al di sotto dell’autobiografismo c’è molta invenzione letteraria e la volontà di conquistare il lettore con l’ironia, oltre quel meraviglioso senso epico della vita che lo porta ad esagerare ogni cosa. Fante non parla del sud, crea un mondo lontanamente ispirato alla nostalgia tipica di chi è emigrante e allo straniamento di chi non sa bene chi è e da dove viene, perché sradicato dalla sua terra. Come può Fante saperne di più di Verga (a parte il naturale gap temporale visto parliamo di scrittori che sono vissuti a più di un secolo di distanza), che in Sicilia è nato e cresciuto e ha scritto per quasi un’intera vita? E poi la Sicilia non è l’Abruzzo e il meridione non è tutto uguale e forse prima di parlare o scrivere bisognerebbe conoscere e capire.

Infine penso a Salvatore Quasimodo e al suo “Lamento per il Sud”: “Oh, il Sud è stanco di trascinare morti/ in riva alle paludi di malaria,/ è stanco di solitudine, stanco di catene,/ è stanco nella sua bocca/ delle bestemmie di tutte le razze/ che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi/ che hanno bevuto il sangue del suo cuore”.