Archivio di August 2005

Per parlare d’amore (spesso a sproposito)

Friday 19 August 2005

E vattene, sei troppo innamorevole!

Sei troppo seta per questa plastica rotta,

troppi smeraldi, fibbie con cinghiali,

e quando ti carezzi lo sguardo con le ciglia

io Ravenna e Pisa su un sedile

non so da dove cominciare a ammirarle,

né so guidare con un Tiziano accanto

che di sbieco e lontano tra alberelli

mostra come un segreto un’acqua azzurra

ma di un azzurro che non è che un’idea,

l’idea del fondo che sta di là del fondo

di un labirinto come te di bellezza,

che dall’avorio ti porta alle perle

e dalle perle alla schiuma del mare

e dalla schiuma… Scendi da questa macchina,

sei troppo interamente seducente!

 

J.Rodolfo Wilcock, Poesie, Adelphi 1996

Si parte (e si torna)

Saturday 6 August 2005

“Le cose più belle sulla Sicilia sono state scritte da viaggiatori stranieri che arrivavano dal Nord e vedevano in questi luoghi un mito che non poteva tramontare nonostante la malignità dei tempi. Mito che persiste e consiste ancora oggi nei viaggi recenti di Peyrefitte e di altri stranieri qui in Sicilia, contrariamente a quello che i giornali tendono a rappresentare, non vede la mafia, forse perché la mafia sa sempre spostarsi e nascondersi, e invece vede la bellezza e vede che la bellezza prevale sulla mafia; e si chiede perché della Sicilia soltanto l’immagine negativa e violenta debba continuare ad essere diffusa nel mondo e non piuttosto l’immagine di una grandezza ancora presente. La Sicilia resta la Sicilia della civiltà: quella di Antonello [da Messina], della cultura greca, di Pietro Novelli, di Filippo Paladini. Quando penso alla Sicilia penso a un luogo che è stato violentato dall’inciviltà e dall’incultura del nostro tempo, come il lago di Pergusa, dove ancora vive, negli odierni inferi, Proserpina. O come la Cattedrale di Enna, chiesa fortezza in cui si stringono Rinascimento, maniera e barocco.”

Vittorio Sgarbi, Lezioni private, Mondadori, 1996.

Le immagini della parola

Wednesday 3 August 2005

Se chiedessimo al suo autore di definire Ente Nazionale della Cinematografia Popolare, probabilmente risponderebbe che è un romanzo. Anzi direbbe, forse, che ENCP è un romanzo “contestativo”, che reagisce cioè, alla tendenza (abusata, secondo l’autore) della narrativa italiana a voler confluire nel cinema, come lo stesso Paolo Nori  suggerisce causticamente nella nota finale del testo.

Eppure, ENCP non è un romanzo in senso stretto, anche se quello romanzesco è, tra i generi letterari, il più spurio e in esso può confluire di tutto, dallo stream of consciousness, a brani di sceneggiatura, fino alla disgregazione delle strutture convenzionali di tempo e modo (climax, anticlimax, etc.) operata dal post-moderno; tanto che ormai diventa difficile parlare di “romanzo” senza far seguire al sostantivo un’appendice qualificante (romanzo: sentimentale, giallo, poliziesco, di formazione, filosofico ecc.): insomma, oggi, dire di un libro che è un romanzo significa unicamente escludere che sia una raccolta di poesie o di racconti.

Romanzo o no, ad ogni modo, ENCP è un testo in cui Nori prosegue con decisione sul cammino intrapreso con Pancetta (Feltrinelli, 2003) e, abbandonata (per ora) la deliziosa comèdie humaine di Learco Ferrari, suo alter ego romanzesco, scarnifica il suo personalissimo stile (basato sull’uso di ripetizioni e assonanze; sul ritmo della frase che gira intorno a se stessa) per approdare ad una lingua più sobria e austera, senza tuttavia rinunciare alla ricerca sulla lingua e al suo rapporto con la musicalità, né al suo approccio ironico e alla svagatezza del suo sguardo sulla realtà.

ENCP presenta una struttura articolata in quattro “film” (così li chiama l’autore stesso), separati da tre “Intervalli”, e si conclude con un epilogo e la nota finale di cui si è già accennato. ENCP è un intenso racconto di viaggio dal Mississippi alla Russia, passando per il Marocco; Nori narra gli incontri (per esempio con B. B. King) e le peripezie di uno stralunato regista di documentari (che si definisce “raccoglitore di dialoghi”), spedito in giro per il mondo dal fantomatico “Ente” da cui il titolo del libri.

Paolo, il protagonista, durante le sue spedizioni deve raccogliere del materiale (leggi: annotare dialoghi) da utilizzare nei documentari per poter superare una prova d’esame presso l’Ente; e ogni film è proprio lo schietto resoconto di un viaggio. Negli Intervalli tra un film e l’altro, invece, il Nostro sosta nell’improbabile stazione di una città chiamata “Sfondo” per consegnare il materiale raccolto e dopo aver consegnati i dischetti con le trascrizioni e le registrazioni dei dialoghi, ha serrati scambi di fax con l’Ente, che lo assilla di istruzioni e di caustici commenti al suo operato.

In ENCP, Nori mette in scena il cinema dalle pagine di un libro: il risultato è una narrazione fluida e coinvolgente che, parlando della vita quotidiana sul delta del Mississippi o nei mercati di Marrakech, sembra alludere al ruolo della letteratura (e, più in generale, della parola scritta) in una società dominata dall’immagine. Il tentativo di trasferire su carta le scene a cui Paolo assiste, tra il meravigliato e il rassegnato, riesce in pieno e man mano che andiamo avanti con la lettura, vediamo susseguirsi sullo sfondo della pagina, intesa quasi come un set cinematografico: le donne della Carelia, i mercanti marocchini che contrattano su tutto e su tutti, i bluesmen di Clarksdale e Coffeeville o i “biznesmèn” russi.

Da un vagone della Transiberiana da Mosca a Vladivostok o ad un festival di musica blues, Nori – attraverso gli occhi del protagonista – ci mostra un’umanità insieme dimessa e magnifica, impegnata nell’esigenza di sfangare la giornata con ogni espediente disponibile e a “figurarsi la morte, e trovare le ragioni per vivere”, secondo la bellissima definizione che Barbara Dane – magnifica voce degli anni ’70 – ha dato della musica blues anni fa. E se in ogni passaggio è evidente la preoccupazione dell’autore di disinquinare le sue pagine da qualsiasi esotismo di maniera e spazzare via la “retorica del viaggiatore” che affligge “i De Brosses” di ogni tempo (sarà casuale il riferimento Tiziano Terzani inserito nel resoconto del viaggio sulla Transiberiana?), per concentrarsi sull’umano, l’elemento più caratteristico del suo stile in ENCP è il ricorso ad una “scrittura blues”.

Nori costruisce il libro su una struttura ellittica e un registro stilistico che sembrano ricalcare proprio i canoni della musica popolare nera, basata su schemi armonici e ritmici ricorrenti. La musica blues rimane sempre in sottofondo; la senti nel modo in cui girano le frasi, nelle storie intrise di povertà e di illusioni, e persino quando tra le pagine cominci a percepire le note di un canto popolare slavo, saresti pronto a giurare che la musica, tutta la musica, nasce da un’unica grande matrice: la sofferenza di ogni popolo che soffre per sopravvivere, il lamento degli ultimi, degli umiliati e offesi che vivono ai margini al suono di ballate tristi.

[Recensione pubblicata su Stilos del 5 luglio (sullo stesso numero è da leggere la bell’intervista a Paolo Nori) e, in forma ridotta, sul numero di giugno di Medicine Show]