Archivio di September 2005

Il diavolo nell’armadio

Thursday 29 September 2005
segue da qui
 
 

Dove eravamo rimasti? Ah si, a La finestra d’angolo.

Pare che il diavolo si manifesti sempre quando uno non se l’aspetta: è il caso di Robert Johnson (il leggendario bluesman) che se l’è visto spuntare ad un crocicchio sul delta del Mississippi (e poi gli ha venduto l’anima, che altro poteva fare?) o de Il maestro e Margherita che se lo ritrovano per le strade di Mosca nel romanzo di Michail Afanas’evic Bulgakov, o ancora del protagonista de L’histoire du soldat di Aleksandr Nikolaevic Afanasiev che lo incontra nelle sembianze di un vecchio che vuole imparare a suonare il violino.

Se da sempre l’invenzione del diavolo, che si chiami Satana, Mefistofele o Lucifero poco importa, è un tentativo di trovare una spiegazione al Male nel mondo, a volte invece la figura demoniaca, in letteratura soprattutto, interviene per apportare un cambiamento, sconvolgere l’ordine precostituito e punire chi si è reso responsabile di qualche crimine. Basti pensare alle parole nel Faust di Goethe: “io sono parte di quella forza che vuole perennemente il Male e perennemente compie il Bene.”

 

Ne La finestra d’angolo, il demonio non assume sembianze umane, ne avvertiamo la presenza nella descrizione di rumori, odori, gesti, aneliti di vento e attraverso la scrittura fortemente visiva di Jorge de Sena, assistiamo lentamente allo svolgersi della sua opera perturbatrice.

Ma andiamo con ordine.

La finestra d’angolo (A janela da esquina) è un racconto che compare nel 1960 in un raccolta di otto novelle intitolata Andanças do demónio (Scorribande del demonio) e narra la storia di Dona Felisberta, una signora di mezz’età, rimasta vedova e sola, che si abbandona all’inedia e alla commiserazione per una vita non vissuta nel tentativo di essere sempre per bene. Felisberta non si è mai ribellata ai maltrattamenti e ai tradimenti del marito, che ha avuto anche l’ardire di far trasferire la sua amante nel palazzo di fronte al loro, e ancora prima non si è mai prodigata per raggiungere la felicità, rinunciando senza porsi domande alla passione, all’amore e alla joie de vivre. Un giorno decide di abdicare definitivamente alla sua vita (si dimentica persino di pagare l’affitto o di mangiare o di lavarsi) e di spiare quella degli altri dai vetri di una finestra della sua casa, la finestra ad angolo appunto, che dava su una via trafficata su cui si affacciava un altro palazzo, non quello dove abitava l’amante del marito però, perché le finestre che davano su quella via le aveva chiuse per sempre.

 

Mentre lei se ne sta seduta sulla sua seggiola dietro la finestra a guardare il mondo che le passa davanti senza vederlo veramente, Filisberta annega sempre di più nell’inedia, nella sporcizia, si lascia avvizzire e morire ogni giorno un po’ e con lei la sua casa, che Jorge de Sena descrive al suo lettore in modo sapiente, senza indugiare in inutili dettagli ma evocando con un’accurata scelta degli aggettivi, il tanfo di stantio e polvere e sudiciume che quei mobili incrostati emanano. Ma un giorno il demonio decide di occuparsi di lei e, tra tonfi e rumori strani induce in Filisberta la visione di se stessa che passeggia con un fidanzato (uno qualsiasi, non è l’accompagnatore a contare) proprio per quella via che spia dalla finestra e dopo a vedere una scena che si svolge proprio davanti ai suoi occhi: due ragazzi che amoreggiano fermi all’angolo di una bottega.

 

Filisberta smette di guardare e comincia a partecipare agli slanci vitali che la finestra le offre come fosse una quinta teatrale, e ogni giorno spia i due ragazzi e i loro approcci sempre più arditi e spudorati. Lentamente il sangue ricomincia a scorrerle nelle vene, le membra intorpidite diventano sensibili e il corpo si anima di sensazioni mai provate prima. Languori, pruriti, rossori, sospiri e mentre cede all’anelito vitale anche la sua casa torna a vivere, la pulisce, la sistema, la riordina, addirittura decide di uscire per la spesa. E intanto si accorge di volere, di aver bisogno di qualcosa, di desiderare. E quello che vuole è sentire ciò che sentono i due amanti all’angolo della bottega. Ma non dimentichiamoci che in tutta la vicenda c’è lo zampino del demonio, e lui presenta sempre il suo conto. Naturalmente non svelerò il finale.

 

La cosa che più colpisce nel racconto è l’abilità di Jorge de Sena di chiudere un mondo intero dietro una finestra e di farlo vivere al lettore immergendolo completamente nei luoghi che descrive. Ogni parola del racconto produce un’immagine corrispondente, un suono, un odore, la sensazione della polvere nelle mani, e poi la violenta fibrillazione del desiderio. La scena in cui Filisberta prova un orgasmo partecipando al piacere dei giovani amanti mentre li guarda è vivida come poche altre scene letterarie, la narrazione è in crescendo, le parole si susseguono ad un ritmo sincopato, e i termini scelti per raccontare cosa accade nella donna, evocano l’idea del divenire, dell’esplosione, dell’appagamento totale e completo.

 

Dietro quelle tende poi, c’è Lisbona, quella sordida del regime salazariano, grigia, cupa, conformista, spenta. Filisberta è come la sua città: morta in un mondo di vivi. Ma accanto alla critica politica è la ribellione al senso della decenza il fulcro de La finestra d’angolo: l’autore incita a liberarsi dall’ipocrisia di voler essere per bene, anche se per farlo bisogna ricorrere al maligno. Tutto è preferibile all’odore di muffa e di stantio di una vita senza spasimi e sogni. Persino la dannazione.

Il diavolo e l’acqua santa

Wednesday 28 September 2005

IL DIAVOLO E L’ACQUA SANTA

C’erano due motivi che mi trattenevano dall’acquistare La finestra d’angolo di Jorge de Sena: il fatto (scandaloso) che Sellerio pretendesse 5.16 € per un libello di appena 65 pagine (inconveniente risolto dal mio bibliofilo di fiducia, che alla fine me l’ha regalato) e una serie di associazioni di idee suggeritemi dalla sinossi della storia, pubblicata sulle bandelle laterali del libro. In pratica Vincenzo Barca, il curatore del testo, anticipa che i protagonisti del racconto di de Sena sono una certa Dona Felisberta e il demonio che si diverte ad intervenire nella vita della gente. E pare di capire che il demonio sconvolgerà la tranquillità di questa vedova portoghese.

Probabilmente in me qualcosa non va, fatto sta che queste informazioni mi hanno fatto venire in mente Il Diavolo e la Signorina Prym di Paulo Coelho, peraltro uno dei personaggi del libro era un’anziana donna a nome Berta: Felisberta, Berta troppe similitudine per i miei gusti. Adesso, se c’è qualcuno che secondo me non dovrebbe pubblicare dei libri è proprio questo Coelho (insieme a Sergio Bambaren, l’autore di testi in cui scrive cose tipo: “La felicità, come la purezza interiore, non ha prezzo, ma una sola casa: il tuo cuore”).

Io sono assolutamente convinta che la letteratura sia intrattenimento e business prima di tutto. So di ripetermi ma me ne importa poco. Però c’è un limite a tutto. Perché un’altra cosa di cui sono assolutamente convinta: è che non basta aver pubblicato dei libri per essere definiti scrittori. E anche su questo argomento ho già dato e la finisco qui perché mi tedio da me.

Gente come Paulo Coelho, Sergio Bambaren, James Redfield, Richard Bach o Anthony De Mello (che si è inventato un titolo formidabile per uno dei suoi libelli finto-religioso-motivazionali Messaggio per un’aquila che si crede un pollo) producono un ciarpame dequalificante che cavalca le incertezze della nostra epoca propinando le più trite banalità sulla vita e la felicità, in una sapiente commistione di tradizioni religiose orientali, con innesti di racconti cristiani più o meno apocrifi, spruzzati qui e lì da di misticismo e magia.

Così Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach, La Profezia di Celestino di James Redfield, L’alchimista o Il manuale del guerriero della luce di Paulo Coelho e i vari Il delfino, Il guardiano del faro, Onda perfetta di Sergio Bambaren si vendono come istruzioni per l’uso della vita (chi è Georges Perec al confronto di questi signori?) come lunghi libri di ricette, in cui la felicità si ottiene amalgamando per bene ingredienti come l’autostima, il coraggio, la disciplina interiore, la fede e via discorrendo in un crescendo parossistico di idiozie new-age e massime filosofeggianti: “La felicità non va inseguita, ma è un fiore da cogliere ogni giorno, perché essa è sempre intorno a te. Basta accorgersene”, oppure “ascolta il tuo cuore esso conosce tutte le cose.” Semplice no? Perché continuare a disperarsi? Affliggersi? Soffrire? Diamoci al giardinaggio o compriamo uno stetoscopio per auscultarci e vivremmo felici e consapevoli.

Peraltro i temi trattati non sono nemmeno originali, in ognuno di loro troviamo l’idea del viaggio iniziatico, le coincidenze che ci guidano, il panteismo dell’Anima del Mondo, la natura pacificante e soprattutto il concetto di Illuminazione, perché secondo i nostri eroi gli uomini non sono altro che potenziali San Paolo sulla via di Damasco, pronti perché la verità gli venga rivelata. Questi squallidi millantatori dello spirito avrebbero anche potuto passare per autori dotati di una pur minima dignità letteraria se si fossero limitati a pubblicare i loro raccontini zuccherosi ed edificanti come opere di fantasia fruibili per puro divertissement, invece di presentarli esplicitamente come delle guide ascetiche, una sorta di "Vangeli della Nuova Era" dai quali ricavare insegnamenti e verità assolute. Tant’è.

Ad ogni modo, come ho scoperto leggendo La finestra d’angolo, Jorge de Sena non ha nulla a che fare con questi santoni dalla penna facile e mi pendo e mi dolgo di averlo anche solo lontanamente pensato. Però, visto che sono stata redarguita a causa della lunghezza delle cose che scrivo qui, per ora mi fermo (anche perché s’è fatta ‘na certa e non sto ancora benissimo) e ne riparliamo.

continua qui

From Seia with love

Thursday 22 September 2005

Avendo appena pubblicato un pezzo noioso – che non voglio cancellare perché ho sprecato minuti preziosi a scriverlo – dedico a me stessa queste parole di Giacomo Leopardi, che ho già usato altrove: “Il tedio e la stanchezza del povero lettore che si sfiata a ogni pagina, quando anche non penasse a capire, nuoce ai più begli effetti di qualunque scrittura”. Me lo sono meritato. Ho anche saputo di aver appena perso un potenziale nuovo lettore, faccio ammenda. 

UPDATE

Per farmi perdonare, riporto un brano che ho appena letto in una raccolta di articoli dell’Espresso (dal 1955 al 1985) curata da Umberto Eco. Si tratta di un articolo pubblicato nel 1972 da Ennio Flaiano, che narra in prima persona, in forma di diario, le disavventure di un’improvvida famiglia di “tipici” turisti americani a Roma.

Welcome in Rome

Lunedì. Siamo arrivati stanotte io, mia moglie Gail e mia figlia Susan da Paris (France) con molte ore di ritardo, a Feeumeesheeno, che in italiano si scrive Fiumicino. Feeumeesheeno è un brutto piccolo aeroporto … C’era uno sciopero dei tecnici addetti all’assistenza a terra, per cui siamo dovuti scendere dalla carlinga per le uscite di sicurezza, molto sportivamente, lasciandoci scivolare su un telo. E portarci da noi i bagagli sino all’edificio dell’aeroporto, lontano un miglio. Il nostro comandante ha pregato uno dei conducenti degli autobus aeroportuali di far salire almeno le signore anziane, ma quello ha risposto : “Non mee eemporta un katzo”, cioè a dire che non era interessato a quel trasporto. Katzo è una locuzione molto usata dagli italiani e significa “poco”, o “nulla” secondo i casi. Ho detto al comandante se non era il caso di risalire a bordo, ripartire e dirottare l’aereo verso un paese di oltre cortina dove gli americani sono bene accolti. Magari, ha risposto, ma non era possibile, non davano il kerosene. Bisognava restare lì.
… Mi ha stupito il buio dei locali dell’aeroporto. Sembra che dopo le dieci lascino appena poche luci perché arrivano solo aerei dal Medio Oriente e dall’Africa e non è il caso di sprecare energia elettrica per turisti sottosviluppati. … Abbiamo preso un piccolo taxi (in Italia ci sono i più piccoli taxi del mondo) dando al conducente l’indirizzo del nostro albergo. Costui non ha detto una parola oltre “Americani?” e siamo partiti nella notte. Abbiamo così attraversato molte località che sembravano balneari, le strade erano ancora animate, per lo più da uomini grassi in maglietta che passeggiavano leccando gelati e da motociclisti che facevano un rumore di almeno 130 decibels.
Abbiamo visto Osteea, Castil Fuseno (il conducente ci diceva i nomi delle località), e poi, dopo circa un’ora, siamo arrivati a Albano. Il conducente ci ha spiegato che le strade per Roma erano tutte interrotte e aveva dovuto fare un detour. Dopo Frascatis abbiamo finalmente preso The Appian Way, la strada per la città, dove siamo arrivati alle due di notte. Il tassametro segnava 36.600 liras.
Il nostro albergo era in una strada di tipo Hong Kong dove si fa “la dolce vita”. Questo tuffo in piena Roma ci ha fatto piacere e ha messo un po’ in agitazione mia moglie Gail, che voleva vedere Fellinis o Mastroiannis. Ma eravamo stanchi e siamo andati in albergo. Le nostre stanze erano al mezzanino e davano su una strada laterale, dove si stava svolgendo un raduno di motociclisti, benevolmente sorvegliato da policemen interessati ai motori.
Una sgradita sorpresa l’abbiamo avuta dal cattivo funzionamento degli apparecchi per l’aria condizionata, che davano soltanto caldo. Il portiere dell’albergo, a cui abbiamo telefonato, ci ha detto che l’uomo dell’aria condizionata non sarebbe venuto prima delle otto. Abbiamo dovuto così dormire con le finestre aperte per non soffocare. All’alba i motociclisti sono andati via.
Altra sorpresa, il continental breakfast che ci è stato servito in camera.Era composto di dieci grammi di burro, biscotti secchi, panini molli e di un caffè “espresso” che sapeva di rame. Il cameriere ci ha spiegato che i primi caffè del mattino hanno sempre un po’ del sapore dei tubi.
Bisognava ordinare verso le dieci. Gli ho detto di portar via la scatola di lucido da scarpe che era nel vassoio ma lui ha detto che si trattava di marmellata che viene data in dosi parsimoniose perché fa ingrassare. Questa colazione costava tre dollari a testa, “Bisogna considerare – ha detto Gail – che gli italiani hanno molto sofferto sotto il fascismo”.

Ennio Flaiano, 1972.

Tutti parlano e parlano, o peggio scrivono e scrivono

Thursday 22 September 2005
qui tutti parlano e parlano / o peggio scrivono e scrivono

è cultura universale / o biblioteca comunale*

Questi versi di una bella canzone di Ivano Fossati, da ascoltare nella versione cantata da Adriano Celentano, ché Fossati dovrebbe limitarsi a scriverli i pezzi, mi fanno sempre pensare alla situazione del nostro sistema mediatico-culturale, sul quale stavolta non mi soffermo perché l’argomento mi ha già annoiato abbastanza. Però per associazione di idee, mi capita di pensare a George Steiner che nel suo saggio Vere presenze sostiene che non esiste una verità che la critica o l’interpretazione dei testi possa trovare e si scaglia soprattutto contro l’ermeneutica ridotta a cultura del commento, del saggio minimo, della chiacchiera accademica.
Steiner arriva addirittura a immagina una città senza commenti dove tutto è immediato e diretto e in cui sia l’opera d’arte a parlare di se stessa: “la migliore lettura dell’arte è l’arte”. Per quanto a volte trovi fastidioso il cicaleccio pseudo-culturale e il parlarsi addosso di chi si occupa di critica (d’arte, letteraria o cinematografica che sia), Steiner non mi trova completamente d’accordo con le sue tesi, perché l’interpretazione aiuta a comprendere e a cogliere aspetti dell’opera che ha ad oggetto che non sono sempre immediatamente rilevabili e per cui non tutti hanno gli strumenti cognitivi o empirici necessari, per non parlare del fatto che se si cominciasse ad assecondarlo ci ritroveremmo con delle bocche in più di sfamare e parecchia gente senza lavoro o stimoli con cui impiegare il proprio tempo.
Ma è soprattutto quando l’affermazione aforistica per cui “la migliore lettura dell’arte è l’arte” sfocia nella conseguente asserzione per cui degli scrittori (e dei loro libri) dovrebbero parlarne altri scrittori, che io dissento decisamente dallo studioso francese. Perché mai uno scrittore dovrebbe saperne di più e meglio di un critico che al testo e ai suoi problemi ha dedicato anni di studi e approfondimenti? E poi l’esperienza dice che di solito, (a meno di essere Borges, Calvino, Eliot e pochi altri) uno scrittore che parli di altri scrittori lo fa per amicizia, più spesso, o per risentimento, raramente, visto che il coraggio di sparlare pubblicamente latita.
Qui si può trovare un fulgido esempio di cosa io intenda.
Un aspetto particolarmente degno di nota delle considerazioni di Steiner sull’arte e sul suo essere di per sé feconda, è il corollario per cui da una qualsiasi opera artistica possono scaturirne altre, per assimilazione, imitazione ed influenza, di modo che attraverso l’esame di queste opere si arriva a comprendere l’intero periodo artistico di riferimento senza necessità di commenti ed interpretazioni. A parte l’aberrante immagine di una letteratura costituita da infinite riproduzioni dei classici, vaghe imitazioni e continue divagazioni sullo tema, mi pare difficile che un sistema culturale possa fare a meno della dialettica e dello scambio al fine di lasciare la parola unicamente all’opera: tutte le opere d’arte, dice Steiner sono “una riflessione espositiva o un giudizio di valore sulla tradizione e sul contesto cui appartengono”.
Per non parlare del fatto che spesso la critica ha prodotto delle opere che sono esse stesse letterarie, frutto di una vera e propria creazione narrativa, penso ad esempio ai saggi di Harold Bloom. Ma nemmeno questo m’interessa granché. Molto più stimolante, almeno per me, la lettura che delle tesi sostenute da Steiner In Vere presenze, ha dato Geoff Dyer in un saggio alla fine del suo libro Natura morta con custodia di sax (Instarlibri 2002), riconducendole alla musica jazz.
Dyer sostiene in pratica che “la repubblica democratica di scrittori e lettori” (artisti e fruitori in genere) auspicata da Steiner, si possa realizzare unicamente nel jazz e che anzi esista una vera e propria “repubblica del jazz” in cui ogni brano e ogni sua esecuzione comporta una riscrittura e un’interpretazione perché l’esecutore investe se stesso nel processo interpretativo che diventa a tutti gli effetti atto creativo. In effetti una caratteristica precipua del jazz è la labilità del rapporto tra composizione ed improvvisazione.  

Ma ne riparliamo con più calma, se mai questa febbre vorrà concedermi una tregua.

* “Io sono un uomo libero” dall’album “Esco di rado e parlo ancora meno”, 2003.

Chiacchiere da bar II

Sunday 18 September 2005

segue da qui 

A Roma a ridosso della Piramide Cestia, si trova il Cimitero Acattolico, detto “Cimitero degli inglesi” (anche se vi son sepolti molti degli stranieri non cattolici morti a Roma dalla fine del XVIII secolo e anche molti italiani, come Antonio Gramsci). E’ un posto bellissimo, abitato da schiere di gatti ben pasciuti e circondato da una strana quiete, pur trovandosi in una delle zone più caotiche di Roma. Laggiù, nel silenzio, riposa John Keats, uno dei più grandi poeti romantici (e uno dei più grandi poeti tout court).

Ebbene, sapete quale epigrafe egli scelse per il suo sepolcro? “Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua”. Keats morì nella convinzione di non aver scritto nulla di memorabile: morì pensando di meritare il dimenticatoio, di sparire nelle acque dell’oblio. E non mi pare poi, che abbia mai scritto lettere aperte per lamentarsi rivendicando un talento o un genio che non gli veniva riconosciuto. Semplicemente non pensava di meritare l’eternità.  

John Fante visse con l’ansia costante di vedere riconosciuto il proprio talento; il suo è stato il destino di un uomo che ha speso una vita inseguendo il sogno di diventare uno scrittore affermato e che ha raggiunto il suo obiettivo solo dopo la morte. Nelle numerose lettere che ha scambiato con H.L. Mencken, uno dei più acuti critici letterari americani, direttore di giornali e riviste e raffinato editorialista, raccolte nell’epistolario Sto sulla riva dell’acqua e sogno. Lettere a Mencken (1930-1952) – a cura di Michel Moreau, con la traduzione italiana di Alessandra Osti per Fazi editore (2001) – emerge l’immagine di un giovane (poi cresciuto e diventato uomo) scrittore a volte consapevole del proprio talento, altre insicuro e desideroso di approvazione.

Le prime righe dell’introduzione di Seamus Cooney recitano: “Fra coloro che sono nominati nelle lettere raccolte in questo libro, nessuno sarebbe più stupito dello stesso John Fante di vederle stampate. In esse non c’è traccia di quella consapevolezza che indica un pensiero al futuro”. Pensava di essere un bravo scrittore John Fante, ma non pretendeva di esserlo. 

Al funerale di Francis Scott Fitzgerald, il 27 dicembre 1940, c’erano poche persone. Nemmeno una decina. Molti pensavano che Scott fosse morto da tempo. Budd Schulberg, lo sceneggiatore di “Fronte del porto” che collaborò con lui, prima di essere licenziato ed escluso dal film, a “Winter Carnival“, una commediola prodotto dalla Paramount, lo descrive così: “Sembrava molto anziano, depresso e vagamente decrepito”. A meno di cinquant’anni, finito dall’alcol e dalla disperazione. Eppure aveva vissuto l’epoca d’oro di Hollywood e della Costa Azzurra, aveva scritto Il grande Gatsby e poi Tenera è la notte, la sua ossessione. Era il migliore della sua generazione, eppure dopo il successo straordinario dei suoi primi romanzi, fu dimenticato: il pubblico è crudele e le cose cambiano velocemente. C’est la viè.

Queste storie magari non c’entrano le une con le altre; si tratta solo di una manciata di esistenze finite tragicamente, come le vite di Cornell Woolrich, David Goodis, Dorothy Parker, e poi di molti grandi del jazz: Bix Beiderbecke, Bessie Smith, Lester Young (e naturalmente di pittori, musicisti, attori). Il destino non sempre è stato giusto con gli artisti e nemmeno gli uomini (d’altronde spesso la vita è ingiusta con chiunque a prescindere dall’attività che svolge). La critica è stata a volte miope. Basti pensare al modo in cui sono stati accolti gli impressionisti in Francia. Ma fa parte del gioco e bisogna accettarlo.

Fitzgerald sapeva di essere un grande scrittore e ha continuato a crederci fino alla fine, eppure ha inseguito il suo pubblico, i gusti della gente, ha scritto per Hollywood e ha pubblicato centinaia di racconti perché si vendevano più facilmente. Nessuno dei grandi ha mai rifiutato il mercato o il lettore (e di nuovo lasciamo stare Kafka), nessuno di loro ha sdegnosamente sollevato il naso di fronte ai dati di vendita dei loro lbri. Uno scrittore ha bisogno del suo pubblico, altrimenti resta un grafomane compilatore di pagine di diario.

A questo proposito mi viene in mente una cosa che Raymond Chandler, amato dal suo pubblico e ricoperto di soldi dagli Studios, scrisse una volta: “Arriva il momento in cui ciò che scrivo deve appartenere a me, deve essere scritto in silenzio, senza nessuno che mi stia alle spalle a guardare ciò che faccio, senza che nessuno mi dica che c’è un modo migliore di scriverlo. Non deve essere un capolavoro della letteratura, non deve nemmeno essere qualcosa di molto ben scritto. Deve soltanto essere qualcosa di mio.” Chi impedisce di farlo? Forse è l’approccio più sincero alla parola scritta (quale convenzione stabilisce che l’arte e la letteratura debbano essere sincere?), ma poi ci si prenda i rischi di una tale posizione, Chandler lo dice chiaramente: non si deve pretendere di scrivere un capolavoro e si deve accettare la possibilità che non piaccia, che non abbia successo, che non venga capito e in questo caso, la responsabilità è solo dell’autore.  

Tutto questo mi fa pensare a Breece Dexter Pancake, vero nome di Breece D’J Pancake, trasformato a suo tempo, da un errore di battitura dell’Atlantic Monthly. Pancake è l’autore di un unico libro, una raccolta di dodici racconti a titolo Trilobiti scritti a 26 anni, poco prima di suicidarsi sparandosi un colpo di fucile. I racconti sono stati pubblicati a quattro anni dalla sua morte ed è stata subito leggenda: J.T. Leroy afferma: “Leggo Pancake ogni giorno. La sua raccolta di racconti è la mia Bibbia”; per Joyce Carol Oates: “Si è tentati di paragonare il suo debutto a quello di Hemingway”; secondo Kurt Vonnegut è uno tra i più grandi scrittori che abbia letto. In queste short stories Breece D’J Pancake racconta il mondo in cui è vissuto: quello pieno di asperità e squallore della working class di una zona depressa dei monti Appalachi, nel Midwest degli Stati Uniti.

E’ un’America che non crede nello zio Sam e nel sogno americano, quella che compare in Trilobiti, gente priva di speranza che vive di sogni infranti e illusioni perdute e dimenticate. Il senso del fallimento che aleggia su queste esistenze è reso con una scrittura precisa e spietata, che evoca più che raccontare. Non mi è piaciuto questo libro, probabilmente perché nei racconti, la vita della comunità rurale in cui l’autore è cresciuto, viene rappresentata prepotentemente senza il filtro della finzione letteraria e poi non è che a questi del Midwest succeda un granché, e l’autobiografismo è portato alle estreme conseguenze; però Pancake aveva un certo talento e probabilmente sarebbe diventato uno scrittore apprezzato al di là dell’aura leggendaria che gli deriva dalla morte prematura e violenta, oltre che misteriosa.

Quando si parla dei suoi racconti si usano espressioni come opera omnia e naturalmente capolavoro. Al di là dei gusti personali, mi chiedo se un’unica opera definisca il suo autore come scrittore, e questo vale per Pancake come per Raymond Radiguet (autore de Il diavolo in corpo) e Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos (che ha scritto Le relazioni pericolose) ad esempio. Data la mia ferma convinzione che non tutto ciò che viene scritto sia letteratura, che non conti l’intenzione, né il mero esercizio della scrittura a costruire uno scrittore, ho dei dubbi sulla possibilità di indentificare con una sola opera il mestiere dello narratore. A qualificarlo è lo stile, il metodo narrativo, le istanze estetiche: come si possono dedurre tutte queste caratteristiche da un solo libro?

Se io incidessi una canzone e avessi successo, ma poi non cantassi più, quell’unico disco basterebbe a qualificarmi come cantante? Io non credo. Magari questo non c’entra con il discorso da cui eravamo partiti. O forse si.

Chiacchiere da bar

Sunday 11 September 2005

Quando il Duca di Mantova, nella seconda scena del terzo atto del Rigoletto di Verdi, esprime la sua opinione sull’incostanza delle donne, con l’aria “La donna è mobile”, ammetto che sì: sta parlando – anzi, cantando – anche un po’ di me. Non è forse prerogativa delle donne cambiare spesso idea? Essere incostanti e volubili? (Almeno nell’immaginario maschile, che ci vuole capricciose ma adorabili).

Tuttavia, sebbene io sia incapace di scegliere in fretta e senza ripetuti ripensamenti il colore di una borsa da acquistare o le portate dal menù di un ristorante (finendo sempre per prendere cose che poi non mi piacciono), non significa che io non sappia cosa voglio, nelle questioni serie – lavoro, amore, famiglia, carriera -, come in quelle meno serie ma che m’interessano – vacanze, letteratura, cinema, arte, taglio di capelli. So quel che voglio, quel che mi piace e soprattutto ho una qualche cognizione dei principi estetici e strutturali che sovrintendono (e sottintendono) alla produzione artistica, quella letteraria in primis; cognizione, la mia, che deriva da studi, passione ed esperienza, ed è tale da consentirmi di elaborare un’idea abbastanza precisa della funzione dell’arte e dei processi che presiedono alla fruizione della medesima (incluso il rapporto dell’artista, e dell’opera, col mercato e il pubblico).

Naturalmente le mie idee si possono condividere o meno, per me cambia poco: quel che non mi piace è che mi vengano imputate convinzioni che non ho mai espresso, pensieri che non ho mai prodotto ma soprattutto m’infastidisce l’accusa di incoerenza, derivata da una pessima ricezione di quanto ho scritto. Figuriamoci, uno può capire quel che gli pare, ma io – avendone la possibilità – ribatto colpo su colpo e magari – avendo tempo – mi spiego un po’ meglio.

Mi riferisco al post pubblicato – mentre mi trovavo in vacanza – su blogsenzaqualità che riprende una discussione sviluppata su Vibrisse. Al tempo, Giulio Mozzi ebbe la sensazione che alcune cose da me scritte fossero in contraddizione tra loro, ed io replicai spiegando le mie ragioni: in seguito, il gestore di blogsenzaqualità rinnovò l’accusa di incoerenza, senza peraltro motivarla.

Non entro nel merito della lunga teoria di post dal titolo “I libri non sono un pacco di biscotti del Mulino Bianco” – in cui si afferma il valore dei libri aldilà delle vili regole del mercato – perché naturalmente non sono d’accordo quasi con nessuna delle cose che vengono dette e poi perché si tratta di un argomento già sviscerato. Vorrei invece introdurre un argomento cui avevo accennato (gli scrittori grandi che sono morti in disgrazia e dimenticati) e anche puntualizzare alcune cose. (Non ho ancora perso la pessima abitudine di far precedere ogni tesi da un’introduzione, come mi hanno insegnato a scuola per ogni tema che mi obbligavano a svolgere).

E’ sembrato ad alcuni, che io attaccassi Giulio Mozzi ad personam e me la prendessi con le sue scelte editoriali. Io allora citai Mozzi perché, riprendendo le considerazioni di Vincenzo Consolo, Romano Luperini e Raffaele La Capria sulla crisi della letteratura italiana, si era posto una serie di domande e, a latere, avevo l’impressione che Mozzi assegnasse alla scarsa attenzione del lettore una responsabilità nella crisi, vera o presunta, della letteratura italiana (si domandava Mozzi, insomma: “Se esistono ottime opere narrative e queste non incontrano lettori, siamo sicuri che il problema stia nelle opere narrative? Non potrebbe stare nei lettori? Non potrebbe stare nelle aziende editoriali? Non potrebbe stare nel mercato?”). Le mie successive osservazioni, non riguardavano il modo in cui Mozzi gestiva o gestisce o gestirà in futuro la sua collana: bensì le lamentazioni degli scrittori che si affliggono di non venir letti o di non vendere o di non godere della (secondo loro) meritata considerazione, che le case editrici riservano agli scrittori che vendono un po’ (o molto) di più.

E’ parso anche che ce l’avessi con Loredana Lipperini, ma anche lì mi sono limitata a riprendere alcune sue riflessioni a margine onde riassumere le varie posizioni assunte da chi ha partecipato alla diatriba qui e là, da giornali ai blog alle riviste. Arriviamo infine a quanto m’interessa davvero, ossia la contraddizione che pare esserci nella mia posizione per cui (cito da blogsenzaqualità)  io crederei “nel romanzo mercantile, salvo parteggiare – giustamente, sebbene non troppo coerentemente – per gli autori che, almeno fino alla revisione critica della storia, all’inizio non si fila nessuno” [il corsivo è mio].

Rispondo, qui, e una volta per tutte, all’accusa di incoerenza, tanto oggi non ho niente di meglio di fare: ho già scritto cose un po’ più serie (non troppo naturalmente), visto un bellissimo film al cinema, cominciato un libro che si preannuncia notevole, ascoltato buona musica e coccolato il fidanzato (non rigorosamente in quest’ordine).

Dunque, se provi a dire a qualcuno – mettiamo: a uno scrittore – che non dovrebbe lamentarsi se non vende, e dovrebbe invece chiedersi perché non arriva al pubblico (se ritiene di avere i mezzi per arrivarci), lo scrittore nove volte su dieci spende il nome di Kafka. Il fatto che Kafka sia stato più o meno ignorato in vita per poi assurgere all’Olimpo della letteratura post mortem autorizza chiunque a considerarsi un genio incompreso e a inveire contro i lettori che non sanno apprezzare i capolavori (che affollano questo 2005 e spuntano come erbacce ad ogni angolo di strada: così almeno si direbbe leggendo i pezzi di certi critici e recensori). Come dire: “io (scrittore) distribuisco perle ai porci: e i porci, essendo porci veri, non le apprezzano.
Capiamoci, adesso. A parte che di Kafka ce n’è stato uno (e per molti è persino sopravvalutato), e anche se gli esempi fossero duemila sarebbero sempre un numero inferiore rispetto all’esercito di quelli che scrivono libri che nessuno si fila, in che modo pensare a Kafka, può alleggerire il peso dell’insuccesso? E soprattutto come ci si può, di propria sponte, paragonare a Kafka? Io, attenzione, non sostengo mica che non possano esserci autori, oggi ignorati, che tra mezzo secolo verranno riscoperti e osannati come salvatori delle patrie lettere (è quel che è successo a Cèline a suo tempo, dopotutto); io dico che, avendo letto più di qualche libro di narrativa italiana d’oggi, di epigoni di Cèline non ne vedo: e, pur ammettendo che la mia è una posizione squisitamente personale, ciò che mi fa impazzire è che in queste cose non si tenga conto dell’importanza del tempo.
Asserire oggi che un determinato libro è un capolavoro, e che se quel libro non ottiene successo è perché il pubblico non ne capisce il valore, non lo coglie, non lo recepisce perché obnubilato dalla letteratura di consumo che gli annichilisce il senso estetico, mi pare una castroneria insostenibile. Peraltro vale anche l’esatto contrario. Ci sono libri che ottengono un successo che io non riesco a spiegarmi neanche facendo i tarocchi (vedi i racconti di Valeria Parrella, tanto per fare un esempio): e tuttavia non mi salta per la testa, neanche per mezzo secondo, di pensare che il lettore sia un imbecille che non è in grado di discernere il bello dal brutto: vorrà dire che quei racconti, a loro modo, soddisfano il senso estetico di qualcuno. Amen.
E comunque questo non significa che quel libro pur vendendo sia un capolavoro e che tra venti anni ce ne ricorderemo. (Peraltro che bisogno c’è di tutti questi capolavori? Possibile che uno scriva solo per sfornare capolavori?) Difficilmente poi esiste un solo tipo di lettore. Ognuno di noi è un lettore diverso: e cerca cose diverse. Io – quando parlo di “quegli scrittori, quelli sì davvero grandi, non foss’altro perché hanno superato il giudizio della storia, che sono morti in disgrazia, dimenticati e senza i riconoscimenti che meritavano e che i loro contemporanei gli hanno negato” e mi dolgo delle sofferenze da essi patite in vita, non penso a Kafka, non m’interessa, Kafka è uno, con Celìne sono due, possono – ripeto – anche essere duemila in tutta la storia della letteratura, ma non arriveranno mai a superare il numero di quanti scrivono oggi – come ieri – e si ritengono ingiustamente trascurati, sopravalutati e dimenticati.
Vi consiglio la lettura di questo pezzo dei Wu Ming al riguardo. Penso piuttosto a chi il successo l’ha avuto e poi l’ha perso per una serie di ragioni: per la sorte avversa, per problemi personali, perché i gusti del pubblico cambiano e nell’immediato è difficile collocare tutto nella giusta prospettiva. Per questo dico che solo il tempo, solo il tempo, sistema le cose (da galantuomo qual è).

continua qui

Duet

Friday 9 September 2005

Due poesie che ho scoperto negli ultimi due giorni. Per ora le trascrivo e poi magari ne riparliamo.

   Confessioni di un teppista

Non tutti son capaci di cantare

E non a tutti è dato di cadere

Come una mela, verso i piedi altrui.

È questa la più grande confessione

Che mai teppista possa confidarvi.

Io porto di mia voglia spettinata la testa,

Lume a petrolio sopra le mie spalle.

Mi piace nella tenebra schiarire

Lo spoglio autunno delle anime vostre;

E piace a me che mi volino contro

I sassi dell’ingiuria,

Grandine di eruttante temporale.

Solo più forte stringo fra le mani

L’ondulata mia bolla dei capelli.

È benefico allora ricordare

Il rauco ontano e l’erbeggiante stagno,

E che mi vivono da qualche parte

Padre e madre, infischiandosi del tutto

Dei miei versi, e che loro son caro

Come il campo e la carne, e quella pioggia fina

Che a primavera fa morbido il grano verde.

Per ogni grido che voi mi scagliate

Coi forconi verrebbero a scannarvi.

Poveri, poveri miei contadini!

Certo non siete diventati belli,

E Iddio temete e degli acquitrini le viscere.

Capiste almeno

Che vostro figlio in Russia

È fra i poeti il più grande!

Non si gelava il cuore a voi per lui,

Scalzo nelle pozzanghere d’autunno?

Adesso va girando egli in cilindro

E portando le scarpe di vernice.

Ma vive in lui la primigenia impronta

Del monello campagnolo.

Ad ogni mucca effigiata

Sopra le insegne di macelleria

Si inchina da lontano.

Ed incontrando in piazza i vetturini

Ricorda l’odore del letame sui campi,

Pronto, come uno strascico nuziale,

A reggere la coda dei cavalli.

Amo la patria. Amo molto la patria!

Pur con la sua tristezza di rugginoso salice.

Mi son gradevoli i grugni insudiciati dei porci,

E nel silenzio notturno l’argentina voce dei rospi.

Teneramente malato di memorie infantili

Sogno la nebbia e l’umido delle sere d’aprile.

Come a scaldarsi al rogo dell’aurora

S’è accoccolato l’acero nostro.

Ah, salendone i rami quante uova

Ho rubato dai nidi alle cornacchie!

È sempre uguale, con la verde cima?

È come un tempo forte la corteccia?

E tu, diletto,

Fedele cane pezzato!

Stridulo e cieco t’hanno fatto gli anni,

E trascinando vai per il cortile la coda penzolante,

Col fiuto immemore di porte e stalla.

Come grata ritorna quella birichinata:

Quando il tozzo di pane rubacchiato

Alla mia mamma, mordevamo a turno

Senza ribrezzo alcuno l’un dell’altro.

Sono rimasto lo stesso, con tutto il cuore.

Fioriscono gli occhi in viso

Simili a fiordalisi fra la segala.

Stuoie d’oro di versi srotolando,

Vorrei parlare a voi teneramente.

Buona notte! buona notte a voi tutti!

La falce dell’aurora ha già tinnito

Fra l’erba del crepuscolo.

Voglio stanotte pisciare a dirotto

Dalla finestra mia sopra la luna!

Azzurra luce, luce così azzurra!

In tanto azzurro anche morir non duole.

E non mi importa di sembrare un cinico

Con la lanterna attaccata al sedere!

Mio vecchio, buono ed estenuato Pégaso,

Mi serve proprio il tuo morbido trotto?

Io, severo maestro, son venuto

A celebrare i topi ed a cantarli.

L’agosto del mio capo si versa quale vino

Di capelli in tempesta.

Ho voglia d’essere la vela gialla

Verso il paese cui per mare andiamo.

  Sergej Esenin, da Ispoved’ chuligan, 1920 (grazie a Davide)

  Con questa poesia (durante una lettura pubblica, qualcuno del pubblico chiamò Esenin teppista e a lui piacque moltissimo quella definizione, tanto da prendere spunto da questo per il titolo di una poesia e di unìintera raccolta di versi “Ispoved’ chuligan”, Confessioni di un teppista appunto), il poeta contadino, conquistò Isadora Duncan.

    ***    I giovani (I zuan) 

  Vorrei tornare indietro

per innamorarmi 

Potrei anche adesso

che sono vecchio

innamorarmi

di una che so io

 se non avessi

soggezione 

Dei monti, di Marx?

Ce l’ho dei giovani

Mi hanno

obbligato se passa una donna 

a fingere di guardare un palo

Mi considerano fatto d’altro

che non sono più 

immortale come loro.

  Cesare Zavattini, da Stricarm’n d’na parola, (grazie ad Alberto)

Nel 1973 Cesare Zavattini pubblica per la casa editrice Scheiwiller, nella collana “Il Pesce d’Oro”, cinquanta poesie in dialetto luzzarese (il dialetto della sua terra, Luzzara, in provincia di Ravenna). Stricarm’n d’na parola, che significa “stringermi in una parola”, fu definita da Pasolini “un libro bello in assoluto” per le immagini malinconiche ma piene d’ironia evocate da questi versi, che colgono la poesia dell’ordinario e del consueto. 

Il cuore nelle scarpe

Wednesday 7 September 2005

Da qualche parte ho letto una frase che recitava più o meno così: “Accettare la sofferenza significa conoscere un’alchimia per cui il fango diventa oro. Non si può accettarla e basta”, e mi pare di ricordare che l’autore fosse Pavese, non ci giurerei comunque. 

Leggendo Molto forte, incredibilmente vicino – il secondo romanzo di Jonathan Safran Foer (pubblicato in Italia da Guanda, con la traduzione di Massimo Bocchiola) – continuavo a pensare a queste parole, con la netta sensazione di coglierne, finalmente, ogni intimo significato.

 

Molto forte, incredibilmente vicino contiene nelle sue pagine un’infinità di spunti: racconta l’America di oggi e di ieri, è una riflessione su ogni tipo di conflitto e sul dramma della guerra, un apologo sulla famiglia, un’invocazione al recupero della fantasia, una felice commistione tra parola scritta e immagine, un diario e anche un romanzo epistolare, una guida di New York, una, due, tre storie d’amore, tutte diverse tra loro.

Ma è soprattutto un libro sul dolore, sulla sofferenza e sui modi in cui cerchiamo di difenderci, di schivarla, di trasformare il fango in oro, appunto.

 

La trama non è complessa: un bambino perde il padre nell’attentato alle Torri gemelle di New York e inizia un viaggio nei meandri e i grattacieli della Grande Mela alla ricerca di risposte, sperando di scoprire cosa è successo negli istanti che precedono il crollo delle Torri, seguendo una serie d’indizi che trova nascosti in un armadio.

Nel corso del viaggio conoscerà diverse persone, imparerà qualcosa su se stesso e il mondo e la sua famiglia ma non raggiungerà il suo scopo. Almeno questo è quello che crede in un primo momento.

 

In realtà ciò che lui vuole davvero, compiendo questa sua ricerca, è trattenere suo padre, fermarne il ricordo per sempre, e soprattutto cercare di non soffrire, di neutralizzare quel mostro che lo divora dal di dentro e lo spinge a farsi dei lividi e che gli appesantisce le scarpe.

E qui ci vuole una parentesi linguistica: in inglese, per dire che si è molto triste si usa un’espressione idiomatica che letteralmente recita “sentirsi il cuore nelle scarpe”, così Oskar, il nome del piccolo protagonista (chiaro omaggio all’Oskar Matzerath del Tamburo di latta di Gunther Grass, tanto che anche l’Oscar di Foer suona il tamburo), ogni volta che pensa a suo padre o ascolta e vede qualcosa che lo turba si sente le scarpe pesanti e cerca di alleggerirle, inventando delle cose stravaganti (come camicie di becchime per farsi trasportare in volo dagli uccelli in caso di emergenza) o facendosi del male o scrivendo lettere a sconosciuti con cui vorrebbe entrare in contatto, per esempio all’astrofisico Stephen Hawking (quello della teoria dei buchi neri).

 

Ad otto anni come puoi accettare che tuo padre muoia? (In realtà anche a trenta la morte si fatica ad accettarla, ma questo è un discorso che ci porterebbe lontani). Non si può e allora Foer scrive un libro di 431 pagine per raccontarci che il dolore si può combattere con l’immaginazione, con la scrittura, con l’invenzione, con la fatica, con la follia anche, che tu sia un bambino o un vecchio sopravissuto al bombardamento di Dresda (e qui mi riferisco al nonno di Oskar che dopo aver perso tutto sotto le bombe americane durante la seconda guerra mondiale, si rifiuterà per sempre di parlare).

 

E’ quindi la separazione il tema centrale del libro: separazioni tra padre e figlio, moglie e marito, tra gli amanti, gli amici, i parenti, tra gli uomini in generali divisi dalla guerra. La morte, i conflitti, la distanza, le cose non dette, i rancori, la paura ci dividono ogni giorno e perdersi è il dolore più grande, la sofferenza più acuta e la ricetta suggerita dal romanzo di Foer per sopravvivere a questo dolore è di trovare dei luoghi in cui rifugiarsi, che siano veri o immaginari non ha importanza, quello che conta è trovare un qualche sollievo.

Il sogno e la fantasia diventano un’arma contro le lacrime e la disperazione, la scrittura un mezzo per espellerle e comprendersi, uno sfogo. Se n’è parlato moltissimo di questo libro, naturalmente spaziando, nei commenti, dal “capolavoro” alla “furbata”, e ho impiegato parecchi mesi a decidermi di leggerlo (e se il mio bibliofilo di fiducia non me l’avesse regalato forse non l’avrei mai comprato) perché non mi fidavo delle numerose parti metanarrative che l’arricchiscono: foto, disegni, simboli, sottolineature, schemi, parole sovrascritte, pagine bianche o con una sola frase nel mezzo.

 

on credo nella commistione tra i mezzi espressivi, la scrittura e l’immagine sono due cose separate per me, e ho sempre trovato irritanti quei libri (che non siano le favole illustrate per i bimbi o Le avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe) che inframmezzano le parole con disegni o foto o altro, perché solitamente si tratta di meri espedienti tesi a stupire il lettore, ammiccamenti sterili o evidenti dimostrazioni della debolezza di uno stile o di una storia visto che il pensiero non riesce a filtrare nitido senza ricorrere ad un’immagine che lo spieghi o lo renda esplicito.

 

Penso per esempio al disegno di una graffettatrice nel romanzo di Dave Eggers L’opera struggente di un formidabile genio, o ai post-it in E morì con un felafel in mano di John Birmingham: inserti gratuiti, inutili, ruffiani, postmoderni (consentitemi la semplificazione).

Non è il caso di Molto forte, incredibilmente vicino, come i disegni nel romanzo di Poe, che erano parte della trama e servivano alla suspense e alla resa di un’aria malsana e pericolosa, così le foto e le trovate usate da Foer nel suo libro sono essenziali per il racconto, sono esse stesse narrazione e consentono al lettore di immergersi del tutto nella vicenda e viverla e sentirla come il suo piccolo protagonista: noi vediamo quello che vede lui e siamo un po’ tutti degli Oskar che cercano di soffrire un po’ meno. 

 

La scelta di accostare parole e immagini non è una rinuncia al potere evocativo della scrittura, ma una scelta che implica il riconoscimento dell’insufficienza delle parole di fronte a fatti come la morte, il dolore, il dramma di una società in cui non si riesce a distinguere il bene dal male e in cui l’aggredito è stato a sua volta aggressore e la sofferenza di oggi è la stessa inferta ieri ad altra gente, in altri luoghi, per altri (ingiustificabili) motivi.

 

Mi rendo conto di aver dato l’idea che Molto forte, incredibilmente vicino sia un libro triste. Non è così: c’è un numero infinito di trovate, situazioni paradossali, dialoghi surreali e battute di spirito, storie che s’intrecciano e si sciolgono una nell’altra, personaggi così assurdi da sembra più veri del vero e poi la tenerezza infinita di questo bambino un po’ saccente e troppo geniale, che parla francese e conosce un sacco di cose, che non riesce a piangere il suo dolore. Foer ha il completo dominio di una struttura complessa in cui tutti i nodi alla fine si allentano e ogni cosa si colloca nella giusta prospettiva; lo stile è limpido, frasi brevi e secche alternate a periodi corposi che si leggono tutto d’un fiato, l’ironia è uno strumento che dosa alla perfezione e per quanto si avvertano echi di Bellow, Salinger e Roth, la sua voce è originale e matura. E dire che è solo al suo secondo libro. 

L’autore non impartisce lezioni, non trancia giudizi, non scava nel torbido, non si compiace del dolore, non sfrutta una tragedia, si limita a raccontare una storia che pur puro caso è legata alla nostra Storia degli ultimi anni, ma che nella sua essenza riguarda tutti noi a prescindere dagli eventi globali, tocca nell’animo ogni uomo, donna o bambino che almeno una volta si sia sentito il cuore nelle scarpe.