Archivio di October 2005

Voi non sapete cos’è Carver*

Sunday 30 October 2005

A casa di Melpunk si discute di Raymond Carver, la mia nemesi, dopo Valeria Parrella.

Mel segnala la pubblicazione del Meridiano dedicato allo scrittore americano considerato il padre della corrente letteraria nota come minimalismo, che ormai come ogni categoria, ha assunto in sé gli scrittori e gli stili più disparati e distanti Mel se ne compiace. Liberissimo, figuriamoci. Posso non essere d’accordo con lui, e con gli altri estimatori di questo scrittore? Si che posso ed esprimo questo mio disaccordo anche vivamente e so che Mel non me ne vorrà.

Allora, io condivido l’affermazione di Davide Malesi, esternata sempre a casa di Mel, esagerando ed estremizzando naturalmente, per cui “Carver è il male”; Davide aggiunge poi, che “nello specifico, il racconto minimalista di Carver (o à la Carver) è il fratello stitico del romanzo di costume”. Alessandro, rincara la dose e scrive che Carver “è stato una disgrazia, per la letteratura”.

Ora, io sono convinta che il blog non sia un luogo in cui fare della critica letteraria, al massimo si può parlare di libri come di una partita di calcio al bar, e questo non sminuisce il valore di quanto si dice, ma la critica è un’altra cosa e si fa altrove. Di conseguenza affermazioni come queste, che non hanno alcuna pretesa di dogmatismo, né ambiscono a sostenere dialetticamente prese di posizioni inconfutabili e che sono anche provocazioni, forse, devono necessariamente essere sintetiche e immediatamente efficaci, è il mezzo che lo impone, soprattutto nei commenti ad un post.

Contravvenendo a questa legge non scritta, riporto il mio poco sintetico commento all’intervento di Melpunk e amplio un po’ il discorso:

1. perché devo aggiornare il blog (altra legge implicita: aggiornare spesso per non perdere i lettori fidelizzati) e non ho tempo né voglia di scrivere altro;

2. perché il discorso mi preme e

3. perché repetita iuvant  

Sarò anche io perentoria. Del resto lo sono sempre, quindi non mi smentisco. La disgrazia per la letteratura è stata eliminare la magnificenza, la meraviglia, il racconto di una storia, il ricorso alla finzione, la complessità della trame e dei personaggi. E cosa è rimasto dopo Carver e gli infiniti, inutili emuli? La modesta scrittura di imbrattatori di diari che non riescono a raccontare il mondo ma solo se stessi e le loro fisime. E adesso parliamo pure di Carver e della sua responsabilità nella deriva verso lo squallore minimalista della letteratura, soprattutto qui da noi, l’unico paese insieme al Giappone ad aver pubblicato la sua opera omnia.

Carver ha prodotto una letteratura “stitica”, introiettata, le sue storie sono piegate su loro stesse, restano all’interno dei personaggi sempre abbozzati e mai approfonditi. Il loro dolore, la loro solitudine, lo spaesamento implode all’interno del racconto. E non è questo che deve fare la letteratura: la letteratura usa la menzogna per dire anche cose vere, non ricorre alla fredda osservazione della realtà o di parti di esse per cercare la verità. Non è psicologia, né sociologia. Anche quando Emile Zola ha scritto i suoi libri ha creato un intreccio, la riproduzione di modelli realistici e positivisti avviene sempre dietro la creazione (invenzione dunque finzione) di una storia che prima intrattiene e poi spiega, illustra, descrive.

Carver ha legittimato la storia minima, la sottrazione, la visione microscopica di un granello di polvere. Il suo stile si basa sull’eliminazione dell’inutile, sul ricorso alla scarnificazione del testo e del linguaggio, i suoi personaggi non parlano, trascinano le parole come fardelli e l’intenzione dell’autore è di far trapelare un universo di dolore e solitudine, comune a tutti e non solo ai suoi nuovi derelitti, attraverso i monosillabi quotidiani che si scambiano riguardo le piccole cose della vita quotidiana. Gli interessa l’insignificante, il banale, il semplice, niente di male. Ma la letteratura devi dire qualcosa, non può limitarsi a registrare un’assenza.

Siamo d’accordo, Carver descrive il vuoto, è riuscito a rendere l’enorme buco nero in cui spariscono lentamente i suoi personaggi. Bravo. Ma letteratura non dovrebbe prendere un vuoto reale e riempirlo? Non dovrebbe considerare il mondo e poi cambiarlo per farcelo vedere esattamente come è e raccontarcelo? Si può raccontare il vuoto? Non si può. E se non si può raccontare, cosa resta della letteratura? Peraltro, bisogna considerare che prima di lui ce ne sono stati altri che hanno voluto cogliere e cantare la dimensione anti-epica dell’uomo e dell’America in particolare: Sherwood Anderson e poi gli scrittori del realismo sociale, primo fra tutti Erskine Caldwell.

Ma nessuno avevo mai abolito la storia prima di Carver.

Ed è qui per me la sua responsabilità. La responsabilità non è di per se una colpa, è il riconoscimento di un’azione che modifica un percorso.

Io non colpevolizzo Carver per i suoi emuli, sia chiaro, riconosco in lui un apripista e visto che non condivido il suo modo di fare letteratura, il riconoscimento di questa responsabilità ha per me un connotato negativo.

Del resto chi, come me, ritiene che abbia ragione Francis Scott Fitzgerald quando dice che la storia è dove c’è l’azione, come può apprezzare la fissità dello sguardo di Carver? Sono posizioni inconciliabili che visto che non si limitano a dire “a me fa schifo, quindi non è un grande scrittore”, non possono essere liquidate come affermazioni prive di fondamento. […]

Tralasciamo il discorso poi sul minimalismo e il suo successo. Dovremmo distinguere tra quanto è accaduto in America e ciò che invece ne ha determinato il successo da noi.

Dovremmo fermarci a discutere del mezzo con cui il minimalismo si espresso maggiormente, il racconto breve, che asseconda l’impazienza del lettore medio che vuole sbrigarsi, ha fretta e non ha voglia di sorbirsi storie che superino le venti pagine.

E poi dovremmo anche considerare che quando si è affermato il minimalismo, da poco prima degli anni ’80 a tutto il decennio successivo quasi, con strascichi che si prolungano ancora ai nostri tempi, il contesto storico e politico era a dir poco inquieto e si era in piena società dei consumi: così la sobrietà, la freddezza, la concisione dello stile e la povertà dei setting in cui sono ambientate asseconda anche il bisogno di un ritorno all’austerità del puritanesimo.

Per l’Italia come si è detto, il discorso è diverso ma ci porterebbe lontano.

Del minimalismo, e usiamo per convenienza, pure il termine e la categoria impropriamente, avevamo già avuto traccia ne I 9 racconti di Jerome David Salinger. In Un giorno ideale per i pesci banana, Salinger racconta del suicidio di un giovane uomo dopo aver parlato con una bambina, e il lettore non sa perché quest’uomo si suicida, percepisce il suo malessere, alla fine comprende che non aveva scelta, ma non riesce a decifrarne le ragioni.

Anche Salinger usa uno stile asciutto, depauperato quasi, eppure nel suo sguardo c’è qualcosa di più. Sceglie le parole in modo da farti empatizzare con il protagonista, ti conduce nel suo mondo durante quel dialogo surreale con la bambina.

Carver tiene i suoi personaggi lontani dal lettore, il che non è un male in assoluto, visto che per esempio non si può entrare in empatia con il seduttore di Kierkegaard o con i protagonisti dei libri della Kristof, ma nei racconti di Carver la distanza è esibita, c’è la volontà di non voler far comprendere, e allo stesso tempo questa ingenera nel lettore meno scafato, a mio avviso, un’esaltazione per cui se arriva a intuire che qualcosa di quello che anima i personaggi di Carver sulla scena, “anima” si fa per dire dato l’immobilismo di ogni storia, allora si sente autorizzato a sentirsi profondamente sensibile, tormentato, incompreso, e quindi superiore al resto del mondo.

Se c’è una cosa che tollero meno dei racconti di Carver è proprio, in generale, il tipo del suo lettore sfegatato. Gente da non frequentare. Ma qui siamo fuori da ogni discorso minimamente critico, è solo una mia idiosincrasia.”

Un’ultima cosa.

Inviterei i lettori voraci di Raymond Carver a leggersi un articolo pubblicato sul New York times di qualche anno fa e poi ripreso da Alessandro Baricco, che rivelava che in realtà i testi di Carver venivano pesantemente rimaneggiati dal suo editor Gordon Lish.

La cosa che mi preme sottolineare è una considerazione che Baricco fa alla fine del resoconto del viaggio che ha compiuto in America per verificare personalmente come stessero le cose, confrontando i racconti originali e quelli poi pubblicati. Baricco scrive: “il punto che a me sembra più interessante è […] scoprire che Carver stesso non era in grado di tenere quello sguardo implacabile sul mondo che i suoi racconti sfoggiano.

Anzi, in certo modo lui aveva l’ antidoto contro quello sguardo. Lo abbozzava, quello sguardo, forse l’ ha perfino inventato, ma poi tra le righe, e soprattutto nei finali, lo confutava, lo spegneva. Come se ne avesse paura. Costruiva paesaggi di ghiaccio ma poi li venava di sentimenti, come se avesse bisogno di convincersi che, nonostante tutto quel ghiaccio, erano vivibili. Umani. Alla fine la gente piange. O dice Ti amo. E la tragedia è spiegabile. Non è un mostro senza nome.”

Se persino il padre di tutti i minimalisti – o sedicenti tali – non considerava percorribile fino in fondo la strada dell’impoverimento del testo e della storia, perché dovremmo sorbirci i suoi figliastri?

 

* Ammetto che il titolo del post non è mio, e me ne dolgo, pertanto ringrazio Alberto per avermelo suggerito, ché oggi non avevo voglia.

We’re back

Thursday 20 October 2005

L’attesa è finalmente terminata: siamo tornati tra piccole novità e nuovi collaboratori. Qui potete scaricare il nuovo numero di Medicine Show, il primo della nuova serie bimestrale; qui il Doc racconta un po’ di noi e di quest’assenza; qui c’è un assaggio che mi riguarda. Scrivendo a infine a info@medicine-show.net potete ricevere i nostri speciali: il supplemento di questo numero è “Bruce Springsteen, Born To Run”. Naturalmente dei supplementi se ne occupa Leonardo (e si vede). Springsteen dovrebbe citarlo nel suo prossimo disco. Intanto lo trovate nell’ultimo dei La Cruz.

In questo numero, articoli di Leonardo Colombati, Alessandro Cremonesi dei La Crus, Davide Malesi, Seia Montanelli, Giulio Mozzi, Gabriele Pescatore, Federico Platania, Bernardino Sassoli e Armando Trivellini. Tra le altre cose, si parla di Syd Barrett, Bono, New Orleans, Talking Heads, Frank Zappa, dEUS, Stokhausen, Paul McCartney, Madonna, R.E.M e dei Triology.

La potenza delle metafore

Wednesday 12 October 2005
 

LA POTENZA DELLE METAFORE

A. Sai, non ci ho mai pensato prima, ma tu hai una risata adulta.
S. Che vuoi dire?
A. Che la tua è una risata da donna adulta.
S. Ah.
A. Ma guarda che è un complimento.
S. Si?
A. Si. Hai una bellissima voce da ragazza e parli come una ragazza. La tua risata invece è da adulta, è la risata di una donna sui 35 anni.
S. Ho capito. Non mi sembra un gran complimento, comunque.
A. Ma si che lo è. Ecco, hai una risata da abito da sera. E’ una risata da abito da sera, si.
S. Oh.

Se uno ha talento per le parole, viene fuori anche quando non scrive.

Oktober fest

Wednesday 12 October 2005
Questa frase, mi ha fatto pensare a Ray Bradbury. Stante il titolo di questo blog, è chiara la mia passione per il più grande mago del mondo. E siamo anche nel mese più giusto per parlarne. Fino a ieri non avevo mai letto uno dei suoi libri più famosi, Cronache marziane, a causa del titolo che richiama prepotente alla mente la fantascienza pura, quella delle astronavi, i razzi e le colonie spaziali che io non amo molto. Alla fine però ho ceduto alle insistenze del mio bibliofilo di fiducia (peraltro il libro mi era già stato caldeggiato tempo fa da Kerub, ma sono lenta a recepire i consigli) e l’ho letto. Non credo sia il suo libro migliore, ma è un chiaro esempio della concezione che Bradbury ha della fantascienza: un pretesto per parlare d’altro, per sondare i vizi e le virtù della società contemporanea estrapolandola dal contesto e proiettandola ad un livello differente, in modo che la prospettiva insolita da cui la si guarda ne riveli particolari altrimenti poco evidenti. Cronache marziane è un libro che racconta la conquista del pianeta Marte da parte dell’umanità, nell’arco di quasi trent’anni, dal 1999 al 2026, quando una guerra nucleare costringe i coloni a tornare sulla terra. E’ la storia, raccontata come una serie di brevi cronache (tutti racconti pubblicati da Bradbury su varie riviste negli anni ’40 e poi assemblati), di un fallimento: il fallimento della tendenza civilizzatrice dell’uomo, della sua idea di conquista e colonizzazione che ancora oggi funesta la vita sulla terra. 
Ma non è tanto il libro nel suo complesso a colpirmi, quanto una delle cronache: “Usher II”. Il titolo richiama naturalmente il racconto forse più terrificante di Edgar Allan Poe, “La rovina della casa degli Usher”, in cui una casa maledetta crolla in seguito ai gemiti e ai lamenti di Madeleine, sepolta viva dentro di essa. (A questo racconto secondo me, ha reso omaggio anche Boris Vian quando ne La schiuma dei giorni fa rimpicciolire la casa di Colin e Chloe, di pari passo con l’aggravarsi della malattia della ragazza, ma è solo una mia illazione).
In “Usher II” uno dei coloni del pianeta Marte, William Stendahl (e la scelta del cognome del protagonista come vedremo, non è casuale), investe tutti i suoi averi nella costruzione di una casa identica a quella degli Usher del racconto e la riempie di robot che richiamano gli spettri e gli orrori narrati da Poe, Ambrose Pierce, Lovercraft, Hawthorne e di figure fantastiche come Babbo Natale, Raperonzolo, Barbablù. Se la dimora descritta da Poe è un simbolo dell’inconscio e dei terrori che agitano le anime inquiete, la casa eretta su Marte da William Stendhal è un monumento alla fantasia e ai sogni. In un’epoca in cui un regime ottuso dichiara fuorilegge i libri che non descrivano esattamente la realtà (e Poe ne è la vittima più colpita naturalmente), un uomo scappa su Marte per ricreare tutti i fantasmi letterari dello scrittore americano e di altre penne illustri. La novella casa degli Usher, risorta dalle ceneri di un mondo in rovina come la mitica fenice, diventa un mausoleo costruito su infinite citazioni letterarie, e allo stesso tempo è una trappola mortale che condanna coloro che vogliono abbattere i sogni dell’umanità bruciando i libri che non facciano riferimenti a fatti storici o scientificamente documentati. Di forte impatto il discorso che William fa all’Ispettore dei Climi Morali inviato a distruggere la sua casa, mentre cerca di spiegargli i motivi che l’hanno spinto a realizzare questo progetto: “… avevate messo sul rogo la Vigilia d’Ognissanti e imposto ai vostri produttori cinematografici che, se volevano fare qualcosa, dovevano fare e rifare Ernest Hemingway. Mio Dio, quante volte ho visto fare e rifare Per chi suona la campana! Trenta diverse edizioni! Tutte realistiche. Oh il realismo!” Un incubo, come dargli torto? Del resto anche Poe col crollo di casa Usher si pone il problema della realtà e della sua percezione in ambito letterario. Descrive un mondo in cui la realtà è deformata e in cui le cose non sono ma sembrano e se i personaggi non esistono ma sono presenze eteree suggerite da dettagli e fugaci descrizioni, la casa invece vive di vita propria, respira, geme, soffre e poi muore come se fosse un essere umano. Tutto è capovolto, paradossale, filtrato dallo specchio della fantasia e della finzione, adulterato dall’artificio narrativo eppure ancora logico e plausibile. Un genio Edgar Allan Poe. E anche Ray Bradbury non scherza.
Bradbury in “Usher II” torna a scrivere per esorcizzare uno dei suoi demoni, come ha già fatto in Fahrenheit 451: l’idea che la fantasia e la cultura diventino oggetto di persecuzione e che leggere libri o sognare siano azioni punite come se fossero reati. E purtroppo la storia ci ha insegnato che può succedere e nessuno ci assicura che non capiterà di nuovo, se anche Harry Potter fa paura chi di noi può immaginare dove si potrà arrivare? “Usher II” è solo un racconto di poche pagine, eppure il suo messaggio è più potente ed immediato di un qualsiasi lungo saggio di critica letteraria sulla funzione della letteratura e il rapporto dell’opera d’arte con la realtà. D’altronde Bradbury ha sempre avuto le idee chiare sul ruolo dello scrittore e della narrativa: “Noi scrittori, fondamentalmente, non siamo molto diversi dai bardi dei tempi omerici, che giravano per il mondo e, trovato un accampamento di uomini in armi, dicevano: Se mi riempite la coppa di vino e mi offrite un piatto di carne, vi racconterò una storia su una vergine e un toro che sono sicuro vi stupirà”. Cosa resta dell’arte senza la meraviglia e il mistero? Se non è l’arte a rivelarci ciò che non riusciamo a vedere del mondo, cosa può farlo? Bradbury fa dire a Faber, uno dei personaggi di Fahrenheit 451: “Non c’è nulla di magico, nei libri; la magia sta solo in ciò che essi dicono, nel modo in cui hanno cucito le pezze dell’Universo per mettere insieme così un mantello di cui rivestirci.” 

Maraviglia

Sunday 9 October 2005

Non so immaginare niente di più tragico che essere sull’orlo di un mistero e non meravigliarsi”.

Off topic

Monday 3 October 2005

OFF TOPIC

Medicine show sta per tornare. Dopo la lunga pausa estiva, la rivista di musica più ciarlatenesca al mondo torna e, prima tra le novità, non sarà più un mensile, ma un bimestrale. Tra qualche giorno saremo on line con il numero di Settembre-Ottobre, nuovi collaboratori e tanta musica.

***

E’ sorta Hak Nam, la micronazione  fondata da Blackwell.

Potrebbe essere un’idea, non so. Ancora non ho una posizione ben definita al riguardo, sebbene la mia formazione di stampo giuridico mi renda difficile considerare quale nazione, un ente privo di un apparato attraverso il quale esercitare la sovranità*. Per non parlare della mia avversione per le comunità virtuali e i microorganismi, che siano sociali o biologici come le amebe. Tuttavia conosco il suo fondatore, per cui intanto lo segnalo e poi ne parliamo.

* Naturalmente il discorso sarebbe più complesso stante l’esistenza delle nazioni curda, palestinese, nativo-americana. Ma si tratta di realtà ben distanti dalle micronazioni.