Archivio di February 2006

Gente del sud

Tuesday 21 February 2006
Ha venduto ottanta milioni di copie dei suoi libri nel mondo ed è stato tradotto in 43 lingue. Negli anni ’40, in seguito al successo dei suoi romanzi nelle edizioni paperbacks, è stato definito “lo scrittore più venduto del mondo”. Una piece teatrale tratta dal suo romanzo più famoso, La via del tabacco è tra le rappresentazioni più longeve di Broadway e il suo romanzo Il piccolo campo, con quattordici milioni di copie è tra i più venduti di tutti i tempi. Riposa nell’olimpo degli scrittori accanto a John Steinbeck, Flannery O’Connor, Sinclair Lewis e William Faulkner con cui ha condiviso le origini negli stati del Sud degli Stati Uniti.
Eppure in Italia al momento sono reperibili (e nemmeno tanto facilmente) solo quattro dei suoi innumerevoli romanzi (a cui si aggiungono decine di racconti, opere di non fiction o di appunti sparsi e una raccolta di poesie). Questo sebbene Elio Vittorini presentando la traduzione de Il piccolo campo definisse il suo autore “uno dei cinque o sei maggiori scrittori d’America”. D’altronde nemmeno di Faulkner, Steinbeck o della O’connor si riesce a trovare moltissimo. Rinunciateci proprio a cercare Sinclair Lewis, poi. E questo in barba a chi pedantemente e scioccamente sostiene una sudditanza nei confronti della letteratura americana da parte dell’editoria italiana. Abbiamo tutti i Foster Wallace, gli Eggers, i Dan Brown, l’opera omnia di Carver e poi ci mancano i fondamentali. Ed Erskine Caldwell è quello che manca più di altri.
Anche in America ha avuto i suoi bei problemi. Censurato. Criticato. Assimilato a quella che poi verrà definita pulp-fiction, prima ancora di Tarantino. Osannato e poi dimenticato e poi ancora glorificato post mortem. La prima monofografia dedicata a Caldwell è apparsa in Siberia nel 1967 ad opera di un giovane studioso Vadim Yatsenko e solo nel 1971 (quando Caldwell aveva 68 anni, sarebbe scoparso nel 1987) è stato pubblicato il primo saggio in lingua inglese redatto da James Korges per una collana dell’Università del Minnesota.
E’ il destino dei grandi scrittori.
Erskine Caldwell ha sempre raccontato il Sud. Immense distese di terre arse dal sole, afflitte dalla depressione e dalla siccità. Gente disperata e violenta, imbarbarita dalla povertà, ridotta allo stato brado da una crisi economica che ha risparmiato in pochissimi, rendendoli sempre più ricchi, e divorato i più già poveri in canna. Caldwell ha mostrato un lato scomodo dell’America e dell’uomo, descrivendo la degradazione a cui può abbandonarsi, la perdita della dignità. Così ne La via del Tabacco, o ne Il predicatore come ne Il piccolo campo, i personaggi schiacciati dalle sofferenze, dalla fame, dalle umiliazioni dimenticano persino la posizione eretta, rinunciano al loro lato umano e si muovono come bestie su uno scenario desolante e desolato. Descrive comportamenti ossessivi (la vecchia che in Tobacco Road continua ad accendere il fuoco pur non avendo nulla da cuocere), l’alienazione, il delirio religioso, la depravazione come sfogo.
Questi sono i temi ricorrenti a cui ci si riferisce sempre parlando di Caldwell e forse questo in parte l’ha relegato nel limbo in cui si trova, almeno da noi. Troppo forte l’immagine del linciaggio di un ragazzo di colore incolpevole (Fermento di luglio). Disturbante l’idea di un predicatore che imbroglia e seduce la donna di colui che l’ha ospitato (Il predicatore vagante). Cruda l’immagine di una ragazza sacrificata da una madre ambiziosa e spietatamente sensuale (Claudelle).
Eppure non c’è solo questo nei suoi libri. C’è un senso del tragico che sfiora il grottesco e un’ironia spietata e dolente che non sarebbe dispiaciuta a Pirandello. Una visione del mondo così cinica e violenta che non può non far pensare alla speranza.
Quando Caldwell ironizza sui suoi personaggi, quando ce li mostra nella loro pochezza non ride di loro per strappare un sorriso ai suoi lettori, ma strappa le catene che li tengono legati, offre loro una possibilità di emanciparsi, di liberarsi dall’abiezione.
E c’è infine una dolorosa sensualità ad aleggiare su ogni pagina che ha scritto. Il sesso è una valvola di sfogo per i contadini abbattuti dalla Grande Depressione. Ma è anche un rito propiziatorio, un inno alla fertilità della terra. E ancora un modo per dimostrare la propria forza: sottomettere qualcuno per autoesaltarsi.
In un mondo in cui i bisogni primari costano tutti fatica e lacrime e sudore e non sono nemmeno garantiti nonostante questo, il sesso che non richiede lavoro o soldi è l’unico istinto che si può soddisfare nell’immediato. E anche quando la pratica li rende simile a bestie, questi uomini e donne proprio nel sesso si riappropriano della loro umanità, assecondandone desideri e pulsioni.
Tutto questo nei suoi romanzi più propriamente sociali.
Epperò Caldwell ha scritto di tutto, persino una sorta di noir, rimanendo sempre fedele ai suoi canoni estetici e stilistici.

Un’opera che si cita pochissimo e a torto a mio avviso è Gretta (1955), il suo diciassettesimo romanzo.

E’ la storia di una donna, poco più di una ragazza che molestata da piccola, trova nella seduzione l’unico modo di amare e di essere amata. E per sentirsi sempre ammirata e desiderata rinuncia all’amore e alla sicurezza. E’ un atteggiamento patologico il suo, potrebbe essere una ninfomane, ma non è questo l’importante. Caldwell racconta una storia in cui l’amore non è la soluzione, in cui non c’è un lieto fine eticamente accettabile o un epilogo tragico a punire il peccatore (la peccatrice in questo caso).

C’è una donna che decide di non poter rinunciare alla soddisfazione perversa del proprio ego e sceglie di identificarsi con l’oggetto del desiderio degli uomini che conosce, di vivere per sedurli piuttosto che vivere amata e protetta. Al di là delle intenzioni dell’autore e della crudezza della vicenda, la cosa notevole di questo romanzo è la capacità di fissare in poche battute un’intera esistenza e un dramma. Gretta è bellissima. Sinuosa, formosa, sensuale. E’ fatta per l’amore, quello dei sensi. Ma ciò che rapisce ogni uomo che concupisce e da cui si fa concupire – vittima e carnefice – è il modo che ha di sfilarsi le calze. Si siede a terra, piega una gamba e le tira giù una alla volta guardando fisso negli occhi l’uomo di turno e emette suoni e gorgoglii eccitati. Nessuno le resiste. Caldwell descrive questo gesto solo un paio di volte in tutto il libro, eppure è il centro di tutto, e uno non può dimenticarselo. E’ indelebile come l’immagine dell’allattamento nel finale di Furore di Steinbeck o la scena del corpo di Ettore straziato dal carro di Achille nell’Iliade.

Tra i romanzi di Caldwell, il mio preferito è L’ultima notte d’estate. Ma ne riparliamo.

La posta del cuore

Sunday 19 February 2006
Non ricordo se l’ho mai scritto – ma non penso, visto che sono convinta che dei miei fatti personali non freghi niente a nessuno – ma uno dei miei obiettivi nella vita è avere una rubrica di posta su un settimanale. L’ideale sarebbe una cosa tipo l’angolo dei lettori gestito da Susanna Agnelli su Oggi (a dire il vero non so se ne sia ancora titolare) o quello di Natalia Aspesi sul “Venerdi” di Repubblica. Mi è già capitato di ricevere e rispondere a missive inviatemi dai lettori di alcune riviste con cui collaboro, ma non è la stessa cosa. E poi fin’ora non avevo mai ricevuto una lettera aperta. Sono quasi commossa. Quindi ringrazio di cuore il Signor Guido Turco per aver in parte realizzato il mio sogno. (In parte perché io vorrei ricevere le lettere certo, ma essere anche lautamente retribuita per rispondere). Vorrei dedicare a questa deliziosa sua, il tempo e l’attenzione che merita, ma ammetto di aver capito meno di un quinto delle cose che ha scritto e soprattutto ribadisco che non ho il tempo che pare avere lui. E a questo proposito voglio precisare che la mia domanda sul suo tempo (libero) non voleva essere minimamente insolente! Ero davvero perplessa perché egli mostra di possederne parecchio e mi incuriosiva il modo in cui lo impiega, visto che pare essersi letto l’opera omnia di Davide Malesi e di volersi proporre come suo commentatore ufficiale, puntualizzando ogni parola, ogni pensiero, ogni minima provocazione. Non posso fare a meno di interrogarmi su questo. Mi limito a qualche altra inutile precisazione. Accolgo di buon grado le sue dritte sul come recuperare un po’ di tempo: ma faccio già a meno di televisione e Playstation, per forza di cose non per volontà, perché io adoro giocare alla PS (e sono anche parecchio bravina, ho completato i vari livelli di Max Payne in meno di due giorni e ne ho impiegati solo tre per Tomb Raider, TBII; TBIII; mentre il IV non mi ha entusiasmato). Purtroppo, anche così non riesco a trovare nemmeno la metà del tempo che sembra avere lui per le cose importanti e che non posso fare a meno di fare, figuriamoci per sprecarlo (a parte imbrattare il blog ogni tanto). Quanto mi piacerebbe però. Quale insolenza dunque? Quale autocensura? Quale volontà di metterlo a tacere? Era solo una domanda innocente. Peraltro, a me del discorso che si stava affrontando nei commenti me ne frega ben poco e per questo non sono intervenuta. Essendo una mente semplice di critica, competenza e libertà d’espressione non m’interesso. In definitiva caro Signor Turco, si rilassi. Si goda il suo tanto, tanto, tanto tempo libero e stia pur certo che il mio blog per lei sarà sempre aperto. Ma, come lei può commentare nella massima libertà, io posso rispondere e domandare quello che mi pare. Difendere un intervento piuttosto che un altro e sposare una tesi invece di altre. Nel più puro arbitrio e senza logica apparente persino. Un suggerimento: meno acrimonia e più poesia (anche cretina).

Tutto il resto è noia

Wednesday 15 February 2006

La vita vi stressa? Il lavoro vi appalla? Il/La fidanzato/a vi assilla? I debiti opprimono? E vicini rompono? Take a Medicine Show!

E’ on-line il numero Gennaio-Febbraio 2006. La fantasmagorica, supercalifragistichespiralidosa e ciarlatanesca rivista musicale diretta da Leonardo Colombati e Giulio Mozzi vi stupirà con effetti speciali, sfoderando fuochi d’artificio e giocolieri da circo. Che lo spettacolo inizi con gli articoli di Leonardo Colombati, Mario Desiati, Franz Krauspenhaar, Davide L. Malesi, Giorgia Meschini, Giovanni Migliore, Seia Montanelli, Gabriele Pescatore, Lord Cornelius Plum, Alberto Ragni e Armando Trivellini.

Mentre Mario Desiati impartisce le disposizioni per il suo funerale, il Doc ricorda i Righeira e rimpiange Wilson Pickett. Franz Krauspenhaar ommaggia Charles Ives e Alberto Ragni rende onore ad Art Garfunkel ed Harry Nilsson, per una volta protagonisti. Giorgia Meschini da ripetizioni di respirazione, Davide spiega Gavin Bryars (e a me lo fa conoscere per la prima volta, mai coperto prima) e Leonardo racconta lo sbarco in America degli U2. Ancora in viaggio, Lord Cornelius Plum ci invia la sua corrispondenza dalla collina di Andromeda, mentre Gabriele Pescatore si riprende dalle fatiche del trasloco stilando l’alfabeto dei dischi irrinunciabili.

Se Armando Trivellini si entusiasma per l’ultimo album dell’inglese Paul McCartney, io seguo l’irlandese Roddy Doyle in uno spericolato viaggio in America. Potevano mancare i Rolling Stones (citati da Giovanni Migliore) e il Boss? La risposta (soprattutto per il boss) è ancora una volta no.Ah, troverete anche un articolo sulle possibilità narrative del jazz, scritto a quattro mani da Davide e me: chissà se si distinguono i rispettivi contributi.

E duqnue: Venghino siori, venghino.

Il Supplemento (Lucio Battisti e Pasquale Panella, Sinceramente non tuo) è riservato agli iscritti alla Newletter. Per iscriverti vai qui.

Spigolature

Wednesday 1 February 2006

Se volete dei buoni motivi per non rischiare di andare a vedere Match Point, l’ultimo film di Woody Allen, leggete qui: per distogliervi dall’insano proposito, Davide ricorre addirittura a Edipo Re e alla peripeteia. Dal canto mio, il giudizio critico è: aridateme i soldi!

Leonardo invece gioca con il grande romanzo americano, un elemento mitico quasi, e chiede di sceglierne dieci da una lista tra i 175 migliori libri d’America, a suo insindacabile giudizio naturalmente.

Questa è la mia lista:

1 Tenera è la notte, Francis Scott Fitzgerald
2 Il giovane Holden, Jerome David Salinger
3 Il grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald
4 451 Fahrenheit 451, Ray Bradbury
5 L’urlo e il furore, William Faulkner
6 Chiedi alla polvere, John Fante
7 Giro di vite, Henry James
8 Furore, John Steinbeck
9 A sangue freddo, Truman Capote
10 Lolita, Vladimir Nabokov

Spiccano (per me) l’assenza di La luna è tramontata e L’inverno del nostro Scontento di Steinbeck, Il Lungo Addio di Chandler, L’uomo in bilico di Saul Bellow, Preghiere esaudite di Capote (anche se è incompleto). E poi ci sono troppi post moderni a mio avviso, ma non è il mio gioco e quindi seguo le regole da brava.

Mi spiace di aver escluso Poe, ma dieci dovevano essere e dieci sono.