Archivio di June 2006

Dagli amici mi guardi Dio

Saturday 24 June 2006

Premesso che ritengo Gomorra di Roberto Saviano un libro degno di nota, a suo modo coraggioso, inusuale forse per il nostro paese, ma eccessivamente retorico a volte e per nulla narrativo (il che non è davvero un difetto per un libro del genere, ma da più parti è stato definito addirittura romanzo e per di più fondante: cosa vuol dire?) e ribadito che di certe polemiche poco me ne cale ma per i prossimi dieci minuti non ho molto di meglio da fare, mi limito a far presente che leggendo questa lettera aperta di Tiziano Scarpa a Roberto Saviano (che ha scatenato – unitamente all’altra missiva firmata con Carla Benedetti – in cui i due gratuitamente se la prendono con i Wu Ming per osannare Saviano – la reazione indignata, tra gli altri, di Loredana LipperiniGiuseppe Genna) a me è venuto immediatamente in mente questo.

Per restare in tema di associazioni d’idee, ho ripensato ad un libro che ho letto anni fa e che forse ha qualcosa a che vedere con Gomorra, anche se l’impatto che ha avuto su di me è stato completamente diverso: Cosa di cosa nostra, un libro intervista di Marcelle Padovani a Giovanni Falcone. Dall’introduzione della Padovani al libro riporto: «Vale la pena”, gli avevo chiesto durante un’intervista televisiva del gennaio 1988, “vale la pena rischiare la propria vita per questo Stato?” E lui aveva risposto un po’ sconcertato: “Che io sappia, c’è soltanto questo Stato, o più precisamente questa società di cui lo Stato è l’espressione”». Senza retorica.

 

Take it easy

Saturday 24 June 2006

E anche stavolta ce l’abbiamo fatta: è on line il numero di maggio-giugno 2006 del MEDICINE SHOW, con la direzione, supervisione, lacrime e sangue di Leonardo Colombati e Giulio Mozzi. (La rivista si può avere anche in versione light qui)

Oltre a parlare di Bob Dylan, Radiohead, Gary Glitter, Sex Pistols, Ennio Morricone, Eminem, White Stripes ed occuparci per la rubrica “Desert Island Discs”di The Band e Tom Petty, il Doc rimpiange i Nirvana; Davide ed io ci immergiamo nella nostalgia dell’infanzia cantando le sigle dei cartoni giapponesi; Aldo Enrico Tambolo stronca il Calvino paroliere per le Cantacronache (leggendo il pezzo, o meglio l’occhiello ho trovato per la prima volta nella mia vita la parola “postutto”, sono colpita); Giuseppe Genna e Wu Ming 1 tracciano una fenomenologia di Franco Battiato; Cristiano Calegari parla di un assolo del tastierista Kenny Kirkland; Gabriele Pescatore continua il suo trasloco; la rubrica “I libri di Mrs Hills” parla di un poemetto pseudo-fantascientifico dedicato al jazz di Richard Matheson; Giorgia Meschini tiene la terza lezione di canto lirico; Davide per la rubrica “Sparate sul pianista” si occupa di Salvatore Accardo; Lord Cornelius Plum incontra il Signor Mostarda.

Il Supplemento che arricchisce questo numero è R.E.M., “Nightswimming”. Per riceverlo iscrivetevi alla
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Vado, questa volta ho deciso che vado

Thursday 15 June 2006

Domani si torna qui:

A veder – tra l’altro – anche la rappresentazione teatrale de Le Tròadi (o Le Troiane) di Euripide. Ci si sente la prossima settimana.

Ecuba: Non c’è amante che amor sempre non serbi.

Babylon a Roma

Sunday 11 June 2006

Si fa presto a dire Gadda.
Leggendo Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio (uscito nel 2003 in Algeria col titolo Come farti allattare dalla lupa senza che ti morda per le Edizioni Al-ikhtilaf e poi interamente riscritto in italiano dall’autore e pubblicato ora per le Edizioni e/o), il secondo romanzo di Amara Lakhous – algerino ma romano d’adozione – il paragone con Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana di Carlo Emilio Gadda è sembrato a chi ne ha scritto immediato. A ben vedere però, la mente corre al libro di Gadda più per la palese (e conclamata) ispirazione che ha sostenuto l’autore nello scriverlo che per una reale affinità tra i due libri.
Ambientato in una Roma che sembra Torino – quanto all’architettura e alla disposizione razionale dei palazzi, ma ricorda il caos di Babilonia per il coacervo di nazionalità, colori ed odori che la animano – quel quartiere Esquilino che ruota intorno a Piazza Vittorio Emanuele, punto di ritrovo e luogo di residenza delle comunità di migranti e di profughi presenti nella capitale, Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio sembra una variazione sul tema d’Er Pasticciaccio riguardo l’impossibilità di rintracciare una concezione univoca della verità. In questo senso parrebbe muoversi anche la scelta di rendere, come nel capolavoro di Gadda, quest’irriducibilità ad un unicum attraverso la frantumazione dell’io narrante e il ricorso alla frammentazione linguistica che Amara Lakhous opera nelle sue pagine.
Tuttavia l’adesione alla lezione di Carlo Emilio Gadda rimane in superficie e si esaurisce in una sorta di omaggio, a quello che per Lakhous è stato il primo amore letterario appena giunto nel nostro paese. Il che non è necessariamente un male, anzi, mentre sarebbe scorretto procedere oltre con ingenerosi paragoni.
Nel romanzo di Lakhous il tema principale non è infatti la molteplicità del reale, quanto l’incontro/scontro di civiltà che si verifica in un mondo che diventa sempre più piccolo e mobile. Argomento meno filosofico questo, ma più attuale ed aderente ai giorni nostri.
Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio è un libro divertente e svelto, una satira sulla difficoltà di Roma (e dell’Italia tutta) nello scoprirsi multietnica e sui luoghi comuni e l’ignoranza che impediscono di superare la diversità di cui ogni popolo è latore, senza riuscire ad apprezzarla come una ricchezza.
La storia si dipana attorno all’ascensore di un palazzo, oggetto di contese condominiali e lotte per la difesa del territorio dall’invasore, tra le cui porte viene ritrovato il cadavere del poco raccomandabile “Gladiatore”.
I personaggi si succedono sulla scena ed espongono la propria verità come attori di monologhi teatrali. Ognuno ha un motivo per odiare il Gladiatore, lo scopriamo dal racconto degli altri, e tutti credono di aver individuato il proprio uomo, scelto sulla base di sciocchi pregiudizi.
Però mentre avanza ipotesi di soluzione al giallo, raccontando la storia quasi come deponesse davanti alle autorità incaricate delle indagini, ciascuno di loro rivela anche drammi, speranze e paure maturati nel quadro di una convivenza conflittuale quanto inevitabile.
Lakhous sceglie di far parlare i suoi personaggi in un dialetto e con inflessioni che ne caratterizza origini e provenienza, sottolineando così che oltre ad un proprio modo di esprimersi, essi portano con sé una logica, una cultura e una visione in conflitto con le altre. Da ciò deflagra proprio quello scontro di civiltà a cui rimanda il titolo del romanzo.
Tutti però – dall’iraniano Parviz che rimpiange la cucina del suo paese e si sente discriminato perché odia la pizza, alla peruviana che trova sollievo solo nella televisione, dal giovane olandese venuto a Roma a studiare cinema con la fissazione del neorealismo alla portiera napoletana pedante e maligna – tutti loro, sono concordi nel ritenere estraneo ai fatti, il maggiore indiziato dalla polizia, Amedeo (il cui diario, dove ricorda anche le drammatiche vicende della storia algerina recente, si alterna alle deposizioni degli altri personaggi) e sopratutto nel considerarlo italiano, perché colto, preparato e disponibile. Nessuno sospetta invece, ecco un altro pregiudizio, che Amedeo sia in realtà Ahmed: uno straniero, come la maggior parte di loro, e cova un dolore insopprimibile che sfoga nel bagno, ululando.
Lakhous, dal suo punto di osservazione privilegiato in quanto straniero ed integrato, nel tratteggiare con ironia e leggerezza una Roma multicolore che si erge, complessa e bellissima, dal continuo brusio di voci e sonorità che riconducono al mondo intero, indaga i problemi legati all’integrazione e alla convivenza nel nostro paese. Mettendo in scena uomini e donne che si rifugiano strenuamente nell’attaccamento morboso alle proprie origini in una situazione che invece favorisce lo sradicamento, ribadisce con brio e intelligenza che solo dal confronto con l’altro scaturisce una sana riflessione su se stessi e la propria cultura.
Così quell’ascensore al centro di un (micro)scontro di civiltà diventa un’efficace metafora del futuro con cui tutti dovremmo fare i conti: uno spazio angusto ed affollato in cui tutti sono costretti a ritrovarsi insieme e vicine: italiani e stranieri, settentrionali e meridionali, romanisti e laziali, fondamentalisti e laici.

 

Amara Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, E/O 2006, 193 pagine, 12,00 euro (da Stilos in edicola)

(Italo)Americana

Friday 2 June 2006

(ITALO)AMERICANA

Nell’agosto del 1960 al suo arrivo a Roma, John Fante scrive alla moglie Joyce: “Tesoro, qui è tutto una follia” (Tesoro, qui è tutto una follia. Lettere dall’Europa (1957-60), Fazi, 1999).
Così lo scrittore riassume il complesso ordito di sentimenti ed emozioni che sottende al rapporto con la sua terra d’origine. Un rapporto di amore e odio, schizofrenico, incostante eppure essenziale alla sua intera opera letteraria.
In Dago red, la raccolta dei suoi primi racconti, ora ripubblicati da Einaudi (con la traduzione di Francesco Durante e Maria Martone, prefazione di Domenico Starnone e curatela di Emanuele Trevi) proprio l’imprescindibile legame con l’Italia, in costante contraddizione con il tentativo di farsi accettare americano tra gli americani, è il collante che tiene unite tutte le vicende narrate. Un filo rosso che inanella una dopo l’altra storie come fotogrammi di un film più lungo sulla vita e l’odissea di un uomo che diventa l’emblema di tutti coloro che devono lottare per la propria identità e il proprio posto sulla terra.
Dago Red, si è detto, è la raccolta dei primi racconti scritti da Fante tra il 1932 e il 1939. E proprio con un racconto, “Altar boy” (Chierichetto) inizia la carriera letteraria dello scrittore italo-americano: Louis Mencken – che diverrà il suo mentore nonché una specie di discreto mecenate – lo accetta per la sua rivista “The American Mercury” dando l’avvio ad una collaborazione e ad un’amicizia che si protrarrà sino alla morte del critico, tanto che ben sette delle tredici storie contenute in Dago red sono apparse prima sull’American Mercury (le restanti sei invece su “The atlantic Monthly” e “Harper’s Bazar”).
La raccolta chiude l’unico momento esaltante della carriera letteraria di Fante, condannato in vita all’indifferenza e all’insoddisfazione. Un periodo in cui ha pubblicato anche due dei suoi romanzi più belli, Ask the dust (Chiedi alla polvere, 1938) e Wait until spring Bandini (Aspetta primavera Bandini, 1939), mentre per il terzo, Full of live (1952) bisognerà attendere ben dodici anni. Sono anni di fermento, facondia, passione e vitalità. Fante sta cercando la propria strada, si emancipa dalla famiglia e come il suo alter ego più famoso, Arturo Bandini, cerca di dimostrare al mondo di essere il più grande scrittore esistente.
La raccolta risulta dunque essenziale per una definizione del suo universo narrativo, dominata com’è (allo stesso modo dei due romanzi che l’hanno preceduta) da un evidente movente autobiografico: le umili origini, una profonda religiosità, la difficoltà ad integrarsi. L’insieme dei racconti per quanto omogeneo nelle sue linee guida, si divide in due nuclei narrativi che riprendono i due momenti fondamentali della vicenda umana e letteraria dello scrittore: la prima parte dedicata alla vita in Colorado (dove Fante è nato nel 1908), con la descrizione di inverni rigidi, conti da pagare, discriminazioni e marachelle infantili. La seconda invece, che comprende gli ultimi tre racconti, narra l’apprendistato alla vita del protagonista, con i suoi riti di passaggio verso l’età adulta, con la separazione dalla famiglia, l’arrivo a Los Angeles (dove realmente un Fante appena ventenne, si è trasferito per inseguire i suoi sogni di gloria), la costruzione di un avvenire.
La narrazione è sempre in prima persona, la voce è quella di uno dei figli di casa Toscana: padre muratore, aderente alla setta degli adoratori di Bacco, Tabacco e Venere; madre casalinga, devota al Signore e dedita al martirio.
Sebbene il cognome sia diverso, si è già detto, è sempre John Fante il protagonista, o potrebbe essere anche Arturo Bandini e addirittura Henry Molise, l’alter ego più maturo che anima Un anno terribile o Ad ovest di Roma, i suoi romanzi più tardi.
Il ragazzino che ruba la foto della madre e la venera come una diva del cinema o una Madonna su un santino in “Rapimento di famiglia”, che apre la raccolta, è la radice comune a tutti i futuri protagonisti di John Fante: come lui sentimentali, melodrammatici, irascibili, immaginifici. Tutti loro si dibattono tra il problematico attaccamento alle origine italiane e il desiderio di essere miracolati dal sogno americano. C’è tutta l’epica di John Fante in queste pagine, declinata in ogni forma e con ogni mezzo.
Ancora. Il giovane che ripercorre la sua storia di discriminazione e razzismo in “Odissea di un wop” e il ragazzino che in “Chierichetto” mercanteggia con Dio e la Vergine Maria o che assiste alle scaramucce coniugali dei suoi genitori in “Una moglie per Dino Rossi” è sempre il punto di partenza, il dagherrotipo da cui ogni foto di sviluppa, l’origine e la matrice da cui tutto parte e a cui tutto torna nella letteratura di Fante, con il suo carico di sensualità, ironia, commozione.
Decine di storie che sono tutte la stessa storia: quella di un uomo a cui è capitato di scrivere: “sono povero, il mio nome termina con una vocale dolce e loro odiano me, mio padre e il padre di mio padre”». Tutti bevitori di “dago red”, il vino rosso rubino, dolce e inebriante, nei cui fumi i dago, come venivano chiamati con sprezzo gli immigrati italiani negli Stati Uniti, annegavano dispiaceri e nostalgia.

John Fante, Dago red, pp. 221, euro 11, Einaudi, 2006 (da Stilos del 23/05/06)