Archivio di July 2006

Quando Mozart veste in blue(s)

Tuesday 25 July 2006

Il 2006 è l’anno delle celebrazioni mozartiane, in occasione dei 250 anni dalla nascita del grande compositore salisburghese.
Tutto il mondo si è preparato a rendere omaggio al genio del “Don Giovanni”, ma i festeggiamenti più importanti si tengono a Vienna (poteva essere altrimenti?). E proprio la capitale austriaca è stata teatro di un evento che ha scandalizzato i puristi di tutto il mondo: la commissione organizzatrice, la “Mozart Jahhar Wien 2006”, ha scelto Chick Corea per dirigere un concerto per pianoforte e orchestra al Teatro dell’Opera di Vienna il 1 luglio.
Si tratta di una produzione prestigiosissima (che girerà il pianeta, sbarcando anche in Italia) che vede in scena un’orchestra di 30 elementi, la “Bayerische Kammerphilharmonie” con il quartetto di Corea (formato Marcus Gilmore alla batteria, Tim Garland al sax e flauto, Hans Glawischnig al contrabbasso). Non solo: il musicista ha eseguito una nuova composizione, “Il piano concerto #2” ispirato alla filosofia mozartiana, oltre al “Concerto per pianoforte e orchestra n. 24K491” di Mozart.
Corea ha interpretato il tema del festival, intitolato “In the spirit of Mozart’’, intendendolo come stimolo alla creatività e alla libertà di espressione, così il suo “Piano Concerto” non è un rifacimento di temi mozartiani, né una rivisitazione in chiave moderna dello stile di Mozart, ma un contributo originale del musicista italo-americano, che ha già inciso concerti di Mozart, scritto per settetto e per orchestra.
Corea dunque come Keith Jarreth (che ha inciso – tra gli altri – i preludi e le fughe di Shostakovic), Bill Evans (che ha rivisitato Chopin e Bach) e come Duke Ellinton, George Gershwin o Art Tatum.
Da sempre il legame tra jazz e musica classica è talmente stretto da sfiorare la commistione. Pensiamo alle suite di Duke Ellington o alle sinfonie di Gershwin; all’impostazione delle orchestre di Benny Goodman, Gene Krupa e Harry James basata sull’improvvisazione virtuosistica. O ancora alla diffusione della tendenza a reinterpretare i classici alla maniera jazz, che diede vita a capolavori come “Bach Goes to Town” di Benny Goodman o “Ebony Rhapsody” di Ellington.
Molti musicisti jazz hanno avuto una formazione classica: Bix Beidebecke prima di diventare un genio della cornetta aveva studiato pianoforte; lo stesso vale per Duke Ellington che amava Debussy e Ravel. Benny Goodman invece ha preso lezioni da Franz Schoepp famoso clarinettista della Chicago Symphony Orchestra che gli insegnò ad amare Brahms, Haydn e Mozart, ma gli sconsigliava di ascoltare il jazz (figurarsi di suonarlo!): “Quella non è musica, è robaccia” gli diceva. Art Tatum suonava come il più grande dei virtuosi classici e Dave Brubeck inizialmente studiò musica classica con la madre, che avendo mancato la carriera di concertista si era dedicata all’insegnamento. Herbie Hancock inizia giovanissimo a studiare musica classica ed esordisce come solista – a soli 11 anni – con un concerto per piano di Mozart con la “Chicago Symphony Orchestra”.
Dall’altro lato – se si accetta l’idea di una musica dominata dalle divisioni – si pensi a Vassilis Tsabropoulos, talentuoso pianista ateniese che si è costruito una carriera in bilico tra mondo dei pianisti classici e quello degli improvvisatori. O a Mischa Maisky che con la sua incisione delle “Suite per violoncello” di Bach (eseguito a Roma al Teatro Olimpico qualche anno fa) ha scioccato il pubblico – soprattutto con il “Prélude della prima Suite” – per l’estrema libertà delle scelte esecutive, richiamando alla mente un’interpretazione di stampo jazzistico dell’opera di Bach. Ancora. Béla Bartók nel 1938 ha scritto “Contrasts” per il clarinetto di Benny Goodman. Igor Stravinskij ha composto “Ebony Concerto” nel 1945 su commissione dell’orchestra di Woody Herman. Dmitrij Šostakovič, Aaron Copland e Darius Milhaud mescolarono nelle loro opere elementi ricavati dalla tradizione jazz. E “Golliwogg’s Cakewalk”, brano posto alla fine della celebre suite per pianoforte di Debussy, è piena di echi jazz. Il 24 maggio 1946 Arturo Toscanini giunge a Milano dall’America dove risiedeva da anni per dirigere due concerti in occasione della riapertura della Scala: ed il secondo prevede l’esecuzione di “Un Americano a Parigi”di George Gershwin.
In realtà i jazzisti sono stati per molti anni in soggezione di fronte alla musica classica (e pensare che oggi il jazz è considerato come la musica colta moderna, in barba all’Adorno!).
Si racconta che Gershwin quando incontrò Maurice Ravel gli confessò il desiderio di studiare con lui e che Ravel gli rispose: “Perché dovresti essere un Ravel di secondo livello quando puoi essere un Gershwin di primo livello?”. Sante parole, del resto il grande direttore d’orchestra Paul Whiteman, tra i primi a fondere il jazz con la tradizione della musica classica e della musica leggera, fu il primo a eseguire i brani di George Gershwin.
Prendiamo il suo celebre “Concerto in F Minor For Piano And Orchestra” con i tre movimenti “Allegro”, “Andante con moto” ed “Andante agitato”, quanto c’è di Ravel e Debussy in quelle note? E “Out of the world” Tatum aveva davvero qualcosa da imparare dal genio di Glenn Gould? E Bach con le sue fughe e le sua variazioni non è forse il primo dei jazzisti? E che dire di Chopin, Liszt o Paganini che improvvisavano sul loro strumento ogni giorno che Dio gli mandava in terra (sebbene solo una piccola parte delle loro improvvisazioni è stata inserita nelle loro opere pubblicate).
In realtà il jazz ha recuperato l’improvvisazione nella musica, ha fatto sì che la figura del compositore e dell’esecutore tornassero a coincidere, come nella grande musica settecentesca e romantica. E questo non significa come molti – di certo poco avveduti e probabilmente in malafede – sostengono, che il jazz rompa le regole, se ne disinteressi, le ignori in favore di una non meglio precisata anarchia espressiva. Per rompere le regole, per piegarle, bisogna conoscerle e padroneggiarle. Duke Ellington ad esempio non fu un autodidatta che inventò le proprie tecniche di composizione dal nulla, ma studiò compositori come Chaikovskij, Dvorak, Borodin, Grieg, ne carpì segreti e abilità per poi utilizzarli nel jazz liberandoli nell’improvvisazione.
Forse ha capito tutto Chick Corea: a chi gli chiede se non ritiene troppo comporre una sinfonia secondo lo spirito di Mozart – dopo aver suonato il jazz elettrico con Miles Davis, duettato con Herbie Hancock e Keith Jarrett, essersi esibito in incursioni nel jazz rock e aver omaggiato Debussy in vere e proprie miniature pianistiche in “Children’s songs” del 1984 – risponde: “La musica è come l’universo, fatta di pianeti irraggiungibili. Io continuo a vagare in queste galassie cercando di captare nuovi segnali”.

Da Medicine-show di Luglio-Agosto06

Ce la cantiamo e ce la suoniamo

Saturday 22 July 2006

E’ on line il numero di Luglio-Agosto di Medicine Show.

Segnalo i miei pezzi preferiti di questo numero: l’orgasmo musicale di Armando Trivellini mentre ascolta Cut Out dei Red Hot Chili Peppers prima che John Frusciante uscisse dal gruppo. Davide che si gasa con i tanghi di Piazzolla rielaborati da Gideon Kremer in salsa lituana. E i dubbi in apertura del Doc che si chiede se la musica gli piace ancora.

Manche il resto merita eh. Enjoy your time.

Ab origine

Thursday 20 July 2006

In tutte le librerie Feltrinelli d’Italia (che abbiano lo spazio riviste) e in queste altre librerie, potete trovare il nuovo numero di Origine.

Oltre a numerose recensioni di narrativa e saggistica, Davide e Michele Infante hanno curato un’inchiesta sul romanzo italiano – “Dove sta andando il romanzo italiano?” – con interventi di Sandro Veronesi, Nico Orengo, Claudio Piersanti, Girolamo De Michele, Nicola Lagioia, Melania G. Mazzucco, Giuseppe Montesano e Tommaso Pincio. Ancora Davide e la sottoscritta ci siamo occupati di alcuni esordi dell’ultimo anno da Leonardo Colombati a Pietro Grossi. E poi ancora di tutto e di più.

Mi dicono che sia un gran bel numero, non ho visto ancora il prodotto finito, ma dalle bozze le premesse c’erano tutte.

Buona lettura!

L’età dell’innocenza #1

Sunday 16 July 2006

Sull’ultimo numero di Medicine Show (che tra breve verrà integrato dall’edizione di Luglio-Agosto con cui l’intera truppa si congederà dai lettori prima delle vacanze) io e Davide, in preda a deliri nostalgici, abbiamo riesumato alcune tra le più famose sigle dei cartoni animati della nostra infanzia.

La prima parte del pezzo è opera mia. Della seconda ne riparliamo.

Il mio primo approccio con la musica è avvenuto tramite la Ninnananna del cavallino (Garinei – Giovannini – R. Rascel, 1953):

Lungo i pascoli del ciel cavallino va, tutto d’oro è il suo mantel nell’azzurrità;
bianca luna di lassù mostragli il cammin, stelle d’ oro fate un coro nell’azzurrità.
Dormi, dormi mio tesoro, fai la nanna ancor;
dormi, dormi mio tesoro, fai la nanna ancor.


Ero piccolissima e mio padre mi cantava sempre questa nenia dalla musica dolce, quasi triste, quando non volevo dormire (in pratica tutte le notti e anche di giorno quando serviva). Adoravo mi dicono, la sua voce calda e profonda che cominciava a cantare quasi in un sussurro e poi cresceva nel volume e nei toni: fino agli acuti carichi di stizza che arrivavano alla quarantesima volta che lo costringevo a intonarla.

Ecco: io pensavo che la “Ninnananna del cavallino” se la fosse inventata mio padre e che fosse tutta per me. E non avevo idea che invece esistessero cose come le canzoni, che tanti conoscono e cantano a memoria. Tanto meno sapevo cosa fosse la musica, non distinguevo la voce dai suoni degli strumenti. L’arcano mi si è svelato attorno ai quattro anni, quando il mio rapporto con la musica si è fatto più “attivo” grazie alle sigle dei cartoni animati.
Sono stata bambina tra la fine degli anni ’70 e gli ’80, l’epoca d’oro dei cartoons, quando siamo stati invasi dai manga giapponesi e soprattutto dalle loro sigle. Proprio per contrastare la concorrenza i produttori dei cartoni animati si sono dati da fare per fidelizzare i piccoli spettatori italiani e hanno investito molto nelle sigle, ricorrendo a parolieri, compositori e interpreti di tutto rispetto.
Due nomi su tutti: Franco Migliacci (l’attuale presidente della SIAE e autore storico di tante indimenticabili canzoni come In ginocchio da te, Non son degno di te e persino Volare) e Andrea Vecchio (autore delle musiche di Donna felicità, Luci a San Siro o la famosissima Una lacrima sul viso).
Avete presente la bellissima canzone che annunciava le avventure del Grande Mazinger con i suoi raggi fotonici e il micidiale pugno atomico (Canale 5 dal 1979)?

Ha la mente di Tetsuya, ma tutto il resto fa da sé
Non conosce la paura, ne’ il dolore sa che cos’e’
Lotta, cade, si rialza, sempre vincera’
Mazinga, Robot, Mazinga, Robot

Cantata dai “Superobots”, è un brano di Franco Migliacci: e sua è anche quella voce profonda e adulterata dall’equalizzatore che scandisce “Maazingaaaaa!!!!” alla fine di ogni strofa.
Inutile dire che io ero innamorata di Tetsuya e odiavo “Mazinga Z” – un impostore per me – che pur essendo una serie precedente in Italia è andata in onda solo l’anno successivo su RaiUno.
E a proposito della sigla di “Mazinga Z” ne è autore proprio Andrea Lo Vecchio, che però preferisco ricordare per la fantastica L’alfabeto di Bia, sigla d’apertura di “Bia la sfida della magia” (1981) cantata dai “Piccoli Stregoni”, che è un brano costruito su uno scioglilingua sul nome della streghetta protagonista, Bia appunto, declinato con le lettere dell’alfabeto: divenuta un vero tormentone con le oltre 500 mila copie vendute del 45 giri.

b e a b e e ba be b e i ba be bi b e o ba be bi bo b e u bu ba be bi bo bu
c e a c e e ca ce c e i ca ce ci c e o ca ce ci co c e u cu ca ce ci co cu
e cosi’tu mi sfidi ad imitare Bia ed a fare qualche magia
io faro’ sparire un fazzoletto se non lo trovi vai subito a letto
ma un cavallo da una stella non so se mi riuscira’
ma cantiamo insieme la canzone, forse Bia ci aiutera’

b e a b e e ba be b e i ba be bi b e o ba be bi bo b e u bu ba be bi bo bu
c e a c e e ca ce c e i ca ce ci c e o ca ce ci co c e u cu ca ce ci co cu
d e a d e e da de d e i da de di d e o da de di do d e u du da de di do du
f e a f e e fa fe f e i fa fe fi f e o fa fe fi fo f e u fu fa fe fi fo fu

L’autore di tanti programmi televisivi di successo (da “Sei forte papà” a “Il pranzo è servito” a “La Corrida”) Stefano Jurgens, ha invece scritto il testo della sigla di “Belle e Sebastien”, uno dei cartoni più sdolcinati al mondo (1981) cantata da tale Fabiana: una sorta di Cristina D’avena ante litteram. La canzone, che accompagna i titoli di testa e di coda ripercorre le avventure del vivace Sebastien e del suo cagnolone Belle, e si sviluppa sulla base della sigla originale giapponese con l’aggiunta di alcune tastiere per dare un effetto stereo e più movimentato. La particolarità di questa sigla era un “Trrrrrr” gridato alla fine di ogni verso che mi faceva impazzire e una musica da girotondo sul prato.

Canta con noi (Trrrrr)
meglio che puoi (Trrrrr)
canta insieme a noi viva viva i nostri eroi,
viva Belle e Sebastien
Belle è un cagnolone delicato,
ma la gente spesso non lo sa
Sebastien un giorno l’ha incontrato,
più nessuno li dividerà

C’era una sigla poi, musicalmente sofisticata che a me però ricordava immancabilmente un formaggino: L’uomo tigre, cantata dai “Cavalieri del Re” (il cartoon è andato in onda la prima volta su Rete 4 nel 1982). (Il formaggino in questione era naturalmente “il formaggino tigre”: quel buon sapore, di emmenthal svizzero… che dona ai piatti, quel gusto in più! Tiiiiigrrre!)
Il brano si compone di una struttura circolare in cui si susseguono intro, strofa, ritornello ed un bridge che dà l’avvio all’intro successivo, il tutto reso ancora più efficace da un ritmo molto veloce a sostenere un testo che incita a combattere il male:

Tigre (Tigerman), Tigre (Tigerman), Tigre (Tigerman).
è l’Uomo Tigre che lotta contro il male,
combatte solo la malvagità,
non ha paura si batte con furore,
ed ogni incontro vincere lui sa,
ma l’Uomo Tigre ha in fondo un grande cuore,
combatte solo per la libertà,
difende i buoni, sa cos’è l’amore,
il nostro eroe mai si perderà.

Tra gli strumenti sono riconoscibili il basso perfettamente fuso a tratti con le voci degli interpreti, le chitarre soprattutto nella strofa e le trombe probabilmente sintetiche del ritornello che conducono all’urlo liberatorio finale di “Taigeeeeer-meeen”

Decisamente country è invece la musica che accompagnava Candy, oh Candy, sigla dell’omonimo cartoon (trasmesso dalle reti locali a partire dal 1980 e poi da Rete 4, dal 1987; Italia 1 dal 1988, ma nel 1992 aveva già cambiato titolo in “Dolce Candy”, e anche sigla in favore di una di quelle melense canzoncine di Cristina D’avena). Candy oh Candy, scritta da L. Macchiarella, Mike Fraser, Kobra e interpretata dai “Rocking Horse”, si basa su sonorità folk realizzate senza l’utilizzo di strumenti elettronici e l’imprinting è dato da una “pedal steel guitar”, che io indico come chitarra distesa, che da sola conduce quasi tutta la sigla.

Candy e’ poesia, Candy Candy e’ l’armonia
Candy e’ la magia, Candy Candy e’ simpatia
e’ zucchero filato, e’ curiosita’
e’ un mondo di pensieri e liberta’

Nel testo c’è un errore: quando dice “a spasso col suo gatto”, non tiene conto del fatto che l’animaletto di Candy, Clean, è in realtà un orsetto lavatore, un essere mitico per me all’epoca. Ma ci può stare perché autori e musicisti raramente vedevano i cartoni animati e guardando al volo il filmato della sigla forse non hanno capito bene che animale, fosse. Io non lo so ancora adesso: che cosa lava l’orsetto?

Più articolata è la sigla di “Lady Oscar”, il cartone animato più ambiguo della storia fino all’avvento di “Sailor Moon” (che è un cartoon meraviglioso, ma risale agli anni ’90 e perciò non ci compete al momento). Parliamo della prima delle tre sigle realizzate per il cartoon: infatti a quella realizzata da Riccardo Zara con “I cavalieri del Re” e cantata da Clara Serina, che arrivò addirittura al settimo posto in hit parade come singolo, seguirono negli anni ’90, in seguito al cambio del titolo del cartone in “Una spada per Lady Oscar”, una prima versione scritta da Alessandra Valeri Manera e musicata dal Maestro Ninni Carucci, cantata da Enzo Draghi con la seconda voce di Cristina d’Avena e successivamente, divenne ufficiale un’ulteriore versione con la sola voce della D’avena.

La cosa che subito colpisce del brano di Zara è che l’intro è realizzato su un assolo di spinetta (quale altro strumento è più adatto ad una storia ambientata nella Francia alla fine del 1700?) e poi in sottofondo si estende lieve un’arpa che sostiene delicatamente le trombe nelle strofe e le percussioni nell’inciso.

grande festa alla corte di Francia, c’e’ nel regno una bimba in più
biondi capelli e rosa di guancia Oscar ti chiamerai tu
il buon padre voleva un maschietto ma ahimé sei nata tu
nella culla ti ha messo un fioretto lady dal fiocco blu
oh Lady, Lady, Lady Oscar tutti fanno festa quando passi tu
oh Lady, Lady, Lady Oscar come un moschettiere batterti sai tu
oh Lady, Lady, Lady Oscar le gran dame a corte ti invidiano perché
oh Lady, Lady, Lady Oscar anche nel duello che eleganza c’e’

Sebbene non sia propriamente un cartone animato, ma veniva trasmesso nello stesso arco della programmazione per ragazzi, ricordo qui anche “Megaloman” (trasmesso dalle reti locali dal 1980): un supereroe nipponico con la testa enorme e il look stile Rockets. La sigla cantata dai “Megalosingers” era ipnotica ed inquietante, sintonizzatore a manetta su un ritmo anni ’70. Un po’ noiosa anche perché basata in gran parte sullo stesso giro di basso, con una voce elettronica da robot che continuava a ripetere «Memegagaloloman, Megaoloman».

ME-ME-GA-GA-LO-LO-MAN, MEGALO MAN
Il piu’ famoso degli eroi, Super MegaloMan;
sai trasformarti in gigante,
con un cuore bambino,
hai nel corpo rovente
forse un’anima blu, blu, blu

Ero terrorizzata da questa sigla, me la sentivo dentro che si sincronizzava con i battiti del cuore e non riuscivo nemmeno a muovermi, ma non c’era verso, tutti i giorni alla stessa ora l’aspettavo ansiosa. Ho sempre subito il fascino del pericolo.

Per chi è stata ragazzina ai miei tempi però, non ci si poteva sottrarre al fascino della pallavolo, anche senza vantare altezze da cestista. Trascorrevo interi pomeriggi a combattere i mostri con i pugni rotanti del Grande Mazinger e a tirare palle di carta contro la porta di casa imitando le schiacciate micidiali di Mimì, l’eroina della nazionale di pallavolo giapponese. Merito della fascinazione, come sempre, è largamente dovuto alla sigla Mimì e la nazionale della pallavolo (da non confondersi con Mimì e le ragazze della pallavolo, che è un altro anime) cantata da Giorgia Lepore (con i Rocking horse alla base e ai cori) e scritta da Carlo Vistarini, Luigi Lopez e Argante (Massimo Cantini). In realtà  il cartone è andato in onda una prima volta dal 1981 con 25 episodi sulle reti locali con il titolo “Quella magnifica dozzina” in cui la protagonista  viene chiamata “Ayuara”, e la sigla iniziale è una musichetta fischiettata e quella finale è “New Toy” di Lene Lovich. Successivamente il cartone arrivò su Italia 1 dove venne trasmesso dall’inizio con il titolo di “ Mimì e la nazionale di pallavolo” e con la sigla definitiva “ La fantastica Mimì”: 

Tute colorate, noccioline, gelati,
gomma americana, bandierine e noi qui.
Squadra nazionale coi colori del cuore Mimì, c’è Mimì.
Arci super grande è il campionato mondiale. (Ah! Ah!)
Voglio una canzone da cantare e gridare a Mimì! A Mimì!

E’ un brano semplice nella struttura che alterna il suono ritmico della chitarra acustica a brevi interventi di basso e batteria (quest’ultima elettronica) su un tempo scandito dal piano. Il testo è indimenticabile.

E non si possono dimenticare nemmeno le avventure di “Fiorellino giramondo”, una ragazzina che incarnava i sogni romantici di ogni fanciulla in fiore che aspetta il suo principe azzurro:

Oh Fiorellino gira-gira-giramondo
il tuo destino presto ti sorriderà
le tue avventure finiranno solo quando
sulla tua strada in grande amore arriverà

e poi Puffi, gli Snorky, Memole, David gnomo, La signora Milù (che diventava piccola come un cucchiaino e io ogni volta speravo affogasse in qualche tazzina da caffè), La principessa Zaffiro (che contende la palma di cartone animato molto politicamente scorretto e Lady Oscar), Sampei ragazzo pescatore, Yattaman, il fastidiosissimo Chobin con la sigla onomatopeica: Chobin! (boing boing boing) / ma com’e’ carino e dolce Chobin! (boing boing boing) a illustrare il suo modo di muoversi a saltelli e poi Capitan Harlock, Goldrake, Daitan III, Charlotte, Peline, Georgie…

Sono tanti, troppi da ricordare. I cartoni animati sono la memoria collettiva di una generazione che non ha granché da ricordare. E pensandoci bene, abbandonando le favole, la radio e la Disney in favore di un Oriente che era più simile ai nostri desideri e al nostro immaginario di ragazzini moderni, noi abbiamo vissuto una vera rivoluzione e queste sigle che ancora canticchiamo nei lunghi viaggi in auto o nelle rimpatriate con gli amici, prima che l’alcool si porti via l’ultimo barlume di coscienza, sono la colonna sonora di una sorta di prima grande opera di globalizzazione.

UPDATE

Un lungo viaggio in auto in questi giorni, accompagnato dalla musica di un cd con tutti gli mp3 delle sigle dei cartoni, mi ha consentito di scoprire un paio di cose interessanti sulle sigle dei cartoni animati a cui non avevo mai fatto caso prima. Al momento però me ne ricordo solo una.

Nella sigla del “Tulipano nero”, chiaramente ispirato ad una figura leggendaria della rivoluzione francese si sente il coro urlare:

Alla Bastiglia la gran folla si scaglia
E’ la vigilia di una nuova battaglia
Il 4 luglio s’arrende il bastione,
il 4 luglio, c’è la rivoluzione!

Fortunatamente su due date sono sicura come quella del mio compleanno: la scoperta dell’America e la presa della Bastiglia, altrimenti tutte le mie certezze sarebbero crollate di fronte a quell’eretico “il 4 luglio, c’è la rivoluzione”. In realtà esistono due versioni della stessa sigla: la prima distribuita all’epoca dell’uscita del cartone animato che contiene l’evidente errore di datazione e una seconda eguita nello stesso anno (1984) sempre musicata e scritta da Augusto Martelli e Alessandra Valeri Manera, nomi storici per le sigle dei cartoni animati targati Mediaset, anzi Fininvest all’epoca.

NB

Un ringraziamento va agli autori della “Tana delle tigri“, ricco di notizie e curiosità che mi sono state molto utili per questo pezzo.

 

 

Dissensi

Wednesday 12 July 2006

Nel leggere Sensi vietati. Diario pubblico e contromano 2003-2006 (Gaffi editore, pagine 254, euro 12), ultimo libro di Massimo Onofri, sarebbe bene cominciare dalla fine: da quelle note al testo – redatte dallo stesso autore – che illustrano la genesi del libro (ch’è una raccolta di articoli usciti perlopiù nella rubrica “Contromano” sulle pagine culturali de “La nuova Sardegna”) e denunciano i modelli («il Barthes di Miti d’oggi e lo Sciascia di Nero su nero» oltre a «rubriche diversamente memorabili come Tocco & Ritocco di Bruno Gravagnuolo e Parolaio di Pierluigi Battista») a cui vagamente si è ispirato per questa raccolta di brevi interventi che spaziano dalla letteratura alla politica passando per la televisione, lo sport e la riflessione sull’italianità nelle sue diverse forme e declinazioni.

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Natural born book-addicted

Monday 3 July 2006

Stanotte ero molto tesa. Non ho chiuso occhio, sono stata all’erta, un minuto dopo l’altro. Pronta a cogliere qualsiasi rumore sospetto. Ho ripassato mentalmente tutta la mia vita in cerca di colpe e rimpianti di cui dare conto. Ho preparato una memoria difensiva, prove a discarico, eccezioni da sollevare, testimoni da convocare.
Temevo mi capitasse quello che è successo al
signor K. il giorno del suo trentunesimo compleanno. Così stamattina non ho aperto a nessuno, solo al mio postino che portava doni (non oro, incenso o mirra e per una volta nemmeno multe).
A volte la letteratura fa male.

Tanti auguri a me!