Archivio di January 2007

Eva contro Eva*

Wednesday 31 January 2007

Uno degli aforismi più famosi di Oscar Wilde recita che “la felicità di un uomo ammogliato dipende dalle donne che non ha sposato” e non faccio fatica a crederci. 

Se c’è un libro che mi sento di condividere in ogni singola parola o intenzione (a eccezione del Giovane Holden) quel libro è Little Tales of Misogyny di Patricia Highsmith, una raccolta di racconti sulle donne e forse contro le donne, scritto nel 1974 e tradotto in italiano da Marisa Caramella per “La Tartaruga edizioni” nel 1984, con il titolo di Piccoli racconti di misoginia

In queste diciassette narrazioni Patricia Highsmith schiera un piccolo esercito di donne insopportabili – logorroiche, bugiarde, vanitose, patetiche e irritanti; mogli, amanti, madri, figlie, ballerine – a cui riserva fini miserevoli e crudeli come punizione per le loro malefatte. Il modo stesso in cui le presenta – già dai titoli dei racconti: “La donna oggetto”, “La signorina perfettini”, “La puttana patentata, ovvero la moglie” – e ne descrive le gesta è una condanna senza appello: le fucila una a una, come il più spietato dei plotoni di esecuzione ricorrendo all’ironia, al freddo sarcasmo, al commento caustico. Ma chi potrebbe asserire che non se lo meritino? Sono donne odiose, vittime per vocazione o carnefici per piacere, petulanti come solo le donne sanno essere. 

Questa piccola bottega di orrori femminili è raccontata con lo stile spietato di sempre, ancora più asciutto e affilato, privo di misericordia. La penna è intinta nel veleno e la voce narrante è divertita e compiaciuta dallo spettacolo osceno di queste donne che nell’arco di appena tre o quattro pagine si rivelano dei mostri e poi vengono eliminate. 

Pensando che c’è solo una donna protagonista di un romanzo di Patricia Highsmith, quella del Diario di Edith (1975), sembrerebbe che la scrittrice soffra davvero di misoginia e che il suo odio per le sue colleghe sia senza speranza. Eppure come scrive Luisa Muraro nella postfazione al volume, l’autrice: “non ama le debolezze delle donne, non vezzeggia le loro infermità storiche. La sua misoginia è diretta a chi fa un cattivo servizio alle sue simili giocando al ribasso”. 

Un consiglio: leggete questo delizioso libello della Highsmith e poi passate senza indugi Uomini che non ho sposato di Dorothy Parker (trad. Ileana Pittoni p.154, € 13.50, La Tartaruga, 2006): una carrellata di uomini (in compagnia di qualche donna) che sarebbe il caso di evitare. Per ripristinare l’equilibrio.

*

Grazie ad Alberto per il titolo

A story of love

Wednesday 24 January 2007

Esterno giorno. Un luminoso pomeriggio d’estate del 1938.

Una donna cerca di attraccare un catboat pieno di provviste a un molo; un uomo, alto e magro la guarda avvicinarsi e cerca di aiutarla…
 
“I capelli bianchi, la camicia bianca, i pantaloni bianchi formavano un’unica superficie piatta, diritta, nel sole del tardo pomeriggio. Pensai: credo sia la cosa più bella che io abbia mai visto, quella linea d’uomo, una lama per naso…”.
 
La donna sulla barca è Lillian Hellman; l’uomo sul molo è naturalmente Dashiell Hammett e a descrivere questa scena è la stessa Hellman in An Unfinished Woman, una sorta di autobiografia che è anche un saggio e un mémoires, scritto nel 1969 e pubblicato in Italia lo stesso anno per “Editori riuniti”, per la traduzione di Paola Campioli, con il titolo Una donna incompiuta (ne verrà rilasciata una nuova edizione sempre per la stessa casa editrice nel 1983).
 
Una donna incompiuta, che ha vinto il “National Book Award” è il primo volume di una tetralogia ideale di matrice autobiografica – con Pentimento  (in italiano anche in originale)
[1] del 1973, Scoundrel time (Il tempo dei furfanti) del 1976 e Maybe (Una donna segreta) del 1980 – in cui Lillian Helman parte dalla propria esperienza per raccontare quarant’anni di storia e letteratura americana: dai fasti intellettuali (e le miserie umane) della Lost generation al maccartismo, dalla guerra di Spagna all’orrore del conflitto mondiale, dalle serate mondane nei salotti buoni di New York alle corrispondenze da luoghi impervi e pericolosi.
La vita della Hellman – l’infanzia a New Orleans, il rapporto conflittuale con i genitori, l’amore per la balia Sophronia, il lavoro redazionale alla Liveright e il contraddittorio ma fermo impegno politico – s’intreccia con quella di altre grandi figure di scrittori e intellettuali, Dashiell Hammett naturalmente e poi Dorothy Parker, Ernest Hemingway, Sherwood Anderson, Ezra Pound, Thomas Stearnes Eliot, raccontati nell’intimità delle chiacchiere tra amici, quando l’alcool scioglie la lingua e stimola alla verità. Ed è allora che Hemingway si palesava per il tronfio pallone gonfiato che era, consapevole del proprio talento e sprezzante con gli altri; Dorothy Parker appariva più fragile e sola e Francis Scott Fitzgerald mostrava i segni del declino e le insicurezze di un uomo che non ha più fiducia nel suo talento.
Non giudica mai la Hellman, si limita a ricordare e lascia che la memoria smussi gli angoli e sfumi gli eventi senza acrimonia o retorica. La sua scrittura passa dal racconto alla testimonianza e quindi alla pittura d’ambiente, con repentini cambi di registro che assecondano le vicende di una vita intera e che svelano un intento investigativo quasi, la volontà di illuminare momenti oscuri e poco chiari, zone d’ombra da cui ripartire ancora una volta.
 
Il volume si chiude con tre ritratti: della domestica Helen, della scrittrice e amica Dorothy Parker, di Dashiell Hammett.
Il mio preferito è quest’ultimo, la storia di un amore difficile, fatto di tradimenti e sconfitte, segnato dai fumi dell’alcool.
Il testo è stato scritto nel 1966 come introduzione intitolata “Un amico, un certo Hammett”, alla raccolta L’istinto della caccia – edizione italiana del volume The Big Knockover – che contiene nove racconti scritti da Hammett e il suo romanzo incompiuto Tulip. Nelle note finali a Una donna incompiuta, Lillian Helman sottolinea che con quella introduzione erano due le volte che aveva scritto su Hammett e dice di non volerne più scrivere, ma ogni parola che rilascia sulla carta nonostante il pudore e una certa esibita distanza, rivela l’amore che ancora provava per lui, ma soprattutto la stima per un uomo che non ha mai accettato compromessi ma ha scelto anche di perdere per non piegarsi. Intransigente, leale, generoso. Racconta ad esempio del suo modo di leggere tutto e su ogni argomento perché voleva sapere le cose e non sentirsele raccontare: “non era semplicemente un uomo che leggeva, era un uomo al lavoro”. E ne descrive la severità nei confronti dei mediocri, dei parvenue e degli arroganti: quando morì, la Hellman disse: «Era un uomo che rispettava le parole nei libri, ma sospettava delle parole nella vita di tutti i giorni».
Non tollerava Hemingway, ma se si leggono lettere e aneddoti di Dorothy Parker, Martha Gellhorn, Fitzgerald o Sherwood Anderson si scopre facilmente che quasi nessuno lo considerava una persona amabile e ammetto che questo mi ha fatto molto piacere perché l’ho sempre detestato e immaginavo che non fosse una gran persona. Ma questo non c’entra.
Lillian Hellman e Dashiel Hammett si conobbero nel 1930 in un ristorante di Hollywood, lei aveva ventiquattro anni e lui trentasei. Hammett era reduce da una sbronza di cinque giorni, parlarono di Eliot e fino al mattino di loro stessi, ma lei era sposata con un altro e per anni si divise tra i due fino al divorzio dal marito. E da allora per 30 anni Dashiell e Lily furono inseparabili agli occhi al mondo, anche se in mezzo ci furono separazioni e litigi, ma il loro legame era indissolubile perché non solo sentimentale o erotico ma cerebrale. Hammett senza Lily non riusciva a vivere: c’entrava il sesso (“senza Lily il letto non è un letto”), ma soprattutto perché lei era un rifugio dal mondo, la sua quiete, l’unica con cui era davvero se stesso. E lui per lei era un maestro, un punto fermo, una sorta di guida.

E’ struggente l’amore malato tra Francis Scott Fitzgerald e Zelda Sayre, curiosa l’unione intellettuale tra Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir, ma il rapporto tra Dashiell Hammett e Lillian Hellman è quello che preferisco tra i legami nell’ambiente letterario, meno esposto, meno drammatico, più umano, quasi ordinario a volte, per quanto possa esserlo l’amore. Un rapporto difficile e imperfetto che si nutre di dialoghi brillanti e lunghi silenzi, di momenti di profonda tenerezza e ira funesta, di tradimenti e scene romantiche come quella sul molo con cui abbiamo iniziato a parlare di loro.

Scrive Lily alla fine del libro: “Ho sempre pensato e oggi so con certezza, che a un certo punto avrei potuto e forse dovuto scegliere un’altra strada, più sicura. Nelle domeniche d’inverno mi spiace di non averlo fatto. Il resto della settimana, penso che la vita ha operato come ha operato, e che sono stata fortunata”.

 

[1] Il titolo deriva dal termine che in pittura indica le correzioni rese talvolta visibili sulla tela, al di sotto della versione definitiva del quadro, dallo stesso passar del tempo.

Son soddisfazioni…

Monday 15 January 2007

Se vi ponete questo quesito esistenziale, per google pare che siate nel posto giusto.

De consolatione philosophiae

Friday 12 January 2007

La prima cosa che mi viene in mente, dopo aver deciso di parlare della Formula di Origene di Johannes Mario Simmel, è che voglio, voglio, fortissimamente voglio, leggere Non è sempre caviale – sempre dello stesso autore, spesso tradotto nel più suggestivo Non deve essere sempre caviale – pubblicato per la prima volta in Italia nel 1967 per la Garzanti con la traduzione dal tedesco di Amina Pandolfi. Pare sia un libro divertente e delizioso che mescola alla suspense della spy story il gusto per l’arte culinaria, perché ha per protagonista, l’agente segreto Thomas Lieven che è un vero gourmet, cuoco eccellente che si cimenta in ricette ardite, mentre opera al servizio di bandiere diverse ma – sembra – senza essere un doppiogiochista. 

Mi ricorda un altro libro in cui il cibo e l’amore per i sapori e la preparazione di pietanze gustose si coniuga con un’attività meno poetica e artistica: il terrorista. E’ Il Ciclista di Viken Berberian, un inno al gusto, al sesso e alla vita innalzato a suon di metafore liriche e sensuali e…

Ma non è del Ciclista che dovevo parlare! Così mi limito a riportare la domanda con cui si conclude il romanzo: “Perché alcuni di noi tornano a casa sani e salvi dopo aver passato una mattina a fare compere al mercato del pesce, spulciando intere file di molluschi e marlini, e altri invece diventano l’obiettivo di una rapina, un pestaggio o persino di una bomba?”.   

In realtà poi non sono andata completamente fuori pista divagando col Ciclista perché seppur in termini diversi, anche Simmel nella Formula di Origene, si pone lo stesso interrogativo del protagonista di Berberian, indagando con la sua storia sugli imperscrutabili percorsi del destino che salva alcuni e altri condanna. 

La Formula di Origine è un libro scritto nel 1949 e pubblicato in Italia dalla Sonzogno alla fine degli anni ’60 sempre con la traduzione di Amina Pandolfi. All’’inizio del romanzo c’è un’introduzione intitolata “In luogo di una prefazione”, che descrive l’origine del romanzo e l’idea da cui è scaturito: un episodio seguito a un bombardamento su Vienna nel 1945 che ha costretto alcune persone a una clausura forzata in una cantina. Pare che qualcuno (l’autore?) abbia partecipato al salvataggio e sia rimasto colpito dalle reazioni degli ex-reclusi e dalle dinamiche che si erano create tra loro durante l’isolamento coatto e che abbia cercato di ricostruirle. Da qui nasce il romanzo di Johannes Mario Simmel, scrittore austriaco vissuto in Gran Bretagna e poi in pianta stabile in Germania, che ripercorre la trama dell’episodio narrato all’inizio: per quello che sembra un caso sfortunato sette persone si ritrovano rinchiuse nel buio di una cantina durante un bombardamento su Vienna e le macerie impediscono loro di scappare. Sono: un prete ubriacone che non crede più in Dio; una signora incinta col marito al fronte e la sua bimba di sei anni; un chimico nazista; un giovane e idealista disertore dell’esercito tedesco; una ragazza sensibile e dall’animo artistico con il desiderio di diventare un’attrice; una signorina bigotta e chiusa nel suo mondo angusto ed egoista.    Simmel segue i fili sottili di queste sette esistenze mentre s’intrecciano e s’ingarbugliano fino a che non è più possibile districarli, e tra l’umidità e il fango della cantina (niente a che fare con La cantina di Bernhard, che era in pratica una drogheria) ognuno dei reclusi vive l’esperienza della prigionia in modo autonomo e personale, secondo la propria indole e la propria formazione; e non è solo la salvezza dalla morte come topi in trappola a essere in gioco. Tra quelle pareti anguste nascono amori e odi, amicizie e contrapposizioni violente, solidarietà, perché mentre lavorano per scavare un tunnel verso l’esterno, i sette prigionieri si scambiano opinioni e storie di vita, si scontrano fino ad avere conflitti estremi e irrecuperabili, vengono a patti con i loro principi e fanno i conti con la devastazione provocata dalla guerra e non sono solo detriti di polvere e calcinacci a pesare, ma le ingombranti macerie che si accumulano nell’animo e avvelenano i rapporti tra le persone. 

Che c’entra Origene in tutto questo? Ebbene Origene (Alessandria, 185 d.C.) è il più illustre studioso della Bibbia della Chiesa delle origini, che in parole povere sosteneva che le Scritture ammettessero una pluralità di sensi: come nell’ uomo, oltre al corpo, esistono l’anima lo spirito, così nel testo sacro, al di sotto del senso letterale o somatico, esistono un senso morale o psichico e uno allegorico o mistico. Simmel prende spunto dalla molteplicità di cui parlava Origene (più famoso forse per essersi auto-evirato per una erronea interpretazione di un passo del Vangelo di Matteo) e mette in scena una storia corale priva di un’unica interpretazione ma vissuta secondo sfumature e visuali diverse, per concludere che nulla accade senza una ragione precisa ma che per ogni accidente del mondo c’è un significato più profondo e – quello sì – univoco: la verità.

Naturalmente i libri di Simmel ormai si trovano solo nei remainders o sulle bancarelle dell’usato. Sono sempre i migliori che se ne vanno.

I miei Magi

Wednesday 10 January 2007

Per distaccarmi con gradualità dalle feste natalizie visto il considerevole tempo libero disponibile negli ultimi sei giorni a causa dell’influenza (di nuovo!), ho compilato la lista dei regali ricevuti tra Natale e la Befana e a parte un paio che sono davvero orrendi (un servizio di piatti per sei persone da parte della fidanzata di mio fratello, adatti al tiro al piattello per quanto sono brutti, e una terribile bambola di porcellana posseduta da uno spirito maligno e che sono sicura si animi la notte con intenti sanguinari) sono stata molto soddisfatta.
 
Tralascio qui i doni non libreschi – ma vorrei comunque dedicare una menzione all’ultimo fantastico cd dei
Take That, “Beautiful world” regalatomi da lui: suoni e testi molto maturi, canzoni di atmosfera che coprono quasi tutti i generi compreso il country e poi una grafica molto elegante e fotografie minimal assai chic, e ai meravigliosi Cuneesi al rhum che mi ha mandato il più famoso ex bancario, blogger e prossimo autore di Cuneo) – e vi rendo edotti invece dei regali libreschi.
 
 
Per Natale:
 
 1 Da
lui: Tutti i racconti di Nathaniel Hawthorn
 
2 Da un’amica, su esplicita e reiterata richiesta: Cioccolandia a cura di Leyla Mancusi Sorrentino
 
3 (Ancora) da
lui: Vertigine senza fine di Cornell Woolrich – Il pretore di Cuvio di Piero Chiara – Per amore, solo per amore di Pasquale Festa Campanile
 
4 Da
lui: Ferite e rifioriture di Giuseppe Conte
 
5 Da
lui: il suo Emersioni lacustri
 
6 Tutte le poesie,
Annie Vivanti a cura di Carlo Caporossi
 
 
Per la befana:
 
7 Da
lui: Elosie a Parigi di Kay Thompson/Hilary KnightIl libro dei libri perduti di Stuart Kelly
 
8 Io mi sono regalata un altro volume della
stessa collana di Cioccolandia per la Intra Moenia edizioni: Filtri e Magie d’amore. Da Orazio a Shakespeare, da Gesualdo a Jung breve viaggio nei segreti degli amorosi sensi, a cura di  Antonio Emanuele Piedimonte. Vado pazza per questa collana!
 
 
Non li ho ancora letti tutti, soprattutto le raccolte di poesia perché per leggere versi devo essere in particolari stati d’animo e i mezzi pubblici – su cui si basa al momento tutta la mia voracità da lettrice – non sono il massimo, ma li ho apprezzati moltissimo e di qualcuno parlerò anche in seguito.
 
 
Adesso però sono esaltata dal volume Eloise a Parigi, scoperta graie a due deliziosi film tv visti durante le vacanze natalizie, scritto da Kay Thompson e illustrato da Hilary Knight, che contrariamente a quanto pensassi all’inizio non è una donna, ma un geniale disegnatore uomo.
 

“I am Eloise.
I am six. I am a city child. I live at the Plaza.”
Questa è Eloise nella sua autopresentazione.
 
E’ la graziosa protagonista di una serie di storie illustrate per bambini nata nel 1955 dalla fantasia di Kay Thompson, cantante, ballerina, pianista, compositrice e coreografa, una vera diva che durante una delle sue leggendarie serate mondane nella suite del “Plaza” dove viveva in pianta stabile, per divertire gli amici s’inventa una storiella su una bimbetta viziata ma adorabile che abita proprio nello stesso Hotel, imitandone persino la voce e immaginando che trascorra il suo tempo in attesa che la madre sempre in viaggio per il mondo la vada a trovare, spadroneggiando per l’albergo, impartendo ordini e commissioni come se fosse la direttrice, e trattando tutti i membri del personale come gente di famiglia.
Nasce così Eloisa, vivace, goffa, curiosa, generosa e impertinente protagonista di mille avventure insieme alla tata Nanny, al tutore Philip, la sua vittima preferita, al cane Lagna e alla tartaruga Pié Veloce. Eloise delizia i suoi piccoli (e grandi) lettori, a cui si rivolge usando la seconda personale singolare e raccontando in presa diretta cosa le succede, con esilaranti incursioni nella vita dei diversi clienti e dello staff dell’albergo tutti irretiti dalla sua simpatia. Interessata al mondo degli adulti che al contempo l’affascina e la perplime, sogna spesso il suo matrimonio e cerca di vincere la solitudine e la malinconia per l’assenza della mamma grazie alla fantasia e all’iperattività.
 
Nel 1959 sono stati pubblicati i primi quattro libri della serie, anche se il primo, “Eloise: A Book for Precocious Grown Ups” è rimasto inedito. Pare che oggi per una prima edizione dell’opera il si aggiri intorno ai 500.00 dollari.
Gran parte dei volumi sono stati ripubblicati a partire dal 1999, prima in America da “Simon & Schuster editori”, poi anche in Europa, e quindi in Italia da “Piemme Junior” nella collana del “Il Battello a Vapore”. Attualmente sono disponibili solo i seguenti album: “Eloise al Plaza Hotel”, “Eloise: Natale al Plaza“, “Eloise fa il Bagno” (che ha ricevuto il Premio Andersen 2004 come miglior libro 6/9 anni) e naturalmente “Eloise a Parigi”, tutti tradotti in modo eccellente da Roberto Piumini.
 
Io che non amo i fumetti, sono conquistata dalla grafica dei libri di Eloise, con quelle grandi tavole, ricche di particolari (ogni volta che le guardi scopri qualche particolare divertente che non avevi visto prima) ma molto raffinate, realizzate in due colori (alternati a volte al ricorso alla quadricromia, con una predominanza del rosa, colore preferito di Eloise) e con disegni basati su pochi tratti sottili a china nera, che pure definiscono alla perfezione i personaggi rendendoli molto espressivi. Knight ha utilizzato accanto al chiaroscuro anche una tecnica affine a quella dell’acquerello per gli effetti finali. E le tavole sono riempite di illustrazioni a tutto campo poste verticalmente o orizzontalmente in cui si viene diluito il testo, sempre divertente e pieno di spunti. I bambini hanno di che imparare e gli adulti di che sorridere.
 
In “Eloise a Parigi”, la bimba e i suoi amici vengono catapultati da un cablogramma (mezzo di comunicazione di cui Eloise fa un uso esagerato) della madre nei preparativi per un viaggio a Parigi. Naturalmente l’albergo sarà messo a soqquadro prima della partenza, c’è da essere coraggiose per le vaccinazioni necessarie, salutare tutti e fare le foto per il passaporto e i bagagli saranno numerosi perché a Parigi: “ti occorre tutto!”. E infatti escono dall’albergo con 37 bagagli al seguito (comprese due scatolette di aringhe affumicate di Gristede’s) che al rientro saranno addirittura 114 (naturalmente sempre comprese le aringhe).
Eloise parte in incognito, seduta scompostamente sul carrello portabagagli e nascosta da grossi occhiali da sole scuri ed è pronta per la sua avventura parigina, macchina fotografica in spalla e tanto entusiasmo. Ho anche imparato parecchie parole in francese leggendo il libro, sebbene temo che qualcuna Eloise la dica a sproposito!
 
Come me (che da piccola avrei voluto davvero vivere in un albergo o in fondo al mare) milioni di bambini (e non solo) si sono appassionati alle peripezie di questo vulcano biondo, quasi una versione femminile di Peter Pan, ma meno problematica, tanto che durante l’asta seguita allo smantellamento del Plaza (dove c’era addirittura un museo dedicato alla pestifera eroina), le sue scarpette rosse (che i portieri dell’hotel tenevano al banco della reception per i piccoli fan) sono state venduta per 3840 dollari pari a sei volte il prezzo iniziale. Evidentemente c’è ancora qualcuno che ha voglia di seguire la propria fantasia e di tornare un po’ bambino. E questo fa sempre ben sperare.

“Assolutissimamente!”, direbbe Eloise.

The winner is

Monday 8 January 2007

Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma.

Dopo tutto, avevo ragione io. Quasi.

Still Nacht

Monday 8 January 2007

Ciao. Mi chiamo Seia. E sono fissata col Natale. 

Non sopporto il vuoto lasciato dall’albero di Natale. Mi immalinconisce il buio laddove c’era il riflesso delle lucette intermittenti. La smobilitazione post-epifania mi mette addosso un’incontenibile tristezza. Perché non può essere Natale tutto l’anno? Le cose andrebbero meglio secondo me. 

Potrei cominciare ad urlare. Un grido straziante, continuo, disperato. Come quello della zia Milla, protagonista di uno dei racconti di Heinrich Boll: “Tutti i giorni Natale”, contenuto nella raccolta Racconti umoristici e satirici  

E’ il primo Natale dopo la tragedia della guerra mondiale e Milla finalmente torna ad addobbare il suo albero, a cantare le canzoni accompagnata da tutti i familiari e dall’amico prevosto. Ci sono i dolci, i brindisi, le candele accese, le statuine meccaniche e le decorazioni preziose e originali. Ma il Natale corre via come ogni anno e giunge il momento di salutarlo fino al prossimo dicembre. E allora Milla comincia a urlare, un grido che dura un’intera settimana e a cui nessuno riesce a porre fine. Luminari e scienziati vengono interpellati. I parenti espongono le loro teorie. I vicini spettegolano come da copione. E intanto la zia sprofonda in abissi di disperazione, finché lo zio Franz, suo marito, non viene colto da un lampo di genio e con gran fatica trova un abete da addobbare. E allora ricomincia il Natale, ma non solo per una volta. Tutte le sere per non farla urlare, la famiglia e il prete si riuniscono e fingono che sia la Vigilia, e sono ancora canti e brindisi e preghiere e candele accese. Sera dopo sera, passano i mesi e poi gli anni e uno a uno gli ospiti cominciano a defilarsi, pagano persino degli attori perché recitino la loro parte alla festa, arrivano a farsi sostituire da statue di cera. E la zia vive felice nel suo perenne Natale, mentre intorno a lei la famiglia si disgrega e molte cose cambiano. 

Il Natale era la cosa che più amava, la guerra gliel’aveva tolto insieme al resto e una volta tornata alla vita di tutti i giorni non voleva rinunciarci ancora. 

Come gran parte dei protagonisti dei libri di Boll, anche la zia Milla non riesce ad avere un rapporto sereno con la vita del dopo guerra. Come si fa ad andare avanti dopo tutto quell’orrore, sembra chiedersi con il suo urlo devastante? Meglio rifugiarsi nella calda finzione di un Natale che dura per sempre. 

In ”Tutti i giorni Natale” Boll usa opera una reductio ad absurdum tipica di tutti i suoi racconti e non solo quelli umoristici o satirici. Ribalta la prospettiva delle cose per mostrare il mondo che lo circonda attraverso delle lenti deformanti, in modo da svelare il marcio che si cela dietro la normalità o da rivelare la folle natura dell’ordinario. 

Boll in realtà è congenitamente incapace di far ridere. Non ha l’estro di Twain, né i tempi di Lardner. Non ha l’ironia sottile di Nabokov anche nel trattare i temi più scabrosi. Gli manca la grazia, la leggerezza. Tutto ciò che racconta sembra intriso di polvere, ruggine, squallore, anche quando scrive della dolcezza dell’amore. Spesso non fa nemmeno sorridere, forse a malapena si alza un angolo della bocca, ma non potrei giurarci. Però. Se decidi di collaborare – se diventi cioè “il lettore modello” di cui parla Umberto Eco nelle sue Sei passeggiate nei boschi narrativi, il lettore tipo che “il testo non solo prevede come collaboratore, ma che anche cerca di creare” – allora ecco che questi “allarmi ironici”, come li ha definiti a suo tempo Giuliano Gramigna, rivelano tutto il ridicolo e il grottesco che assedia la nostra vita. Ed ecco che la missione di questi racconti si compie nella sua interezza: stigmatizzano le ingiustizie della Germania occidentale e le illusioni della società del benessere che cerca di allontanare da sé lo spettro del nazismo, mostrano le nefandezze del consumismo e l’alienazione di una società che mercifica l’uomo e lo priva di ogni barlume di spiritualità. 

Una curiosità: il racconto sulla zia Milla si trova anche nel volume Il quarto Re Magio pubblicato da Marcos Y Marcos, che raccoglie 14 racconti a tema natalizio scritti, tra gli altri, da Boll naturalmente, Cristiano Cavina, Pier Paolo Pasolini, Vittorio Tondelli, Arthur Clarke. Secondo un’antica leggenda il quarto Re Magio è un saggio che parte come gli altri per andare a trovare il Bambino ma poi si ferma lungo il cammino per aiutare delle persone in difficoltà o per assecondare la sua curiosità e non raggiunge Betlemme in tempo. I racconti riuniti dalla Marcos y Marcos riprendono la leggenda e restituiscono la figura dello scrittore come cantastorie e profeta, anima del mondo che si mette in ascolto per cercare di comprendere.

Chi ben comincia…

Saturday 6 January 2007

… si sa, è a metà dell’opera. E sebbene sia troppo presto per far delle stime sul nuovo anno, per stare tranquilli cominciamo in poesia. 

Non ne parlo quasi mai, ma mi piace molto la poesia. E mi piace pensare che aveva ragione Shelley quando scriveva che “i poeti sono i non riconosciuti legislatori del mondo”.  

Mi piace la poesia quando non abusa di figure retoriche, non ricorre al lirismo a tutti costi, quando nasce da una intenzione sincera e non dall’effimero desiderio di esprimersi in versi. Mi piace la poesia che non considera se stessa un altro modo di raccontare. Che sia Poesia e basta! Ma per cui non basta andare a capo spesso. 

Non mi piace la poesia quando è sciatta, antiretorica per ideologia, modernista, fredda, formale. Mi piacciono i versi iconoclasti di Rodolfo Wilcock, le sue metafore ardite. Le rime barbare e viscerali di Pablo Neruda. Quelle eleganti e romantiche di Paul Eluard. I contrasti violenti di Robert Frost e il maledettismo non di maniera di Dylan Thomas. La levigatezza di Catullo e la repulsione di Vladimir Majakovskij per la convenzione. E tutte le sfumature della vita nelle poesie di Wislawa Szymborska. E il neo-manierismo di Auden e del suo memorable speech. L’ingenuità di Emily Dickinson. E ancora le allucinazioni di Coleridge. 

E naturalmente Eugenio Montale. 

Poi scopro Guido Catalano (grazie ai gemelli del blog Eìo e Stark). 

Catalano è un poeta prêt-à-porter, intendo uno di quelli da avere sempre a portata di mano: nel traffico, alla posta, sul treno o sulla metro. Nell’attesa si tira fuori una sua raccolta di poesia e la vita un po’ torna a sorridere. Certo non tutte le poesie sono riuscite, ma alcune lo sono davvero molto. 

La sua è la poesia delle piccole cose, lampi di lirismo nel quotidiano, grumi di passione che esplodono e poi si riassorbono. L’amore prima di tutto, declinato in tutte le sue forme con ironia e romanticismo. Sono versi da leggere ma soprattutto da ascoltare, pare che lui sia un vero performer

Guido Catalano ha pubblicato due raccolte che sono liberamente scaricabili dal suo sito: I cani hanno sempre ragione (2000) e Sono un poeta cara (2003). E’ un delitto che non si trovino sugli scaffali delle librerie. Ma per ora ci si può accontentare di leggerle on line. 

Io mi sono innamorata di questa

Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.  





Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.  





Guido Catalano ha pubblicato due raccolte che sono liberamente scaricabili dal suo sito: I cani hanno sempre ragione (2000) e Sono un poeta cara (2003). E’ un delitto che non si trovino sugli scaffali delle librerie. Ma per ora ci si può accontentare di leggerle on line. 

Io mi sono innamorata di questa

Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.  





Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.  





Catalano è un poeta prêt-à-porter, intendo uno di quelli da avere sempre a portata di mano: nel traffico, alla posta, sul treno o sulla metro. Nell’attesa si tira fuori una sua raccolta di poesia e la vita un po’ torna a sorridere. Certo non tutte le poesie sono riuscite, ma alcune lo sono davvero molto. 

La sua è la poesia delle piccole cose, lampi di lirismo nel quotidiano, grumi di passione che esplodono e poi si riassorbono. L’amore prima di tutto, declinato in tutte le sue forme con ironia e romanticismo. Sono versi da leggere ma soprattutto da ascoltare, pare che lui sia un vero performer

Guido Catalano ha pubblicato due raccolte che sono liberamente scaricabili dal suo sito: I cani hanno sempre ragione (2000) e Sono un poeta cara (2003). E’ un delitto che non si trovino sugli scaffali delle librerie. Ma per ora ci si può accontentare di leggerle on line. 

Io mi sono innamorata di questa

Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.  





Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.  





Guido Catalano ha pubblicato due raccolte che sono liberamente scaricabili dal suo sito: I cani hanno sempre ragione (2000) e Sono un poeta cara (2003). E’ un delitto che non si trovino sugli scaffali delle librerie. Ma per ora ci si può accontentare di leggerle on line. 

Io mi sono innamorata di questa

Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.  





Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.