Archivio di February 2007

Zenzero e cannella

Wednesday 28 February 2007

“Run, run as fast as you can! You can’t catch me, I’m the gingerbread man” (Corri, corri, più forte che puoi / Son Pan di Zenzero, acchiapparmi non potrai).

Probabilmente è da questo passo di un famoso racconto per bambini di lingua anglosassone che deriva il titolo di un discusso e amatissimo (con quarantacinque milioni di copie in tutto il mondo) romanzo degli anni ’50, di recente riproposto da Neri Pozza in “Bloom” (nuova collana dedicata alla letteratura e alla saggistica contemporanee): Ginger Man di James Patrick Donleavy.

Ginger Man  è stato un vero e proprio libro scandalo, come racconta anche la “Nota sull’autore e sul romanzo” alla fine della nuova edizione italiana: scritto da un esordiente ventinovenne americano di origini irlandesi, pubblicato per la prima volta in Francia nel 1955, a causa dei contenuti ritenuti scabrosi per l’epoca, fu rifiutato da tutti gli editori americani fino a quando la francese “Olympia Press” – che  aveva già coraggiosamente dato alla stampa libri contestati e poi censurati altrove, come “Lolita” di Nabokov, i due “Tropici” di Miller o “Pasto nudo” di Burroughs – non lo accettò e lo fece uscire nella collana pornografica “Travellers Companion”. In Italia il libro è arrivato solo nel 1959 in una versione censurata e mutilata a cura di Luciano Bianciardi dal titolo “Zenzero”, e se si è dovuto aspettare sino al 1963 per una versione integrale in lingua inglese, solo oggi con la nuova edizione per la Neri Pozza è possibile apprezzare Ginger man in italiano in tutta la sua grandezza, grazie all’appassionata traduzione di Massimo Ortelio.

L’uomo di zenzero di Donleavy è Sebastian Dangerfield, un irresistibile mascalzone che ha attratto generazioni di lettori, irretiti dalla sua pressoché totale assenza di scrupoli, dall’energia vitale che sprigiona ogni suo gesto e da un profondo e irrinunciabile anelito alla libertà, del corpo e dell’anima. Tra i suoi ammiratori c’era Hunter S. Thompson, discusso e scapestrato autore di culto in America – famoso soprattutto per il romanzo “Paura e disgusto a Las Vegas” (Bompiani 2000), e teorizzatore del “gonzo journalism”, una frangia del “new journalism” americano il cui tratto caratteristico è dato dal coinvolgimento in prima persona del giornalista – che nella sua biografia ha sostenuto di essere stato molto influenzato dal romanzo di Donleavy e di averne voluto imitare lo sciagurato protagonista.

Come l’omino di pan di zenzero della filastrocca (e come in parte ha fatto lo stesso Thompson), anche Sebastian scappa: dal padre prima, dalla moglie e dalla figlia dopo e sempre dai padroni di casa e dalle amanti sedotte dal suo fascino carnale e lussurioso. E soprattutto rifugge ogni responsabilità e vive con dolore e sgomento l’eventualità di avere una vita normale. C’è molto anche di J. P. Donleavy in Sebastian: come lui è un giovane americano di origini irlandesi che si ritrova al Trinity College di Dublino per laurearsi (in legge), e come ha fatto il suo l’autore anche Sebastian deve reagire ai disastri provocati della seconda guerra mondiale. Entrambi fanno parte di una generazione smaniosa, che ha dovuto rinunciare all’adolescenza a causa del conflitto e che dopo cercherà di riappropriarsene con ogni mezzo.

Donleavy ha cercato l’affermazione nel successo trovandolo con la letteratura,mentre Sebastian, ingordo, lascivo e impenitente cede allo sbandamento esistenziale anzi ne fa una vera e propria forma di resistenza. La frenesia e l’inquietudine lo costringono a cercare di divertirsi a tutti i costi, ubriacarsi e filosofeggiare a vuoto sulla vita, l’amore e la morte;  agli obblighi matrimoniali e universitari preferisce  l’arte di arrangiarsi, senza mai rinunciare ad illusioni di grandezza: è convinto di meritare una vita di lussi e lussuria, si sente superiore a ogni altro essere umano (ad eccezione dei suoi degni compari che ne condividono le aspirazioni edonistiche), affina l’arte della seduzione e del raggiro per farsi mantenere, ottenere crediti, assicurarsi le grazie di giovani (e meno giovani) donne che non vedono l’ora di cadergli tra le braccia.

Sebastian è il progenitore di tutti gli antieroi della beat generation, con in più la zavorra di un’educazione cattolica opprimente e salvifica allo stesso tempo. Dice a un certo punto nel libro: “Io sono qualunque cosa. E soprattutto cattolico”. Essere cattolico è uno scudo contro la volgarità del mondo e il perbenismo puritano, ma anche un appiglio a cui si aggrappa quando sta per precipitare in vortici di disperazione. Si rivolge spesso direttamente a Cristo come un amico di vecchia data o implora i suoi aguzzini di essere amici in Cristo e di compatirlo. Ma da quella stessa educazione gli viene anche una curiosa idea del decoro, un personalissimo senso del peccato (si chiede: “Ci è permesso pregare per un orgasmo?”), il gusto per le tentazioni a cui si può solo cedere, un’insopprimibile spocchia, e la paura, nei pochi attimi di buon senso disponibili, di smarrirsi per sempre.

Ginger man è un grande romanzo modernista, in debito con James Joyce e (ancora di più) con Henry Miller e Flann O’Brien. La voce narrante varia e si trasforma, alternando prima e terza persona, discorso diretto, indiretto e stream of counsciousness. Le voci si confondono, i pensieri si rincorrono e le scene sfumano una nell’altra.  La punteggiatura sovverte ogni regola e segue l’impeto dei sentimenti, mentre la lingua corrosiva e febbrile, si modifica in continuazione per sostenere la prosa vibrante dell’autore che dalle vette del lirismo più commovente s’inabissa nella crudezza della volgarità da bassifondi e della degradazione cui può giungere l’uomo, se disperato o in preda ad ira funesta. Molto bravo dunque Massimo Ortelio ad assecondare – e reinventare in italiano – una scrittura che non teme di esser brutale, oltraggiosa e virulenta mentre innalza al cielo un sacrilego e poetico inno al piacere e alla sfrenatezza delle passioni.   

 

James P.Donleavy, Ginger Man, trad. it. Massimo Ortelio, pp. 397, 17.00 €,  Neri Pozza, 2006.

Su “Stilos” in edicola ogni due martedi.
 

 

 

 

Le jeux (non) son faits

Saturday 10 February 2007

Mi sono appena ricordata di essere stata incatenata da Davide (e non si accettano battute di bassa lega in proposito, ché io li conosco quasi tutti i miei lettori abituali!) tempo fa e di non aver ancora assecondato il gioco.

Provvedo ora, che non ho voglia di fare nessuna delle cose che attendono un mio coinvolgimento.
In pratica prendendo spunto dall’elenco approntato da Georges Perec nel 1981, per una partecipazione alla serie radiofonica di Jacques Bens intitolata “Les cinquantes choses que je voudrais faire avant de mourir”, mi si chiede di scegliere le dieci cose che vorrei assolutamente fare prima di passare all’altromondo. E io prontamente eseguo.

Dunque prima di morire vorrei:

1) suonare l’assolo di sax di “Take five” in un jam session.

2) essere la cronista ufficiale del Tour mondiale dei Take That.

3) scrivere il saggio definitivo sul romanzo Il Giovane Holden.

4) imparare a ballare il tango come una consumata tanguera.

5) vivere per almeno un anno al “Plaza”.

6) diventare collaboratrice stabile del “New Yorker”.

7) presentare una trasmissione televisiva con Pippo Baudo: persino Sanremo, ché Pippo è sempre  Pippo.

8) raccogliere l’ultima intervista di J. D. Salinger e decidere di non pubblicarla, nemmeno dopo la sua di morte.

9) rintracciare almeno uno dei tizi che avviano queste catene e picchiarlo fino a fargli passare la voglia.

10) non c’è una decima cosa perché mi tengo aperta una possibilità essendo troppo presto per avere già chiuso l’elenco delle ambizioni.

E il testimone poco sportivamente non lo passo a nessuno, ma chiunque transiti di qui e volesse renderci partecipi delle sue aspirazione segrete, si accomodi pure.

 

Scommettiamo che…

Tuesday 6 February 2007

… qualora criticaste negativamente i testi in versi – che gli autori, dimostrando una palese assenza di spirito critico e autocritico, si ostineranno a chiamare poesie  – di esordienti e sconosciuti (che se lo meritino naturalmente), quelli (se un po’ hanno studiato o letto) inevitabilmente vi citeranno Rainer Maria Rilke? A me è già accaduto una decina di volte.

Questo brano soprattutto è il più quotato:

“…Lei domanda se i suoi versi siano buoni, lo domanda a me, prima lo ha domandato ad altri, li invia alle riviste, li confronta con altre poesie e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, io le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno ed è appunto questo che non dovrebbe fare. Nessuno può darle un consiglio. Invece guardi dentro di sé, si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirei se mi fosse negato di scrivere? Ecco si domandi nell’ora più quieta della notte: devo scrivere? Frughi dentro se stesso alla ricerca di una profonda risposta, e se sarà di assenso, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. […] E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è. E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare”.

E’ tratto dalle Lettere ad un giovane poeta, pubblicate per la prima volta in Germania nel 1929 e proposto in Italia da Adelphi nel 1980, con la celebrata traduzione di Leone Traverso. Sono lettere realmente indirizzate da Rilke a Franz Xaver Kappus, uno scrittore principiante che gli aveva inviato le sue poesie fra il 1903 e il 1908.
A volerle interpretare letteralmente e con grande malafede direi, le Lettere danno l’appiglio a chiunque si voglia definire artista, poeta, scrittore, pittore, scultore e via discorrendo, di considerarsi tale e di pretendere dunque di essere riconosciuto come tale, per il solo fatto di aver assecondato l’impellente bisogno di esprimersi, di palesare agli altri il lavorio interiore che lo tormenta.
Ma, a parte che a me qualunque moto interiore mi fa venire in mente un vulcano che sta per eruttare e che quando un vulcano erutta non succede mai nulla di buono, mi domando perché quegli stessi che lo citano non seguano poi pedissequamente le parole di Rilke e non rinuncino quindi a chiedere pareri e cercare la pubblicazione e quindi l’approvazione di lettori e rivisti e critici, rallegrandosi e ritenendosi soddisfatti piuttosto dell’essere riusciti a esprimersi e di aver tirato fuori il proprio mondo intimo rispondendo al sacro fuoco della poesia (o della narrativa, o della pittura, o della scultura).
Il fatto è che la malafede c’è, eccome se c’è.
Come per quelli che ti citano Kafka lamentando che nessuno legge i loro libri.

Io che di solito penso che leggere non migliori la vita, né la peggiori; che non renda persone migliori, né peggiori; di fronte a queste situazioni devo ammettere controvoglia che evidentemente leggere fa proprio male.
Forse sarebbe il caso che più di qualcuno seguisse corsi di lettura e comprensione del testo per imparare a goderselo pienamente e a capirlo se proprio è necessario, piuttosto che rivolgersi a seminari di scrittura creativa nell’imbarazzante illusione di uscirne come novelli Shakespeare o – peggio mi sento – perfetti David Foster Wallace.

E qui apro una parentesi: la maggior parte degli aspiranti scrittori che conosco, ho conosciuto o ho letto, aspirano a scrivere come David Foster Wallace, al massimo come Raymond Carver, come Aldo Nove, come Tiziano Scarpa, come Niccolò Ammaniti, come Enrico Brizzi degli anni d’oro, mai nessuno invece che mi dica “vorrei scrivere come Fitzgerald” o Capote, o Steinbeck o Flannery O’connor, o Soldati, o Chiara, o Saviane. E qui se fossi maliziosa e velenosa potrei dire che la questione attiene alle capacità, alle difficoltà, alle possibilità di chi scrive che probabilmente non sarà mai in gradi di scrivere come Fitzgerald ma forse ad Aldo Nove ci si può arrivare facilmente. Ma non sono così maliziosa io. Comunqe mi andrebbe bene anche che indicassero come obiettivoFaletti, perché almeno dimostrerebbero di voler un’attività che crei profitto, invece di autocandidarsi per impolpare le file (quasi legioni) degli aspiranti scrittori sfigati. Chiusa parentesi.

Tornando a Rilke e al suo giovane poeta, mi domando anche perché nessuno dei poetastri con cui abbiamo iniziato il discorso, colga i suoi suggerimenti fino in fondo:

“Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. Non scriva poesie d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime. Perciò rifugga dai motivi più diffusi verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione; le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le, rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi?”.

Le Lettere in realtà sono il manifesto poetico di Rilke, quasi delle confessioni in cui esprime la sua concezione del mondo e del ruolo del poeta. Il poeta, lui sì, scrive della vocazione alla poesia, dell’atto di scrivere come di un magistero, e indaga l’intima essenza di un artista, ma lo fa dando per scontato che di un artista si tratta, non dice da nessuna parte che tutti possono esserlo. In definitiva parla soprattutto di se e della sua opera, del modo in cui la poesia affiora sulla sua pagina. E’ letteratura, è poesia, sono consigli, non è un decalogo né un manuale per l’aspirante poeta.

Per tutto questo non m’infervoro come farei in altre circostanze di fronte a quest’altra lettera indirizzata al giovane Kappus, scritta il 26 Dicembre del 1908:

“Anche l’arte è solo una maniera di vivere, e a essa ci possiamo preparare, senza saperlo, vivendo in qualche modo; in ogni cosa reale le siamo più prossimi e vicini che nelle irreali professioni semiartistiche, le quali, mentre si fingono vicine all’arte, in pratica ne negano e confutano l’esistenza; così è ad esempio dell’intero giornalismo e di quasi tutta la critica, e di tre quarti di ciò che si chiama e vorrebbe chiamarsi letteratura”.

Può essere che Rilke avesse il dente avvelenato con qualcuno in quel momento. E’ umano, mi pare.