Archivio di April 2007

Test-atemi!

Friday 27 April 2007

E vai col blog ombelicale: qui  per sapere i fatti miei (‘ste cose mi in-trip-pano da morire!). Suggerito da lui.

Ricchi premi e cotillons.

Ecco l’agnello di Dio

Sunday 15 April 2007

C’è libro più appropriato per questi giorni, dell’Orologio degli angeli di José Rico Direitinho?

No, quindi ecco il pezzo che accompagna l’intervista che – come già accennato – ha concesso a me e a Davide per “Stilos”, ogni due martedi in edicola. (L’intervista è uscita solo a mio nome per problemi d’impaginazione).

E Buona Pasqua a tutti, comunque la pensiate e qualunque credo professiate (o meno).

 

Mentre eventi sanguinosi e omicidi efferati segnano l’avvicendarsi del regime liberale alla monarchia costituzionale in un Portogallo ferito da una terribile guerra civile, si consuma il dramma di Afonso Aires de Navarra.
Questa, a grandi linee, la storia narrata da José Rico Direitinho in “L’orologio degli angeli”, (secondo libro dello scrittore portoghese a sbarcare in Italia dopo il bellissimo “Breviario degli istinti malvagi”, pubblicato da Einaudi nel 2005), scritto nel 1997 e uscito solo ora per i tipi di “Cavallo di Ferro” con l’ottima traduzione di Vincenzo Barca.
Vero fenomeno letterario degli ultimi anni, José Rico Direitinho racconta un Portogallo rurale fortemente legato alle tradizioni, per cogliere le antinomie del presente e rielaborare la storia recente (e dolorosa) del suo paese.
“L’orologio degli angeli” è ambientato tra il 1832 e il 1834 durante la faida che infuria – dopo la cacciata di Napoleone dal Paese – tra Don Pedro e Don Miguel, due fratelli e avversari, portatori l’uno dei valori della monarchia costituzionale e l’altro delle istanze conservatrici di una monarchia assolutista.
Se l’ambientazione è storica e assolutamente realista, lo sfondo geografico è fittizio: il villaggio di Vilarinho dos Loivos – in una piccola regione al confine con la Galizia, terra d’elezione dello scrittore portoghese – è una invenzione di Direitinho, che già vi ha ambientato altre sue narrazioni. A Vilarinho sorge la tenuta del Sexio di proprietà di Afonso Aires de Navarra: una vecchia tenuta che nasconde segreti inconfessabili. Afonso è sposato con Dona Benigna, una figura misteriosa che nel romanzo appare solo attraverso le lettere che invia ad Afonso dal suo esilio in Francia, dov’è scappata. Il loro figlioletto Afonsinho è morto in modo tragico, così – mentre assiste allo sgretolarsi dei privilegi della nobiltà cui appartiene e alla lotta fratricida tra le contrade del suo dominio – Afonso vive impotente il dissolversi della sua stessa famiglia, delle sue speranze. All’esistenza di Afonso s’intreccia inestricabilmente quella di Antònio do Soutelinho, fattore del Sexio che da tempo ha abbracciato la via della rivoluzione.
La narrazione procede lenta ma densa di avvenimenti che si svolgono con continui rimandi tra analessi e prolessi, la voce narrante è solenne e ricorre spesso a motivi biblici e citazioni mutuati dall’immaginario ebraico. La vicenda stessa si esaurisce nei periodi delle Quaresime tra il ’32 e il ’34. Tutto suggerisce l’imminenza di una tragedia ancora più grande; l’ambientazione rurale contribuisce a sfumare la realtà nella superstizione delle tradizioni contadine e a colorare la vicenda, già fitta di cupi presagi, di ineluttabilità e fatalismo: un calderone anabasico di casualità tragiche, con personaggi che s’ingannano a vicenda senza mancar d’ingannare se stessi, fino alla resa dei conti finale. Le loro azioni, che il lettore percepisce spesso in una dimensione di smarrimento – facilmente si rischia di perdersi tra i mille snodi della trama – riescono ad essere al contempo piene di significato eppure pervase di un senso di vuoto, fatali e inconcludenti, ad apparire crudamente vive e ad avere qualcosa che le accomuna agli squarci improvvisi che, di un sogno, si ricordano al risveglio.
Questo dualismo così intenso, quasi lacerante, è dovuto alla efficacia della prosa di Direitinho, che si serve di una scrittura sorprendente, curata, vibrante, potente, a sostenere uno stile molto personale che vira da sfumature di verismo a tratti visionari di realismo magico. Bravissimo Vincenzo Barca a rendere fluida in italiano una lingua complessa e densa e a restituire una musicalità costantemente ricercata dall’autore, come tratto distintivo della sua opera.
Ogni pagina del romanzo si snoda così su un ritmo ipnotico, sia nell’azione convulsa che nell’attesa. E proprio il concetto di attesa, qui, si rivela una preziosa chiave di lettura: ne “L’orologio degli angeli” tutto sembra svolgersi, a ogni momento, in prossimità della fine di qualcosa: lo stesso protagonista all’inizio della storia non ha ancora compiuto trent’anni, eppure viene già chiamato “Il vecchio”. La vita stessa è dipinta come una farsa tragica dai toni crepuscolari, al punto che il suicidio appare come la sola opportunità di autoaffermazione.
“L’orologio degli angeli” riesce, nello spazio di centocinquanta pagine e poco più, ad essere molte cose insieme: un intenso romanzo storico, sullo sfondo di un Portogallo martoriato da una sanguinosa lotta interna; il racconto di una feroce autopunizione; l’elegia del sacrificio estremo inteso come liberazione da un dolore così intollerabile da non lasciare scampo se non nel pensiero della fine, che è quindi auspicata, cercata, auto-inflitta nel modo più crudele e suggestivo.

Insha’Allah

Thursday 12 April 2007

“… il giorno in cui vennero a cacciarci non prendemmo molte cose da casa. Non c’era tempo. I soldati erano già sulle colline, e le storie di Deir Yassin passavano di bocca in bocca. Di Dei Yassin hai sentito parlare no? Tutti dicevano, anche qui sarà come a Dei Yassin, qui, a El Castel, e la paura era entrata nei nostri cuori. Non pensammo bene, capisci? Prendemmo un po’ di riso, un po’ di olio d’oliva, un po’ di pentole, mettemmo tutto sull’asino e ci incamminammo. Solo dopo qualche ora mi venne in mente che avevo dimenticato una cosa, a casa. La cosa più importante. E volevo tornare. Dovevo tornare. Ma i soldati ci sparavano sopra la testa e urlavano yalla, andate da Abdallah, e tuo padre disse, maalish, comunque fra due settimane saremo di ritorno. E così quella cosa è rimasta là, fra le mura della casa.” “… Il telefono urla. Adesso deve essere Noa. Emi sente. Perché non ha chiamato prima? E’ Hila. Noa avrebbe dovuto chiamare stamattina dal caffè, per fissare un giorno di Reiki, ma lei non ha ancora avuto un cenno. E il caffè non è lontano da via Giaffa, lo sai, sì Hila, lo so. Stai guardando la tele? Sto guardando. Il sindaco sta facendo un discorso dentro un cetriolo di mare. – La scena tremenda – … – Un giorno come questo – … – Abbiamo fatto tutto il possibile -, dietro di lui c’è folla come fosse un calciatore, tifosi. E’ tremendo, Amir, mi sussurra Hila nell’orecchio, è tremendo. Quanto odio ci vuole per fare una cosa del genere? Quanto karma cattivo è sparso nel mondo. Non hanno mai sentito parlare di protesta non violenta? Se solo camminassero, braccia incrociate a camminare, nessuno potrebbe fermarli. […] La macchina da presa trema. La trasmissione torna in studio. E se non telefona? Iniziano a fiorirmi in testa scene e non riesco a troncare. Noa senza una gamba, Noa con le stampelle, Noa in un letto d’ospedale e io accanto a lei che le leggo il finale di Cent’anni di solitudine…”.

Sono le voci e i pensieri di due personaggi del romanzo d’esordio (vincitore nel 2005 del prestigioso “Golden Book Prize”) dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, Nostalgia (Mondadori, pp. 350, euro 17,50). Nostalgia (“Ga’aguîm” in originale) è la storia intensa e straziante di un piccolo gruppo di persone nel minuscolo villaggio di Maoz Zion, che gli abitanti chiamano Castel, a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, un’enclave araba fino al 1948 e successivamente diventato sede di una comunità ebraica fuggita dal Kurdistan.

Al centro della vicenda ci sono Noa e Amir, due giovani studenti ebrei ospiti dei coloni di Castel, che cercano di far funzionare il loro amore, di trovare il loro posto nel mondo e di combattere per preservare (o creare) la loro identità. Teatro di tutte gli intrecci di Nostalgia è però una vecchia casa, luogo della memoria e simbolo di due popoli in lotta per una terra che è allo stesso tempo la patria perduta e mai davvero conquistata.

Nevo usa una scrittura piana, a tratti poetica che lascia spazio al dramma dei protagonisti il cui privato si mescola alla tragedia del conflitto arabo-israeliano e su tutto prevale l’uso della molteplicità dell’io narrante, la frammentazione del punto di vista, con la scelta precisa di far raccontare la storia ai diversi personaggi ognuno con una propria visione del mondo e della politica – ebrei e palestinesi, uomini e donne, giovani, anziani e bambini, ricchi e poveri, studenti e manovali, laici e ortodossi – per rendere tutta la complessità di una situazione in cui è impossibile decidere chi abbia ragione e in cui intanto perdono tutti. Così la nostalgia per la vecchia casa che una famiglia di palestinesi ha dovuto abbandonare nel ’48 convive con la rabbia per gli attentati suicidi che insanguinano la vita degli israeliani, la diffidenza verso i palestinesi che lavorano a Gerusalemme o Tel Aviv si mescola alla loro paura di essere arrestati senza motivo dalla polizia, mentre nelle università si discute di cosa sia giusto o sbagliato.

Ma al di là della sofferenza per la sua terra dilaniata, Nevo racconta delle bellissime storie di uomini e donne che vivono i piccoli conflitti di tutti in ogni angolo di mondo, mentre vanno in cerca della felicità e lo fa richiamando spesso alla mente l’opera di Abraham Yehoshua, da Divorzio tardivo a L’amante sino alla Sposa Liberata, pur mantenendo il proprio stile personale.

Volevo scrivere qualcosa su questo libro da tempo, ma solo oggi ho deciso di farlo forse per rispondere (idealmente) a questo. A volte la letteratura torna utile, dunque.

D’amore e stratagemmi

Wednesday 11 April 2007

E’ uscito Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma, il primo romanzo di Davide L. Malesi.

Ne parlo per tre motivi fondamentali.

1. L’ha scritto il mio fidanzato e questo basterebbe visto che il blog è mio e scrivo di quello che mi pare (metto le mani avanti, come dirà sicuramente qualcuno, perché non ho voglia di discutere con eventuali rompipalle e sottolineo – senza vera necessità, visto che per me è scontato – che non recensirò il romanzo su nessun giornale o rivista con cui collaboro, con grande sollievo dello stesso Davide peraltro).

2. E’ l’unico romanzo della discutibile collana “Scrittomisto “, che in generale ha pubblicato solo ramificazioni di post e blog vari o strani esperimenti senza capo né coda, che con la letteratura hanno poco a che fare (come quasi tutto ciò che dalla rete nasce e alla rete ritorna). Il progetto comunque non è nemmeno dei peggiori nel suo genere: almeno nessuna delle menti di “Unwired media” pensa di aver scoperto capolavori o di aver cambiato il volto delle patrie lettere, come invece s’illudono di fare altri esempi di editoria legata alla rete. Ma su questo avevo già dato.

3. Last but not least, anzi per quanto mi riguarda è il motivo principale per parlarne, il romanzo a parte il titolo a là Wertmuller, è introdotto dalla dedica più ambigua del mondo: quasi un dispetto alla sottoscritta.

Detto ciò: accattatevillo se vi va, magari dopo averne letto qui e qui e qui e qui o qui.

Meglio sola…

Friday 6 April 2007

Per essere una che non ama le scrittrici, ultimamente mi capita di leggere molti libri scritti da donne che mi piacciono. C’è da dire che di solito sono giornaliste, intellettuali, autrici di genere. Non so se significhi qualcosa questo.

Nel 1979 Martha Gellhorn, grande corrispondente di guerra, pubblica “Travels With Myself and Another”: i suoi appunti di viaggio raccolti in oltre trent’anni di onorata carriera di “viaggiatrice professionista”; solo ora il libro sbarca in Italia grazie alla casa editrice “Fbe- magenes” in una edizione molte raffinata, con traduzione di Guido Lagomarsino e prefazione di Martina Graziella e il titolo di In viaggio da sola e con qualcuno.

L’idea di partenza del libro è che gli unici racconti di viaggio capaci di risvegliar l’interesse dell’ascoltatore (e del lettore) siano quelli disastrosi, pieni di disavventure e catastrofi, forse per esorcizzare l’invidia verso chi gira il mondo convincendosi che dopo tutto è meglio restarsene a casa. Ed infatti la decisione di scrivere dei suoi viaggi dopo anni trascorsi a raccontare la guerra, quasi ogni guerra che ha insanguinato il ‘900, è venuta alla Gellhorn mentre se ne stava immersa nelle acque poco profonde dell’isola di Creta, circondata da lattine arrugginite, pacchetti di sigarette vuoti e bottiglie rotte che le galleggiavano attorno, cercando di capire come fosse finita in quella discarica a cielo aperto.
Martha Gellhorn viaggia per lavoro, si occupa delle corrispondenze del “Collier’s” che la spedisce in Cina per la guerra sino-giapponese ma si mette in viaggio anche per capire di più di questo mondo e assecondare le sue curiosità, arrivando in Africa e persino in Russia sulle tracce di poeti dissidenti. Gira il mondo in solitaria ma in Cina è accompagnata dal “qualcuno” del titolo, chiamato nel libro “CR”, ossia “Compagno Riluttante” (“Unwilling Companion” nella versione originale): si tratta di suo marito Ernest Hemingway, con cui ha vissuto una tormentata relazione durata cinque anni e scandita dai conflitti che hanno visto entrambi protagonisti, visto che si sono conosciuti durante la guerra civile in Spagna e separati dopo lo sbarco in Normandia.
Insieme hanno affrontato il viaggio in Cina nel 1941. La Gellhorn ha letteralmente trascinato Hemingway in quell’impresa e questa è una cosa che probabilmente lui non le ha mai perdonato davvero. Martha è partita per l’Oriente piena di aspettative, perché era cresciuta immersa in fantasticherie sulla via della seta alimentate dai libri di Maugham e dalle avventure di Fu Manchu, ma la realtà non è stata all’altezza delle sue aspettative e il mitico Catai si è rivelato un vero inferno dove il tempo aveva “la dannata abitudine di non passare mai”. E al suo “CR” che la prendeva in giro raccomandandole di portarsi dei mutandoni lunghi nel suo prossimo soggiorno cinese, la giornalista rispose: “Preferirei saltare giù dall’Empire State Building in mutandoni che rimettere piede in Cina”.
L’anno successivo la ritroviamo a caccia di storie nell’Arcipelago dei Caraibi per raccontare la guerra del mare che aveva visto già più di duecentocinquantuno mercantili affondati dai sottomarini tedeschi mentre nel 1962 è pronta a lasciarsi assalire dal mal d’Africa: “Per me era una vasta pianura color pelle di animali selvatici, cinta da montagne azzurre”. Ma il continente nero non è solo questo e Martha lo imparerà suo malgrado, sebbene alla fine le entri nel cuore tanto da decidere di viverci per un po’, lei che aveva fatto del nomadismo uno stile di vita.
Nel 1972 Martha Gellhorn entra nel vivo della Guerra Fredda e parte per la Grande Madre Russia per incontrare Nadežda Jakovlevna Chazina vedova del poeta dissidente Osip Emil’evič Mandel’štam arrestato per attività antisovietica e morto nel 1938 in un lager presso Vladivostok. Le due donne si erano scritte a lungo prima di quell’incontro, Martha era stata affascinata da un libro della Chazina, trovato anni prima in una biblioteca e ammirava questa donna tenace e coraggiosa che lottava per tenere viva la memoria del marito. Parte dunque per la Russia desiderosa dell’incontro ma ben sapendo che quello sarebbe stato un altro horror trip, tra problemi logistici e incomprensioni linguistiche, e quando arriva a Mosca trova deludente l’atmosfera in cui versano i poeti dissidenti amici della Chazina: “Non avevo mai visto persone tanto cupe e ammusonite”.
Nell’ultimo reportage, descrive invece gli interminabili giorni trascorsi in una cisterna d’acqua in disuso a Eilat in Israele in compagnia di giovani hippies interessati solo alla qualità dell’hascisc.

Che si trovi nelle acque paludose del Ciad o nelle fangose retroguardie dell’armata cinese, la Gellhorn non perde mai la sua ironia, che sostiene una scrittura sia pure squisitamente referenziale, priva di una vera e propria volontà di stile. “In viaggio da sola e con qualcuno” susciterà il plauso di quanti, come David Randall del “The Independent”, ritengono che un giornalista debba metter da parte ogni tentazione di render più sofisticata la sua prosa, per limitarsi a raccontare ciò che vede. E tuttavia l’ironia della Gellhorn riporta alla mente, aldilà del puro sforzo da cronista, certi gustosi libri di viaggio scritti da autori britannici (il riferimento potrebbe essere un Peyrefitte in gonnella, ma con quell’ombra di disincanto che sovente si ritrova nella penna di chi ha veduto in opera, per via del suo mestiere di giornalista, le più tristi e violente vicende umane).

D’altronde la stessa Gellhorn ha più volte dato segno di “sentire” il suo mestiere di giornalista come una missione, come quando ha detto: “Per orribile che sia stato l’ultimo viaggio, non rinunceremo per questo al prossimo, lo sa Dio perché”.

Su “Stilos” in edicola

Andate avanti voi che a me mi vien da ridere

Sunday 1 April 2007

Orazio ha proposto un sondaggio in cui chiede ai suoi lettori di scegliere i tre migliori romanzi italiani degli ultimi quindici anni (dal 1992 ad oggi, dunque. Lo specifico perché nelle risposte spesso non si è considerato questo limite. E sono stati persino candidati libri di racconti).
Gli interventi sono già sostanziosi e dalle risposte dei partecipanti si cominciano a individuare dei probabili vincitori.
Io non condivido quasi nessuna delle preferenze accordate (non che la cosa sia indispensabile, naturalmente) e addirittura non ho partecipato davvero al sondaggio perché non sono riuscita a trovare tre titoli che mi soddisfacessero –  in fondo la questione dovrebbe riguardare forse  i tre titoli migliori in assoluto e non i preferiti di ciascuno – ma soprattutto perché sono convinta che in nessun caso sia possibile stabilire in un lasso di tempo così esiguo se un libro rimarrà nella storia, né che sia facile determinarne l’importanza prima che venga storicizzato e metabolizzato dal sistema culturale e mediatico (e senza esprimere giudizi di sorta sul libro, sono rimasta per esempio sorpresa dall’indicazione di Rio di Leonardi Colombati che è uscito da appena due settimane).
Su invito di Orazio, ho buttato solo là Gli scarti di Paolo Nori, perché il mio intuito mi dice che sarà un libro di cui si parlerà anche tra qualche anno, ma non so. Naturalmente mi sono in venuti in mente alcuni libri che mi sono piaciuti molto da Orchestra Tramonti di Alberto Ragni a Tre sono le cose misteriose di Tullio Avoledo sino a Seta di Alessandro Baricco, da Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo (ma il suo libro più bello per me rimane una raccolta di racconti Teneri assassini) a Gli uomini che non si voltano di Gaetano Savatteri a Una granita di caffè con panna di Alessandra Lavagnino.

In realtà quindici anni sono pochi in letteratura e poi mi chiedo, ha senso escludere Maurensig, Piersanti, Camilleri, De Carlo, De Luca, autori che hanno caratterizzato questi quindici anni anche se a me non piacciono da impazzire? Il criterio di selezione quale dovrebbe essere? In una visione così poco ampia nessuno spicca e anche quando spicca la gloria è evanescente, legata al momento, basata sul poco che ora di quel libro si può dire.

E’ solo un gioco, lo so. Ma io gioco sempre seriamente. E poi questo sondaggio mi serve in realtà anche per riflettere in generale sui giudizi espressi ogni giorno sui libri, sulla musica, sull’arte tutta: si dimentica spesso che si giudica qui e adesso, si possono intuire delle possibilità certo, ma nessuno ha la certezza di cosa resterà. Che senso ha parlare di capolavori, libri importanti, rivoluzioni, capisaldi riferendosi a libri pubblicati da meno di trent’anni? Io poi mi spingerei oltre i trenta, ma già così tagliamo le gambe a molti capolavori annunciati (e non ancora mantenuti?). E la questione, da approfondire, mi pare più delicata per la letteratura italiana, dove il tempo pare dilatarsi, tutto accade lentamente, i movimenti si susseguono al ritmo delle ere glaciali quando semplicemente non svaniscono nel nulla, le tendenze si rincorrono tra loro, mescolandosi senza annullarsi a vicenda, coesistendo per decenni anche.

Sia chiaro che se invece ne parlassimo sul serio, appoggerei il cazzeggio: si può parlare seriamente di libri?

Avvertenza:
per esprimere le preferenze si prega di andare qui.

 

P.S

Io considerei tra i tre prescelti senza dubbio anche L’ombra del suicidio (Lo strano Conserti) di Carlo Bernari: è vero è stato scritto nel 1936 ma ai lettori è stato consegnato solo nel 1993: ci sta?