Archivio di May 2007

Di quand’ero una giovinetta romantica

Monday 28 May 2007

Raccontano di paesi esotici, avventure estreme, intrighi machiavellici, segreti inconfessabili, passioni travolgenti: potrebbero essere i libri di William Somerset Maugham ma anche i centinaia di Harmony che si stampano ogni anno in tutto il mondo. E invece è Delly (banalmente, dovrebbe essere pacifico che le storie narrate nei secoli sono sempre più o meno le stesse e le hanno esaurite quasi tutte i tragediografi greci e Omero, cambiano alcuni particolari, ma i canovacci sono già tutti stati usati e a fare la differenza è soprattutto lo stile).  

Delly (del quale si diceva fosse un monaco che di nascosto si dedicava alla letteratura rosa) in realtà è uno pseudonimo che nasconde l’identità di due fratelli francesi: Jeanne-Marie (1875-1947) e Frédéric Petitjean de la Rosière (1876-1949) che a quattro mani hanno scritto più di cento libri vendendone milioni di copie in tutto il mondo. In Italia l’exploit dei fratelli de la Rosière si è avuto intorno agli anni ’50 con l’Editrice Salani che sin dagli anni ’30 si era specializzata in collane dedicate ai “libri per signorine” (insieme alla serie per ragazzi) e ha continuato a stampare i romanzi di Delly fino agli anni ’70.   

Io ho letteralmente divorato decine di romanzi di Delly tra i 15 e 16 anni, e poi ho smesso solo perché li avevo letti tutti (quelli in casa), ne finivo anche 3 in un solo giorno (e notte), in una specie di ossessione compulsiva che mi ha colpito anche in altri, pochissimi, casi. Le storie di Delly sono avvincenti, con misteri e fughe rocambolesche, non solo storie d’amore ma vere e proprie epopee affascinanti. E’ vero le ragazze sono sempre bellissime e pudiche e gli uomini quasi sempre alti, tenebrosi e dal passato tormentato, ma tutti si portano dietro il loro alto senso morale come un fardello del quale non vogliono liberarsi e alla fine hanno la meglio su tutte le avversità.

Ricordo che mi sono piaciuti moltissimo due romanzi, che erano uno il sequel dell’altro, entrambi intitolati Il maestro del silenzio e sottotitolati rispettivamente: Sotto la maschera e Il segreto del ku-ku-noor (tutti e due pubblicati da Salani nel ’62 nella “Collana della rosa”, caratterizzata da piccole edizioni in brossura rigida colorata).

Il maestro del silenzio ambientato tra Firenze, la regione cinese del Canton, Parigi e la California è la storia di Gaetano Mancelli e di suo figlio Luigi – protagonista del secondo volume della saga – che si trovano invischiati in lotte clandestine tra sette cinesi rivali, divenendo personaggi di spicco della confraternita del Silenzio. Sullo sfondo intense storie d’amori contrastati.

In Delly la tensione si mantiene sempre molto alta, le avventure si succedono a ritmo serrato anche se la scrittura è sempre molto elegante, quasi serica, mai una caduta di stile o frasi fatte da fotoromanzi Lancio. E sebbene l’aspetto sentimentale sulla carta sembri essere dominante, perché necessario – pensavano evidentemente autori ed editori – ad accalappiare il pubblico femminile, in realtà è solo un accessorio della trama. Diversamente da quanto accade in Liala, in cui è il rapporto tra l’uomo e la donna a reggere tutta la storia, in Delly la trama si fa complessa, il setting è fondamentale e descritto con dovizia di particolari, la storia spesso è corale, raccontando mondi interi con le loro mille sfaccettature.

Come per Georgette Heyer, anche per i libri di Delly io non parlerei snobisticamente di romanzi rosa: le sue storie sono un’evoluzione del romanzo d’appendice: tra Dumas e Maugham (senza esagerare). Si sente dire spesso che ci sono autori che danno al lettore ciò che vogliono leggere, e vengono colpevolizzati per questo, come se davvero la letteratura avesse altri scopi che l’intrattenimento. Il problema non è l’incontro tra gusto e aspettativa del lettore e opera creata ad hoc dall’autore, perché ognuno ha il proprio lettore implicito (si veda Umberto Eco: Lector in Fabula o Sei passeggiate nei boschi narrativi entrambi pubblicati da Bompiani), ma deriva sempre dalla qualità di ciò che si offre.

E il discorso poi non è così cogente in senso assoluto: io a 15 anni leggevo Delly ma prima avevo letto Tolstoj, Dostoevskj, Proust e Balzac (con esiti diversi) e dopo avrei letto Fitzgerald e Joyce, non cercavo nulla dalla letteratura, non ero in realtà il lettore implicito di nessuno e allo stesso tempo lo ero di tutti, mi piacevano le storie, pretendevo che fossero ben scritte. Tutto qui.  

Nel 1964, Pier Paolo Pasolini, insieme a Cesare Zavattini, firma la prefazione a un libro curato da Gabriella Parca per Feltrinelli intitolato Le italiane si confessano, che raccoglieva le lettere ai giornali scritte dalle donne italiane e che rivelavano la varia umanità femminile dell’epoca. E Pasolini scriveva: “La prima impressione che si ha leggendo queste lettere è che sono estremamente divertenti […] E’ divertimento proprio divertimento: quello che prova un ragazzo leggendo un libro di Salgari, o una giovinetta leggendo un libro della Delly…”. E se di divertimento con la lettura parlava pure Pasolini, che è diventato il simbolo dell’impegno a tutti costi, direi che siamo a posto. Certo forse in quella prefazione, la parola “divertimento” è stata usata a sproposito (si legga la polemica con l’autrice del libro), anche perché non di letteratura si parlava in realtà, ma quello che m’interessa al momento era il riferimento a Delly.

Non c’entra niente con  il valore dei romanzi, ma devo dire che sono ammirata dalla capacità d’intesa dei fratelli la Rosière, che sono riusciti a scrivere a quattro mani centinaia di romanzi: io con mio fratello non riuscirei a scrivere nemmeno la lista della spesa senza litigare furiosamente.

Su delle scarpe, il desiderio e i fatti miei

Wednesday 23 May 2007

Una delle bandelle laterali, essenziali a dire il vero, di questo libro che ho in mano, recita: “Questo libro racconta una fine e si legge in meno due ore. P. N.” 

Di solito c’è poco di cui fidarsi di quanto viene scritto sulle quarte di copertina dei libri, ma quelle dei libri di Paolo Nori, mantengono ciò che promettono, nel bene e nel male (e negli 3 ultimi romanzi o pseudo-tali mi pare che gli sia girata piuttosto male).  

La vergogna delle scarpe nuove (Bompiani) l’ho letto in meno di un’ora e mezza e sul serio racconta una fine. Ho pianto un po’. Eppure l’ho letto come tutti i suoi libri da qualche anno a questa parte: tenendolo tra due dita, “per non cascarci dentro”, “perché non mi piace più”, “perché mi ha stufato”, “perché ultimamente si è montato la testa”, “perché… lo so io perché”. Sono uscita dal club di cui parla lui. 

Leggevo un saggio di Renè Girard oggi sul treno, Menzogna romantica e verità romanzesca (Bompiani), in cui si teorizzava il “desiderio triangolare” (ossia quello mediato da un terzo – rispetto al soggetto e all’oggetto del desiderio – che si pone appunto come mediatore al quale il soggetto è legato da rapporti di ammirazione, avversione o concorrenza, concezione che è propria della verità romanzesca e opposta al desiderio puro dell’eroe mitizzato dalla menzogna romantica) come motore primo della letteratura e della vita. Riflettendoci adesso, mi pare che Paolo Nori, anzi, il suo alter ego, identifichi un altro tipo di desiderio: quello autodiretto, per cui il protagonista desidera sé stesso e la propria vita e pur volendo essere “altro” spesso, lotta (e sbaglia, e perde) pur di rimanere se stesso e di avere la sua vita. 

Ma quando leggevo il romanzo non ci pensavo a questo, pensavo solo che mi veniva da piangere.  

A che serve la critica letteraria? A che serve la letteratura sulla letteratura? Che il personaggio desideri direttamente o per interposta persona, cosa cambia al lettore? E cosa dice su quel romanzo? Io lo so che invece conta, che ha un senso, che dice molto più di qualche cosa, lo so così bene che a volte per dire qualcosa di più su un libro oltre al fatto che sia “bello” o “brutto” qualcuno persino mi paga. So anche però che se prendiamo un libro come per esempio, La vergogna delle scarpe nuove, e diciamo, chessò, che parla di una fine e che prima o poi ti commuovi anche, mi pare che abbiamo detto l’indispensabile.  

Vorrei dire anche a chi la pensa così: che c’è differenza tra “scrive come si parla, facendo letteratura” e “scrivere come si parla” o addirittura “scrivere male” e basta.  

Recuperandae

Wednesday 16 May 2007

Continuo ad alimentare la mia ossessione per i libri sommersi e/o sconosciuti, e quando scopro anche intrecci tra le storie dei vari romanzi dimenticati mi galvanizzo ancora di più.

Per esempio ho appreso l’altro giorno, che quando il film tratto dalla ormai trascuratissima Signora Miniver (di cui si è parlato naturalmente qui) ha fatto incetta di Oscar nel 1942, tra i candidati favoriti (con ben sei nominations) c’era anche “Random Harvest” – malamente tradotto da noi con “Prigionieri del passato” – ispirato all’omonimo romanzo di James Hilton. In comune i due film, oltre allo straordinario successo di pubblico e all’attrice protagonista, Greer Garson, hanno persino lo sventurato destino dei libri da cui derivano, perché “Prigionieri del passato” da noi non viene ripubblicato dalla metà degli anni ’70. Essendo a tutti gli effetti un libro sommersoesconosciuto, ne parliamo .

Me la canto e me la suono

Saturday 12 May 2007

Mentre Ernesto Aloia nel suo nuovo blog, confessa di trovare sollievo nei momenti di sconforto tipici di ogni scrittore, pensando a un libro che considera brutto, il suo “libro salvagente”, io per restare quasi in tema con i discorsi dei giorni scorsi – sulla libertà di esprimere giudizi fast-food in un blog o sotto il portone di casa (previa assenza di alcuna pretesa di dignità critico-estetica, s’intende) – mi passo da sola una catena di Sant’Antonio:

I 5 libri che…

non ho letto e non mi piacciono

1 Scusa se ti chiamo amore, Federico Moccia

2 Amami, Tiziano Scarpa

3 Uno a caso (quasi, che un paio l’ho letti) dei libri di Erica Jong

4 Che tu sia per me il coltello, David Grossman

5 Più o meno tutti i libri di blogger, che parlano di blog, che raccolgono dei post.

ho iniziato e non finito, resistendo però alla tentazione di fiondarli dalla finestra

1 Vermi, Giovanna Giolla

2 La stanza di sopra, Rosella Postorino

3 Lo sbrego, Antonio Moresco

4 Infinite jest, David Foster Wallace

5 Di là dal fiume e tra gli alberi, Ernest Hemingway

ho finito e rivolevo i soldi indietro

1 Ferito a morte, Raffaele La Capria

2 gran parte dei libri della collana Nichel (Mimimumfax)

3 Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcia Marquez

4 Ogni libro di Tondelli che ho letto

5 Teorema, Pier Paolo Pasolini

non mi sono piaciuti ma considero capolavori

1 Lo straniero, Camus

2 L’uomo in bilico, Saul Bellow

3 L’uomo senza qualità, Robert Musil

4 Mattatoio n. 5, Kurt Vonnegut

5 I Buddenbrook, Thomas Mann

 

E poi ci sono tutti quei libri che nemmeno ricordo di aver letto o di cosa parlano: questi forse hanno il destino peggiore tra tutti. 

Sull’idea di consolarsi con libri scritti male, non sono mica tanto d’accordo, in realtà. Mutatis mutandis, è un po’ come cercare giustificazioni all’insuccesso pensando ai libri rifiutati di grandi scrittori, alla pubblicazione a pagamento di Moravia, all’indifferenza verso l’opera di Kafka quand’era in vita. Non bisognerebbe puntare sempre al massimo, alla perfezione e poi fare i conti con i risultati?

Anche se poi tutti abbiamo bisogno di coperte sotto cui rifugiarci, come Linus.

Veritas laborat saepe

Wednesday 9 May 2007

Parliamo di  blog. Voglio alimentare anche io l’autoreferenzialità della rete, uno dei motivi per cui il mezzo non mi convince proprio come alternativa futuribile alla stampa e all’editoria.

Un paio di giorni fa ho ricevuti due commenti in cui qualcuno, in spagnolo, accusava un personaggio noto e di cui si è parlato spesso da queste parti, di stupro. Io non conosco personalmente “l’imputato virtuale”, ho sentito voci e illazioni, nell’ambiente la maldicenza è all’ordine del giorno, come in ogni “circolo privato” del resto, e probabilmente quei commenti erano opera di mitomani, oppure hanno un fondo di verità, non è questa la sede per dirimere questo dubbio. Anzi il problema è che non è questa la sede per parlarne o per parlare di argomenti simili, per inscenare processi o cercare di trovare verità o soluzioni. Inevitabilmente gli spazi aperti diventano incontrollabili, ognuno può dire quello che gli passa per la testa senza essere costretto ad argomentare (quando è necessario, non è che si debba aprire un dibattito su tutto e nemmeno si può prendere tutto sul serio), senza dover dimostrare di avere i titoli o le capacità per affermare quanto dice (o nel caso specifico, scrive).

E non sono le polemiche a turbarmi – io sono nata polemica, come dice mia madre – è la mancanza di filtri e tutele (non s’invochi la censura per favore), l’impossibilità di avere garanzie, anche minime di leggere “fatti” o di trovarsi di fronte a scenari probabili a rendermi molto scettica sulle possibilità della rete, così com’è oggi, di diventare autentico organo di informazione o effettivo centro culturale e sociale. Se parlando di libri (o di musica, o di cinema, o del Grande Fratello, o dello scudetto dell’Inter), alla fine può anche essere lecito dire quello che a uno pare e non giustificarlo o sostenerlo scientificamente, per tutto il resto invece serve altro che non sia la simpatia dell’amico di blog o la fiducia incondizionata del lettore sprovveduto. Serve che chi esprima delle opinioni o spacci per certe alcune affermazioni, sia poi responsabile di quanto scritto e che sia legittimato da qualcosa di più del numero dei link in ingresso. (I blog di giornalisti, critici, musicisti, autori televisivi e di chiunque ci metta il nome e si porti dietro anche la sua professionalità, conquistata altrove però, e parli di argomenti su cui è provatamente ferrato, meritano un discorso a parte).

E quello che mi sconcerta, al di là dei due commenti rimossi, è che sulla rete tutti sono in grado di parlare di tutto e sembrano latori di verità assolute, e a nessuno viene mai in mente di chiderne conto in nome di un’abusata concezione della democrazia che si realizzerebbe perfettamente proprio nei blog.

In realtà, quasi tutto si riduce alla chiacchiere al bar, il che va bene (accuse con rilievo penale a parte), ma basta ammetterlo. 

(Sia chiaro che ci sono blog che io leggo ogni volta che posso e che mi piacciono da morire, e di solito adoro pure i loro autori anche sul piano personale e ho fiducia in quello che scrivono anche quando esprimono idee diverse dalle mie, anzi di solito è proprio quello che fanno, ma difficilmente li sceglierei – per questo soltanto – come fonti di notizie o strumenti di conoscenza privilegiati).

***

Non c’entra, ma c’entra. Per provare le mie doti divinatorie e di buona osservatrice (solitamente “I know my chicken!”), linkerò un post (eccolo) da tenere d’occhio secondo me, che in qualche modo è legato a quanto detto sopra e in generale potrebbe essere interessante per seguire in presa diretta come funzionano i blog e le relazioni tra le persone sui blog, in specie su quelli letterari (o pseudo-tali).

Dunque, guardando nella mia sfera di cristallo… rovistando tra le interiora di un piccione… fissando il fondo di un caffè macchiato… io prevedo che… qualcuno, che ha osato esprimere un giudizio squisitamente personale di appena una riga su un libro –  senza spacciare la cosa come recensione e senza voler aprire un dibattito – verrà accusato di non saper scrivere di libri o addirittura di non saperli leggere; di non essere stato onesto perché non ha argomentato il suo giudizio (non era suo il post, ha solo lasciato un commento di passaggio, per la cronaca); di essere invidioso; di fare sempre il bastian contrario; magari persino di avere una fidanzata che critica sempre gli autori italiani non morti; e dirò di più: si sprecheranno in calce al post in questione i commenti di solidarietà e inacidita commiserazione per il vile spregiatore di un capolavoro.

Comunque se ho ragione, chiunque legga deve regalarmi un oggetto a forma di tulipano, uno qualsiasi e per qualsiasi uso, ché ne cerco da mesi e non ne trovo nessuno.

 

UPDATE

Prevedo anche del facile moralismo. Mi saprete dire.

Tra le mie previsioni implicite, c’era anche quella circa possibilità di un’enventuale “spia” che avvertisse i commentatori che il post è sott’osservazione e per questo non ho messo subito il link al testo. Ora la fuga di notizie c’è stata (e anche questo è indicativo mi pare) ed è stata anche piuttosto rapida, per cui appena wordpress me lo consentirà segnalerò il link, in ogni caso mi dovete tutti un regalo!

 

C’è da dire che mi stupisco sempre di come si tenda a dimenticare che sono solo blog… (io però mi sono divertita a giocare a fare Amelia-la-fatucchiera-che-ammalia – quando non ho niente da fare, tipo oggi, mi diverto con poco – e soprattutto adoro avere sempre ragione! Peccato per ciò che verrà detto in privato e del quale non possiamo – giustamente – avere notizia).

Un Peter Pan cresciuto suo malgrado?

Sunday 6 May 2007

Non leggo mai le recensioni di altri su libri di cui ho scritto (a dire il vero leggo solo le recensioni di pochissimi critici e recensori, meno di cinque credo, per restare tra i compatrioti), lo faccio solo nel caso di pezzi dei miei critici preferiti.

Oggi però un mio pezzo su Niente da ridere di Livio Romano (Marsilio) era impaginato proprio sotto quello (inerente lo stesso libro) di un altro autore (Antonio Gurrado) e non ho potuto non leggerlo (anche perché c’era tutta una storia dietro: questioni editoriali) e per una volta mi sono trovata personalmente in mezzo a una di quelle situazioni che spesso si rimproverano alla critica italiana e ai vari recensori: un eccessivo divario tra lodi sperticate e appunti polemici, tra corse al riconoscimento del capolavoro e stroncature impietose e devo dire che la cosa mi ha perplesso e da lettrice ho provato un po’ di disagio: come si può leggere un libro e ricavarne impressioni così diverse? E non si parla di sensazioni personali, interpretazioni soggettive, ma proprio di elementi del romanzo e della storia che dovrebbero essere palesi e indiscutibili, il commento poi va da sé, sebbene anche nel commento l’arbitrarietà del giudizio dovrebbe sempre essere sostenuto da argomenti verificabili.

Non so dove voglio andare a parare con tutto questo e mica dico che l’altro pezzo fosse brutto o che la mia sia l’unica interpretazione corretta (lo penso ma non lo dico!) – oggi va così – (e nei due pezzi a confronto poi, non c’era un divario netto come tra lode e stroncatura e sebbene io sia stata più cauta e l’altro abbia scomodato addirittura Filottete per introdurre il protagonista del romanzo di Romano, in generale non abbiamo proprio letto due libri diversi), però da quando ho letto i due articoli mi sono scartabellata tutti i pezzi che ho scritto per cercare esagerazioni e giudizi infondati o non sufficientemente argomentati, stroncature pregiudiziali, lodi eccessive e in generale – a parte un paio cui sono legata sentimentalmente, e solo per questo – li riscriverei tutti ex novo, ma non perché non corrispondenti a una verità che credevo di aver rintracciato in quei libri e che dunque ho sostenuto onestamente pur senza pretesa di universalità, ma perché avrei potuto scriverli meglio.

Si conclude qui questo mio momento ombelicale che ritengo sia da imputare alla recente lettura di un libro di Libero Bigiaretti, Le stanze, in cui lo scrittore romanza se stesso e la propria letteratura e tutta la propria vita usando la memoria come uno strumento euristico. Non si ripeterà mai più, lo giuro. Di Bigiaretti invece ne riparliamo, di nuovo.

Livio Romano, “Niente da ridere”, p. 359, euro 17, Marsilio, 2007

Per fortuna che i libri non sono la vita, perché se dovessimo stare ai romanzi dei nostri scrittori (più o meno giovani che siano) il ritratto dell’uomo italiano dei giorni nostri sarebbe dei più desolanti: immaturo, irresponsabile, precario per indole e vocazione, infantile, egoista (non che le donne trovino più comprensione nelle patrie lettere, beninteso).

E così, per distinguersi, la campagna stampa di “Niente da ridere” – ultimo romanzo di Livio Romano pubblicato da Marsilio nella collana “X” – recita: “[siete] stufi di leggere storie di trentenni dimissionari, precari?. […] Credete che la narrativa italiana […] dovrebbe raccontare anche le vite dei trentenni che hanno messo su famiglia, la famiglia media italiana, della gente (la stragrande maggioranza) che vive in piccoli centri? […] Ecco il romanzo che fa per voi”.

In effetti il trentacinquenne Gregorio Parigino, protagonista di “Niente da ridere”, non è un single: ha messo su famiglia, ha un lavoro fisso, possiede più di una casa, un paio di automobili, persino un conto in banca a cui attingere e sicuramente non soffre di solitudine. E poi è un tipo con vari interessi e mille impegni.

Eppure anche Gregorio, alter ego del suo autore – come lui insegnante d’inglese presso una scuola elementare, salentino e giornalista – non fa eccezione e non sfugge al luogo comune di una generazione in fuga costante. All’inizio del libro lo troviamo incastrato nelle lamiere della sua auto dopo una carambola quasi mortale dovuta alla fretta di tornare a casa dal buen retiro in cui si nasconde per poter scrivere in pace. Quando non scappa in campagna, cerca sollievo in una tana meno ingombrante e bucolica: una pillola di Alzaprolam, un ansiolitico cui ricorre di continuo “contro il logorio della vita moderna”.

E ancora, non sono forse goffi tentativi di evadere, quei continui approcci con una bella venditrice di torrone più giovane (e forse ancora più inguaiata) di lui, con cui non riesce però ad andare oltre a numerose prove tecniche di tradimento?

Gregorio è un uomo in fuga da una vita che ha scelto ma gli sta stretta, da responsabilità di cui si bea ma non riesce a gestire, da un ruolo che gli piace ma che in fondo non si sente tagliato a ricoprire: e allora la ricerca di anodini per sopportare il male di vivere, chimici o naturali che siano, diventa la soluzione per non doversi sottrarre del tutto ai suoi doveri. Ma pur sempre di una fuga si tratta.

E dopotutto: come dargli contro? Gregorio ha una famiglia scombinata in cui i parenti, acquisiti e non, si aspettano dedizione e abnegazione; ha amici squinternati incapaci di vivere la propria vita e che cercano una guida e un appiglio a cui aggrapparsi; e poi ulteriori amici, ancor più dissennati, che vogliono cambiare il mondo e che hanno tutta l’intenzione di servirsi di lui come un ariete per aprirsi dei varchi nei centri del potere. E le bambine da cambiare, il cane da portare a spasso, il mutuo da pagare, gli articoli da scrivere, gli studenti da istruire, una moglie a cui rendere conto, così diversa da lui e così piena di mute richieste: Gregorio quindi deve essere all’altezza, deve essere pronto, deve essere presente.

“Niente da ridere” non è poi così diverso in fondo, dai romanzi di vita precaria degli ultimi anni, ma a distinguere il libro di Romano c’è una buona dose di ironia che alleggerisce ogni cosa, un sense of humor vulcanico e travolgente attraverso cui l’autore filtra le contraddizioni della società civile, della famiglia moderna, della politica. E anche se a volte si cade nel qualunquismo: “come se non sapessi che chiunque vincerà saprà ben farsi gli affari propri prima ancora che quelli della civitas” – dice Gregorio commentando la sua discesa in politica nelle comunali del suo paese per i Verdi, le vicende tragicomiche di questa quotidianità eroica tengono il lettore incollato alla pagina, curioso di sapere come Gregorio riuscirà a mettere ordine al caos che lo circonda.

Il merito è anche di uno stile personale e consapevole, non privo di intuizioni brillanti e immagini ben congegnate che confermano le promesse fatte nei libri precedenti: “Mistandivò” (Einaudi Stile Libero, 2001) e “Porto di mare” (Sironi 2002), in cui l’autore già mostrava di saperci fare con le parole.

“Niente da ridere” però è un’opera molto diversa dalle precedenti, meno sperimentale, più tradizionale nell’impianto narrativo e nel linguaggio, più matura anche per certi versi. Qui Romano ricorre a una narrazione in prima persona molto aderente ai pensieri del protagonista, in cui ragionamento, sentimento e azione si alternano senza pause, e a tratti si sovrappongono: Gregorio Parigino passa da un dialogo a una riflessione estemporanea, dal resoconto delle proprie attività quotidiane – qui elevate al rango di “epica domestica” – al dialogo interiore col padre (figura con la quale egli costantemente si confronta, col risultato di farne un modello, pur con tutti i limiti del caso dovuti alle oggettive colpe del genitore, e ai risentimenti che ogni figlio inevitabilmente prova). Ciò che viene fuori è un ritmo serrato, a tratti convulso, della prosa; una sovrabbondanza di dettagli descritti uno di seguito all’altro, quasi a voler togliere il fiato al lettore e il risultato è l’affresco di un ambiente in cui ogni cosa appare iperreale, eccessiva per troppa intensità, e inequivocabilmente barocca.

Contrariamente a quanto sostenuto da più parti, è modesto invece il ruolo dello scorcio d’Italia meridionale su cui si staglia la vicenda: diversamente da quanto succede nei suoi libri precedenti, in “Niente da ridere” il Sud è una quinta scenografica, un puro sfondo, al punto che l’ambientazione e il feeling del libro di Romano hanno un sapore che ci riporta, più che alle narrazioni storicizzate a cui di solito di pensa quando si parla di “scrittori del Sud” (dalle “Terre del Sacramento” a “Cristo si è fermato a Eboli” e via discorrendo), all’Inghilterra sgangherata e autoironica del Nick Hornby di “Come diventare buoni”: non a caso, forse, il libro termina sulla conclusiva fuga in terra d’Albione del protagonista in compagnia di moglie e figlie, quasi una sorta di cortocircuito narrativo che riporta il romanzo a una terra di cui ha preso in prestito le atmosfere.

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Cronisti d’assalto

Friday 4 May 2007

Seguito ideale del prontuario “Il giornalista quasi perfetto” (Garzanti, 2004), arriva in libreria “Tredici giornalisti quasi perfetti”, pubblicato sempre da Garzanti, con l’ottima traduzione di Nazzareno Mataldi. L’autore è naturalmente ancora David Randall, tra i migliori giornalisti inglesi, cronista sempre on the road e in prima linea, oggi senior editor del settimanale “Independent on Sunday” di Londra e prestigiosa firma del settimanale “Internazionale” (periodico italiano che pubblica articoli provenienti dalla stampa mondiale).

Se “Il giornalista quasi perfetto” era una sorta di manuale per il provetto reporter, che attraverso aneddoti e riflessioni rintracciava i doveri e le caratteristiche fondamentali per ogni cronista che si rispetti, “Tredici giornalisti quasi perfetti” è invece la parte dedicata ai cosiddetti “case studies” dell’ideale corso preparatorio alla professione tenuto da Randall: quella in cui si passa agli esempi, all’attuazione dei principi teorici espressi in precedenza. Così Randall ricerca, scava e seleziona e alla fine mette in piedi una vera e propria redazione olimpica che incarni tutte le virtù del suo reporter d’elezione e ne racconta le vicende personali, che spesso s’intrecciano con i maggiori e più drammatici eventi della storia mondiale.

I tredici giornalisti di Randall sono dieci uomini e tre donne, tutti occidentali, per lo più statunitensi (Randall comunque tiene a sottolineare nell’introduzione che “in questo libro ognuno rappresenta solo il proprio talento e il proprio lavoro. Il sesso, l’aspetto, le preferenze sessuali e i precedenti culturali non hanno giocato alcun ruolo nella selezione”), tutti esponenti della carta stampata, attivi tra l’800 e la fine del ‘900 e che hanno sempre lavorato da soli: per cui non deve stupire più di tanto l’esclusione di Bob Woodward e Carl Bernstein, i giornalisti del “Watergate”, che produssero sì una straordinaria inchiesta destinata a cambiare il volto della politica statunitense, ma operarono in coppia.

I tredici campioni dell’informazione vengono presentati in ordine di preferenza secondo la personale graduatoria dell’autore, che assicura: “nei cronisti che reputo meritevoli di stare nel mio libro io cercavo alcune qualità […] e possederle tutte, a un livello alto, è il criterio che mi ha consentito, in questa ricerca, di separare il grano dal loglio”.

Da William Howard Russell (1820-1907) a Ernie Pyle (1900-1945), da Januarius Aloysius MacGahan (1844-1878) ad Ann Leslie (1941-), tutti questi cronisti secondo Randall hanno (avuto) intensa curiosità nel condurre ricerche, ferma volontà di superare qualunque ostacolo nella ricerca della notizia, una notevole capacità di interpretare il materiale a disposizione e una scrittura brillante e fresca, che non pretende mai di diventare letteraria (scrive Randall in proposito: “Il giornalismo non è letteratura ma, in fondo, neanche gran parte della letteratura lo è”).

Scelti i magnifici tredici, Randall passa a raccontare la storia di ciascuno. Tra viaggi avventurosi, articoli spediti per posta che arrivano anche settimane dopo l’invio o dettati per telefono, minacce della malavita, inseguimenti, inchieste sotto copertura, pressioni politiche e direttori d’assalto, scopriamo uomini e donne che hanno scritto la storia del giornalismo, che senza l’aiuto della tecnologia ma con massicce dosi di coraggio e intraprendenza hanno rivoluzionato il modo di fare informazione. Insieme alle tre donne – Edna Buchanan, “il miglior cronista di nera mai esistito”; Nellie Bly “il miglior cronista infiltrato nella storia”; e Ann Leslie, “il cronista in assoluto più versatile”, una menzione campanilista – tra tutti questi giganti del cronismo estero – va a Camillo Cianfarra, un giornalista italiano che ha svolto un ruolo fondamentale nell’inchiesta di Georges Seldes (“l’uomo che diede fastidio ai potenti”) sull’omicidio Matteotti, in seguito alla quale fu provata la responsabilità diretta di Mussolini – che anni prima era stato collaboratore free lance dello stesso Seldes – nell’omicidio. Una volta che l’articolo venne pubblicato, Seldes fu costretto a lasciare l’Italia e in seguito ottenne una promozione, mentre Cianfarra fu quasi ridotto in fin di vita da uno squadrone di camicie nere e non si riprese mai più.

Pieno di aneddoti godibili, episodi degni dei migliori film d’azione, citazioni dagli articoli più significativi di ogni reporter (molto bravo Mataldi a rendere perfettamente lo stile e il linguaggio dei pezzi più datati), intelligenti riflessioni sul ruolo dell’informazione e della libertà di stampa nel corso degli eventi mondiali, “Tredici giornalisti quasi perfetti” è un inno privo di retorica all’onestà e all’indipendenza del giornalismo d’inchiesta, che oltre a riportare i fatti deve cercare sempre di smuovere le coscienze per richiamare tutti all’assunzione delle proprie responsabilità. Chi volesse poi intraprendere la carriera pericolosa del cronista d’assalto alla vecchia maniera, tenga bene a mente le regole auree stabilite da Randall. “Primo: essere onesti. Secondo: Non smettere mai di fare ricerche. Terzo: Rendersi conto che, per quanto si sappia su un tema specifico, non si saprà mai tutto”; e ancora: “Chiedere, chiedere, chiedere. Anche a costo di passare per stupidi”. E chissà che, seguendo queste supreme norme, non ottenga di essere inserito nel prossimo “dream team”. 

Su “Stilos” in edicola

Si stava meglio quando si stava peggio

Wednesday 2 May 2007

Nello svolgere delle ricerche per un articolo sui “libri sommersi e sconosciuti”, mi sono imbattuta in diversi paper e saggi sullo stato dell’editoria italiana. Essendo convinta che di fronte alla verità delle cifre, qualsiasi opinione e illazione debba fare un passo indietro, e anche in conseguenza di una mia profonda passione per i numeri, provo a sintetizzare i dati raccolti1 per abbozzare una visione d’insieme di come vanno le cose dalle parti dei libri.  

 

Dunque:

 

  1. nel nostro paese vengono pubblicati ogni giorno circa 170 libri per un totale di 55.000 titoli stampati l’anno.

 

 

  1. Per far posto alle “novità”, i libri hanno una “vita media” di circa 40-60 giorni (nel 2000 resistevano 90 giorni sugli scaffali) e ogni anno vengano ritirati dal mercato circa 40000 volumi (dal 1996 al 2005 sono usciti dalla circolazione 373.787 libri). Quindi, se la matematica non è un’opinione, il 35% della tiratura di quei 170 libri editi al giorno, è destinato al macero.

 

 

  1. Negli ultimi 5 anni sono stata pubblicati più titoli rispetto al passato: 600 mila nel 2005 contro i 370.000 del 2000.

 

 

  1. La tiratura media per ogni titolo si mantiene vicina alle 5000 copie (che diventano circa 6000 per i titoli stranieri), ma quasi il 60% dei titoli pubblicati non vende neanche una copia (e acutamente notava Stefano Lorenzetto su “Il giornale”: “segno che persino i parenti più stretti sono disinteressati a conoscere ciò che taluni scrittori hanno da dire”) e in questo probabilmente è da rintracciare una delle cause della scomparsa dei libri di cui al punto 2.

 

 

  1. Nascono circa 70 editori al mese (attualmente siamo intorno ai 7300), ma quelli che contano sono più o meno ventina, per lo più legati ai grandi gruppi editoriali (Mondadori, RCS, De Agostini e Messaggerie italiane) che si dividono il 90% del fatturato totale.

 

 

  1. Gli operatori del settore sono poco più di 20000 (con l’indotto diventano 78000).

 

 

  1. Il 22% delle opere pubblicate sono di lingua straniera (fino al 2000 si arrivava al 25%). Quindi 3 autori editi su 4 sono italiani, con buona pace di chi accusa l’editoria e i lettori di esterofilia.

 

 

  1. Gli acquisti di libri via Internet sono aumentati di oltre il 40%, con il boom ad esempio, di Maremagnum, dove si possono acquistare libri sommersi, che ha chiuso il 2006 con un fatturato di oltre 2 milioni di euro e si attesta su una media di 200 libri venduti al giorno.

 

 

 

Ora, mi pare che questi numeri parlino da soli, ma qualche considerazione in merito me la concedo.

 

 

Anche alla luce di queste cifre è sempre più radicata in me la sensazione che in Italia si pubblichino troppi libri e che la selezione sia poco severa: come si possono pubblicare opere che nel 60% dei casi non vendono nemmeno una copia? E c’è davvero bisogno di tutte le migliaia di piccoli editori che affollano il mercato? (Solo in Sardegna, al maggio 2006, risultavano esistenti 139 editori). La maggior parte di questi poi, sono poco più che stampatori. E mi taccio sull’editoria on line o comunque legata al web.

 

La tendenza a privilegiare la “novità” impoverisce il mercato (e tutto il sistema culturale) di opere importanti (per esempio, mi pare incredibile che di Paul Bowles siano attualmente disponibili solo 5 titoli: quest’autore, forse più famoso da noi per aver scritto Il té nel deserto, siede nell’olimpo degli scrittori americani, insieme ai compagni della sua generazione: Truman Capote, William Borroughs, Tennessee Williams, ma per gli italiani è meno conosciuto di Nick Hornby o David Foster Wallace. Non cito tutti gli scrittori italiani che mi vengono in mente in questo momento – e che stanno a Bowles come la Ciaocrem alla Nutella – perché non ho voglia e tempo di litigare con i loro fan-che-si-contano-sulle-dita-di-una-mano-per-giunta-monca e non cito nemmeno Moccia perché con tutti i libri che ha venduto, vorrei proprio vedere se non ha diritto almeno ad essere conosciuto. Che poi io prenderei i suoi libri, insieme a quelli degli altri scittori pseudo-intellettuali-impegnati-e-sofferenti non nominati, e li fionderei tutti allegramente dalla finestra, è un altro discorso).

 

Infine sebbene la percentuale di libri pubblicati in relazione alla popolazione (intorno all’1,3 per mille) non sia molto diversa da quella francese (1,09) e risulti addirittura inferiore a quella inglese (1,82) per esempio, a differenziare il nostro paese dagli altri, facendo pendere enormemente la bilancia verso la necessità di un migliore impiego delle risorse e di una maggiore selezione, c’è il fatto che nel 2005 solo 5 italiani su 100 (il 5,7% della popolazione) abbiano letto un libro al mese, e non c’è alcun motivo di credere che nel 2006 le cose siano poi molto cambiate. C’è da aggiungere che tra i “lettori”,quasi la metà – circa il 48% – non legge più di tre libri all’anno.

 

Mi sorge spontanea una domanda: per chi caspita vengono pubblicati tutti questi libri? E altrettanto spontaneamente (e ironicamente, ma non troppo) mi rispondo: per i loro autori, che così soddisfano i loro ego spropositati, in fondo ci vuole molto poco per dirsi scrittori e pure per essere pubblicati via. Farsi leggere invece è tutt’un altro paio di maniche. 

 

 

 

 

 

UP DATE

 

Qui viene ripresa la discussione. Al post ho già risposto qui e nei commenti, ma adesso leggo l’intervento di una lettrice che scrive “Hai ragione da vendere…alla Perrone Editore l’ editor ci ha parlato proprio di questo in una delle sue lezioni di editoria…tutti i grandi scrittori o quasi hanno cominciato pagando una casa editrice per vedersi pubblicati..e siccome la Perrone non è una casa editrice diciamo “a pagamento” ci possiamo credere senza dubbio!

Quando finirò di scrivere i miei racconti se la Perrone non me li pubblicherà (cosa che ritengo probabile)(Montagne di manoscritti giacciono!!Non hanno nemmeno il tempo di leggerli tutti) mi informerò su come fare per pubblicare il mio libro.”

 

Dunque, a parte il solito qualunquismo per cui non si fanno nomi e cognomi (quali scrittori? a me non risulta proprio, certo poi bisogna anche vedere se ’sti scrittori, grandi lo siano davvero), per cui uno può dire qualsiasi cosa e pensare di aver ragione perché non può essere smentito, io dico: stai seguendo un corso di scrittura creativa a pagamento (e anche se fosse, ma non credo, un corso per operatore editoriale la cosa non cambierebbe) presso una casa editrice, ti dovranno pur dire qualcosa per convincerti che non stai sprecando i tuoi soldi – cosa che invece stai facendo ma è un altro paio di maniche – possibile che non ti venga in mente? E poi, vuoi scrivere un romanzo che secondo te non verrà pubblicato nemmeno dalla casa editrice a cui stai dando i tuoi soldi(!), e parli pure di montagne di libri che non possono essere letti però, chissà per quale processo mentale, ti schieri contro un’analisi (seppure superficiale) dell’editoria incentrata proprio sulla questione dei troppi libri (pubblicati e scritti).

 

E soprattutto, vuoi scrivere (eccone un’altra) ma è evidente che tu non abbia mai letto niente di grandi scrittori, perché se l’avessi fatto sapresti che ad aver pagato sono davvero pochissimi, ma proprio pochi, eh. Certo, sempre che di quelli davvero grandi stiamo parlando, che ultimamente ho letto soprattutto in rete osanna elevati a testi e autori che dovrebbero limitarsi invece a firmare le raccomandate. Prima di scrivere, leggere, leggere, leggere. A meno di non essere un genio, ma anche in questo caso non è che farebbe male.

 

 

 

 

 

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1 Fonti:  “Stato dell’editoria italiana 2006” a cura dell’ufficio studi dell’AIE (associazione italiana editori) ·          Maria Novella De Luca, “Alla ricerca dei libri perduti. Quaranta giorni e sono già da buttare”, la Repubblica, 15 marzo 2007 · http://www.portaledeilibri.it/mercato-del-libro-in-italia.htm · Atti del seminario e del convegnio Cagliari 30/31 maggio 2006 “La piccola editoria e il futuro del libro”, a cura dell’Ufficio Studi dell’Associazione Editori Sardi · Editrice Bibliografica Milano · Stefano Lorenzetto, “Il pontefice massimo dell’editoria, va alla guerra del Lei m’insegna“, Il Giornale, 14 maggio 2006 · Francesco Merlo, “I libri che scompaiono in libreria”, la Repubblica, 14 marzo 2007