Dolente declinare

Fino a martedì prossimo in edicola c’è l’ultimo numero di “Stilos” con un mio pezzo su Raffaele Crovi, poco più di un profilo dell’uomo e della sua opera: è l’articolo più brutto che io abbia mai scritto. E sapevo che lo sarebbe stato già mentre lo portavo a termine. Il fatto è che di scriverlo non me ne fregava nulla, di Crovi me ne importava ancora meno, con tutto il rispetto per la sua carriera e i suoi lavori.
E’ un pezzullo dignitoso, dice quello che deve dire, ho scritto quello che mi è stato richiesto, non nei contenuti naturalmente perché non è un’elegia, ma nel tono da redazionale e non ci ho messo nemmeno una virgola che non pensassi davvero. Ma è un brutto articolo, privo di verve, insipido, piatto, poco partecipato. Si sente che non volevo scriverlo davvero.

Poi tramite il blog di Gian Paolo Serino apprendo che per Guanda (trad. it. Simona Viciani e prefazione di Giuseppe Conte) è appena uscita una raccolta di poesie (postume) e scritti di Charles Bukowski, che contiene un testo inedito, da cui prende il titolo l’intero libro: E così vorresti fare lo scrittore?

Scrive Hank in questa poesia:

“Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo.
a meno che non ti venga dritto dal
cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla
macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.
se lo fai solo per soldi o per
fama,
non farlo.
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.
se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.
se devi aspettare che ti esca come un
ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro.
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.
non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e pretenzioso,
non farti consumare dall’autocompiacimento.
le biblioteche del mondo hanno
sbadigliato
fino ad addormentarsi
per tipi come te.
non aggiungerti a loro.
non farlo.
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo.
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da
sé e continuerà
finché tu morirai o morirà in
te.
non c’è altro modo.
e non c’è mai stato”

Questi versi sciolti, rudi e sincopati come suo solito, compongono il manifesto di tutta l’opera poetica e narrativa di Charles Bukowski e illustrano al lettore la sua idea della scrittura e dell’ispirazione creativa. La letteratura come urgenza, come spinta interiore, un magma che deve esondare. La poesia quale fuoco che arde e cerca spazi per la propria combustione. L’arroganza dell’artista che scrive per sé e non deve cercare approvazione. La solitudine di chi è destinato a vivere per scrivere, spesso senza riuscire a scrivere per vivere.

Non ho mai condiviso l’idea della letteratura come sacro fuoco cui non si resiste, non credo nell’ispirazione come puro istinto creativo, né in una scrittura ribalda e vitale che esuli dal controllo tecnico e della riflessione pragmatica. Persino Hank non è tutto sensibilità e ardore come molti pensano.
La grande letteratura filtra, addomestica senza edulcorare, incanala lo slancio artistico nell’ambito della ricerca della perfezione che in quanto tale non può essere immediata e spontanea.
Eppure non riesco a non condividere ogni singolo verso di questa poesia con l’esibita ricerca di quell’estatico spasmo di cui parla W. Walsh a proposito del “Kubla Khan” di Coleridge. Che senso ha scrivere di qualcosa che non c’interessa? Vale per la narrativa e per la poesia come per la critica o il giornalismo.
E’ ispirazione o attitudine? Volontà o urgenza? O chi è davvero bravo rende vivo anche ciò che non gli piace o di cui non ha interesse a parlare? Bisogna partecipare della propria scrittura e dell’oggetto della propria scrittura (e qui penso soprattutto al critico o al recensore)? O sono sciocchezze da aspiranti poetastri imbevuti di romanticismo?

Io ho delle idee un po’ sfumate in merito, ché di solito chi dice di scrivere col cuore in realtà scrive coi piedi, ma poi leggo poesie come questa e ci ripenso. E soprattutto, quando scrivo cose come quel profilo di Crovi di cui sopra, ho la certezza che io non posso scrivere per dovere o per tener fede a un contratto (anche se non mi si chiede di tradire la mia onestà intellettuale). Dunque, sono spiacente ma mi conviene già declinare l’offerta che prima o poi mi farà il “Corriere” per una rubrica fissa di Elzeviri in “Terza Pagina”, perché io non so scrivere a comando. Non insistete prego.

24 Commenti a “Dolente declinare”

  1. Christian scrive:

    Ché se poi ti dico che questo è un gran pezzo poi ti vanti in giro o accetti il complimento e basta? Non so, però ti dico che a me mi è piaciuto un sacco e che ti sei superata e, con tutti il rispetto per i nostri palloni gonfiati che fan critica letteraria da secoli e non saprebbero riconoscere la propria macchina in un parcheggio deserto, figurarsi un grande libro, mi auguro e ti auguro che non gli elzeviri, ma TTL o il magazine del Corriere presto ti facciano dirigere. Ma te da sola, non in compagnia di quell’altro pallone gonfiato che è già gonfio senza aver fatto un cazzo per sentircisi.

  2. paolo b. scrive:

    Applausi e standing ovation Seia. Sublime. Sottoscrivo ogni parola del mio collega commentatore e ne condivido il fervore, anche se capisco quando qualcuno mi supera, persino nella passione, intellettuale s’intende 😉
    Chapeau! A tutti e due.

  3. fratello busnello scrive:

    boh a me mi è piaciuto tanto il finale. bucoschi non mi a fatto ridere. però ci ha ragione da vendere. a metà. che se poi la vende ce ne ha anche meno.

  4. seia scrive:

    fratello bus: sono contenta per il finale. Ascolta ma la sedia tipo trono, si può avere a prezzo d’amico? Sto arredando una casa e ci starebbe davvero bene vicino allo scrittoio finto Luigi XV e alla lampada tipo Tiffany.

  5. 5am scrive:

    grazie per la poesia. un bacio.

  6. seia scrive:

    ma non eri in ferie? Prego comunque. baci

  7. giampaolo scrive:

    Brava Seia, bella e brava.
    La scrittura può essere una piena ma va incalanata. Una tormenta che va domata.

  8. dh scrive:

    il problema di questi comandamenti è che vanno bene anche per il vizio di fumare o di scorreggiare, oltre che per quello di scrivere. la fiamma arde per pochi istanti, fraintesa… se sia ispirazione o tecnica è discorso un poco irrilevante… io mi limiterei a dire che non c’è bisogno di incoraggiare la natura, che fa da se, mentre la tecnica è difficile e non viene. e se uno la fiamma non l’avesse? mica devono averla tutti. cioè, io non riesco a farne a meno, ma questa è la fiamma? non credo. c’è anche da dire che fiamma o mania fanno male uguale.

  9. seia scrive:

    giampaolo: grazie.

    dh: infatti non tutti devono averla la fiamma, ma se non ce l’hanno mica lo so se vale la pena di mettersi a scrivere, non poesia o narrativa comunque. La tecnica s’affina invece, è il talento che non si può comprare un tanto al chilo.

  10. baldo scrive:

    l’ha ricevuta l’email?

  11. caino scrive:

    non avevo mai letto questo inedito di buk. penso sia una delle cose più belle che abbia scritto.
    lui e le sue cazzo di troie, di whiskey da quattro soldi, il suo cervello da vecchio sporcaccione, le ditate in culo, i pompini tra denti marci, mille particolari di vite di merda, e buk riusciva a essere anche questo.
    uno Scrittore.

  12. angela scrive:

    traduzione di Simona Viciani però, non Vinci 😉

  13. inquilina g scrive:

    è anche la “storia contemporanea” di croce.
    ma io credo che la scrittura sia esercizio di vita e pratica di espressione. è come se la vita che scorre avesse delle gocce sparse che ti dissetano nel momento in cui le descrivi e le trasformi. come un pac-man. bisogna percorrere i labirinti col naso pronto e dove si annusa la goccia sparsa coglierla e trasformarla.
    e poi parliamo di paolo nori. vengo da voi il 5. credo. o il 6.

  14. barbara68 scrive:

    dovrebbero trasformarla in decreto legge, ‘sta poesia. solo che per i miei articoli scientifici benché molto ispirata (che poi per me sono anche una nuova forma di narrazione) e benché non mi manchino le parole provo fatica e tendo quindi al cazzeggio e alla dispersione, che dici, posso chiedere un’indulgenza papale? 😉

  15. seia scrive:

    # baldo :

    si, grazie.

    # caino :

    che fai bukowskeggi? no dai, che a malapena tollero l’originale. Questa poesia a parte 🙂

    # angela :

    ops! Correggo subito, grazie!

    # inquilina g :

    e parliamo di Paolo Nori 🙂
    Ti aspetto allora!

    # barbara:

    dubito un po’ del valore narrativo degli articoli scientifici, a meno che non ci sia un’intenzionalità diretta dell’autore in questo senso, ma penso che co’ ‘sti chiari di luna al Papa non puoi chiedere un’indulgenza su nulla 🙂

  16. barbara68 scrive:

    bé guarda che un sacco di antropologi hanno scritto dei testi molto narrativi o colloquiali, comunque per il papa hai ragione, mi rivolgerò al Dalai Lama 😉

  17. caino scrive:

    buko era ben oltre la superficialità delle sue cazzate.
    oggi ci sono dozzine di autori che dietro le parolacce, le puttane, la droga e l’alcolismo, o qualsiasi altra dipendenza e violazione di un corpo umano ti possa venire in mente, non mettono niente.
    mi viene in mente tarantino, nel cinema. per esempio.
    mi viene in mente welsh o boosta.
    buk era la dimostrazione del male di vivere, del saper contenere qualcosa in mezzo alla spazzatura.
    e anche lui, si, era un artista di merda.
    non tollerarlo è lecito, ma sottovalutarlo è cecità.

  18. Michele Cavaliere scrive:

    francamente se io dovessi scegliere tra tarantino e bucoschi mi sa che sceglierei tarantino.
    poi bucoschi mi è anche simpatico, ma grosse cose, diciamocelo, non ne ha fatte: che poi soggettivamente possa piacere è un conto ma…

  19. seia scrive:

    caino: devo dire che nemmeno io sono tanto d’accordo sulla considerazione su Tarantino. Non mi piace in Bukowksi l’assenza di un ordine, la sensazione che spesso vomiti sulla pagine tutto quello che ha dentro, senza filtri, senza ricorrere ai meccanismi della finzione narrativa. Nessuno lo sottovaluta, ma nemmeno lo sopravvaluto.

    mike: sono quasi del tutto con te 🙂

  20. Ted scrive:

    Oh Seia, mi sicco a sottoscrivere quello che dici con regolarità, uff. D’accordissimo su Tarantino/Bukowski.

  21. Ernesto Aloia scrive:

    Bukowski ha scritto un sacco di roba senza averne veramente voglia, e si vede pure, anzi è uno degli scrittori in cui si nota di più. la poesia spara a tutto volume la mitologia dell’urgenza poetica, ma si tratta appunto di mitologia. e se chiedessimo agli scrittori quante volte hanno trovato faticoso anche solo pensare di scrivere eppure si sono seduti alla scrivania e, dopo aver faticato e bestemmiato, hanno scoperto che gli era venita fuori una bella pagina, avremmo delle sorprese.

  22. Melpunk scrive:

    qualche gsettimana fa crovi è passato di qui… brrrrrrrrrrr

  23. seia scrive:

    mel: me l’hai salutato? 🙂

    ted: è la mia condanna avere sempre ragione 🙂

    ernesto: so anche io che è così, che scrivere è anche sputare sangue, ma stavolta questa poesia di Bukowski mi ha convinto. Sarà il momento storico in cui mi trovo.

  24. Orazio scrive:

    questo passaggio è stupendo:

    le biblioteche del mondo hanno
    sbadigliato
    fino ad addormentarsi
    per tipi come te.

Scrivi un commento