Apocalittici e (dis)integrati

L’idea che la letteratura italiana avesse qualcosa da offrirmi – al di là dei miei soliti Verga, Pirandello, Sciascia, Brancati e pochissimi altri -, qualcosa che potesse reggere il confronto con i grandi scrittori statunitensi (su tutti), francesi, inglesi, tedeschi e russi con cui mi ero formata, mi è balenata improvvisa leggendo la quarta di copertina e le prime cinque pagine di un libello, quasi introvabile ormai, che sin dalla sua stesura ha vissuto vicende complicate.

Si tratta dell’Ombra del suicidio. Lo strano Conserti di Carlo Bernari.

Il romanzo, di poco più di 100 pagine, scritto nel 1936 è rimasto per anni nascosto da qualche parte nella casa di Bernari, finché nel 1993 il figlio Enrico non l’ha ritrovato (insieme a una prima bozza di “Tre operai“- esordio letterario di Bernari nonché suo libro più famoso – risalente al 1928 e avente come titolo “Gli stracci”) e l’ha fatto pubblicare da Newton Compton nei famosi “100 pagine a mille lire” (che ora sulle bancarelle dell’usato vengono rivenduti a 1 euro: il 100% di redemption!).

L’ombra del suicidio doveva essere il secondo romanzo di Bernari e continuare l’indagine dello scrittore sugli stati di alienazione della società industriale e sulle ambiguità morali ed esistenziali del suo tempo. In effetti la figura del protagonista doveva servire come base per il romanzo Era l’anno del sole quieto che poi pubblicherà nel 1964, una lucidissima analisi delle cause che hanno portato al fallimento delle politiche industriali nel mezzogiorno d’Italia. Ma non ne fece nulla e il libro restò nascosto e dimenticato.

Lo strano Conserti è un impiegato di una grande azienda che in un certo momento della sua vita decide di ribellarsi al meccanismo oppressivo del potere e comincia a corrodere dall’interno gli ingranaggi che muovono il baraccone industriale entro cui si dibatte. Si mette alle costole del grande capo – “Lui”, “il Grande Amministratore” – che getta nel panico i suoi dipendenti al suo apparire, che crea il gelo anche solo a nominarlo, che fa scattare tutti sull’attenti come soldatini di piombo:

“Quando la porta dell’ufficio si aprì, gli impiegati, rimasti fino ad allora ad oziare tra paste e caffè, saltarono sull’attenti: era il Grande Amministratore in persona a visitarli, l’uomo che non avevano mai incontrato, ma che, nonostante ciò, popolava la meschina fantasia piccolo-borghese di tutti loro. Soltanto uno, l’anarchico, il fiero Conserti, non cedette all’elettrizzante atmosfera sollevata dalla visita, restandosene immobile, chiuso nei suoi pensieri.”

Inizia così questo curioso libretto che non sfigurerebbe accanto a uno dei romanzi di Kafka o di Duremmatt, per quelle sue atmosfere cupe dalle sfumature metafisiche, quello stile ombratile e ossessivo che crea pathos e attesa e quella lingua così inesorabilmente monocorde da diventare assordante e sincopata mentre si procede nella lettura.

Conserti è la voce del Sud sfruttato dalla borghesia settentrionale scesa lungo lo stivale per succhiarne l’energia vitale e fagocitarne le forze giovani e produttive. E’ il vendicatore di tutte le vittime della burocrazia. E’ la mano armata di tutti gli individui oppressi da una società fondata sul profitto che cancella tutto ciò di cui non ha bisogno e ingloba il resto, privandolo dello slancio, della personalità, della vita.

E’ impietoso Bernari, forse un po’ ingenuo a rileggerlo col senno di poi, ma sicuramente ci aveva visto lungo. Già agli inizi del ‘900 denunciava la società dei consumi e la commistione tra politica e finanza. Il suo è un atto di accusa contro i poteri forti che producono desideri fittizi, li soddisfano e nel farlo ti portano via tutto. Nel libro ogni cosa viene dal Grande Amministratore: lui produce tutto, gestisce tutto, fornisce tutto e alla fine toglie tutto. E i dipendenti non sono altro che anelli di una catena invisibile e stretta che li accomuna in un desolante destino di alienazione e frustrazione. Eppure a parte lo strano Conserti nessuno se ne accorge, lui è come Cassandra, come il profeta che urla nel deserto, fino alla resa dei conti finali, che per ovvie ragioni non vi racconto.

Un’ultima cosa, da quanto ho scritto sembrerebbe che si tratti di un libro noioso, deprimente, ansiogeno. Non è così. Bernari non ha scritto una specie di 1984, né un novello Processo. L’ombra del suicidio. Lo strano Conserti è un romanzo breve pieno di momenti oscuri che a tratti s’illumina e strappa qualche sorriso amaro persino e che si regge su una struttura complessa in cui si rintracciano molti generi del romanzo, dal giallo, al realismo sociale, a una rivisitazione del gotico e diversi registri stilistici: dall’esistenzialismo, alla nouvelle vague all’apologo morale.

Com’è successo che questo libro sia finito nel dimenticatoio, ritrovato e poi obliato ancora?

Nella figura del Grande Amministratore e nelle sue vicende si ritroveranno poi i tratti di un paio di personaggi dei giorni nostri: giochiamo a chi li riconosce prima?

9 Commenti a “Apocalittici e (dis)integrati”

  1. Anonymous scrive:

    Questo http://www.girodivite.it/antenati/xx3sec/_bernari.htm ricalca precisamente la quarta di copertina del millelire. Tagliando molto, è la storia di un impiegatuccio che vuol parlare con l’amministratore delegato della sua società, ma non l’acchiappa mai, e nel viaggio che diventa un’ossessione scopre come questo amministratore controlli tutto: l’impiegato viaggia sui treni costruiti dalle sue industrie, col suo acciaio, portato dalle sue navi, assicurato dalle sue compagnie… Pare che tutta l’umanità sia sua agente, che campi solo per consumare i suoi prodotti e chiederne ancora. Chiaramente bisogna uccidere quest’uomo. Altrettanto chiaramente, non è possibile: verrà assunto in cielo.
    Forse l’autore era partito da un’idea (la vita dell’impiegato) e poi si è fatto prendere dal giochino astratto del padrone-dio. Forse non l’ha messo in circolazione all’epoca perchè gli sembrava puerile.
    Nel testo torna spesso un parallelo tra luce ed acqua che personalmente amo molto.

  2. seia scrive:

    anonimo: non ti piaceva quello che avevo scritto e hai fatto la controrecensione? 😉

  3. vincenzillo scrive:

    Bah.
    Il lbro non sarà noioso, deprimente, ansiogeno, ma l’analisi della realtà lo è.

  4. inquilina g scrive:

    Ma, scusa, riguardo all’incipit… e Gadda?

  5. seia scrive:

    vince: ti ricordo che è un libro dei primi del ‘900, magari prima di giudicare io leggerei il libro e poi lo lo inserirei in un contesto specifico. Magari dopo qualche idea per giudicare il presente alla luce del libro ti viene. Magari no.

    g.: mica ho capito, che ha l’incipit? E che c’entra Gadda? Ma allora vieni o no???

  6. inquilina g scrive:

    Gadda non c’è tra i “soliti”. Venire vengo!! Certo!!! Ma prima mi laureo e vedo di che umore mi fanno. Anche se una delle mie intervistate mi ha detto “ma di cosa ti preoccupi, cosa vuoi che ne sappiano loro in confronto a te!”, insomma, son cose che fan bene a sentirsi. ma se vengo da voi ci trovo quell’egoico emiliano in bicicletta con le pennette usb a tracolla?

  7. davide l. malesi scrive:

    No, non ce lo trovi, perché lui sta in Emilia e noi a Roma caput mundi 🙂

  8. inquilina g scrive:

    Ah, che sollievo.

  9. vincenzillo scrive:

    seia, per giudicare l’analisi della realtà che tu riconosci come sottofondo al libro, non mi serve leggere il libro, visto che tu non la esponi lì, ma in questa recensione. E’ quell’analisi che mi suona noiosa, deprimente, ansiogena.

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