Archivio di July 2007

This is me! (quasi)

Saturday 28 July 2007

 

Tramite Meez Davide ha creato questa Seia virtuale molto somigliante a me (se si glissa un po’ sul fatto che questa qui su è la mia controfigura deperita, ma non c’è modo di arrotondarla). Per il resto è perfetta, anche nell’atteggiamento.
Vestirla è stato stressante, come andare davvero per negozi!

 

Cinque pezzi facili

Friday 27 July 2007

Non è che ci creda molto alle “letture estive”, io mangio il gelato anche d’inverno figuriamoci se scelgo i libri in base alla temperature stagionali, ma visto che si usa dispensare consigli di lettura sotto l’ombrellone mi adeguo. Tanto è solo un pretesto per ricordare dei libri che meritano attenzione e per aggiornare il blog.

1)

Finalmente è stato ristampato Un gioco da bambini di James Ballard (Feltrinelli 2007, trad. it. di Franca Castellenghi Piazza), assente dai cataloghi dal 1998 con un’edizione bruttina di Baldini e Castaldi (senza Dalai) e tradotto per la prima volta in italiano da Anabasi nel 1992. Se n’era già parlato in tempi non sospetti.

2)

Difficile da reperire è invece La Belva nell’Ombra di Edogawa Ranpo: scritto nel 1928 è stato pubblicato da noi solo nel 1992 da Marsilio e poi ristampato sempre dalla casa editrice veneziana dieci anni dopo con la traduzione di Graziana Canova.

Edogawa Ranpo (pseudonimo dello scrittore giapponese Hirai Taro, che ha voluto rendere omaggio a Edgar Allan Poe scegliendo come nome de plum la trasposizione fonetica del nome di Poe) è considerato l’iniziatore del mistery e del poliziesco nipponico (con il romanzo Nisen dôka) e i suoi romanzi sono stati talmente apprezzati in tutto il mondo (con la solita eccezione del nostro paese che tende a prendere dall’estero tutto il peggio di ciò che viene pubblicato) che Ellery Queen lo ha inserito nell’olimpo degli scrittori accanto a figure quali Agatha Christie ed Edgar Wallace.

L’opera omnia di Ranpo – immensa: nel 1987 è stata ripubblicata in 65 volumi, ma in Italia oltre a La belva dell’ombra (in originale Injû) è stato importato solo Il mostro cieco edito da “Marcos y Marcos” – è profondamente influenzata dalle strutture narrative del genere occidentale, accanto a Poe spicca l’influenza di Maurice Leblanc e Sir Arthur Conan Doyle, ma Ranpo rielabora la lezione dei maestri confezionando romanzi sofisticati dai tratti personalissimi, che restituiscono molte delle atmosfere tipiche della letteratura e della cultura giapponese: come per tutta la letteratura poliziesca nipponica, nei romanzi di Ranpo non è l’investigazione al centro del racconto, ma la psicologia e la vita dei personaggi, quella più nascosta, che richiama l’eros, le perversioni e il sesso come esaltazione del lato oscuro degli uomini.

La belva nell’ombra è la storia di uno scrittore di polizieschi che s’improvvisa investigatore per salvare una signora di cui si è invaghito, dalla persecuzione di un folle ex amante, anche lui autore di mistery. La vicenda è torbida, sensuale e ambigua e persino nel finale i dubbi disseminati sapientemente nel romanzo non verranno totalmente sciolti. A rendere ancora più interessante questo romanzo, oltre al voluto contrasto tra una lingua semplice, veloce e la densità morbosa della storia è l’intreccio tra la finzione narrativa e la biografia dell’autore, con tanto di autocitazioni.

Nell’edizione che possiedo grazie ad Alberto, c’è un interessantissimo saggio di Maria Teresa Orsi sul romanzo di genere giapponese e per chi volesse approfondire l’argomento ho trovato in rete una tesi di laurea molto ben curata ad opera di Lucia Guardavilla.

3)

Assolutamente da leggere o da rileggere, sono i racconti di Truman Capote appena ripubblicati da Garzanti in una nuova elegante edizione intitolata La forma delle cose (grazie Andrea) arricchita da 5 inediti comparsi su alcune riviste e mai compresi in alcuna raccolta fino ad ora, nemmeno in America. Giorgio Montefoschi, recensendo il libro per il Corriere l’ha definito “il libro più bello dell’ anno: un libro che commuove fino alle lacrime; e che, per la perfezione dello stile, lascia sbigottiti.”

Non so se sia davvero il libro più bello dell’anno – a dicembre mancano ancora cinque mesi, magari salta fuori il capolavoro all’ultimo minuto – ma sicuramente i racconti di Capote sono meravigliosi: una vera lezione di stile e di capacità narrativa. Eppure molti sono stati scritti da un Capote giovanissimo, ma il talento non pare conoscere limiti d’età e di certo poi l’esperienza leviga le ruvidezze della giovinezza, e come già detto in occasione dell’uscita dell’inedito Un incontro d’estate, un esordiente Capote di solito vale molto di più di trenta scrittori affermati (e non parliamo degli esordienti italiani).

Tutti i racconti della Forma delle cose (il titolo viene da uno degli inediti) sono caratterizzati dal tipico incontro tra fantastico e grottesco à la Capote, dalla spietata osservazione del quotidiano filtrato da un elegante senso dell’ironia e dalla sua idealizzazione dell’infanzia come mitica età dell’oro venata di nero, in cui i bambini sono i veri depositari della saggezza e della conoscenza. Dal lato opposto ci sono gli anziani, come il Preacher del racconto “La leggenda di Preacher”, colti in atteggiamenti ingenui e puerili, e gli adulti alle prese con le asperità della vita (“L’occasione” del 1950, sulla caduta in disgrazia di una donna che ha perso tutto tranne il cane). C’è tutto il mondo di Capote dentro questi racconti, il profondo sud con le sue superstizioni e il realismo magico e il lusso della East Coast, con le sue ipocrisie e le attrazioni della movida newyorchese.

4)

Una delle novità letterarie degli ultimi anni è stato l’avvio della cosiddetta narrativa post 11 settembre, l’insieme dei libri che prendono spunto dagli attacchi terroristici alle Torri gemelle del 2001 per analizzare dai diversi punti di vista la società americana in lotta contro il terrorismo. Di solito rifuggo libri del genere perché tendono ad essere tutti uguali e a sacrificare la narrazione all’ideologia, in un senso o nell’altro, ma ne ho letto uno di recente che si distingue per lo sguardo ironico del suo autore: Callisto. Un intrigo americano di Torsten Krol (Isbn edizioni, trad it. di Francesco Pacifico). E’ la storia di un nuovo Forrest Gump che per amore di Condoleeza Rice (“sempre a correre da un paese all’altro sul suo aereo per sistemare le cose tra le nazioni”) parte per arruolarsi nei Marines ed esportare la democrazia nel mondo e si ritrova nel bel mezzo di una guerra di religione e di uno scontro di civiltà. Krol nel descrivere le peripezie di un ingenuo ragazzetto della piccola provincia americana che rischia di essere considerato il pericolo numero uno dai suoi stessi connazionali, descrive un America talmente spaventata e ignorante che finisce per vedere in se stessa il proprio nemico.

Al di là della presa di posizione sul nuovo assetto (poco stabile a dire la verità) mondiale e sul ruolo dell’America, Callisto è un romanzo intelligente e divertente, inconsueto e acuto, pieno di colpi di scena e spietate caricature dell’America oggi vista con gli occhi di un misterioso australiano, l’autore, che comunica col mondo solo tramite internet. Sarà poi vero che Krol è australiano?

Da evitare in Callisto è la nota del traduttore Francesco Pacifico: irritante, inutile, scioccamente saccente. La traduzione è buona però, e su Pacifico che si è distinto per un esordio letterario terribile (Il caso Vittorio, Miminumfax 2003), ho già detto che farebbe bene a limitarsi a tradurre.

5)
Fuori stagione forse ma sempre da leggere, è l’ultimo consiglio di lettura: Un bellissimo novembre di Ercole Patti, languido romanzo sulla passione bruciante di un adolescente per la sua giovane e maliziosa zia sullo sfondo di una Sicilia sensuale e fatale.

 

 

Singin’ in the night

Tuesday 24 July 2007

“volevo essere un grande mago
incantare le ragazze ed i serpenti
mangiare fuoco come un giovane drago
dar meraviglie agli occhi dei presenti
avvitarne il collo e toglierne il respiro”

Cantando a squarciagola “Acqua dalla luna” di Claudio Baglioni – cercando di tenermi sveglia mentre guidavo al ritorno da una notte brava – Davide ed io abbiamo pensato nello stesso momento che questa canzone parlasse (anche) del ruolo del narratore, di un bravo narratore.

“volevo diventare un pifferaio
stregare il mondo ed ogni sua creatura
crescere spighe di grano a gennaio
sfidar la morte senza aver paura”

Forse però, era il frizzantino dei colli a farsi sentire.

Se questo è un romanzo

Wednesday 18 July 2007

Questa è la mia libreria su Anobii. Anzi no, è una parte della mia libreria, quella che non vorrei avere. Non amando il progetto di Anobii e tenendoci a farlo sapere, ho creato sul sito la mia contro-libreria in cui inserirò tutti i libri che possiedo e ho letto e che vorrei dimenticare. A che serve? A nulla, come tutte le librerie presenti su Anobii.

C’è poi il fatto che oggi ho avuto tanto tempo libero.

Ad ogni modo, il primo libro inserito è Boccalone di Enrico Palandri (si vedrà quando riusciranno a trovarlo visto che la mia edizione è quella del 1979 e dunque non ha codice ISBN): il peggior libro che io abbia mai letto, ma sento di poter affermare con tranquillità che è anche il peggiore che sia mai stato scritto in terra italica.

Doverosa premessa è che questo libro in una prima edizione ormai introvabile, è un suo regalo (sempre per il mio compleanno), e che in quanto tale è stato graditissimo, ciò non toglie però che il romanzo sia pessimo.

Adesso io non credo che abbia senso stroncare libri che siano semplicemente brutti o inutili, la stroncatura è un’arte, richiede impegno, ancor più di una recensione positiva. Le argomentazioni devono essere inoppugnabili o comunque reggere alle obiezioni e non possono rivelare prevenzioni o pregiudizi di sorta: la stroncatura deve essere sempre sincera, spietata, necessaria. Quindi ha senso stroncare solo quei libri davvero brutti che per di più implichino problemi criticamente rilevanti o che mostrino una tendenza ritenuta dannosa, da parte del recensore naturalmente, per la letteratura.

Questo è il caso di Boccalone che a parer mio, a distanza di trent’anni, continua a mietere vittime e causare danni alle patrie lettere.

Dunque, Boccalone (sottotitolo “Storia vera piena di bugie”), è stato pubblicato dal piccolo editore “L’erba voglio” di Elvio Fachinelli nel 1979, con un discreto successo e poi da Feltrinelli nel 1988 e infine da Bompiani nel 1997 e ancora nel 2002.

E’ il racconto in prima persona delle pene d’amor perduto di un giovane studente del Dams nella Bologna del 1977 sullo sfondo delle vicende di violenza e contestazione del movimento universitario con i risvolti politici e culturali e le illusioni che l’hanno accompagnato e che l’hanno creato.

Gli echi politico-sociali nel romanzo non sono davvero determinanti però, su tutto svetta l’io tormentato di questo ventenne (la storia è autobiografica), la sua visione del mondo (che in realtà è una non-visione), il disagio nei confronti della vita, l’incapacità di crescere, la difficoltà a relazionarsi con se stesso e con gli altri e a vivere pienamente l’amore senza annichilirlo nelle paturnie: emblematico il continuo raffronto tra la storia del protagonista e quella raccontata in “Io e Annie” di Woody Allen.

Lui è Enrico, lei è Anna con “la sua bellissima fretta di vivere tutto” (stucchevole e poco originale no?) e tutt’intorno a loro gli amici, un gruppo indistinto di giovani fuori sede che vivono alla giornata, praticano l’amore libero ma non ne sono sempre contenti, recitano Majakovskij e parlano di De Saussurre e Chomsky, ma probabilmente non hanno mai letto Fitzgerald, e per dimenticarsi del mondo e dello schifo in cui credono di vivere, cercano rifugio nella droga e nei viaggi disorganizzati, alla ventura, stravaccati su materassi accumulati per terra, ora a casa di uno ora di un’altra senza che sia importante conoscerli davvero: “Non abbiamo desideri, solo una gran paura; è l’atmosfera paranoica di chi ha ucciso Majakovskij, chiusi nel nostro buco ad aspettare la fine dell’inverno” dice il protagonista Enrico e “la paranoia non si deve scavare, bisogna riuscire a scavalcarla” sentenzia Gigi, il suo migliore amico, che secondo me doveva essere sempre in preda alle allucinazioni da acido.

La trama non c’è naturalmente, è un amore giovanile come tanti che iniziano e finiscono: tra la voglia che duri per sempre e il timore che non finisca mai. E’ poco più di un diario adolescenziale, mio cugino che ha 16 anni – ed è perdutamente innamorato di una sua compagna di classe, mentre si dispera perché non può più fare un po’ “lo stupido in giro” – lo saprebbe riscrivere ad occhi chiusi. (Peraltro è persino di Bologna, lui).

L’amore deve essere problematico, si devono imbastire gran discorsi intorno, amare qualcuno e basta è per le persone semplici, poco interessanti, sicuramente non per questi studentelli universitari che hanno occupato l’ateneo e lottano contro il sistema! Ci s’innamora di una, si vorrebbe stare sempre con lei, ma poi ci si strugge per questo bisogno. La si vorrebbe sposare ma persino l’dea del fidanzamento crea ansia.

Il sistema non va bene, bisogna abbatterlo, ma l’atteggiamento è: “ci penserò domani (rossella o’hara)”.

Boccalone sembra quindi un libro che non dovrebbe indignarmi più di tanto perché insulso, inutile, brutto.

Non ci sono elementi tecnici o stilistici da rilevare, anzi.

Ricorre ad alcuni sciocchi espedienti da rivoluzionario letterario della domenica come l’eliminazione di molte maiuscole o la continua riflessione metaletteraria su quanto sta scrivendo, giudicandosi e improvvisando schemi di poetica da quattro soldi: “Devo rompere la catena grammaticale legata alla prima persona e ai tempi passati; […] mi servono modi e costrutti sintattici di movimento, che mostrino la confusione dalla parte della confusione, e devo perdere questo soggetto prepotente e arrogante che determina tutte le situazioni in cui si trova”.

Epperò quelle parole buttate direttamente sulla pagina dopo averle pescate dal “di dentro”, quei paragrafi scritti come esercizi da seduta di autocoscienza, propongono un’idea di letteratura e di narrativa che è dannosa, deleteria e pure pericolosa. E quindi m’indigno sì!

Di questo libro si è detto che ha agito come uno spartiacque rompendo con le avanguardie degli anni ’60 e ’70 e rinnegando il discorso sullo stile che aveva ossessionato soprattutto i tipi del Gruppo ’63, per aprire la stagione letteraria degli anni ’80, quella dei vari Tondelli, De Carlo, Celati, Del Giudice, Piersanti, Lodoli.

Adesso, fermo restando che secondo me sarebbe stato meglio se quella stagione non si fosse mai aperta – anche pensando che poi per rispondere ai “tondelliani” che già hanno avuto le loro colpe, sono venute fuori le varie correnti del Pulp, del Nevromanticismo e dei Cannibali, peggio mi sento vorrei aggiungere -, indicare proprio Boccalone come libro simbolo di una nuova tendenza mi pare azzardato anche perché il romanzo non propone seriamente alcun ideale estetico, alcuna poetica definita, ma solo vaghe allusioni alla scrittura come urgenza da assecondare: “scrivo perché mi viene di farlo, io funziono tutto come se mi scappa la pipì, magari non la faccio subito, ma prima o poi la faccio; così adesso mi scappa di scrivere questa storia” e ancora “non ho uno stile nello scrivere e neppure nel parlare; parlo un po’ come maurizio, un po’ come gianni, un po’ come gigi, eccetera eccetera, cioè chissà come quanti altri”.

In un’intervista in cui rispondeva a una domanda sulle implicazioni culturali del suo primo romanzo e il rapporto con i maestri, Palandri risponde che sicuramente la sua generazione di autori contestava la loro enfasi dello stile, insieme all’idea di una letteratura identificabile col contenuto (e allora mi domando cosa dovrebbe essere la letteratura una volta spogliata di contenuti e forma) e infatti nel libro, il senso, il contenuto si perde, diventa accessorio, incidentale: “credo sia utile evitare le decisioni, trovare i buchi nell’ordine del discorso e di là far scappare il senso”. Persino la tecnica va stigmatizzata, nessun’idea organica di scrittura, nessun’istanza formale da rispettare o creare: “mi scappano delle cose da dire” e “il bello di queste pagine è che tutti possono scriverle e che tutti sono scrittori”.

Appunto.

Perché questo libro ha avuto così successo? Perché amare un libro che rinnega il ruolo dello scrittore e della letteratura? Perché leggere un romanzo che viene meno a tutti gli elementi che identificano la letterarietà di un’opera? Perché sostenere la necessità implicita di espungere da un racconto i filtri narrativi, la mediazione della finzione? Perché lodare la contestazione persino del ruolo individuale dell’autore?

Perché è più facile, perché ancora una volta, questo libro fa sembrare l’atto dello scrivere una cosa da tutti, perché spinge a riconoscersi – esseri sensibili e delicati – nei tormenti di questo ventenne problematico e romantico che inventa canzoncine per parlare di se e della sua bella e teorizza una società migliore senza proporre ricette, basta rifiutate il modello esistente.

Fare di questo libro un esempio, scrivere come recita la quarta di copertina della mia edizione del libro che “dopo questo libro non si potrà più dire che i giovani non sanno scrivere” è sciocco e pericoloso. Quali giovani non sanno scrivere? Quali invece sanno scrivere? E che c’entra essere giovani con la scrittura? In che modo l’età qualifica un testo?

Se pure a Tondelli non si può perdonare di aver spinto gli esordienti del suo “Progetto Under 25” a scrivere “non di ogni cosa che volete, ma di quello che fate. Raccontate i vostri viaggi, le persone che avete incontrato all’estero, descrivete di chi vi siete innamorati […] Raccontate di voi, dei vostri amici, delle vostre stanze, degli zaini, dell’università, delle aule scolastiche”, dando l’avvio all’intimismo e al giovanilismo che ancora oggi ci ammorba, di aver diffuso una concezione dello stile narrativo come resa del sound del linguaggio parlato (che in effetti si è tradotta spesso nella rinuncia a qualsiasi ricerca stilistica personale) e soprattutto, di aver scoperto la Ballestra, Romagnoli e Culicchia tra gli altri, ma non gli si può non riconoscere un certo talento per la creazione di atmosfere e luoghi simbolo di una generazione, a Palandri – suo compagno a Bologna e nei primi anni della nuova leva letteraria degli anni ’80 – non si può perdonare proprio nulla per questo romanzo, tantomeno le convinzioni confuse e inutilmente ribellistiche e iconoclaste che lo sostengono.

Scrive ancora Palandri/Enrico: “niente critiche, per favore, pugni baci e cazzotti, anche parole e lettere d’amore, ma niente critiche!”, figuriamoci! Se non deve esistere lo scrittore, non sia mai che il critico abbia un ruolo, tutti devono scrivere quello che vogliono, come vogliono.

E poi “non è un romanzo, non sono uno scrittore, che di stronzi è già pieno il mondo”.

Ecco sulle prime due asserzioni non credo ci siano dubbi, almeno per l’epoca, ché io dei suoi libri seguenti non ne ho letto nemmeno uno, sulla seconda mi astengo dal giudizio non conoscendolo personalmente.

Certo però che il personaggio (autobiografico) del suo romanzo non mi pare molto simpatico.

 

UPDATE

Il mio tipozzo (come lo chiama il cugino bolognese di cui sopra, al momento in trasferta romana a casa mia, esilarandomi) ha ripreso questo post e l’ha ampliato con un adattamento del “Dogma italico” stilato per il cinema, alla letteratura italiana. Mi pare sacrosanto.

Nei commenti apprendo grazie ad Orazio che di Tondelli ha di recente scritto anche Gian Paolo Serino e visto che per una volta siamo d’accordo su qualcosa – anche se probabilmente la pensiamo allo stesso modo per motivi diversi – sono ben lieta di segnare il bell’articolo incriminato.

On my mood

Tuesday 17 July 2007

Scriveva Jean Paul Sartre: “Alle tre (del pomeriggio ndr) è sempre troppo presto o troppo tardi per qualsiasi cosa tu voglia fare”.

Ecco, questo è il mio stato d’animo di questi giorni e penso che durerà per tutta l’estate. Sapevatelo!

 

PS

Penso di aver letto il romanzo più brutto di tutta la letteratura italiana, se ne riparla, prima mi devo riprendere.

In trasferta

Wednesday 11 July 2007

In assenza del padrone di casa che mi ha lasciato le chiavi per arieggiare le stanze, mi sposto temporaneamente da quelle parti. Anche perché per una irrequieta come me a volte cambiare è una necessità!

Si parla dell’Amante senza fissa dimora di Carlo Fruttero e Franco Lucentini (1985) 

Those little anodynes / That deaden suffering

Monday 9 July 2007

Attenzione: post terribilmente ombelicale e intimista. Andate oltre!

In cerca di consolazione ‘sti giorni. Sarà il caldo, lo stress, i problemi che si accumulano, le ansie, le malinconie. Lo shopping non m’aiuta, io odio fare acquisti. I dolci al momento mi deprimono: l’estate non è un bel momento per affogare nella panna, ad eccezione della mia granitacaffècondoppiapanna, ma non mi trovo nel posto giusto al momento per indulgere in questo peccato di gola. Le attenzioni di amici/fidanzato/parenti a volte non bastano. Così – come sempre quando non voglio pensare – rileggo i libri che amo o che mi fanno ridere o mi distraggono.

E’ toccato al Giovane Holden la settimana scorsa, poi a La pedina scambiata due giorni fa e ora è il turno di Eloise, in una nuova avventura.

Spero che passi in fretta ‘sto momento, perché non mi vengono in mente altri libri-anodino.

Suggerimenti?

Pensavo fosse amore e invece era un… troiaio

Friday 6 July 2007
Mi sto sforzando da giorni. Giuro. Ci penso e ci ripenso ma non ne vengo a capo.

Dunque, sapete citarmi voi cinque titoli di libri italiani “importanti” dal 1920 al 1979 (l’unico lasso di tempo che secondo me ha senso considerare per parlare di letteratura italiana moderna) che raccontino storie d’amore non clandestino, non ingannevole o ingannato, non morboso?

Chiunque mi aiuterà nella ricerca otterrà la mia imperitura riconoscenza.

A me non ne è venuto in mente nemmeno uno. Sarà pure che il periodo è complicato, ma mi pare impossibile che io abbia letto romanzi italiani di grandi amori sinceri, profondi e innocenti e me ne sia dimenticata. Come paragone penso alla luce verde di Gatsby e alla sua fede incrollabile nel sentimento verso Daisy, sia chiaro.


Mario Soldati raccontava storie di amori tormentati, protagonisti cervellotici, spesso intellettuali che cercavano emozioni forti o attratti da donne di estrazione sociale o culturale diverse che faticavano a considerare al loro livello e allora l’amore diventa ossessione, dominio, rabbia sensuale.

Ercole Patti scrive di amori carnali e tragici, quasi incestuosi, morbidamente lussuriosi, dolcemente proibiti.

Libero Bigiaretti è per l’amore cerebrale: la passione nei suoi libri si nutre di riflessioni, fantasie, elucubrazioni masturbatorie in cui l’altra (il protagonista è quasi sempre un uomo) è uno specchio in cui rimirare se stessi, le proprie miserie, i propri trionfi. Non c’è scambio, solo il monologare senza speranza di chi è incapace di amare a prescindere dal sé.

Per Vitaliano Brancati sono i sensi a guidare i sentimenti. I pigri pomeriggi catanesi, con lo scirocco che smuove le tende e solleva impudico le gonne delle ragazze per strada, sono lo scenario di passioni incontrollate e istinti morbosi. Ogni brandello di carne che sfugge al pudore fa salire la febbre mentre il sangue ribolle, e l’amore si declina in tutti i modi del desiderio.

Carlo Castellaneta nei racconti pubblicati per la Bur negli anni ’70 – ma in realtà usciti su varie testate tra il 1958 e il 1974 – e raccolti sotto il titolo “L’amore”, scrive di relazioni clandestine che si trascinano come i peggiori dei matrimoni, di scambi di coppia per ravvivare passioni ormai spente, di ossessioni maniacali, di perversioni, di uomini e donne così presi da se stessi da non riuscire a perdersi nell’altro, figuriamoci da amarlo. E allora come mai la scelta di quel titolo per la raccolta? Solo una provocazione.

E poi Giovanni Arpino e la sua Suora Giovane senza vocazione o un delitto passionale. Giorgio Saviane e l’eutanasia dell’amore. Carlo Bernari e il sentimento disdicevole tra un uomo anziano e una giovane manicure. Piero Chiara con le sorelle Tettamanzi in preda ai deliri della carne dopo anni di castità (anche se forzata dalla bruttezza genetica che le affliggeva). Alberto Moravia e la sua noia esistenziale che tutto logora.

Dove sono i grandi amori? E la sensualità è per forza morbosa? E l’altra faccia dell’amore è il tradimento? Mi pare che gli ultimi innamorati felici nelle patrie lettere siano stati Renzo e Lucia!

Beninteso: tutti i libri citati sono molto belli, tra i miei preferiti tra gli italiani, a parte forse quelli di Soldati e Moravia, il mio non è un giudizio di merito, solo una constatazione curiosa, magari sollecitata da pensieri e paturnie non proprio letterarie. 

 

Bibliografia di riferimento:

Mario Soldati
La sposa America
Le lettere da Capri
L'incendio
 
Ercole Patti
Un bellissimo novembre
La cugina
Graziella
 
Giovanni Arpino
La suora Giovane
Un delitto d'onore
Un'anima persa
 
Piero Chiara
La spartizione
Una spina nel cuore
Il pretore di Cuvio
La stanza del vescovo
 
Carlo Castellaneta
Notti e nebbie
Tante storie
 
Vitaliano Brancati
Paolo il caldo
Don Giovanni in Sicilia
Il bell'Antonio
 
Libero Bigiaretti
Il congresso
La controfigura
Esterina
 
Carlo Bernari
Domani e poi domani
 
Alberto Moravia
Gli indifferenti
L'amore coniugale e altri racconti
La noia
 
Giorgio Saviane
Eutanasia di un amore
La donna di legno
Aurora

Dove parlo di un evento inaspettato, di un nuovo tumblr, mi bullo un po’ per un’anteprima bellissima e m’interrogo su un titolo

Thursday 5 July 2007

1

Dunque, alla fine ho convinto lo scrittore più reticente del mondo a farsi un blog. A questo punto credo di poter fare qualsiasi cosa al mondo.

Ecco a voi: Trabucco di Alberto Ragni. Accorretevicisivici!

 

 

2

Un’altra novita on line è il tumblr di Davide, per ora non è bellissimo graficamente (i link in rosso sono terribili, ma il ragazzo si farà)

 

 

 

3

Io so una cosa e voi no! Ma è una cosa bella eh, parecchio bella. Ne parleranno tutti. Finirà sui giornali, alla radio e pure alla televisione secondo me. E io l’ho saputo in anteprima insieme ai parenti stretti degli interessati. Per ora faccio loro solo tanti tanti tanti auguri e complimenti. E cercherò di non spiattellarrlo ai quattro venti.

 

 

 

4

Sto scrivendo un post su alcuni racconti di Carlo Castellaneta in cui si parla dell’amore e del tradimento. Anzi in questi racconti l’amore è sempre collegato al tradimento o alla menzogna o all’inganno come se essere innamorati fosse sempre un gioco delle parti in cui tutti “fanno a fregarsi”. Ho superato l’età dell’amore romantico (anche se sono sempre una pischella!), ma ancora un po’ ci credo. Nonostante tutto. Per cui a me è venuto in mente il titolo: “Pensavo fosse amore e invece era… un troiaio”. Ci può stare?

Così giovane e già trentaduenne!

Tuesday 3 July 2007

Post in via di allestimento.

Il compleanno riserva sempre delle sorpresse per ovvie ragioni, è il suo bello. Capita di averne di molto brutte, roba da rovinarti il genetliaco e pure Natale e Pasqua, questo è il primo anno in cui ne ho avuto di brutte a dire la verità. E poi ci sono quelle belle.

Per ora ringrazio lui che ha fatto questo.