Archivio di September 2007

Finalmente l’autunno!

Saturday 22 September 2007

E questo blog si rinnova un po’, in omaggio all’autunno che lo ispira.

Edo ha disegnato per me questa iconcina:

che da oggi si vede accanto al link del blog nella barra degli indirizzi del browse. Non è deliziosa? Grazie al mio web-grafico di fiducia e a Dario che rende possibile Paese d’Ottobre.

Bene o male, purché se ne parli…

Wednesday 12 September 2007

… diceva Oscar Wilde tempo fa, e questo è diventato il motto implicito per molta gente che aspira alla fama e in generale ad avere un po’ di notorietà presso il pubblico.

(ATTENTION PLEASE: post molto lungo, così sto a posto per settimane, che non ho tempo di aggiornare il blog al momento, mi spiace per chi se lo leggerà tutto)

Pare che non tutti siano capaci di far propria questa massima piena di saggezza e fanno fuoco e fiamme appena vengono criticati e a volte, i peggiori, reagiscono anche scompostamente, attaccando l’autore della critica.

Adesso, il mondo dell’editoria non è proprio una meraviglia in questo senso: le critiche non si accettano quasi mai elegantemente, ma io continuo imperterrita a stupirmi ogni volta che capitano cose che confermano quanto l’universo letterario italiano puzzi di bruciato e immondizia. Non sempre eh.

Ero abituata ad autori che non accettano le stroncature e scrivono articoli e invettive contro i loro critici, nel senso letterale e immediato del termine, ma non avevo mai assistito alla reazione piccata di un curatore di collana. Andiamo bene!

Dunque è successo che un gentile signore – stroncato da me tempo fa, senza riuscire evidentemente a digerire la cosa, come se fosse a causa mia che ha scritto un romanzo illeggibile e che non cito per non dargli troppa importanza – mi ha inviato questo link, credendo forse di colpirmi (evidentemente non ha mai letto “L’arte della guerra” di Sun Tzu in cui si consiglia di conoscere il proprio nemico prima della battaglia per carpirne segreti e punti deboli, e non ha realizzato che a me di queste cose poco me ne cale e che in generale mi divertono, pur continuando a sorprendermi).

Scopro che l’autore del blog a cui fa riferimento il link è Leonardo Luccone, editor free lance per anni e ora curatore di collana (“Greenwich”) per Nutrimenti insieme al bravissimo Simone Barillari (che ha fatto un ottimo lavoro con “Indi-Pulitzer” per Minimumfax), e pare che al signor Luccone non sia andata giù la mia recensione di Glifo uscito a fine agosto per “Stilos”.

Io nel pezzo non tratto molto bene il libro di Everett è vero, e sicuramente a uno che l’ha fatto pubblicare può dispiacere che il suo romanzo venga (quasi)stroncato, ma accusare il recensore – vale a dire me! – non solo di non aver letto il romanzo prima di parlarne, ma addirittura di aver copiato l’articolo dalla quarta di copertina del libro, mi pare una reazione da donnicciola isterica e mestruata, con tutto il rispetto per le donnicciole isteriche e mestruate come la sottoscritta in certi periodi.

Questo è il testo delle bandelle laterali e della quarta di copertina di Glifo, presa pari pari dal loro sito:

“Percival Everett è nato nella base militare di Fort Gordon, in Georgia. Dopo “un’infanzia piena di libri” e lauree in filosofia e biochimica, è stato musicista jazz, bracciante in una fattoria, professore di liceo. Adesso, a cinquantun anni, è professore di letteratura alla University of Southern California e vive nel suo ranch insieme alla moglie – cui sono dedicati quasi tutti i libri che ha scritto – al mulo Thelonious Monk e a cani, gatti, cavalli. Ha pubblicato finora quattordici romanzi, alcune raccolte di racconti, favole per bambini, un volume di poesie.
Il Washington Post lo ha definito uno degli scrittori “più avventurosamente sperimentali” della letteratura americana contemporanea.

Accolto trionfalmente dalla critica, diventato subito libro di culto, Glifo è uno dei più innovativi romanzi americani degli ultimi anni. Il suo precoce e indimenticabile eroe si chiama Ralph, un bimbo prodigio con un Q.I. pari a 475. A dieci mesi di età non parla per scelta e trascorre il tempo nella culla a leggere qualsiasi cosa gli passi la mamma, diventata ben presto il suo pusher letterario: “la Bibbia, il Corano, tutto Swift, tutto Sterne, Joyce, Balzac, Auden, Theodore Roethke, la teoria dei giochi e quella dell’evoluzione, la genetica e la dinamica dei fluidi”. Scrive anche poesie ultrasofisticate sull’anatomia umana e bigliettini pieni di doppi sensi, ma non per questo si considera un genio, soprattutto perché non è ancora in grado di guidare. Naturalmente Ralph adora la sua mamma, mentre ha un pessimo rapporto con il padre, “un poststrutturalista fallito”, permaloso e piuttosto in carne. Quando la notizia delle doti portentose del bambino comincia a diffondersi, sono in molti a volerne trarre vantaggio, tra cui la dottoressa Davis, con il suo scimpanzé, e l’agente segreto Nanna. Di rapimento in rapimento, da una cella di massima sicurezza alla stanza di un prete pedofilo, il piccolo Ralph, in realtà, non fa altro che prendersi gioco dei suoi carcerieri, senza smettere nel frattempo di ragionare su teorie filosofiche e linguistiche. Fino a una conclusione semplice e sorprendente, che forse solo un bambino geniale può scoprire in sé: il primato dell’amore sull’intelligenza.”

e questo è il mio pezzo (mi scuso per la ripetizione visto che l’avevo già linkato, ma mi pare necessario confrontarli direttamente):

Percival Everett è un autore di culto in America. Vincitore di decine di premi letterari, 14 romanzi e numerosi tra rac­conti e poesie, in Italia è approdato solo pochi mesi fa con Cancellazione, pubblicato da Instar libri, e ora raddoppia con questo Glifo, tra­dotto brillantemente da Marco Rossari che riesce a rendere la lingua ricercata e i giochi sofisticati di rimandi e riferimenti con cui l’autore sfida il suo lettore. Di Everett si dice che sia eccentrico, molto colto, geniale: non si fatica a crederlo leggendo i suoi libri infarciti di citazioni, dialoghi improbabili tra filosofi e scrittori, riflessioni sul linguaggio e sui massi­mi sistemi, un armamentario meta-letterario che contraddistingue la sua opera e la rende sicuramente originale, ma che a volte penalizza la resa narrativa delle sue storie. Ma probabilmente non è questo che gl’interessa. Glifo racconta la storia – scritta in prima persona – di un bambino dotato di un’intelligenza straordinaria che si trova al centro di una girandola di rapimenti, contro-ra­pimenti, piani segreti, e soprattutto in mezzo a un gruppo di adulti incapaci di relazionarsi con lui, a iniziare dal padre («un post-strutturalista fallito»), perso nei suoi sogni di gloria e nella sua adorazione per Barthes, che tra l’altro è uno dei personaggi della vicenda.

Il libro ha le sue pecche: a cominciare dal fatto che si tratta dell’ennesima variazione sul te­ma del genio autistico prodotta dalla narrativa americana contemporanea, già affollata dai vari Molto forte, incredibilmente vicino (Sa­fran Föer) e Teoria e pratica di ogni cosa (Pessl), passando per lo pseudo-autismo narra­tivo di Foster Wallace, che – più ancora che «geni autistici» – mette in scena una scrittura che è di per sé una simulazione della genialità disturbata: ossessionata dai dettagli (al limite del compulsivo), dalla ricerca del «lampo di genio che si fa rivelazione», dalla volontà di farsi esplorazione panottica del mondo.

La particolarità del romanzo di Everett è proprio che il genio in questione è un enfant prodige con un Q.I. di 475, che a dieci mesi di età non parla (ma per sua scelta) e trascorre tutto il suo tempo nella culla a leggere i libri che la madre provvidenzialmente gli passa: madre, guarda­ caso, aliena da letture pop e ben attrezzata con i testi-feticcio dell’intellighenzia americana postmoderna: «la Bibbia, il Corano, tutto Swift, tutto Sterne, Joyce, Balzac, Auden, Theodore Roethke, la teoria dei giochi e quella dell’evoluzione, la genetica e la dinamica dei fluidi». Insomma: il protagonista è già metafora del narratore, intellettuale cresciuto nell’atmosfera dell’America post-pynchoniana, scrittore di quella generazione che si è rifugiata nei libri e nelle scuole di scrittura perché il mondo, fuori, era brutto e cattivo, ma soprattutto volgare e imbarbarito (secondo loro). La struttura del romanzo poi, se da un lato è originale e rivela la gran competenza tecnica di Everett e la sua attenzione agli aspetti formali della narrazione, dall’altro con le ripetizioni di uno schema sempre uguale, con tutti i capitoli gestiti e sviluppati seguendo suddivisioni ben precise, assume connotati claustrofobici eccessivamente artificiali che rinchiudono la storia in una sorta di soffocante gabbia stilistica.

Infine, in un ambiente narrativo dove le catarsi sono derivate da casualità di stampo (ancora una volta) pynchoniano, il contenuto emozionale del testo sta quasi tutto in questa implicita critica dell’universo mondo, l’ennesimo sfogo contro il senso d’impotenza che si respira, e i pericoli in cui ci si può imbattere, nello scenario di un’America trasformata in campo da gioco dei poteri più forti e barbarici: dal potere scientifico (impersonato dalla dottoressa Davies), fino alla long manus occulta del governo (l’agente segreto Nanna). Tutti vogliono impadronirsi del miracolo e proprio di fronte all’essere più indifeso, un neonato, mostrano il loro volto più turpe.

E Ralph è solo un bambino, anche se scrive poesie sofisticatissime e legge di tutto (del re­sto non è nemmeno un vero genio perché, co­me sostiene lui stesso, non è in grado di guida­re) e l’unica cosa di cui ha bisogno è la sua mamma e un ambiente tranquillo in cui cresce­re. Dunque Everett con i suoi discorsi sul linguag­gio, le sue teorie filosofiche, gli sberleffi alla cultura accademica, alla scienza priva di uma­nità e al governo degli Stati Uniti, non fa altro che sostenere che dopo tutto l’unica cosa che vince sull’intelletto è l’amore e che ciò che smaschera l’idiozia dell’ostentazione intellet­tuale è solo l’ironia. Proprio l’ironia con cui Ralph/Everett mena fendenti all’establishment culturale, declinata attraverso trovate argute e taglienti, riflessioni semiserie su significanti e significati, acide sferzate al senso comune unitamente a una scrittura veloce, che incalza e corrompe – salva il romanzo, che troppo spesso appare eccessivamente tronfio e piaciuto, rivelando anche un’umanità profonda e dolente a cui i protagonisti cercano di non soccombere.

Che parti sarebbero state copiate chiedo io?

I brevi cenni biografici di Everett? Sono solo un elenco di cose che ha fatto e sono esplicitamente richieste nelle recensioni per presentare l’autore. Mica potevo reinventarmi la vita di questo povero Cristo per far contento Luccone.

La questione dell’amore che vince sull’intelletto? A parte che l’ha scritto chiunque ha recensito il libro (eppure se la prende solo con me), questo concetto riassume il messaggio del romanzo, ed l’unica cosa che questo libro vuole dire: stando al delirio del tipo, sarebbe come se recensendo Tenera è la notte, non si potesse dire che è il romanzo di una fine, della disgregazione di un’epoca senza ricevere un’accusa di plagio: l’hanno scritto tutti coloro che hanno parlato di TELN, da lì poi ognuno è partito poi con le sue considerazioni. Se io avessi detto che il romanzo di Everett parla di come si cucina l’amatriciana, forse il caro Luccone, sarebbe stato più soddisfatto.

Che altro? Forse che i libri glieli passa la madre? E’ un aspetto della trama, fondamentale, che avrei dovuto dire? A parte che loro, molto postmodernamente nella quarta hanno scritto (riprendendolo dal testo) che la madre è il suo “pusher” di libri, cosa che all’epoca mi ha fatto rabbrividire.

All’insinuazione che io non abbia letto il romanzo poi, nemmeno rispondo perché mi pare davvero inutile. Invece mi soffermo sul fatto che avrei citato autori e opere posteriori all’uscita di Glifo (sul pezzo pubblicato): è vero – ad eccezione di quando parlo di David Foster Wallace, il cui primo libro appare 10 anni prima di quello di Everett – ma io non ho affermato da nessuna parte, e nemmeno l’ho mai pensato, che Everett ha copiato da questi autori o che li ha imitati, ho scritto che il suo romanzo è l’ennesima variazione sul tema del genio autistico (autistico usato in senso lato), per dare un’idea al lettore di cosa sia questo romanzo confrontandolo con altri più famosi: che siano venuti prima o dopo poco importa. Per amor di verità aggiungo solo che nella versione originale avevo citato altre opere, precedenti, ma i tagli redazionali ne hanno fatto giustizia. Non che la cosa poi cambi in sostanza.

Dove voglio arrivare con tutto questo? Primo ad aggiornare il blog che non ho molta voglia di scrivere e poi a sputtanare un po’ Luccone, naturalmente.

Scherzo, ma se del suo parere poco mi frega, anche perché si commenta da solo, m’importa invece l’accusa di aver copiato, buttata lì senza contraddittorio e senza argomenti a suffragarla. E poi a volte, m’indigna davvero la bassezza che contraddistingue molta gente che opera in questo settore, l’incapacità di accettare le critiche e di mantenere un livello di civiltà almeno sufficiente.

Dovrebbe ringraziarmi invece il nostro eroe, adesso che ci penso, perché a parte che il libro ce lo saremo filati in meno di 10 (e non molti di più saranno stati i lettori soddisfatti), una stroncatura spesso aiuta a vendere meglio di un panegirico. E comunque se non vuole che i romanzi che pubblica ricevano critiche: pubblichi cose migliori. Cancellazione di Everett, pubblicato poco prima di Glifo da “Instar Libri”, per esempio era molto meglio, mica è colpa mia se ha sbagliato romanzo.

L’angolo del gourmet

Sunday 9 September 2007

Petto di vitello alla fornara” (qui per la nostra ricetta fotografica): buon appetito!

E torniamo a parlare di libri…

Wednesday 5 September 2007

… che io ho un sacco di argomenti da sviscerare sui libri, si sa.

E lo facciamo con un romanzo su cui avevo delle perplessità che poi ho risolto.

Francesco Fagioli, romano, classe 1961, esordisce con un romanzo ambizioso, Un certo senso, che subito viene selezionato per il premio Strega e inserito nella rosa dei tredici titoli da cui è stata poi scelta la cinquina finalista (e in cui Fagioli purtroppo non compare). L’editore è Marsilio, la collana “Marsilio X” curata da Jacopo De michelis. Il libro ha potuto contare sul sostegno de iQuindici (www.iquindici.org), il gruppo di lettori residenti della “Wu Ming foundation”, che l’ha scelto tra centinaia di manoscritti di esordienti e l’ha proposto all’editore veneziano.

Fin qui la vicenda editoriale di questo romanzo coraggioso e originale che mal si presta a essere ingabbiato in un genere letterario preciso. “Un certo senso” è infatti – nello stesso tempo -: un romanzo epistolare anomalo, la stramba biografia di un uomo sull’orlo di una crisi di nervi, un giallo curioso e – a tratti – persino una riflessione sullo stato dell’arte contemporanea. Ma andiamo con ordine.  

E’ senza dubbio un romanzo epistolare perché, dopo un breve prologo, si snoda per ben sessantun lettere raccomandate con le quali Antonio Senso, il protagonista, inquilino di un condominio romano in Piazza erba 16 all’interno 7, si rivolge all’amministratore dello stabile, inizialmente per lamentarsi d’un problema di esalazioni miasmatiche nel suo appartamento. Ma, come romanzo epistolare, è anomalo perché questa corrispondenza è a senso unico: ci sono solo le missive dell’inquilino che per di più non le spedisce mai.

Il romanzo è dunque un “monologo per raccomandata” in cui si rivela sin dall’inizio l’estrema solitudine dello scrivente, che riversa nelle sue lettere l’intera propria esistenza: ma tale corrispondenza rimane irrealizzata, come a testimoniare un assunto d’impronta kafkiana per cui – se si vuol raccontare – è necessario, da una qualche parte, un interlocutore: ma questa “parte” può anche essere del tutto immaginaria, luogo della mente separato dal mondo. Le lettere di Antonio Senso sono un ben triste spaccato esistenziale, stemperato da un’ironia grottesca e quasi salvifica: persino i personaggi in esse evocati risultano in qualche modo gelidi, astratti, presenze fantasmatiche più che ritratti umani. La stessa Anna, fidanzata di Antonio, le cui esigenze consistono in quanto di più carnale si possa immaginare (“Voglio scopare con due uomini insieme”, gli annuncia a un certo punto) è una vaga presenza scenica piuttosto che un personaggio a tutto tondo: tant’è ch’ella svanisce nel “diradarsi degli amplessi”, senza una scena madre, senza una lite, senza un addio.

Una solitudine assoluta quella del protagonista, forse ricercata più che temuta e il finale del romanzo – che scorre sul filo dell’ambiguità, del “non detto”, del “suggerito e poi smentito” – non consente di conoscere la vera natura della vita e della morte di Antonio Senso e tanto meno le ragioni del suo isolamento. E qui il romanzo diventa una biografia, e le lettere sono tutte variazioni sul tema della sua follia, e persino un giallo, perché c’è un delitto, lo si intuisce dal prologo basato su alcuni rapporti dei carabinieri, una vittima, sicuramente un colpevole, ma non è detto che vittima e carnefice non coincidano: e, se di “giallo” si deve parlare, ciò vale nel senso di un’indagine a carattere esistenziale anziché poliziesca, legata cioè al mistero che circonda una vita, lo stesso mistero della vita di tutti.  

Notevole nel romanzo è l’atmosfera che Fagioli crea con queste raccomandate, il mondo che riesce a racchiudere in poche pagine, ognuna ossessivamente ripresa nella successiva e poi ampliata con ulteriori dettagli, deliri, confessioni. Antonio Senso è un artista, frustrato da un mondo che non ha pulsioni estetiche e che si conforma al gusto dominante, forse da qui la sua lucida follia (o la sua allucinata ragione) e ricerca la perfezione anche nella stesura di una raccomandata che diventa dunque un’altra sua opera d’arte, l’ultima, l’incompiuta.

La narrazione ricorre a un tono umbratile da racconto di fantasmi ad un’intenzione gotica che coinvolge innumerevoli dettagli: il cane di Lucilla Frasti (una delle inquiline del condominio) si produce nell’ascensore in “ringhi sinistri”, “guaiti e latrati agghiaccianti”; nell’appartamento di Antonio Senso è inutile spalancare le finestre perché “non un alito” arriva a “tagliare il nembo dell’afa” in cui il protagonista si sente soffocare, annegare; la figlia del signor Lodolce esibisce “occhiaie giallognole”; la morte immaginata di un poeta segue inevitabilmente “una lunga agonia”. Ma questi toni sinistri, a tratti persino sepolcrali, si mescolano ad una parlata da erotomane, a un voyeurismo che contamina quasi ogni lettera: per cui Antonio Senso immagina continuamente le sue conoscenti e vicine di casa impegnate in attività e immaginazioni quanto di più lubriche.

L’alternanza dei toni, carnale e sepolcrale, e uno spiccato senso dell’ironia, del tragico che diventa comico, del grottesco che crea tensione, conferisce al linguaggio di Senso/Fagioli la capacità di librarsi tra Eros e Tanathos, di raccontarci l’identità di qualcuno che desidera assistere e partecipare alla vita, eppure ne è tragicamente distante.  

Su “Stilos” del 28 agosto

Il dinamico duo ai fornelli presenta:

Sunday 2 September 2007

Bistecche di lombo al curry in letto di renette al lime“. Qui per la ricetta fotografica: Clerici, attenta a te!