Bene o male, purché se ne parli…

… diceva Oscar Wilde tempo fa, e questo è diventato il motto implicito per molta gente che aspira alla fama e in generale ad avere un po’ di notorietà presso il pubblico.

(ATTENTION PLEASE: post molto lungo, così sto a posto per settimane, che non ho tempo di aggiornare il blog al momento, mi spiace per chi se lo leggerà tutto)

Pare che non tutti siano capaci di far propria questa massima piena di saggezza e fanno fuoco e fiamme appena vengono criticati e a volte, i peggiori, reagiscono anche scompostamente, attaccando l’autore della critica.

Adesso, il mondo dell’editoria non è proprio una meraviglia in questo senso: le critiche non si accettano quasi mai elegantemente, ma io continuo imperterrita a stupirmi ogni volta che capitano cose che confermano quanto l’universo letterario italiano puzzi di bruciato e immondizia. Non sempre eh.

Ero abituata ad autori che non accettano le stroncature e scrivono articoli e invettive contro i loro critici, nel senso letterale e immediato del termine, ma non avevo mai assistito alla reazione piccata di un curatore di collana. Andiamo bene!

Dunque è successo che un gentile signore – stroncato da me tempo fa, senza riuscire evidentemente a digerire la cosa, come se fosse a causa mia che ha scritto un romanzo illeggibile e che non cito per non dargli troppa importanza – mi ha inviato questo link, credendo forse di colpirmi (evidentemente non ha mai letto “L’arte della guerra” di Sun Tzu in cui si consiglia di conoscere il proprio nemico prima della battaglia per carpirne segreti e punti deboli, e non ha realizzato che a me di queste cose poco me ne cale e che in generale mi divertono, pur continuando a sorprendermi).

Scopro che l’autore del blog a cui fa riferimento il link è Leonardo Luccone, editor free lance per anni e ora curatore di collana (“Greenwich”) per Nutrimenti insieme al bravissimo Simone Barillari (che ha fatto un ottimo lavoro con “Indi-Pulitzer” per Minimumfax), e pare che al signor Luccone non sia andata giù la mia recensione di Glifo uscito a fine agosto per “Stilos”.

Io nel pezzo non tratto molto bene il libro di Everett è vero, e sicuramente a uno che l’ha fatto pubblicare può dispiacere che il suo romanzo venga (quasi)stroncato, ma accusare il recensore – vale a dire me! – non solo di non aver letto il romanzo prima di parlarne, ma addirittura di aver copiato l’articolo dalla quarta di copertina del libro, mi pare una reazione da donnicciola isterica e mestruata, con tutto il rispetto per le donnicciole isteriche e mestruate come la sottoscritta in certi periodi.

Questo è il testo delle bandelle laterali e della quarta di copertina di Glifo, presa pari pari dal loro sito:

“Percival Everett è nato nella base militare di Fort Gordon, in Georgia. Dopo “un’infanzia piena di libri” e lauree in filosofia e biochimica, è stato musicista jazz, bracciante in una fattoria, professore di liceo. Adesso, a cinquantun anni, è professore di letteratura alla University of Southern California e vive nel suo ranch insieme alla moglie – cui sono dedicati quasi tutti i libri che ha scritto – al mulo Thelonious Monk e a cani, gatti, cavalli. Ha pubblicato finora quattordici romanzi, alcune raccolte di racconti, favole per bambini, un volume di poesie.
Il Washington Post lo ha definito uno degli scrittori “più avventurosamente sperimentali” della letteratura americana contemporanea.

Accolto trionfalmente dalla critica, diventato subito libro di culto, Glifo è uno dei più innovativi romanzi americani degli ultimi anni. Il suo precoce e indimenticabile eroe si chiama Ralph, un bimbo prodigio con un Q.I. pari a 475. A dieci mesi di età non parla per scelta e trascorre il tempo nella culla a leggere qualsiasi cosa gli passi la mamma, diventata ben presto il suo pusher letterario: “la Bibbia, il Corano, tutto Swift, tutto Sterne, Joyce, Balzac, Auden, Theodore Roethke, la teoria dei giochi e quella dell’evoluzione, la genetica e la dinamica dei fluidi”. Scrive anche poesie ultrasofisticate sull’anatomia umana e bigliettini pieni di doppi sensi, ma non per questo si considera un genio, soprattutto perché non è ancora in grado di guidare. Naturalmente Ralph adora la sua mamma, mentre ha un pessimo rapporto con il padre, “un poststrutturalista fallito”, permaloso e piuttosto in carne. Quando la notizia delle doti portentose del bambino comincia a diffondersi, sono in molti a volerne trarre vantaggio, tra cui la dottoressa Davis, con il suo scimpanzé, e l’agente segreto Nanna. Di rapimento in rapimento, da una cella di massima sicurezza alla stanza di un prete pedofilo, il piccolo Ralph, in realtà, non fa altro che prendersi gioco dei suoi carcerieri, senza smettere nel frattempo di ragionare su teorie filosofiche e linguistiche. Fino a una conclusione semplice e sorprendente, che forse solo un bambino geniale può scoprire in sé: il primato dell’amore sull’intelligenza.”

e questo è il mio pezzo (mi scuso per la ripetizione visto che l’avevo già linkato, ma mi pare necessario confrontarli direttamente):

Percival Everett è un autore di culto in America. Vincitore di decine di premi letterari, 14 romanzi e numerosi tra rac­conti e poesie, in Italia è approdato solo pochi mesi fa con Cancellazione, pubblicato da Instar libri, e ora raddoppia con questo Glifo, tra­dotto brillantemente da Marco Rossari che riesce a rendere la lingua ricercata e i giochi sofisticati di rimandi e riferimenti con cui l’autore sfida il suo lettore. Di Everett si dice che sia eccentrico, molto colto, geniale: non si fatica a crederlo leggendo i suoi libri infarciti di citazioni, dialoghi improbabili tra filosofi e scrittori, riflessioni sul linguaggio e sui massi­mi sistemi, un armamentario meta-letterario che contraddistingue la sua opera e la rende sicuramente originale, ma che a volte penalizza la resa narrativa delle sue storie. Ma probabilmente non è questo che gl’interessa. Glifo racconta la storia – scritta in prima persona – di un bambino dotato di un’intelligenza straordinaria che si trova al centro di una girandola di rapimenti, contro-ra­pimenti, piani segreti, e soprattutto in mezzo a un gruppo di adulti incapaci di relazionarsi con lui, a iniziare dal padre («un post-strutturalista fallito»), perso nei suoi sogni di gloria e nella sua adorazione per Barthes, che tra l’altro è uno dei personaggi della vicenda.

Il libro ha le sue pecche: a cominciare dal fatto che si tratta dell’ennesima variazione sul te­ma del genio autistico prodotta dalla narrativa americana contemporanea, già affollata dai vari Molto forte, incredibilmente vicino (Sa­fran Föer) e Teoria e pratica di ogni cosa (Pessl), passando per lo pseudo-autismo narra­tivo di Foster Wallace, che – più ancora che «geni autistici» – mette in scena una scrittura che è di per sé una simulazione della genialità disturbata: ossessionata dai dettagli (al limite del compulsivo), dalla ricerca del «lampo di genio che si fa rivelazione», dalla volontà di farsi esplorazione panottica del mondo.

La particolarità del romanzo di Everett è proprio che il genio in questione è un enfant prodige con un Q.I. di 475, che a dieci mesi di età non parla (ma per sua scelta) e trascorre tutto il suo tempo nella culla a leggere i libri che la madre provvidenzialmente gli passa: madre, guarda­ caso, aliena da letture pop e ben attrezzata con i testi-feticcio dell’intellighenzia americana postmoderna: «la Bibbia, il Corano, tutto Swift, tutto Sterne, Joyce, Balzac, Auden, Theodore Roethke, la teoria dei giochi e quella dell’evoluzione, la genetica e la dinamica dei fluidi». Insomma: il protagonista è già metafora del narratore, intellettuale cresciuto nell’atmosfera dell’America post-pynchoniana, scrittore di quella generazione che si è rifugiata nei libri e nelle scuole di scrittura perché il mondo, fuori, era brutto e cattivo, ma soprattutto volgare e imbarbarito (secondo loro). La struttura del romanzo poi, se da un lato è originale e rivela la gran competenza tecnica di Everett e la sua attenzione agli aspetti formali della narrazione, dall’altro con le ripetizioni di uno schema sempre uguale, con tutti i capitoli gestiti e sviluppati seguendo suddivisioni ben precise, assume connotati claustrofobici eccessivamente artificiali che rinchiudono la storia in una sorta di soffocante gabbia stilistica.

Infine, in un ambiente narrativo dove le catarsi sono derivate da casualità di stampo (ancora una volta) pynchoniano, il contenuto emozionale del testo sta quasi tutto in questa implicita critica dell’universo mondo, l’ennesimo sfogo contro il senso d’impotenza che si respira, e i pericoli in cui ci si può imbattere, nello scenario di un’America trasformata in campo da gioco dei poteri più forti e barbarici: dal potere scientifico (impersonato dalla dottoressa Davies), fino alla long manus occulta del governo (l’agente segreto Nanna). Tutti vogliono impadronirsi del miracolo e proprio di fronte all’essere più indifeso, un neonato, mostrano il loro volto più turpe.

E Ralph è solo un bambino, anche se scrive poesie sofisticatissime e legge di tutto (del re­sto non è nemmeno un vero genio perché, co­me sostiene lui stesso, non è in grado di guida­re) e l’unica cosa di cui ha bisogno è la sua mamma e un ambiente tranquillo in cui cresce­re. Dunque Everett con i suoi discorsi sul linguag­gio, le sue teorie filosofiche, gli sberleffi alla cultura accademica, alla scienza priva di uma­nità e al governo degli Stati Uniti, non fa altro che sostenere che dopo tutto l’unica cosa che vince sull’intelletto è l’amore e che ciò che smaschera l’idiozia dell’ostentazione intellet­tuale è solo l’ironia. Proprio l’ironia con cui Ralph/Everett mena fendenti all’establishment culturale, declinata attraverso trovate argute e taglienti, riflessioni semiserie su significanti e significati, acide sferzate al senso comune unitamente a una scrittura veloce, che incalza e corrompe – salva il romanzo, che troppo spesso appare eccessivamente tronfio e piaciuto, rivelando anche un’umanità profonda e dolente a cui i protagonisti cercano di non soccombere.

Che parti sarebbero state copiate chiedo io?

I brevi cenni biografici di Everett? Sono solo un elenco di cose che ha fatto e sono esplicitamente richieste nelle recensioni per presentare l’autore. Mica potevo reinventarmi la vita di questo povero Cristo per far contento Luccone.

La questione dell’amore che vince sull’intelletto? A parte che l’ha scritto chiunque ha recensito il libro (eppure se la prende solo con me), questo concetto riassume il messaggio del romanzo, ed l’unica cosa che questo libro vuole dire: stando al delirio del tipo, sarebbe come se recensendo Tenera è la notte, non si potesse dire che è il romanzo di una fine, della disgregazione di un’epoca senza ricevere un’accusa di plagio: l’hanno scritto tutti coloro che hanno parlato di TELN, da lì poi ognuno è partito poi con le sue considerazioni. Se io avessi detto che il romanzo di Everett parla di come si cucina l’amatriciana, forse il caro Luccone, sarebbe stato più soddisfatto.

Che altro? Forse che i libri glieli passa la madre? E’ un aspetto della trama, fondamentale, che avrei dovuto dire? A parte che loro, molto postmodernamente nella quarta hanno scritto (riprendendolo dal testo) che la madre è il suo “pusher” di libri, cosa che all’epoca mi ha fatto rabbrividire.

All’insinuazione che io non abbia letto il romanzo poi, nemmeno rispondo perché mi pare davvero inutile. Invece mi soffermo sul fatto che avrei citato autori e opere posteriori all’uscita di Glifo (sul pezzo pubblicato): è vero – ad eccezione di quando parlo di David Foster Wallace, il cui primo libro appare 10 anni prima di quello di Everett – ma io non ho affermato da nessuna parte, e nemmeno l’ho mai pensato, che Everett ha copiato da questi autori o che li ha imitati, ho scritto che il suo romanzo è l’ennesima variazione sul tema del genio autistico (autistico usato in senso lato), per dare un’idea al lettore di cosa sia questo romanzo confrontandolo con altri più famosi: che siano venuti prima o dopo poco importa. Per amor di verità aggiungo solo che nella versione originale avevo citato altre opere, precedenti, ma i tagli redazionali ne hanno fatto giustizia. Non che la cosa poi cambi in sostanza.

Dove voglio arrivare con tutto questo? Primo ad aggiornare il blog che non ho molta voglia di scrivere e poi a sputtanare un po’ Luccone, naturalmente.

Scherzo, ma se del suo parere poco mi frega, anche perché si commenta da solo, m’importa invece l’accusa di aver copiato, buttata lì senza contraddittorio e senza argomenti a suffragarla. E poi a volte, m’indigna davvero la bassezza che contraddistingue molta gente che opera in questo settore, l’incapacità di accettare le critiche e di mantenere un livello di civiltà almeno sufficiente.

Dovrebbe ringraziarmi invece il nostro eroe, adesso che ci penso, perché a parte che il libro ce lo saremo filati in meno di 10 (e non molti di più saranno stati i lettori soddisfatti), una stroncatura spesso aiuta a vendere meglio di un panegirico. E comunque se non vuole che i romanzi che pubblica ricevano critiche: pubblichi cose migliori. Cancellazione di Everett, pubblicato poco prima di Glifo da “Instar Libri”, per esempio era molto meglio, mica è colpa mia se ha sbagliato romanzo.

21 Commenti a “Bene o male, purché se ne parli…”

  1. Alberto scrive:

    MAESTRINA! 🙂

  2. seia scrive:

    Quanno ce vo’ ce vo’! 🙂

  3. inquilina g scrive:

    Adorabile sei.

  4. seia scrive:

    Ah si? Pensa che qualcuno sostiene malignamente che io sia litigiosa.
    ciao tesoro!

  5. Ted scrive:

    Di là i commenti sono del tipo “Ralph non è autistico”. Mi sa che ti hanno preso alla lettera, quando parli di autismo, mentre tu specifichi “(autistico usato in senso lato)”.

  6. seia scrive:

    Perdona loro, perché non sanno quello che dicono 🙂

  7. barbara34 scrive:

    mah insomma ‘sto bambino io a sei anni avevo già affrontato il problema dell’amore e della conoscenza e senza nemmeno bisogno di leggermi tutta quella caterva di libri… 😉

  8. inquilina g scrive:

    Bè, in effetti il termine non piace neanche a me. L’autismo e le malattie dello spettro autistico riguardano i problemi di relazione e sono cose ben gravi e delicate. E una critica con le contropalle come te dovrebbe essere più ricca e precisa nella scelta dei suoi termini. L’italiano è una lingua che lo permette assai. Anche se il termine “autismo” è ormai assunto anche per uno “spettro” di vari altri significanti, vero. Solo che, così, giusto per esser pignola e onesta, le malattie sarebbe meglio rispettarle un po’ e lasciarle dove stanno.
    Your treasure.

  9. seia scrive:

    barbara: sei un genio pure tu! i tuoi saranno stati contenti… 🙂

    g., tesoro, in realtà quello che dici non c’entra molto con il romanzo, né con quello che ho scritto. La mia non è stata affatto un’imprecisione né una mancanza di rispetto per la malattia. In America c’è tutta una letteratura, soprattutto negli ultimi anni, che s’impegna a far passare il messaggio che una persona geniale, creativa, intellettualmente dotata, debba essere necessariamente “diversa”: ovvero che debba essere affetta da gravi alterazioni nella capacità di comunicazione verbale, di espressione emotiva, di interazione sociale: insomma, incapace di comunicare secondo i modi e i tempi comuni a chi genio non è. Tale letteratura opera, attraverso queste modalità, una strategia di critica implicita alla società americana contemporanea, che si vuol dipingere alienante e brutale a tal punto che, chi possiede i talenti sociali per competervi attivamente, non può che esservi integrato e dunque: alienato, e brutale, a sua volta. E a tal proposito, la critica – che ben si è accorta di questo fenomeno letterario -, definisce tale letteratura “letteratura del genio autistico” o “letteratura del genio incompreso”.

  10. Giuliana scrive:

    Faccio una breve incursione. Per tutto il post ho pensato ‘io questo libro me lo devo leggere, non sapevo nemmeno che esistesse, ma accidenti, a questo punto me lo devo leggere…’. Sull’ultimo punto hai perfettamente ragione. A volte una critica negativa (motivata) rende un romanzo più interessante di una lode completamente acritica.
    Anche se la reazione del curatore sarebbe sufficiente a rendermi antipatico lui e il povero romanzo senza possibiltà di appello…

  11. barbara34 scrive:

    sì seia, ero una bambina prodigio, mi sono guastata crescendo… 😉
    a proposito, vedo che sei anche tu un’ammiratrice del Sun Tzu…

  12. inquilina g scrive:

    Ora, litigiosa è forse una parola grossa, che si picca… ecco. Adorabile comunque, sotto ogni aspetto.
    Io ribadisco quel che ho detto, spostando le mie parolucce sulla “critica”, dunque; che prima di usare la parola “genio autistico” avrebbero a provare a farlo a voce alta con gli occhi di una mamma di un bambino autistico davanti.

    Meno male ho pochi denti, che mi si avvelenano da nulla.

  13. L. scrive:

    Da lettrice, sono diventata incredibilmente selettiva quando si tratta di scegliere un volume per il puro piacere della lettura. Forse leggerò anche questo Glifo, spinta dalla curiosità.
    Da “lettrice” che legge per alcuni editor, a volte proprio non capisco o non condivido certe scelte, ma immagino che per la narrativa straniera sia chi sceglie di pubblicare il libro in italiano a prendersi a cuore critiche e lodi. Questa reazione non mi stupisce più di tanto.
    Voglio sperare che la puzza di bruciato e immondizia sia dovuta solo alla grande quantità di libri, perché ci sono piccole nicchie profumate che non mancano di stupirmi, in positivo. E perché altrimenti il mio lavoro quotidiano sarebbe veramente inutile…

  14. acqua scrive:

    quanto ci godi a stroncare : D
    perfortuna, che quando ben fatta, è un attività utile.

  15. InvernoMuto scrive:

    Io – invece – mi ci soffermerei eccome sull’insinuazione del tizio, circa l’aver letto o meno il libro. Sarà che è da stamattina che sto questionando su una questione di lavoro con chi fa tutt’altro e pretende anche di avere ragione, sarà il periodo, ma – secondo me – sei andata anche leggera. D’altro canto, un editore – freelance o meno che sia – che argomenta una critica dicendo “chissà se l’ha letto”, lascia molto a desiderare.

  16. seia scrive:

    invernomuto: ma infatti dicono che io sia polemica, in realtà sono dolce e remissiva. Ecco 🙂
    Il fatto è che spesso certe cose si commentano da sole. Che altro si può aggiungere (almeno in pubblico, perché in privato ho aggiunto eccome 🙂 )

    acqua: ammetto che mi diverte stroncare, ma solo se ne vale la pena, è un esercizio utile per la dialettica, la scrittura, la retorica. Molto più difficile del dir bene, soprattutto quando non si stronca per partito preso.

    L. sicuramente ci sono queste nicchie e di solito non sparo a zero in modo qualunquista ma a volte me le tirano fuori con le pinze le invettive! 🙂

    barbara: in effetti il fan di Sun Tzu è Malesi, che mi ha fatto leggere il libro e mi ha ripetuto fino alla nausea alcune massime, io non sono proprio così “riflessiva” e calcolatrice, spesso mi butto nella mischia o affronto il nemico senza considerare la situazione, ma qualcosa evidentemente mi è rimasto.

    giuliana: fammi sapere che te ne pare del romanzo.

    g. non siamo d’accordo ma ti voglio bene lo stesso, tanto non siamo mai d’accordo su nulla 🙂

  17. InvernoMuto scrive:

    “perché in privato ho aggiunto eccome”

    =)

  18. inquilina g scrive:

    Già, figurarsi che ti sposi. E senza nemmeno una bomboniera-libro. Da non credersi.

  19. carlo scrive:

    ceppe! lungo ma prezioso. comunque a me cancellazione m’ha fatto caca’.

  20. Giulia scrive:

    Mi pare che il tuo dsicorso non faccia una grinza. Ma soprattutto quello che mi sconcerta è che nessuno sia tanto umile da accettare e da imparare dalle critiche, che tutti si credano dei geni. Un atteggiamento generalizzato, quindi continua alavorare come lavori e non ti preoccupare di ciò che ti dicono. Ciao Giulia

  21. seia scrive:

    invernomuto: sono simpatica dai 🙂

    g. me lo tirano dietro i miei ospiti il libro-bomboniera! 🙂

    carlo: ceppe che vuol dire??? se non t’è piaciuto cancellazione direi di non provarci proprio con Glifo. Non che sia necessario leggere Everett eh, anzi.

    Giulia: grazie.

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