Ridon le nubi sopra le tombe antiche*

Sarà questo tempo. Saranno i pensieri che mi perseguitano. Saranno le milioni di cose che devo fare in questo periodo. Sarà il fatto che ultimamente mi attira di tutto tranne i libri. Sarà quel che sarà, ma il fatto è che non ci sto tanto con la testa, mi sono persa tra le nubi.

Tutto questo per dire che è uscito il secondo numero di nubi (aperiodico permamente di chiacchiere sui fumetti) da un’idea e con la cura di Boris Battaglia e Spari d’inchiostro e che dentro c’è anche un mio pezzullo. Lo so, di fumetti non capisco niente. Lo so, non bisognerebbe mai scrivere di qualcosa che non si conosce. Lo so, ne ho letti pochissimi e nemmeno mi piacciono, cosa ne parlo a fare? E infatti ho scritto un pezzo sul perchè non leggo fumetti. E poi me l’hanno chiesto, eh!

 

UPDATE PER PIGRI (come lui)

It’s not my cup of tea

E’ stata una cosa che ho capito leggendo “S.”, di Gipi: una graphic novel in cui le immagini, più che tese a produrre il contesto dell’azione, e a descrivere l’azione stessa – come in genere accade nei fumetti, che si tratti di comic strips vecchia maniera, o di next-gen series – erano subordinate ad accompagnare il testo. In un certo senso, il percorso della narrazione il lettore lo capiva leggendo le poche parole che c’erano lì: le immagini, pur onnipresenti, servivano a contestualizzare, a illustrare, ad accompagnare. Pochi dialoghi, molte didascalie.

E’ stata una delle rare volte in cui sono riuscita a finire una storia a fumetti, senza cedere alla noia molto prima della fine.Prima di “S.”, solo “From Hell” aveva avuto questo onore: ma avevo letto quel librone come in trance, catturata dalla conversazione che c’è tra due personaggi all’inizio, a mo’ di introduzione. Quella conversazione, il mio fidanzato, che di fumetti è patito, me l’aveva fatta leggere praticamente per forza, come fa ogni tanto con qualche pagina di fumetto che lo emoziona in particolar modo. Non so se l’avete presente: ci sono due uomini, due amici, che passeggiano insieme. Uno dei due ha fama di profeta, ovvero di essere uno che di quando in quando è visitato da visioni, le quali poi puntualmente si avverano. A un certo punto il profeta confessa che non è vero niente, lui le visioni non ce le ha mai avute, s’è sempre inventato tutto, lo faceva per un qualche sciocco motivo (che adesso io non rammento: per sembrare interessante, forse?). L’altro dice allora: “Ma no, non può essere così, le tue visioni si sono sempre avverate”. E a questo punto il falso profeta, il ciarlatano, risponde: “Già, in effetti è strano, questa è una cosa che non sono mai riuscito a spiegarmi”. Segue brivido (della sottoscritta) e lettura in apnea di tutto il mattone (“From Hell” è un mattone, veramente, perfetto per pareggiare le gambe del tavolo). Lettura che, aggiungo, ho affrontato imprecando a ogni passo perché se quello fosse stato un romanzo avrei faticato molto meno.

Il dover correlare le parole alle immagini mi disturbava, mi affaticava, a tratti addirittura mi angosciava (tra l’altro “From Hell” è disegnato con un tratto che angoscioso è dir poco). Ma il punto è: per me le parole e le immagini, viaggiano separate. Ci sono delle ragioni, credo. Non è pura idiosincrasia. Vediamo se riesco a spiegarmi.

Secondo me prima di tutto non si può dire: “Leggo un fumetto”. Poi, una come me, che ha imparato a leggere su libri-senza-figure (diversamente dai tanti la cui palestra, da ragazzini perlomeno, furono i libri illustrati); una come me dicevo, che peraltro non sopporta quegli odiosissimi romanzi postmoderni in cui si sprecano pagine con simboli, innesti di foto e disegni, qualche fumetto, addirittura righi di pentagramma o fotocopie di post-it; una come me insomma, si aspetta di poter seguire la storia portando il segno, seguendo le figura da destra a sinistra e poi di andare a capo e di “leggere” quello che succede, di avere delle parole che raccontino: questo significa leggere, per una come me.

Ma a parte il fatto che ci sono fumetti che invece hanno le immagini in sequenza diversa da quella canonica, si aggiunga la difficoltà dello scoprire che non c’è molto testo al quale attaccarsi: e che quello che c’è – mi pare – è poco letterario, sbrigativo, raffazzonato addirittura. Le parole che galleggiano dentro a certi balloons a volte sembrano scritte da bambini delle elementari che giocano a fare i gradassi: caso emblematico, certi fumetti iperspettacolari che ingabbiano, in una grafica rutilante, dialoghi al limite del patetico, “Witchblade”, un nome su tutti.

Spesso i patiti del genere mi dicono: “Nei fumetti devi leggere le immagini”, come se fosse la cosa più normale del mondo, leggere le immagini. E come si fa? Ci sono tutte quelle figure, quei disegni, quei simboli convenzionali e poi le onomatopee che ci si aspetta che io riconosca, e poi chi l’ha detto che io veda nelle immagini quello che ci vede un altro? Ho sfogliato i fumetti di Frank Miller una volta, e ne ho ricavato una sensazione straniante, mi arrivava una rappresentazione abnorme, alienata, del contesto narrato: i personaggi sembravano caricature e parlavano come caricature. Un vago ricordo: c’era questa ragazza che fissava un tipo che a sua volta la guardava con concupiscenza. Almeno, a me sembrava un’attenzione concupiscente, invece alla riga sotto – lo so che si dice strip ma non sono del ramo quindi lasciatemi sciolta nell’espressione – il tipo la uccide e probabilmente (almeno voglio sperarlo) se non avessi fiondato il fumetto lontano da me continuando a leggerlo, avrei ben capito perché la ragazza è stata aggredita, ma ciò che conta è che quel fumetto a me suggeriva una cosa totalmente diversa da quella che invece era l’intenzione del suo autore e da quanto aveva colto invece il mio fidanzato (per esempio). Non sono stata in grado di interpretare quel disegno perché, evidentemente, quel linguaggio non mi appartiene.

Ora, io sono una “lettrice forte”, leggo una quantità inusitata di libri, dunque: com’è possibile ch’io non sappia leggere un fumetto, se davvero libri e fumetti si possono leggere allo stesso modo? Se fosse vero, sarebbe un fatto ben curioso. Ma la questione è che i fumetti non si devono leggere, la decodifica dei simboli opera sul piano visuale, le immagini vanno analizzate, interpretate, e contestualizzate: leggere un libro non è lo stesso che leggere un fumetto, non dico che sia meglio, ma è sicuramente diverso.

Se i fumetti si dovessero leggere, chi potrebbe spiegare un lavoro come quello di John Arne Sæterøy, in arte Jason, celebre fumettista norvegese che spesso ricorre a “fumetti muti”, ossia completamente privi di testo? A me non risulta esistano libri muti, in letteratura, e questo perché il libro “è” il testo, non ci sono teorie critiche e semiologiche e semiotiche che tengano a mio avviso. Il fumetto invece è l’immagine, il disegno, la striscia e può vivere senza testo. Per questo a me non interessa, perché non sono una patita dell’immagine, perché ho bisogno di percepire la storia, non di vederla; ho bisogno di immaginare i personaggi di un racconto, non di vederli materializzati davanti ai miei occhi. L’immagine mi toglie molto del piacere della storia. Il racconto, per essere tale, è orale o scritto, mai disegnato, tanto meno filmato.

Dico solo che per me è così, non penso assolutamente che il fumetto sia un’arte inferiore alla letteratura, solo che non è la mia arte: e non sono nemmeno arti gemelle se proprio devo dire la mia. Forse il fumetto è più vicino al cinema, per nulla alla pittura. Perché un quadro è immobile, statico, ed esiste nel momento in cui il soggetto rappresentato, figura, paesaggio o oggetto che sia, viene fermato nel tempo dall’occhio e dal gesto del pittore: non c’è bisogno di un “prima” e di un “dopo”, e dipende solo dalla bravura e dal talento dell’artista infondere la vita in quel soggetto, al di là dell’istante preciso iscritto nella raffigurazione. Il fumetto invece è un lavoro in sequenza, progredisce, si muove nello spazio e nello tempo, arriva e finisce. Come i film.

I fumetti si basano su questa sequenzialità, si basano sulla capacità dell’immagine di migrare da un riquadro all’altro, da una pagina all’altra; si basano sull’uso dello spazio nelle tavole: non solo in ciascuna tavola presa a sé, ma nella progressione delle stesse. In tutto questo il testo perde valore, e si finisce col trascurarlo. Se non c’è un testo che valga la pena di essere letto, dunque, in che modo si possono “leggere” i fumetti?A me poi non piacciono nemmeno i libri che abusano di tecniche prettamente cinematografiche, non credo nelle commistioni.

Ma non voglio divagare. Mi è stato chiesto di spiegare perché non leggo fumetti, mica lo so se sono riuscita a farlo. Forse c’è da dire solo che il fumetto, come amano dire gli anglofoni, is not my cup of tea. Possiamo farcene, tutti, una ragione credo.   

 

* Un verso della poesia “Egle” di Giosuè Carducci

12 Commenti a “Ridon le nubi sopra le tombe antiche*”

  1. gattostanco scrive:

    Le 36 pagine per 3 mega le vedo impaginane ‘strane’. Mi piacerebbe una versione utile a una semplice occhiata a video o l’incollamento del pezzo 🙂

  2. seia scrive:

    Sull’impaginazione non posso aiutarti, per il resto ti ho accontentato 🙂

  3. vincenzillo scrive:

    verso bellissimo, ottima scelta.

    sono andato a visitare il tuo amico boris.
    molto stimolante nella sua inaccettabile anarchia e disdicevole ateismo… 🙂

  4. seia scrive:

    vince: io penso sia una specie di genio incompreso da quando l’ho incrociato la prima volta, non siamo d’accordo praticamente su nulla ma mi piace 🙂 Quel verso e quella poesia piacciono parecchio anche a me. Certo che hai fatto come quelli che invitati a una cena lodano le stoviglie invece del cibo!!! non t’è piaciuto il mio pezzo che lodi il titolo? 🙂

  5. Cav. Marcello Stacchia scrive:

    Giovanotto,
    a proposito della poesia “Egle” del Carducci… le segnalo la poesia del Mucillagine (grande tifoso biancoceleste) dedicata ad un giuocatore della Lazio: IGLI TARE.

    “Igli”
    di Gregorio Mucillagine

    Tu pecora di zucchero
    un pò fuori stagione
    sei proprio un pennellone
    e non mi dai sollucchero

    Invero i piedi tuoi
    son due ferri da stiro
    e ad ogni tiro poi
    di certo non ti ammiro

    e allor senza imbarazzo
    ti dico “orsù, vai via!”
    che mò ci hai rotto il ca**o
    ritorna in Albania!

  6. gattostanco scrive:

    Gran pezzo. Chiaro, onesto e preciso.
    In effetti i primi libri che mi ricordo erano tutti illustrati (Gian Burrasca, 20.000 leghe ecc…).

    Grazie di averlo inserito.

  7. gattostanco scrive:

    Ora che hai cambiato il link, vedo che esistono anche le versioni per la “sfogliatura” a video. Ottimo.

  8. seia scrive:

    cavaliere: m’inchino all’enorme mucillagine. Quel tocco di popolare volgarità stempera nel folklotistico il sublime di tutta la lirica. Magistrale.

    gatto: thanks. Che è la sfogliatura a video???

  9. Cav. Marcello Stacchia scrive:

    Giovanotto,
    il Mucillagine è un mito. Specialmente sul litorale adriatico.

    cordialmente,

    Cav. Marcello Stacchia

  10. Orazio scrive:

    Avrai anche tanto da fare, ma intanto il tuo meez-ego si rotola in pigiama sul letto in pieno giorno…

  11. seia scrive:

    Il mio meez-ego ha capito tutto della vita! E in questi giorni io la sto imitando!
    Aggiornato comunque eh 🙂

  12. vincenzillo scrive:

    seia, non ho commentato il pezzo perché prima dell’update il contenuto era: io non leggo i fumetti. Capirai.

    Invece ora è sostanzioso, e mi ha fatto riflettere sul rapporto parola-immagine. E’ vero che sono due esperienze molto diverse, il libro e il fumetto. Ho appena recensito un graphic novel di un americano che è molto particolare. Le prima 50 pagine sono praticamente uno storyboard (you know, le tavole che illustrano una sceneggiatura e servono al regista per girare…). Poi, a sorpresa, cominciano le parole. Parole una dietro l’altra con gli a capo, come in un romanzo “classico”. Poi di tanto in tanto, nelle scene di azione, via le parole e tornano le immagini a tutta pagina. Il titolo credo ti piaccia: La straordinaria invenzione di Hugo Cabret. E’ una bella storia, ci sono citazioni del cinema muto, Georges Melies, una scena copiata a Truffaut e altro.

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