Archivio di November 2007

Cose su cui riflettere. Ma anche no.

Monday 19 November 2007

Forse qualcosa non va al momento, nel mio rapporto con la letteratura, se l’unico libro che ho davvero voglia di leggere è la biografia di Mike Bongiorno. 

Coelum cuinque liberum est

Tuesday 13 November 2007

Post troppo autorefenziale

Uno mica ci pensa che è libero, quando è libero davvero. La libertà, come ideale e come principio, esiste solo quando è da conquistare, poi diventa scontata, come respirare. Chi riflette sui propri diritti quando se li trova garantiti? E dei privilegi chi si occupa, se ne sta godendo? I romani parlavano di ius quod ossibus personae inhaeret (diritto che sta attaccato alle ossa della persona), te lo porti dietro e finisce che non te ne accorgi. 

Ci penso spesso a questo ultimamente, e ci penso in relazione al mio essere donna, al mio modo di esserlo. E ci penso a causa di questo libro che parla di altre donne (e soprattutto di quelle che ancora non lo sono) e riporta fatti, dati, statistiche, non opinioni o sermoni da vecchie femministe senza reggiseno.  

(Cito in parte e in ordine sparso, da un’email in proposito).

Io sono cresciuta adorando “Piccole donne” e Mazinga (Il grande Mazinger eh, non Mazinga Z che per me è un impostore, anche se cronologicamente è venuto prima). Schifavo le Barbie, giocavo a soldatini e amavo alla follia un bambolotto, Angelo, che mettevo a letto ogni notte, coprendolo con una trapuntina per paura che prendesse freddo. Andavo in giro con gli stivali anche d’estate e ci sculettavo sopra, ma le mie ginocchia erano ricoperte di cicatrici e di graffi sanguinolenti che mi procuravo correndo per la strada, arrampicandomi dove capitava, azzuffandomi con gli altri bambini.

A scuola ero pestifera, la mia condotta era sempre motivo di scandalo: sono stata l’unica ragazza al liceo ad avere un 8 in condotta alla fine dell’anno, in una classe dove persino la maggior parte dei maschi avevano 9 e 10, e dire che i miei voti alle altre voci della pagella erano alti. Mi sono sempre chiesta con chi potevo fare tutto quel casino secondo i professori, per meritarmi un voto così basso (mi hanno anche minacciato con lo spauracchio del 7 – che pare porti alla bocciatura – e naturalmente non mi hanno spaventato nemmeno un po’) visto che tutti gli altri ai loro occhi erano da santificare.

A 19 anni volevo trasferirmi a Manchester rincorrendo il sogno di conoscere i Take That, diventarne l’addetta stampa e sposare Howard. Trascorrevo ore a leggere Balzac, o Todorov, o la Woolf, ma in realtà il clou della mia settimana da lettrice era l’uscita del “Take That Official”, e quando lo trovavo in lingua originale era una festa: avevo il sospetto che nella versione italiana lo edulcorassero, anzi pensavo addirittura alla mano del censore.

Adesso odio fare shopping, non credo di aver nulla di rosa nel mio guardaroba e mi pare che niente di rosa ci sia in giro per la mia stanza. Ho una passione sfrenata per la tecnologia, e quando guido mi trasformo in un camionista, ma la mia cucina nella nuova casa è colorata e un po’ leziosa, tulipani ovunque, fa venire in mente le cucine giocattolo, in alcuni dettagli.

Mio padre era convinto che non avrei mai preso la patente, anzi che non avrei mai superato l’esame pratico, ma mi vedeva magistrato o sindacalista, a lottare per  i diritti dei lavoratori o contro la mafia, in carriera e quindi emancipata. Poi però si rifiutava di farmi uscire la sera. e ancora oggi sostiene che è stato giusto comprare l’auto prima a mio fratello, nonostante sia più piccolo di me. Oggi quando ha un problema è a me che si rivolge, se ci sono documenti da studiare, contratti da stipulare, decisioni da prendere, non a mio fratello.

Da ragazzina volevo diventare – nell’ordine -: archeologa, agente segreto, oceanologa, avvocato, giornalista, giudice anti-mafia, scrittrice, cortigiana, Presidente della Repubblica Francese (per mettere a posto i francesi che non ho mai sopportato molto), regista di documentari specializzato negli abissi marini e poi mamma di un bambino/a adorabile, identico/a a me.

E non mi è mai passato per la mente di mortificare la mia femminilità per essere accettata come essere pensante e intelligente; mai usato le tette per ottenere un voto alto all’università o per scrivere un pezzo in più; ma ho sgranato gli occhioni per evitare la multa o per passare avanti nella fila alla posta diverse volte, e in nessun modo questo mi ha fatto sentire sminuita, ma solo molto furba e molto fortunata a ritrovarmi due occhi bellissimi.

Ho sempre proclamato, non senza una punta di snobismo, di non essere una femminista. Non mi convincono le “quote rosa”, non mi piacciono manifestazioni letterarie come “Glamourosa”, non mi piacciono libri come “Quote rosa” e tanto meno la Chick-lit o il porno-soft da salotto, perché tendono a ghettizzare, più che difendere i diritti delle donne o a porre l’accento sui problemi delle pari opportunità: come se fossimo davvero delle persone in minore, da salvaguardare come i panda. Se per prime ci consideriamo in difficoltà, chi ci può prendere sul serio? Però mi rendo conto ora che non significa nulla in realtà, non essere femminista. E forse non significa più molto nemmeno esserlo ancora, oggi. L’unica scelta possibile è di essere solidali, intelligenti e meno sicure dei nostri diritti acquisiti per evitarli di perderli o di crogiolarci.

Posso sfoggiare il mio modo di essere donna e vantarmene, perché non ho subito condizionamenti o repressioni; perché provengo da una famiglia forse un po’ maschilista, ma composta da persone intelligenti; perché mi sono sempre concessa il lusso di scegliere e di decidere per me; perché di fronte alla prospettiva di diventare quello che la società si aspettava da me, quello che mi toccava di essere in base a giochi di ruolo tra uomo e donna, vecchi di secoli, che non prevedono la possibilità di scambiarseli a piacimento, o quello che la pubblicità voleva impormi, sono diventata quello che volevo, magari sbagliando, ma sbagliando da sola. E di fronte ad altre donne, condizionate, costrette in ruoli stabiliti, impegnate a giocare partite per cui non sono preparate o che non hanno scelto di giocare, chiuse nell’immagine dell’oca, dell’intellettuale frigida o di quella fatale, della casalinga perfetta o della donna in carriera, ho sempre avuto un atteggiamento sprezzante: in fondo è una loro scelta, che se la piangano.

Ma non è così semplice. Leggere per credere, o almeno pensarci un po’ su.

Panta rei

Saturday 10 November 2007

Diciamolo, a me della rete non me ne frega niente, e non m’importa nemmeno di rifletterci su: i discorsi su un mezzo effettuati tramite il mezzo stesso (e da utenti di quello stesso mezzo, perdipiù) lasciano il tempo che trovano, di solito. Non credo nel potere della rete di “fare una rivoluzione” dal basso, né da altre direzioni; non credo nella potenza creatrice dei suoi utenti (che vanno, semmai, valutati caso per caso); non credo nelle potenzialità democratiche dello strumento, non credo che sostituirà media come la tv e la radio, né l’editoria tradizionale. E soprattutto, non credo nella rete come fucina di talenti.

Però.

Io vengo accusata spesso di lanciarmi in affermazioni apodittiche (il che a volte è vero), ma è vero pure che lascio  sempre un piccolo margine per le eccezioni. Così devo ammettere che in almeno un caso*, devo alla rete la scoperta di un talento per la scrittura che forse non avrei mai conosciuto altrimenti.

Si firma Dhalgren, ha l’aria di non essere persona amabile (se diamo per scontato che i suoi testi siano autobiografici); ma ha una forza espressiva e narrativa notevoli. Io se fossi un editore lo pubblicherei senza indugi (e mi è capitato di segnalarlo diverse volte per la pubblicazione), ma dubito che lui abbia scritto qualcosa di compiuto nella sua vita. Potrebbe anche essere uno di quei pochi – benedetti siano! – che vivono senza nutrire ambizioni letterarie: non lo so, non lo conosco e non credo di volerlo conoscere (e so per certo che nemmeno io gli sono particolarmente simpatica, mi ha pure dedicato in passato un paio di brevi post poco lusinghieri, ma io non serbo rancore, non sempre almeno), e penso che in questo caso sia un vero peccato tenere chiusi i suoi cassetti.

Ed è un vero peccato – e ritorno a bomba, come si dice da queste parti – pure che io l’abbia letto tramite la rete, perché il tipo in questione ha l’abitudine di cancellare ciò che scrive (per esempio, godetevi questa, finché resiste all’aggiornamento continuo – o alla continua disgregazione – del suo blog).

La rete è effimera, volubile, instabile, i contenuti si perdono, si modificano, diventano altro: pare che sia questa una delle marce in più del web (per chi lo osanna), ma a me sembra solo uno spreco, un lavorio inutile e soprattutto un atteggiamento contrario all’arte che dovrebbe essere eterna, non deteriorabile, sempre fruibile nel tempo, malgrado il tempo.

Per quanto riguarda Dhalgren, ho preso l’abitudine di copia-incollare (ma si possono scrivere cose del genere? “Copia-incollare”!) i suoi post che mi piacciono di più; e di andarmeli a rileggere ogni tanto. Non credo che possa farmi causa, o no?

E’ la rete, dolcezza.  

 

Le eccezioni sono due, adesso che mi ci fanno pensare: ma citare lui  mi pareva pleonastico. (Come no!)

Les sanglots longs des violons de l’automne*

Wednesday 7 November 2007

L’ho già detto: l’autunno è la mia stagione (risparmiatemi le battute da stadio sul giorno dei morti, cadute varie, appassimenti etc. etc.). E infatti ci sono progetti che prendono corpo, offerte interessanti, graditi ritorni, sorprese e conferme.

In tutto questo fermento c’è anche un concorso di racconti indetto dalla la “Fondazione Athena per lo Sviluppo” di Torino. Nel bando ci sono tutti i dettagli, ma uno ve lo anticipo: nella giuria ci sono anche io, per cui dichiaro ufficialmente aperta la gara alla corruzione del giurato! Sono graditi: mazzi di tulipani gialli, utensili da cucina insoliti e comunque costosi, collezioni di spezie rare, prime edizioni in lingua originale di libri da decidere volta per volta.

Che vinca il migliore! **

 

 

 

* E’ il primo verso della Chanson d’automne di Paul Verlain, la poesia che venne usata da Radio Londra per segnalare in codice l’imminente sbarco alleato in Normandia nell’ultima guerra: “I lunghi singhiozzi / Dei violini / D’autunno / Feriscono il mio cuore / Con monotono / Languore.”

** Per i passanti privi di spirito: sto scherzando eh. Per corrompermi ci vuole ben altro. Cifre a 5 zeri almeno. O un biglietto per il prossimo concerto dei Take That da qualche parte in Europa.

Bisogna sempre comunque far nascere il sole?

Friday 2 November 2007

Qualcuno malignamente sostiene che io tenda a non essere diplomatica, anzi proprio a farmi dei nemici. Per di più si dice che io sia litigiosa(!). Leggende metropolitane naturalmente. Il fatto è che ci sono cose che mi indignano o mi fanno schizzare il sangue al cervello e allora non posso controllarmi.

 

Per esempio, leggere banalità di ogni tipo sulla Sicilia (o sul Sud in genere), scritte da gente che non conosce quello di cui parla e che non vede oltre il proprio orticello di esperienze, che proprio non ce la fa a pensare che non esiste un Sud come entità astratta e filosofica, ma che c’è una realtà complessa e articolata, fatta di quotidianità soprattutto, che nessun luogo comune e nessuna speculazione del pensiero può descrivere. E questo forse vale anche per il Nord, e dico forse perché io non conosco il Nord e quindi non ne parlo, essendo una persona seria.

Peraltro sciorinare gli autori siciliani (o meridionali in genere) preferiti come bandiera della propria tolleranza e della propria apertura mentale, è un bluff che non regge. Si taccia, che è meglio, invece.

Al momento poi (avendo un sacco di cose da fare e non volendole fare per cui cerco ogni tipo di distrazione), mi fa veramente incazzare la community di Anobii (al di là del divertissment della mia contro-libreria – che mi ha già procurato delle email intimidatorie – e poche altre) e come tutte le cose che non mi piacciono, questo sito mi attrae irrimediabilmente, per cui sto intere mezz’ore a leggere i commenti degli utenti sui libri, mentre si va accrescendo sempre di più in me la convinzione – già espressa molte volte – che leggere non renda migliori, né più intelligenti e nemmeno più colti forse: serve solo ad avere un argomento di conversazione in società. Ed è anche per questo che io conduco una vita molto ritirata. 

Ho raccolto per i miei beneamati lettori qualche chicca: 

su Il grande Gatsby: 

“Un grande personaggio che si muove su uno splendido scenariodell’America negli anni ’50.” Tiffany(Il romanzo è ambientato notoriamente negli anni ’20 ed essendo stato scritto nel 1925 e non essendo un romanzo di fantascienza, non si vede come potrebbe parlare degli anni ’50) 

“Non sono proprio riuscita a farmelo andare a genio questo Gatsby. Anzi, a dirla tutta, non ho simpatizzato con nessuno dei personaggi della storia, narratore compreso. Non mi sono appassionata alle loro vicende, ai loro modi di essere… e nemmeno alle loro sofferenze. Niente di niente. A parte l’irritazione, quella sì che c’è stata. Irritazione per l’ipocrisia, la superficialità, gli ideali e le passioni di carta pesta. In realtà si tratta di un grande affresco/metafora della società americana degli anni ’20?! Sarà, ma a me avere a che fare con un groviglio di personaggi-ombra non ha dato gusto. Probabilmente è un romanzo che si apprezza se nel leggerlo si tengono ben presenti il contesto storico e le vicende personali dell’autore.” Ardesia – (Come leggere un libro e non capirne nemmeno mezza virgola)

 “Lo stile non mi entusiasma. Ed ho la sensazione che sia della lunghezza sbagliata. Quando comincia a coinvolgere finisce.” Rumble_Fish – (A questo manca il finale “alla volemose bene”) 

“In breve: come infrangere il sogno americano e vivere felici. Un bellissimo ritratto dell’america dell’epoca, anche se per goderne appieno probabilmente si dovrebbe essere americani dell’epoca. In generale, atmosfere “collose” e piene di fumo. Un bel libro, indubbiamente, ma non è riuscito a prendermi…” StefanoEpifani – (Chi è che vive felice nel Grande Gatsby???) 

“Datato.” – Giuse Alemanno (Il tipo in questione però non manca di spirito e ha anche scritto un romanzo molto interessante, Terra nera che mi ha fatto avere vincendo le mie riserve sugli esordienti, e ha vinto lui perché il libro m’è piaciuto, seppur con qualche riserva. Gli consiglierei di rileggere il romanzo di Fitzgerald, forse era distratto la prima volta). 

“La trama non mi ha suscitato un grande interesse. Nonostante tutto non l’ho trovato né noioso né pesante, ergo concluderei che Fitzgerald è un grande autore che sa ben scrivere, e non dico nulla di nuovo anche se i riconoscimenti sono stati più che altro postumi. Personaggi ben delineati e affatto banali. Da leggere.” – Simo (Fitzgerald ringrazierebbe della concessione al suo genio. In ogni caso ricorderei che ha ottenuto un grande successo in vita, tanto da diventare un’icona e una leggenda per almeno un decennio tra i suoi contemporanei. Il resto è storia nota)

Il più famoso ma non il miglior libro di Fitzgerald.” – Ellerslie (Se lo dice lei.)

“Non ce la posso fare, sono anni che ci provo, è troppo brutto.” – The Grand Sophy (E’ Il grande Gatsby a essere brutto, nemmeno non le è piaciuto, no no, è proprio brutto, non sia mai che è lei a non capire una mazza di letteratura. La Libreria di questa tipa poi è indicativa). 


Su L’amante di Lady Chatterley:
“Il giorno in cui qualcuno mi spiegherà il senso di questo romanzo gliene ne sarò grata” – Devocka “non brutto in sè ma per il tema. in realtà nemmeno lo stile mi fa impazzire, ma è il messaggio latente che mi ha irritata sempre di più, pagina per pagina…” – Shibbia (Il messaggio latente? E poi ammettiamolo, può pure non piacerti Il grande Gatsby, magari la storia può anche non prenderti (mah!), ma lo stile, lo stile, lo stile!) L’ho letto a sedici anni ed è stato la mia ‘educazione sentimentale’. Da allora Connie Chatterley c’est moi! – Daisy (sarà contento l’eventuale fidanzato o marito)“Mi sono fermato quando lady Chatterley non si era ancora fatto il guardiacaccia. Scrittura piuttosto approssimativa. Non so come abbia fatto a fare successo.” – Luca e basta (Ecco, Luca basta!)

Però su Vermi di Giovanna Giolla, forse uno dei libri più terribili degli ultimi 50 anni (e la gara è dura) qualcuno ha avuto il coraggio di dire:   “Ho letto questo libro in tre giorni, intensissimi. E lo terrò con me per sempre.” – Nunzio8  “Vermi, diario d’amore, ecco un libro che non lascia niente come prima.” – Massimo   

Per ora la funzione davvero imprescindibile (per me) di Anobii mi è sembrata quella di consentire l’identificazione immediata della gente infrequentabile (in fatto di libri): la rete è piccola non si sa mai capitasse di incontrarla.