Archivio di July 2009

L’educazione sentimentale (19 luglio 1992 – 19 luglio 2009)

Sunday 19 July 2009

Il 19 luglio di diciassette anni fa ero in Sicilia da mia nonna, ci andavo ogni estate da giugno a settembre, erano i mesi più dolci, soprattutto da quando mi ero presa una cotta per un vicino di casa, di quelli belli e dannati a cui non si resiste.

 

Fino a quella domenica le mie ultime estati erano trascorse tra chiacchiere fitte sulle scale del palazzo con la mia amica di allora, il mare dello stretto in cui far galleggiare i pensieri e i mille sotterfugi per incontrare quel ragazzo o per cogliere i segnali del suo interesse verso di me.

In quei giorni esaltantì mi ritrovavo a passeggiare per Messina seguita dai suoi amici che gli davano conto di tutti i miei spostamenti, mi sentivo braccata e lusingata allo stesso tempo; ogni volta che uscivo lui era lì davanti al cancello dal quale sarei dovuta necessariamente passare e mi sbarrava la strada, si spostava solo quando gli ero quasi addosso e allora alzava lo sguardo inchiodato a terra fino a quel momento e mi fissava per una frazione di secondo le labbra e poi si faceva un po’ da parte, ma proprio un poco, così che i nostri fianchi si sfioravano facendoci tremare entrambi;  la mia camera da letto era costantemente sotto osservazione e io spesso lasciavo le scuri aperte perché le tende svolazzassero e lasciassero intravedere la mia presenza nella stanza, magari mentre mi cambiavo e lo facevo con una lentezza che non è mia. O forse si.

Io non lo sapevo all’epoca ma stavo vivendo dentro una di quelle storie languide e voluttuose così magistralmente descritte nei libri di Ercole Patti; e, a pensarci oggi, quasi mi commuovo.

 

F. – così lo chiamerò qui -, ha lavorato per un certo periodo in un negozietto di quelli che ormai non esistono più, quei piccoli bazar dove trovavi il carbone e le bombole del gas insieme ai detersivi e i giocattoli dei bambini, e poi l’olio, il sale, lo zucchero, le sigarette, “il carbonaro” veniva chiamato quel posto e così anche il suo proprietario, che peraltro aveva un debole per me.

Io ci andavo quasi tutti i giorni, facendo nascere chissà quali pensieri nel vecchio gestore che infatti mi riempiva di attenzioni e spesso non mi faceva pagare gli acquisti, o li scontava abbondantemente. Mia nonna mi dava una lista della spesa e io facevo sempre in modo di dimenticare qualcosa per poter tornare lì il giorno successivo e quando sapevo che non c’era niente da comprare m’inventavo stratagemmi assurdi per rendere necessaria un’incursione dal carbonaro e da F.,  e così versavo tutto il detersivo per i piatti nel water, accendevo fino all’ultimo fiammifero che avevamo in casa, buttavo via intere confezioni di sale.

F., quando mi vedeva entrare – e lui mi vedeva sempre prima che io lo scorgessi perché il negozio era una specie di bugigattolo buio, e venendo da fuori con il sole siciliano negli occhi, dovevo abituarmi a vedere con lo scuro – lasciava tutto per venire da me.

Cosa ti serve, ah? mi chiedeva sollevando appena lo sguardo all’altezza della mia scollatura, dove indugiava prima di guardarmi obliquamente negli occhi, non ricordodi aver mai incrociato i suoi occhi con i miei direttamente, e strascicando le parole in un sorriso malizioso e ironico insieme, era indolente nel parlare, nel camminare, nel corteggiarmi, e ogni volta che mi dava quello che gli avevo chiesto faceva in modo di sfiorarmi le dita, a volte una mano, quando si faceva più ardito arrivava a toccarmi l’interno del braccio, dove si piega col gomito. Erano attimi interminabili, di una sensualità primitiva e semplice che non ho mai più provato. Ero molto giovane allora e tutto aveva il sapore della fine del mondo.

 

Un giorno insieme a una confezione di sapone della quale naturalmente non avevo alcun bisogno, senza che me ne accorgessi mi ha incartato anche un fiore di plastica, e quando è spuntato fuori dal foglio di giornale spiegazzato che l’avvolgeva, ho cominciato a piangere. Piangevo per l’emozione, piangevo perché era una cosa terribilmente romantica, piangevo perché mi sentivo la protagonista di una storia che avevo letto tante volte nei miei libri; ma piangevo soprattutto con un che di struggente che mi squassava l’anima perché F. era diverso dagli altri ragazzi con cui avevo a che fare, non era un bravo ragazzo, era uno di quelli dai quali guardarsi, veniva da una pessima famiglia e aveva nefaste frequentazioni, lavorava per la malavita locale: piccoli furti, pestaggi, forse estorsioni, erano voci ma dentro di me sapevo che erano vere. Quel che si diceva sul suo conto però non m’interessava, il fiore era la dimostrazione che per me sarebbe cambiato, ero convinta che se solo avessimo potuto parlare, l’avrei salvato.

 

Gli ultimi tre anni del liceo non me li ricordo quasi, vivevo in apnea durante l’inverno, studiando leggendo e ripassando nella mente ogni piccolo particolare delle mie estati. Appena riuscivo a starmene sola con i miei pensieri m’immergevo nei dettagli di quella storia come facevo col mio mare appena arrivavo in Sicilia. Ero completamente smarrita in quell’amore platonico eppure così perdutamente sensuale, che mi toglieva il respiro solo a ricordarlo. Andavo come in letargo e solo a giugno, appena varcato lo stretto, mi risvegliavo dal torpore e riprendevo vita, i miei colori si ravvivano, i capelli diventano più lucidi e i riflessi rossi tornavano a splendere, gli occhi si illanguidivano, le guance s’imporporavano, mia nonna mi diceva sempre “Quantu si bedda ‘nta to’ terra, nica, sì un ciuri i zagara”.

 

Era una domenica, proprio come oggi, e le domeniche in Sicilia passano molto lentamente d’estate. A Messina i negozi chiudono davvero, non ci sono centri commerciali vicini che restano aperti, non c’è nessuno per le strade, solo Piazza Cairoli e Piazza del Popolo un po’ si riempiono, perché al fresco dei ficus ci si siede a prendere le granite per colazione o per chiacchierare e leggere il giornale. Per il resto si sente il profumo invitante di sugo e grigliate di pesce, mentre ovunque riecheggiano le campane delle decine e decine di chiese che richiamano i fedeli, ma soprattutto scandiscono le ore pigre.

Contrariamente al solito, mi piacevano le domeniche a Messina, mi piacciono ancora in realtà, sembrava che ci fosse tutto il tempo del mondo e poi proprio la domenica era il giorno in cui era più facile incontrarsi con F., lui non lavorava, dalla mattina presto se ne stava in cortile a dar calci a un pallone, a trafficare con qualche moto o a giocare a carte sotto gli scalini del mio portone. Quando non lo vedevo dal balcone sapevo che era sotto il portone ad aspettarmi, così uscivo con una qualsiasi scusa, dopo aver indossato dei pantaloncini corti o una gonna e mi preparavo a incontrarlo, fissavo lo sguardo dritto di fronte a me per impedirmi di guardarlo, nemmeno lui mi guardava, si spostava leggermente per farmi passare sempre tenendo le carte in mano e mentre scendevo gli scalini le tirava giù di colpo arrivando a toccarmi le gambe nel movimento del braccio, mi sfiorava dal ginocchio alla caviglia, conuna precisione scientifica quasi, accadeva sempre allo stesso modo e ogni volta morivo e rinascevo, e lui con me.

 

Quella domenica pomeriggio mi stavo vestendo, io e la mia amica avevamo deciso di fare una passeggiata fino al bar dove s’incontravano F. e i suoi amici quando non erano nel cortile, sentivo che nell’aria c’era qualcosa di definitivo che stava per accadere, pensavo che finalmente mi avrebbe fermato, mi avrebbe baciato senza dire nulla e che si sarebbe lasciato salvare da me.

Invece il programma che davano in televisione viene interrotto da un’edizione straordinaria del telegiornale e niente è più come prima, smetto di vestirmi, mi lascio andare sul letto e continuando a fissare lo schermo, decido senza quasi accorgermene che mi sarei iscritta a giurisprudenza l’anno seguente e che sarei diventata un magistrato.

All’improvviso io e F. ci troviamo dalla parte opposta della barricata. Lui diventa il mio nemico, qualcuno da condannare senza appello, il male da estirpare. Guardo le auto spazzate via dal tritolo e piango di nuovo. Stavolta per il giudice e i suoi uomini, piango per lo Stato sconfitto, piango per la mia isola martoriata, piango perché la bomba si è portata via la mia adolescenza e con essa la dolce illusione che uno stupido fiore di plastica significasse davvero che avevo il potere di cambiare le cose e le persone.

  

Poi tutto è andato diversamente da quanto pensavo quella domenica pomeriggio, e ogni anno come oggi, riconsidero la mia vita, le scelte fatte e poi abiurate, penso alla toga che non ho mai indossato, al contributo che non ho dato, e mi chiedo che importanza possa avere davvero scrivere di libri o vederli nascere e poi pubblicare? Volevo cambiare le cose e invece le cose hanno cambiato me.

E inevitabilmente ripenso a F, che ora è rinchiuso in un carcere dalle parti di Palermo. Il suo fiore non ce l’ho più.

 

Wish list

Friday 17 July 2009

Work in progress:

 

Un amore a Roma di Ercole Patti

Roma amara e dolce, ancora di Ercole Patti

Cronache romane, sempre di Ercole Patti

Antologia della critica americana del novecento, volume I, II, III, IV

Discorsi dell’osteria di Libero Bigiaretti

Profili al tatto, di nuovo di Libero Bigiaretti

I racconti di O. Henry

Non è sempre caviale di Johannes Mario Simmel

Una mezza (granita) caffè con panna e brioche

Le trasmissioni sono temporaneamente sospese

Tuesday 14 July 2009

Sciopero contro una legge infame

Noir in bianco

Saturday 11 July 2009

E’ disponibile on line su “Ilsottoscritto” e in versione integrale (in cartaceo sul supplemento siciliano Alicudi), l’intervista – già pubblicata tempo fa sul “Corriere Nazionale” – che mi ha rilasciato Franco Limardi in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo: I cinquanta nomi del bianco, edito da Marsilio.

 

Un estratto della recensione che precede l’intervista:

Nessuna redenzione, né speranza: tutti i personaggi dell’ultimo romanzo di Franco Limardi, “I cinquanta nomi del bianco” (Marsilio), a dispetto del titolo poetico, hanno un’anima nera che li porterà alla dannazione.

La morte di una giovane e misteriosa ragazza scoperchia un girone infernale di corruzione in una cittadina del centro Italia di cui non si fa il nome: corruzione politica, sociale, morale, un buco nero che nemmeno la spessa coltre di candida neve riesce a ricoprire.

L’importante alla fine non è nemmeno scoprire l’assassino della ragazza, che si rivela subito peraltro, o sciogliere gli enigmi delle violenze successive, ma riuscire ad identificare, se possibile, almeno un eroe positivo in un gruppo di loschi figuri, compresi quelli che dovrebbero operare per il bene e la legalità.


Quando volano le falene

Saturday 4 July 2009

The song of a wandering Aengus

 

Went out to the hazel wood,

Because a fire was in my head,

And cut and peeled a hazel wand,

And hooked a berry to a thread;

 

And when white moths were on the wing,

And moth-like stars were flickering out,

I dropped the berry in a stream

And caught a little silver trout.

 

When I had laid it on the floor

I went to blow the fire a-flame,

But something rustled on the floor,

And some one called me by my name:

It had become a glimmering girl

With apple blossom in her hair

Who called me by my name and ran

And faded through the brightening air.

 

Though I am old with wandering

Through hollow lands and hilly lands,

I will find out where she has gone,

And kiss her lips and take her hands;

And walk among long dappled grass,

And pluck till time and times are done

The silver apples of the moon,

The golden apples of the sun.

 

 

William Butler Yeats

Noccioline e cotillon

Thursday 2 July 2009

Si sa, non leggo fumetti, non mi piacciono, forse non li capisco. Per questo non ho mai letto i Peanuts, certo riconosco Charlie Brown quando lo vedo e anche Snoopy, il resto è avvolto nella nebbia per me. Almeno lo era fino a qualche settimana fa.

 

Adesso comincio ad apprezzarli, mi ci sono appassionata bazzicando i tumblr dove qualcuno spesso ne pubblica qualche striscia. Mi piacciono tutti, persino Piperita Patty. Ora mi sembra di essermi persa qualcosa da bambina, che mi sia mancato un elemento importante per la mia formazione, come quando ho realizzato che se non impari ad andare sui pattini da piccola non c’è verso di poterlo fare da adulta, ancorché giovane e scattante.

 

 

Qualcuno me lo dice da anni che i Peanuts sono forti (sostiene anche che Lucy abbia qualcosa a che fare con me, e da quel poco che ho capito di lei non sempre è una bella cosa, ma la sua idea del “chiosco psichiatrico” è geniale), ma io ho la testa dura, si sa anche questo.

 

 

Ora, io non credo di poter sostenere la lettura di un libro intero dei Peanuts, seguire i disegni mi fa venire mal di testa, e quindi mi è venuto in mente che domani è il mio compleanno e che mi piacerebbe – se qualcuno volesse farmi un regalo originale – che m’inviasse una striscia dei Peanuts che gli piace particolarmente, anche una al giorno fino al prossimo compleanno potrebbe essere un’idea interessante.

Se c’è Lucy come protagonista è meglio, eh.

 

 

Update

 

Grazie a tutti quelli che mi hanno fatto gli auguri e mi hanno inviato le loro vignette (anche via email e su Facebook), ho la mia preferita ma le ho apprezzate tutte. Grazie anche per i video e le canzoncine dei Peanuts, eh. Grazie anche per i tulipani virtuali che non ho ben capito chi me li abbia inviati, ma erano belli.