Il jazz: istruzioni per l’uso

Se amate il jazz come me non potete perdervi Mi ricordo il jazz. Guida bibliografica per “sfogliare” la musica afroamericana: un agile volumetto pubblicato da Marcos Y Marcos ormai dodici anni fa, a cura del giornalista, saggista ed esperto di musica jazz Guido Michelone. Certo dovrete essere fortunati e trovarlo tra i remainders, o in un mercatino di libri, o sui siti dedicati all’usato, perché in libreria sicuramente non c’è e non credo verrà ristampato (anche se su Ibs risulta reperibile in 3 giorni, facendo l’ordine in realtà non si sa bene quanti ce ne vogliano).

Il libro è essenzialmente un elenco preciso, articolato ma veloce, quasi da consultazione, di tutti gli scritti sul jazz (o in cui ci sia anche solo qualche vago riferimento) pubblicati in Italia fino al 1999 – dai testi originali a quelli tradotti, dai saggi ai romanzi ispirati direttamente dalla musica afroamericana – e divisi per decenni con qualche riga di commento mai scontato. Avrebbe bisogno di un aggiornamento ai giorni nostri per l’eventuale riedizione, che però forse non sarebbe così sanguinoso da realizzare, quindi lancio la palla a Marcos Y Marcos e a Guido Michelone.

Leggendo Mi ricordo il jazz, scopro che nel primo libro scritto da Mario Soldati – uno dei pochissimi suoi che mi mancano e non ho ancora letto – America primo amore (1935), ci sono un paio di capitoli dedicati «alla vita notturna, cioè jazzistica, di Harlem e Chicago»; che l’anno prima Longanesi aveva pubblicato un romanzo di un grande poeta afroamericano, Langston Hughes, intitolato Piccola America negra sulla storia di due fratelli che inseguono il jazz per sfuggire alla loro miseria; e che il primo volume dedicato al jazz risale al 1926 con Le Jazz di André Schaeffner; nello stesso anno verranno poi pubblicati in America, Jazz di Paul Whitman e Marc Bride, e in Germania, Das Jazz-Buch di Alfred Baresel.

Come al solito noi italiani arriviamo quasi sempre dopo nelle cose importanti, e a parte due edizioni pubblicate nel ‘28, poco più che pretesti per parlare d’altro (ma in fondo eravamo in pieno ventennio fascista, non che questo ci giustifichi di alcunché, tantomeno di aver ignorato il jazz per anni) – “Io povero negro” di Orio Vergani (Treves), un racconto contenuto in una raccolta omonima, e Le memorie di Joséphine Baker a cura di Marcel Sauvage per Mondadori, in cui dice Michelone sono: «i 30 disegni inediti (bellissimi) di Paul Collins, forse la cosa più jazzistica del volumetto» – per il resto bisogna aspettare la fine degli anni ’50 per avere dei volumi sul jazz degni di essere menzionati: da Il libro del jazz di Sergio Biamonte ed Enzo Micocci (Cappelli), Il mondo del jazz di Livio Cerri fino a Jazz moderno: musica del dopoguerra (Ricordi) di Arrigo Polillo, che poi in parte ci riscatterà da quasi quarant’anni di disinteresse verso la musica più rivoluzionaria degli ultimi secoli con: Jazz. La vicenda e i protagonisti della musica afroamericana uscito nel 1975 per Libri Illustrati Mondadori, poi ripreso nel ’76 negli Oscar. Un’opera fondamentale, con 13 capitoli introduttivi alla storia del jazz mondiale e 34 monografie dedicate ai capiscuola, che ci ha pure fatto guadagnare l’unico riconoscimento per un libro italiano dedicato al Jazz: il Premio Campione per la Saggistica nel ’75. Io ho un’edizione del volume risalente al ’90 e non ci sono foto, ma ho appreso proprio grazie a Mi ricordo il jazz che nella prima edizione c’erano due distinte serie di scatti: una con immagini di repertorio e una con nuovi ritratti. Naturalmente ora la voglio!

E a proposito di foto, quelle che fanno da corredo al libro curato da Michelone sono di Pino Ninfa, grande fotografo e amante del jazz che riesce a raccontare questa musica complicata e istintiva allo stesso tempo, attraverso le immagini, con i volti, gli strumenti i dettagli dei protagonisti della scena musicale jazzistica degli ultimi 50 anni: in particolare molte belle sono le foto di Brad Mehldau, ripreso mentre fuma una sigaretta seduto al pianoforte con l’aria e l’atteggiamento che rimandano al “Pensatore” di Rodin; quella che sembra quasi rubata per come riesce a cogliere l’istantaneità di un attimo, di Archie Sheep e Jackie Bajard, uno di sfondo all’altro; e poi un giovanissimo ritratto di Wynton Marsalis appoggiato alla sua tromba e quello bellissimo di una regale Dee Dee Bridgewater.

Se non bastasse tutto questo a convincervi a cercare questo libro, ho riservato per la fine una chicca da cultori di libri e di jazz: il volume si apre con un’intervista fiume – quasi inedita in Italia – rilasciata nel ’79 alla rivista francese “JazzMagazine” da Georges Perec in occasione della pubblicazione del suo romanzo più famoso, La vita istruzioni per l’uso, ma in realtà nel pezzo si parla soprattutto e volutamente di Mi ricordo – da cui il titolo del libro di Michelone – uscito nel ’78, in cui Perec racconta sul filo della memoria eventi minimi della sua vita, che poi erano quelli comuni a tutti coloro che vivevano quegli anni, riuscendo a intrecciare i suoi “mi ricordo” con quelli di tutti i lettori affascinati dai suoi giochi letterari.

L’intervista a Perec in apertura del libro ha una doppia valenza: da una parte lo scrittore francese ha innalzato la lista, la classificazione enciclopedica, l’elencazione a genere letterario con la sua opera* e quindi ben si addice a un libro che è una specie di vademecum per “il lettore jazzista italiano perfetto”. Inoltre dopo un grande amore per la musica jazz spesso palesato nei suoi libri – addirittura lo scrittore racconta di un viaggio a meno di vent’anni, di nascosto dai suoi genitori, alla scoperta della musica della West Coast – Perec aveva più volte dichiarato di non ascoltarlo più e di preferirgli ormai di gran lunga la musica lirica.

L’intervista inizia proprio su questo argomento e Perec parafrasa per antitesi Louis Armstrong e dice: «io e il jazz siamo morti insieme». E poi spiega: «Io non sono morto, ma l’amore che avevo per il jazz è morto per me insieme al jazz stesso, intendo dire insieme a un certo tipo di jazz».

In Mi ricordo sono tanti i ricordi di Perec legati al jazz, si capisce che lo amava appassionatamente e come tutte le grandi passioni, quell’amore bruciante è finito drammaticamente, per un tradimento sembra quasi suggerire: «Ascolto ancora jazz, ma come una musica che non è più viva». Il tradimento arriva dalla West Coast – dice nel corso dell’intervista – col jazz bianco e ricco «una porcheria!», pensava fosse una falsificazione, ma poi ha apprezzato Chet Baker e Dave Brubeck: «Non mi piaceva – Dave Brubeck, non doveva piacermi. Innanzitutto era un bianco. Ma aveva un sax fantastico, che si chiamava Paul Desmond», e a questo punto l’intervistatore gli comunica che quel genio di Desmond è morto e Perec quasi si commuove.

E’ tutta così l’intervista, una chiacchierata libera sull’onda dei ricordi e delle emozioni, con lo scrittore che si sorprende di chi è morto e di invece è ancora vivo, e racconta della sua lunga frequentazione col jazz, nei locali per il mondo, nei libri, alla radio, nel salotto di casa sua o nel mangianastri in automobile.

Forse vi farà irritare questo signore anziano che dice di aver detestato Armstrong in gioventù, preferendogli Lester Young e Bud Powell, e che non ha mai ascoltato Keith Jarrett e anzi sostiene che non suoni davvero del jazz (e in questo nemmeno io posso dargli troppo torto); di aver adorato Sonny Rollins per anni e poi di non avergli perdonato per lungo tempo l’apertura al free dopo tre anni di silenzio; di ritenere che la necessità del free e delle evoluzioni in senso sperimentalistico del jazz dalla metà degli anni ’60 nascevano non da vere istanze rivoluzionarie, ma da puro pragmatismo opportunista: quando si è passati dai 78 ai 33 giri i musicisti hanno dovuto allungare i tempi delle esecuzioni passando dai tre minuti e mezzo standard a tempi più estesi e quindi hanno dovuto inventarsi nuovi modi per riempire quei solchi. Una teoria curiosa, quasi divertente, ma ovviamente priva di fondamento perché non tiene in alcun conto i profondi cambiamenti che erano avvenuti nella società americana dell’epoca, con le lotte per i diritti civili e le istanze politiche e sociali dei giovani afroamericani, a cui il jazz ha cercato di dare voce e (forse) risposte, come sempre nella sua storia.

Ma le grandi passioni non muoiono mai davvero, continuano a bruciare sotto la cenere e un grande scrittore lo sa e quindi dice, (dopo il bop) «per me, è arrivata una cosa** selvaggia in cui non ritrovavo le strutture conosciute: da un lato era quello che aspettavo veramente, mentre dall’altro mi sconvolgeva»: non è una meravigliosa dichiarazione d’amore? Non è così l’amore? Atteso e inaspettato? E non è così il jazz? Lo dice anche Vincent, il killer di “Collateral”, quando – affascinato da una torrida jam session in corso in un club di Los Angeles, che per un lungo istante lo distrae persino dai suoi compiti di sicario – afferma: «il jazz è quello che non ti aspetti».

(E Tom Cruise, che lo interpreta, ha sempre ragione!)

 

 

*

Alla fine dell’anno scorso, per restare in tema di liste e elencazioni, Bompiani ha pubblicato un bellissimo libro illustrato di Umberto Eco, La vertigine della lista, dedicato al tema della classificazione e all’idea della lista applicato alla letteratura, all’arte, alla filosofia e alla musica. Il libro – che si può considerare come una specie di anticipazione e allo stesso tempo di un compendio, di quanto avrebbe realizzato poi lo stresso Eco come “guest curator” del Museo del Louvre da lNovembre 2009 sino ai primi di questo mese, con una serie d’incontri, rassegne, proiezioni e conferenze dedicati proprio a liste ed elenchi – si configura come una raffinata “lista delle liste”, corredata da immagini bellissime e una trattazione da divulgatore di lusso, che attraverso un percorso che parte dall’Iliade e arriva al supermarket, passando per il Medioevo e la belle epoque, porta Eco a sostenere che la lista, suggerendo «quasi fisicamente l’infinito, perché non si conclude in forma», sia essa stessa quindi una specie di rappresentazione artistica, uno dei modi in cui l’arte si esprime.

So che l’ho già detto in passato e quasi mani ho tenuto fede a questa specie d’impegno, ma magari stavolta ne riparliamo davvero.


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Qui Paolo Fabbri, semiologo e grande esperto di musica jazz, pubblica un inedito incompiuto di George Perec dedicato alla “cosa”, alla New Thing, al free che irrompeva sulla scena musicale disarticolando ancora di più gli schemi del jazz e rivoluzionando la musica, ancora una volta.


18 Commenti a “Il jazz: istruzioni per l’uso”

  1. maia scrive:

    che dire, grazie. ti son debitrice. di nuovo 🙂
    (anche se hai dei gusti ben strani, eh. tom cruise?)

  2. seia scrive:

    Maia: ma scusa tu non eri per la classica sin dall’adolescenza, come Perec negli ultimi tempi? Io me la ricordo la fase regina della notte eh 😀
    E Tom è sempre Tom, poi non so se lo sai, il che mi parrebbe strano perché l’ho detto e scritto urbi et orbi, io e lui siamo nati lo stesso giorno (a 12 anni di distanza)! Siamo destinati… anche se ultimamente Robert Downing Jr si sta insinuando decisamente nei miei pensieri e rischia di sottrargli il posto da sempre suo. Ho un dissidio interiore da niente in corso!

  3. Alberto scrive:

    Sembra bello, lo prendo. E tra i libri sul jazz usciti dopo il ’99 consiglio – nonostante il titolo – “Billie Holiday che palle!”, l’autobiografia di Carlo Loffredo (Coniglio editore, ehm) 🙂

  4. seia scrive:

    alb: bravo! Sicuro del consiglio della Coniglio? No perché tu lo sai che io mi fido, però… pure il titolo è discutibile va 😀

  5. Alberto scrive:

    sono sicuro come sono sicuro che i seat belts non fanno jazz 🙂

  6. seia scrive:

    alb: ti stai vendicando perché ho detto che forse pure per me Keith Jarrett non fa tanto jazz! 😀

  7. Alberto scrive:

    ah è vero, che jarrett fa del pianobar 🙂

  8. seia scrive:

    secondo me gli verrebbe benissimo… (tutto a posto alb? ti sei sparato? vuoi sparare a me? 🙂 )

  9. maia scrive:

    seia, sapevo di questa tua debolezza, ma siccome io ti vedo come l’Invincibile, cerco di dimenticarmene. come della tua passione della fattoria, fra l’altro.
    riguardo i miei gusti musicali, è vero da bimba ho attraversato la fase “regina della notte”, crescendo quella “charlie mingus”.
    da qui la fase del mio fidanzato: “ma che palle!”

    a proposito di jazz, io mi fiderei anche dei gusti del sig. alberto, ma quel titolo!

    ps mooolto meglio Robert Downing Jr. non c’è paragone!

  10. seia scrive:

    maia: sei molto buona con me 🙂 il tuo fidanzato di musica ne capisce come io di pallone, comunque eh. Il signor Alberto è il mio musicologo di fiducia ma un po’ te lo posso prestare se vuoi, anche se quel titolo perplime anche me…
    In effetti RDJ… come sono combattuta!

  11. Michele Beckenbauer scrive:

    no no, la fase mingus io l’apprezzo, siete voi che siete due congiurate del pettine, come si dice qui.

  12. seia scrive:

    secondo me menti sapendo di mentire: a te ti piacciono solo cose elettriche e rumorose che non si capisce nemmeno di che note siano fatte! E “congiurate del pettine” non mi pare una brutta cosa, anzi, mi pare elegante e raffinata, ma lascio decidere a Maia nel caso, che forse sa che significa davvero ‘st’espressione 🙂

  13. and scrive:

    E’ ufficiale: gli scontatissimi seatbelts sono una sgangherata bruttacopia di certi gruppi che incidevano tra gli 80 e i 90 per Grp records. L’ etichetta fondata da Dave Gruisin e Larry Rosen pubblicava artisti tipo i Rippingtones, Lee Ritenour, Yellowjackets e David Sanborn. Molti titoli cavalcavano la moda tipica di quegli anni dello smooth jazz.. anche Chic Corea ci ha inciso (quando aveva bisogno di soldi). Le loro produzioni erano una versione edulcorata, molto anni 80, della fusion nata dal Davis della svolta elettrica. (Bitches briew) Quasi tutti gli album di quella etichetta erano suonati dagli stessi musicisti che si incrociavano nei vari album. Era tutto un “featuring” o uno “special guest”, l’uno nel disco dell’altro… Ascoltare questi seatbelts che tanto mi avevi decantato mi ha ricordato in peggio quei tempi e quella musica. E’ anche vero che il Giappone era e forse è ancora il maggior mercato mondiale per quel tipo di finto-jazz e ci può stare che dei gruppi di dilettanti volenterosi imitino la musica di quell’etichetta. Insomma: se c’è un sax o una sezione di fiati non è detto che sia jazz..;)

    cari saluti
    and

  14. seia scrive:

    and: che sbruffone! 😀
    Comunque meno male che non te l’ho regalato il cd! Però mi sembri troppo integralista: è verissimoo che non tutto quello che un sax e una sezione di fiati è jazz, non l’ho mai pensato né scritto, ma quello sui Seatbelts mi pare un giudizio esagerato e leggermente sciovinista.

  15. and scrive:

    Ma no…dai! Sono carine le giapponesine che cantano nel video…poi poco altro. Comunque quando scrivevo ho pensato: mi arriverá una valanga di accidenti….sei stata troppo buona…;)))))))

  16. Alberto scrive:

    Volevo dire al sig. Estinzione che ha tutta la mia solidarietà.

  17. seia scrive:

    And: sono stata troppo buona solo perchè sei te, ma potrei ripensarci! 🙂

    Alb: no comment!!!

  18. and scrive:

    Grazie sig Trabucco…mi consolerò col suo ultimo libro!

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