Archivio di April 2010

Acqua e sale, mi fai bere

Monday 19 April 2010

L’altro giorno Davide e io parlavamo di cosa ci aspettiamo dai libri quando li leggiamo e quindi di cos’è la letteratura, tema naturalmente affrontato più volte e sul quale ci troviamo perlopiù ai poli opposti del mondo.

A un certo punto però lui dice che a un libro ogni volta chiede: «fondimi e confondimi… spaventami» – citando una poesia di Patrizia Valduga (“Vieni, entra e coglimi”) – non mi dilungherò a spiegare cosa intenda con questo (lo farà lui, qui o altrove, se ne ha voglia), ma il senso s’intuisce, mi pare. E ancora una volta io non sono d’accordo.

A parte il fatto che una simile aspettativa farebbe fuori più della metà dei libri che amo e che considero fondamentali per me e per la letteratura in genere, ma poi io non chiedo nulla ai libri che mi riguardi, non voglio nemmeno che mi parlino, voglio una storia che mi piaccia ascoltare, una scrittura che mi faccia godere, qualche rara epifania al massimo e, se proprio aspetto di trovarmi davanti un capolavoro, che questo libro mi dica qualcosa sull’uomo che non sapevo, o che sapevo ma non sarei mai stata in grado di dire così bene.

E soprattutto non cerco ogni volta un capolavoro, ma un buon libro che mi ripaghi del tempo che ho speso a leggerlo; se poi riesce a farmi dimenticare di essere una lettrice professionista e a nascondere bene i vari artifici retorici o tecnici che si celano dietro ogni scrittura degna di questo nome, e non mi fa pensare che quella cosa o quell’altra si poteva dire con meno parole o con altre parole, o che magari l’autore poteva addirittura non dirla, allora quel libro si è guadagnato la mia riconoscenza imperitura e il suo posto nella mia personale libreria sentimentale, dove ci stanno pochi libri, ma di quelli imperdibili.

Un posto in questo scaffale privatissimo se l’è appena guadagnato Acqua di mare di Charles Simmons, un romanzo sull’amore e la morte come riti di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dichiaratamente ispirato a Primo amore di Turgenev; ma si tratta più di un omaggio che di una riscrittura. Lo stesso Simmons, nell’intervista che chiude il libro nell’edizione Bur, dichiara a Mariarosa Bricchi che in fondo ci sono storie già precostituite da cui tutti gli autori traggono spunti, per poi reinventarle.

Acqua di mare è un romanzo di formazione senza dubbio, ma ogni etichetta è poco utile a renderne gli aspetti più notevoli: la levità della scrittura, la precisione della parola, la perfezione di una struttura narrativa che non mostra mai cedimenti o sbavature. Solo nel modo e con le parole in cui Simmons l’ha scritta, poteva essere raccontata questa storia.

Il libro inizia dalla fine, o meglio, l’incipit fulminante contiene tutta la storia: «Nell’estate del 1963 io mi innamorai e mio padre morì annegato». Simmons dice subito che è una storia d’amore e di morte che ha per protagonista un ragazzino che probabilmente sta per vivere l’ultima estate spensierata della sua vita, ci da tutte le indicazioni per immaginare gli sviluppi della trama e prefigurarci il finale; eppure, mentre leggevo il libro, e le sue descrizioni brevi e precise, i dialoghi brillanti e di tanto in tanto rivelatori, vedevo sfilare davanti a me quei personaggi – tutti, anche quelli secondari – descritti così bene attraverso gli occhi degli altri protagonisti, tanto da riuscire a immaginarli in ogni dettaglio, mi addentravo così profondamente nella storia e partecipavo tanto visceralmente alle vicende che Simmos racconta, da dimenticarmi quello che avevo appreso sin dalle prime righe e alla fine mi sono persino stupita e ho un po’ sofferto per il drammatico epilogo della vicenda. La trama ha poca importanza: durante un’estate in un’isola dell’atlantico un ragazzino s’innamora, per la prima volta, di una bellissima straniera più grande di lui di qualche anno e scopre che lei invece è presa da qualcun altro; alla fine il padre del protagonista muore cadendo fuori dalla barca su cui hanno trascorso gran parte del loro tempo insieme (ci sono poi un altro paio di elementi che però taccio per non rovinarvi la lettura).

Anche l’ambientazione, ad eccezione della presenza costante del mare, è del tutto ininfluente ai fini della storia, tanto che Simmons ha scritto questo libro a sessant’anni suonati nel 1998, ambientandolo però nel ’63, ma potrebbe benissimo essere stato scritto nell’800, come Primo amore di Turgenev, o essere ambientato ai giorni nostri: cambierebbe poco, perché a rendere questo romanzo così straordinario, è la maestria dell’autore, la sua capacità di racchiudere il dramma in poche pagine e di farlo esplodere senza deflagrazione, come una bomba sotto la superficie di quell’acqua di mare che s’increspa leggermente e poi s’innalza per ricadere infine placida su se stessa e continuare a scorrere; è la sensazione agrodolce che si prova sfogliando le pagine, la malinconia per un amore non corrisposto e per un altro, forse più grande, quello del protagonista per il padre, che viene messo a dura prova fino all’epilogo definitivo che lo cristallizzerà per sempre («ora io sono più vecchio di papà quando annegò. Non so perché mi sento ancora un bambino»); è il sapore di salato sulle labbra e sulla pelle che Simmons riesce a rievocare alla perfezione, e del quale non si riesce a distinguere la provenienza: se l’acqua di mare o le lacrime.

E’ un romanzo costruito sulla parola, sulla scelta della frase più adatta a rendere questa o quella sensazione, un’emozione anche piccola, un sentimento, dettagli e sfumature che tutti insieme restituiscono un mondo e il senso della tragedia che si sta per consumare: «credo che una delle attrattive della scrittura, per me, sia il fatto che devo dire le cose una volta sola. Prendere o lasciare» – dice Simmons a Bricchi, e ancora – «per me la frase è l’unità di misura del senso».

Solo due considerazioni a margine: com’è possibile che uno scrittore così grande non sia stato tradotto in Italia fino al 2007 (da Massimo Bocchiola), quando è stato sdoganato proprio con Acqua di mare, che è l’ultimo romanzo che ha scritto, ma al suo attivo ne aveva già altri quattro, uno dei quali gli è addirittura valso nel 1964 il William Faulkner Award? E poi, se un libro così fosse finito sulle scrivanie della maggior parte degli editor delle nostre case editrici, l’avrebbero pubblicato, riconoscendone il valore e la bellezza? O invece, avrebbero chiesto delle modifiche nel senso di una maggiore caratterizzazione geografica e temporale, una più forte rappresentazione della crisi della famiglia, o magari l’introduzione di un qualche elemento di denuncia sociale?

Io una risposta a queste domande ce l’ho e credo di avere anche abbastanza ragione, ma lascio a voi l’ardua sentenza e soprattutto la lettura di un libro bellissimo.