Archivio di September 2010

The catcher in the Ray*

Monday 27 September 2010

Un giorno un uomo si toglie una scarpa a causa di una vescica ed entra nella leggenda. Un altro all’improvviso decide di ritirarsi dal mondo ed è subito mito.

Forse è un po’ meno facile di così, ma non troppo.

Siamo nell’America del XX secolo e i due uomini sono il miglior esterno sinistro di tutti i tempi, Joe Jackson (soprannominato “Shoeless Joe” per essersi presentato una volta al turno di battuta senza scarpe), e uno tra i più grandi scrittori di sempre, Jerome David Salinger.

Ad unirli è la passione per il baseball e quel rapporto ancestrale tra sport e letteratura che da sempre ha spinto gli scrittori a fissare sulla pagina le imprese degli atleti: la letteratura crea mondi, personaggi, storie, partecipa in questo senso al divino, e gli atleti sono semidei che superano i loro limiti e travalicano l’umano.

In questo caso però il legame è doppio visto che entrambi, magia della letteratura, sono i protagonisti di un romanzo bellissimo, Shoeless Joe, scritto dal canadese  William Patrick Kinsella nel 1982 e tradotto in italiano solo l’anno scorso da Marco Rossari per le edizioni 66thand2nd.

In Italia però avevamo potuto conoscere la storia raccontata da Kinsella grazie alla trasposizione cinematografica ne “L’uomo dei sogni” di Phil Alden con Kevin Costner  (1989). Agli autori del film però non viene concesso di usare il nome di Salinger e al suo posto troviamo Terence Mann (interpretato da James Earl Jones), uno scrittore distrutto dal maccartismo e poi ritiratosi a vita privata. Il film è molto bello – ha ottenuto ben 3 nomination agli Oscar e il sesto posto fra i migliori film del genere fantasy secondo l’American Film Institute – tuttavia il libro con il suo procedere lento ma vivace, e le bellissime descrizioni di un’America che appartiene ormai all’immaginario collettivo, è meraviglioso.

Il protagonista del romanzo è Ray Kinsella, un puro, un sognatore, un uomo che di diritto ha accesso al divino e al mistero e che non ha paura di inseguire i suoi sogni. Vive nell’Iowa con l’amatissima moglie e l’adorata figlioletta, ha lasciato una carriera da assicuratore per acquistare una fattoria e mettere su famiglia, la sua grande passione è il baseball, lo sport di un’intera nazione, più del calcio da noi: è una religione, una tradizione, un vincolo. Non naviga nell’oro, è il caso di dire che vive d’amore e di sogni, e poi ha quel nome che compare in uno dei racconti di Salinger, che lo fa sentire un po’ speciale. Come tutti ha un dolore nascosto, il rimpianto per il rapporto conflittuale con suo padre, che gli ha trasmesso la febbre del baseball, morto troppo presto.

Un giorno mentre si trova nel suo campo di granoturco sente una voce che gli dice “Se lo costruisci, lui verrà”.

 

«Ma era proprio una voce quella che avevo sentito? O era qualcosa dentro di me ad avere pronunciato una frase che non avevo sentito con le orecchie ma con il cuore? Perché avrei dovuto obbedire a quell’ordine? Mentre me lo chiedevo, conoscevo già la risposta. Ecco gli amori della mia vita: Annie, Karin, l’Iowa e il baseball. Il grande dio Baseball».

 

Da qui inizia il racconto on the road verso la realizzazione di un sogno, ma anche la ricerca di se stesso e del senso della vita.

Ray capisce di dover costruire un campo da baseball, di dover cercare Salinger – la solita voce gli dice anche «Lenisci il suo dolore» – e portarlo a vedere una partita di baseball, per trascinarselo dietro e fargli vedere il suo campo dietro casa, lì dove c’era il granturco.

E poi aspetta che lui arrivi, come gli ha detto la voce.

E lui è proprio Shoeless Joe Jackson, il cui guantone una volta venne definito da un famoso giornalista sportivo come «il posto dove i tripli vanno a morire», in cerca di una seconda opportunità dopo lo scandalo che ha colpito la sua squadra nel 1919, il famoso Black Sox Scandal, il momento più buio di tutta la storia del baseball: otto membri della squadra dei White Sox vengono accusati di aver venduto una partita delle World Series e tra di loro c’è anche Joseph Jefferson “Shoeless” Jackson. Alla fine verranno assolti dall’accusa ma squalificati a vita. Ancora oggi non tutto è chiaro in questa vicenda e soprattutto non è certa la partecipazione di Shoeless Joe nell’imbroglio, anche perché non solo più volte i suoi colleghi hanno escluso che fosse implicato, ma soprattutto perché sul campo ha sempre dato il massimo. Probabilmente ingenuo, analfabeta, poco scaltro com’era, aveva accettato di barare salvo poi cambiare idea e giocare come sempre per vincere.

E Shoeless Joe alla fine arriva, guarda il diamante di Ray, lo prova, e poi torna di nuovo e si porta dietro i suoi compagni, tutta la squadra dei White Sox al completo, più un ragazzino passato alla storia per aver giocato solo due inning, Moonlight Graham, poi diventato medico, anche lui scovato da Ray e condotto al suo campo per fargli rivivere il suo sogno. E insieme a tutti loro arriva un altro ragazzo: è lui che doveva arrivare davvero, è lui che Ray aspettava. Realizzando il sogno di tutti, da Shoeless Joe ai sette White Sox squalificati, da Moonlight Graham a Salinger, Ray arriva a realizzare il suo.

Shoeless Joe è un romanzo sui sogni certamente, ma anche sull’attesa, sulla passione, sull’innocenza, sulle seconde possibilità, sul perdono. E’ la storia commovente di un uomo e di un’intera nazione costruita sull’idea del ricominciare da capo e la convinzione che tutti possano farcela. Un’America che forse si è ormai allontanata dalle sue radici, ma che da qualche parte ancora esiste e continua a far sognare.

E se ami J. D. Salinger, Shoeless Joe è il romanzo che ti dà l’illusione di vederlo muovere, camminare, parlare: nemmeno per un secondo pensi che non sia lui a vivere in queste pagine, è esattamente come te l’aspetti e allora quella voce che per Ray gracchia dagli altoparlanti di un campo immaginario, per te arriva dritto da quelle pagine e ti dice: «Se lo leggi, lui verrà».

 

 

*Il titolo non è mio, ma suo.