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Libri o rossetti?

Thursday 5 November 2015

“La mia sensazione è che possiamo raccontarcela finché vogliamo, ma alla fine della fiera, è più probabile che un libro, un qualsiasi libro, trovi (più di) un recensore (entusiasta) che un lettore (pagante e soddisfatto)”

Avevo scritto un pezzo che finiva con queste parole.
Per la frustrazione di non trovare nemmeno due libri di cui scrivere felicemente al mese (a meno di non occuparmi quasi esclusivamente di certi editori su cui vado sul sicuro o di scrittori stranieri – meglio se morti – o di riedizioni di classici), e magari è colpa mia e della mia idea di letteratura, e mi era preso di voler polemizzare con l’assurda quantità di libri consigliati al giorno, spesso sempre gli stessi un po’ ovunque, e con le recensioni in serie perlopiù costruite con il resoconto dettagliato delle trame e distribuendo qualche aggettivo positivo a caso, o individuando inesistenti messaggi rivelatori di verità insospettabili. E mi chiedevo se “i recensori un tanto al chilo” davvero amino tutto quello che gli passa sotto mano o se realmente pensino che vada bene leggere di tutto e che tutto vada letto.
Domande retoriche ovviamente: io ho co-gestito la redazione di una rivista letteraria per quasi tre anni e me li ricordo i collaboratori (generalizzando di nuovo naturalmente) che “dovevano” smaltire le pile di libri inviate dagli uffici stampa (amici) e che mi invadevano di proposte di recensioni su recensioni, e interviste tutte uguali a decine di autori diversi, per non dover dire “no” a nessuno e continuare a intessere relazioni editoriali che prima o poi tornano sempre utili.
Poi ho pensato: ma chi se ne frega!
E sono uscita a comprarmi un rossetto nuovo.

Quando curare è un po’ (tanto) tradire

Tuesday 3 November 2015

Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno

Sto leggendo il delizioso volume “Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno” (Sellerio, trad. it. di Roberto Serrai) delle biblioterapiste – così si autodefiniscono – Ella Berthoud e Susan Elderkin, che hanno scandagliato oltre duemila anni di letteratura per individuare il libro giusto per ogni affezione del cuore, dell’anima o del fisico. E per quasi tutti i mali stilano poi una sorta di classifica dei dieci migliori libri sull’argomento.
L’idea di un manuale di bibliomedicina è geniale anche per chi come me mantiene (o cerca di mantenere) un certo aplomb nei confronti dei libri, e leggere le associazioni tra romanzi e disturbi più o meno gravi è divertente, e poi come sempre in questo tipo di enciclopedie tematiche sui libri, si finisce per scoprire libri che non si conosceva o essere spinti a leggerne certi che si era volutamente ignorato.
Mi disturba però l’operazione di interpolazione quasi, svolta dal curatore Fabio Stassi, che ho trovato più volte molto bravo nel suo lavoro, anche come autore, il quale ha sostituito alcuni libri del manuale, sconosciuti a chi non è davvero pratico dell’area letteraria anglosassone, e questa è la giustificazione data nell’introduzione al libro, con volumi italiani secondo il proprio gusto e il proprio arbitrio. Se da un lato posso capire la necessità di rendere più appetibile o comprensibile la materia, dall’altro mi domando quanto il lavoro del curatore possa essere invasivo e i limiti che si deve porre per rimaneggiare il lavoro altrui. Qui non parliamo di scelte di traduzione che spesso sono obbligatorie, ma di veri interventi nel merito, per cui troviamo tra i migliori libri sull’essere adolescente, l’inserimento del romanzo di Paolo Giordano “La solitudine dei numeri primi” a bruciapelo tra “Il giovane Holden” e “I turbamenti del giovane Torless”.
Stassi non ha trascorso del tempo a sorbirsi tutta la letteratura prodotta (anche se relativa spesso a una area linguistica limitata) e non è un biblioterapista, non ha veramente condotto ricerche sul campo e non sa come funzioni la cura attraverso i libri, come può decidere che Giordano o Camilleri possano aiutare rispettivamente, gli adolescenti e i renitenti al matrimonio? Inoltre in molti casi ha ammesso lui stesso di aver lasciato i rimedi, ossia i libri, che nemmeno sono tradotti in Italia, perché si possono reperire ordinandoli on line e anche per incuriosire qualcuno e farli tradurre magari. Perché non è stata adottata questa scelta per tutte le opere? Mi pare che si sia esagerato con la libertà/necessità di tradire l’opera stavolta (sebbene non sia stato fatto in grande scala).
O no?

I dissidi della bibliomane di saldi principi

Sunday 2 February 2014

Nessuno potrà accusarmi di aver mai indicato in Herman Hesse uno dei miei scrittori preferiti. Anzi. Ci sono certi suoi libri che ho letto con la stessa fatica con cui ogni giorno mi trascino dal letto alla doccia subito dopo aver stramaledetto la sveglia (e poi non gli perdonerò mai di aver scritto “Siddharta”). Eppure da quando stamattina, sfogliando il “domenicale” de “Ilsole24ore” – dopo mesi e mesi di astinenza da qualsiasi rivista, giornale, pagina anche solo vagamente culturale – ho letto un estratto da un librino di Hesse appunto, inedito per l’Italia almeno, non so altrove, non ho pace.

Vita quotidiana di un uomo di lettere” è il titolo del volumetto di 32 pagine che da oggi sarà disponibile in sole 575 copie numerate e stampate su carta e con caratteri particolari dalla piccola casa editrice e stamperia Henry Beyle (nome che è un chiaro omaggio a Stendhal) di Milano, in cui un Hesse “casalingo” racconta del rito dello “sbrigare la corrispondenza” e delle strane richieste che a volte gli sono giunte da conoscenti e lettori.

Ora, non solo io voglio quelle 32 pagine al costo di 20 euro, in netto contrasto con la mia politica di non acquistare mai libri che superino i 15 € (e io che mal tollero quelle imposte dagli altri, non derogo mai alle mie regole, e al massimo i libri li compro usati aspettando del tempo dalla loro uscita; quando sforavano di prezzo, non me li facevo nemmeno mandare dagli editori per recensirli per non venire meno con uno squallido escamotage al mio stesso diktat); no, io voglio anche quasi tutti gli altri volumi in catalogo nella collana chiamata “Piccola biblioteca degli oggetti letterari”, tutti libretti di poche decine di pagine ma dai titoli, e immagino anche dai contenuti, sfiziosi e inediti o poco noti, tutti numerati e dedicati a storie di scrittori, bibliografi, raccolte di aneddoti letterari.

Ho cliccato su ogni singolo libro in catalogo, ho anche fatto delle ricerche per vedere di trovare altrove delle copie, o dei testi che contenessero quegli estratti. Tutto è stato vano.

E così continuo a pensare che se non li acquisto non potrò mai sapere per esempio quali erano “I vari tipi di editore” per Valentino Bompiani.

E anche le altre collane dell’editore regalano sorprese ghiotte e quindi sospiri amari: cosa scrive Brancati ne “I piaceri del discorrere sulla donna”?; e Savinio nelle 24 pagine de “Gli uomini di pensiero tornano alla bicicletta”?

Nella mia mente si affollano tanti minuscoli contatori che segnano inesorabilmente le copie vendute di ogni volume che vorrei per me, uno stillicidio continuo di numeri e fogli che spariscono, frasi che si cancellano, decine di conti alla rovescia che mi privano per sempre di deliziose pagine di letteratura. E una terribile ansia mi assale, una morsa gelida alla gola, tutto intorno a me comincia a girare, fa caldo e freddo insieme, è un attacco di panico? Devo cedere e comprare tutti i libri che mi pare a prescindere dal prezzo di copertina (anche riflettendo sul fatto che si tratta di copie numerate, carta speciale, edizioni limitate, artigianali, non della maggior parte dei libri pubblicati la cui esistenza non sarebbe giustificata nemmeno se distribuiti gratuitamente) e salvarmi dal collasso imminente? Non c’è altra soluzione…

Finché un’illuminazione mi assale improvvisa e salvifica: 575 lettori sono una rarità nel nostro Paese, chi l’ha mai visti tutti insieme? Anche un libraio ringrazia Dio, Allah, Budda, Confucio e Cthulhu se in un mese ne vede 100 di lettori veri che almeno un libro se lo comprano. E se anche 575 individui in vena di tenere il segno sulle pagine per farsi raccontare una storia decidessero tutti insieme di acquistare un libro, comprerebbero tutti quello di Herman Hesse? Sii seria, mi dico redarguendomi con fermezza ma bonariamente e rassicurandomi insieme.

Per come vanno le cose si butterebbero in massa su Zafron, la Mazzantini, su Volo.

E così i miei libri saranno lì ancora per un po’, e al pensiero le palpitazioni si calmano. Per una volta sono contenta di vivere in questo paese di illetterati: in meno della metà leggono un libro l’anno ed è pure quello sbagliato.  

ps

Comunque il fatto che la mia regola mi impedisca di acquistare libri il cui costo superi i 15 euro non mi impedisce di apprezzare comunque dei cadeaux, e visto il catalogo della libreria Henry Beyle il prossimo che dice che non sa cosa regalarmi si becca un libro della Mazzantini in testa, dalla parte dell’angolo però.

Come i pompieri di Fahrenheit 451

Wednesday 3 October 2012

A un anno dall’entrata in vigore della legge Levi sul prezzo del libro, un incontro tenutosi alla Camera dei deputati – come richiesto dalla stessa legge all’articolo 3, per verificare i risultati ottenuti – ha sancito con i dati quello che agli addetti ai lavori era già chiaro: c’è stato un calo nelle vendite dei libri pari al 10% negli ultimi tre mesi del 2011, del 5% nel primo trimestre 2012, mentre sono invariati nel secondo trimestre. I dati sono più pesanti se si considerano gli acquirenti di almeno 3 libri a trimestre, con rispettivamente un calo del 20%, 7% e 9%. al 20% nei primi trimestri esaminati, ridotto poi all’8% nell’ultimo (parliamo di un lasso di tempo di 9 mesi, rilevazioni Nielsen per l’Aie). Il calo di vendite non è da imputare direttamente alla Legge Levi ma alla crisi economica che, dopo aver colpito librai e piccoli editori, non poteva non impattare anche sul lettore. La cosa che più mi ha colpito dei dati è che dal computo sono stati eliminati gli eccessi di crescita del volume d’affari indotti dai best-sellers: 2 o 3 libri, di dubbia qualità, che da soli sono in grado di rovesciare l’andamento del mercato. Di fronte a queste cifre direi che il lettore si merita i libri che legge e sceglie di leggere, se si orienta costantemente verso i best-sellers, i libri di cui tutti parlano, ha poco diritto di lamentarsi dell’offerta commerciale del nostro sistema editoriale. Epperò, non abbiamo la prova del 9, non sappiamo quale sarebbe, di fronte a una vera offerta che sostenga e tuteli la bibliodiversità, il comportamento del lettore. Da mesi editori piccoli ma di qualità incontrovertibilmente eccelsa non escono con nuovi libri, non possono permetterselo, si sono autosospesi dal mercato: si stanno dibattendo come prima di un’estinzione, non è così che si garantisce la bibliodiversità. Non è con l’occupazione sistematica degli spazi in libreria, come fanno Newton Compton, Mondadori, Einaudi, Feltrinelli, Longanesi, sia nelle loro librerie per chi le possiede che nelle altre, che si offre un servizio al lettore. Certo questi editori, continuiamo a chiamarli così, sono imprenditori e come tali giocano il proprio ruolo per rimanere leader di mercato. Ma servono delle regole, tutti i settori sono gestiti con regole più o meno efficaci che impediscano a grossi trust di viziare la domanda e presidiare l’offerta. La Legge Levi che pure è stato un passo avanti è un palliativo, è troppo permissiva, facilmente aggirabile, e in definitiva ha punito solo Amazon e con Amazon il lettore che effettivamente non può permettersi di acquistare libri che costano in media 15 €. Non è Amazon il problema. Sono i centri di potere editoriale; è l’assenza di una scuola in grado di preparare lettori accorti e appassionati e di sensibilizzare verso la cultura; è il gioco al ribasso dei piccoli editori che pur di sopravvivere abdicano non solo al loro ruolo di scouting ma anche di imprenditori: ho letto contratti in cui l’editore rifiuta in toto il rischio di impresa, non investe su quell’autore che sta pubblicando, semplicemente cerca di perderci il meno possibile. Non dovrebbe essere il primo a credere in quel testo? Pubblicare meno, pubblicare meglio sarebbe l’ideale. Ma non basta. Ci vuole senso di responsabilità. Ci vuole la capacità di individuare il talento, in giro ce n’è davvero poca, ma in compenso c’è tanta abilità a creare il caso editoriale sul niente.

Tutto questo, che ovviamente non è un’illuminazione inedita, lo si dice spesso, magari in modo diverso e anche io l’ho scritto molte volte in diversi contesti, ma non mi è mai sembrato più chiaro di così da quando mi è capitato di prendere in mano “La vera storia del pirata Long John Silver” di Björn Larsson edito da Iperborea nel 1998, con la traduzione di Katia De Marco, nell’edizione del 2000 che penso sia identica alle precedenti quanto agli apparati paratestuali. Ebbene – sorvolo sulla questione del prezzo del libro che nel 2000 era di 36000 e ora è di 18.50 – la quarta di copertina del libro è diversa dalle altre, non è quasi inutile come la maggior parte delle quarte ormai. Non contiene i pareri di gente che probabilmente il libro non l’ha mai letto, né spoilera tutta la trama del libro distribuendo aggettivi superlativi a casaccio. No, la quarta di copertina di quel romanzo è una nota dell’editore che spiega perché ha deciso di pubblicare quel libro, perché secondo lui quel libro è degno di essere letto, cosa lo ha spinto a considerarlo meritevole del tempo che ogni lettore impiegherà a leggerlo. «Ci sono libri che danno pura gioia, facendo vibrare dentro di noi tutte le corde del nostro amore per la lettura», inizia così quest’assunzione di responsabilità dell’editore di Iperborea, che infatti intitola il testo: “L’opinione dell’editore”. Ecco, come lettrice, io pretendo che ogni libro che viene pubblicato e chiede il mio tempo e i miei soldi sia dotato di questa assunzione di responsabilità, voglio che qualcuno ci metta la faccia e la firma per le cose che pubblica, che spieghi perché le pubblica, voglio che argomenti e giuri che quel dato libro è davvero importante, che l’ha fatto vibrare di amore per la lettura. E no, non basta che sopra un libro ci sia il logo di un dato editore, i motivi per cui i libri vengono pubblicati sono diversi e raramente dipendano dalla qualità del testo. A parte un paio di tipi che conosco e che sarebbero capaci di giustificare così anche la pubblicazione del “Mein Kampf”,  siamo certi che il signor Mondadori dichiarerebbe di amare alla follia i libri di Fabio Volo? E che, presso Rizzoli o Feltrinelli, Moccia tocchi le corde dell’amore per la lettura?

Di pancia

Monday 11 July 2011

NB Questo post è stato originariamente pubblicato a marzo del 2010, un commento arrivato via FB in merito me l’ha ricordato e visto che le cose sono se possibile, anche peggio di quanto fossero l’anno scorso, ho deciso di riproporre il pezzo in homepage, tanto per promemoria. Anche solo per me stessa.

Diffido sempre di chi dice di sentire le cose “di pancia” e ancor di più di chi si bea della scrittura “di pancia”: che vuol dire? Tirare fuori quello che si ha dentro? Eviscerarsi come un pollo dal macellaio? Sputare parole e sentenze sulla carta, senza filtri, senza artifici, senza tecnica, senza retorica? No, non va bene scrivere di pancia, eppure sto per farlo perché altrimenti esplodo. Per una volta me lo concedo. E poi tanto, mica scrivo narrativa, io.

Le vittime dei miei strali stavolta sono le case editrici che dicono di volere storie forti, ritratti dell’Italia contemporanea, spaccati sociali, denuncia civile, pathos – chi più ne ha, più ne metta – e poi pubblicano romanzi inutili come quello di Alessandro D’avenia, o terribilmente noiosi e pretenziosi come l’ultimo di Francesco Pacifico (che ancora si ostina a non comprendere che delle crisi  mistiche dei suoi personaggi(?) e dei loro(?) dissidi religiosi, interiori ed esteriori che siano, non ce ne frega una beata mazza).

E vogliamo parlare di quei lettori professionisti che scrivono stitiche schede di valutazione,  tradendo la loro assoluta mancanza d’esperienza e conoscenza della letteratura? Lo so che sono malpagati e sfruttati per la gran parte, che in fondo a molti piacerebbe pubblicare libri propri, invece di leggere e criticare quegli degli altri, e poi si trovano a redigere schede che sono pagelline delle elementari, magari usando definizioni che non significano nulla come “picchi narrativi”, secondo le indicazioni di quegli editor in chief che soppesano i libri, perlopiù senza leggerli, come fruttivendoli al mercato – massimo rispetto per il fruttarolo, sia chiaro perché lui, sì che conosce quel che vende! – e li dividono in appetibili e non, in base a criteri del tutto mercantili.

Poi sia chiaro, ha ragione Roberto Calasso quando sostiene che si possono pubblicare solo tre tipi di libri: quelli belli che vendono; quelli brutti che vendono; e che entrambi questi tipi consentono di pubblicare il terzo genere di volumi, quelli belli che non vendono. Il mercato è sovrano e il lettore anche, ma bisogna pur conoscerlo questo lettore, dargli fiducia, contraddirlo persino, se necessario, e rischiare, proponendogli cose che possono sembrare magari, a volte, poco spendibili: non sia mai che quel lettore li stupisca e si orienti verso quel  libro scritto bene, con dei personaggi così vividi da sembrare tridimensionali e dei  dialoghi così brillanti da tenerti attaccato alla pagina, che però non denuncia un bel niente, né rappresenta una fetta di realtà dal di dentro, perché al suo autore non gliene importa niente di raccontare quel tipo di storia. Ma il lettore – pensano loro – se lo aspetta che prima o poi qualcuno si lanci in qualche invettiva contro questo mondo di fetenti, o tiri una molotov di punto in bianco, contro qualche palazzo del potere.

E come no! Io, quando leggo un libro, a ogni pagina aspetto ansiosa un terrorista, un operaio che sciopera, un precario che si suicida, una famiglia in pezzi, un bambino maltrattato, una donna violentata, un neocatecumenale che ha perso la propria fede perché tormentato dalla visione del seno della cognata (Pacifico docet ancora).

A tutta questa gente consiglio di leggere i libri veri, quelli belli, di andare a riprendere in mano gli esempi di grande letteratura e ricordarsi cosa vuole dire scrivere bene e intrattenere il lettore: scopriranno che non esiste “la letteratura”, ma tanti tipi diversi di scritture e storie e modi di raccontare, tutti ugualmente grandi.

La letteratura è fatta degli intrighi di Stendhal, dell’autoreferenzialità di Proust, dell’essenzialità di Hemingway, del genio proteiforme di Borges, dei deserti verbali – costellati di rare oasi – di Beckett, del flusso di coscienza di Joyce. C’è la letteratura di idee, quella di trame, d’atmosfera, di denuncia. E c’è la letteratura fatta di leggerezza, di umorismo, d’ironia e a volte anche fatta di niente, ma di un niente così incantevole che sembra essere forgiato con la stessa materia dei sogni.

In una lettera al suo editore, credo, Francis Scott Fitzgerald disse: «il romanzo che sto scrivendo è un’opera à la Flaubert: nessuna idea, soltanto personaggi che si evolvono, separatamente o in gruppo, attraverso stati d’animo che mi auguro autentici».

Nessuna idea.

«Il personaggio è l’azione», è l’ultima delle annotazioni degli appunti preparatori a Gli ultimi fuochi. E coerentemente a questa che sembra la sintesi della sua poetica, i personaggi di Fitzgerald sono vivi, non sono descritti ma si raccontano e vengono raccontati con dialoghi fulminanti e metafore meravigliose, e se nessuno si ricorda dei due omicidi che vengono commessi in Tenera è la notte, chi può dimenticare la lingua lussureggiante in cui è scritto? E la caratterizzazione dei personaggi (Dick con la sua voce che «corteggiava il mondo»; Rosemary che per un momento «visse nel luminoso mondo azzurro degli occhi di lui»)?. E de Il lungo Addio? Ci ricordiamo la dinamica delle indagini di Philip Marlowe? O invece ci risuonano prepotentemente nella mente, i tacchi delle scarpe di Terry Lennox che si allontana, portandosi dentro la colpa e il dolore di un’amicizia tradita?

Non sarò certo io a sminuire l’importanza di una trama, della storia, dell’intreccio, ma in nessun modo quella trama, quella storia e quell’intreccio possono prevaricare la bellezza della parola, della scrittura, la capacità di far sì che il personaggio diventi azione.

Fitzgerald, ancora lui, lo so ma ognuno ha le sue fissazioni, nel 1920 per la rivista “Smart Set “ha scritto un racconto che s’intitolava “Porcelain and Pink”, poi inserito nella fortunata raccolta Tales of the Jazz age e tradotto in italiano da Giorgio Monicelli per Mondadori, come “La vasca azzurra”.

Il racconto, che in realtà Fitzgerald immagina come un testo teatrale un po’ anomalo, con il narratore che detta le regole dell’ambientazione direttamente al lettore, non racconta nulla in realtà, è un’istantanea, un’unica scena in cui non succede quasi niente: una ragazza è nella vasca e un ragazzo la guarda da fuori, ma senza poterla vedere veramente e si parlano in un’atmosfera onirica che sembra però più reale del vero. Mero esercizio di stile, un arabesco barocco, ma perfetto, tutto giocato sullo scambio di battute spesso svagate tra i due personaggi e dominata dall’enorme abilità dell’autore di usare la parola scritta per restituire sensazioni, immagini, profumi, suoni, colori. Quasi nessun cenno a eventi precedenti questa scena, nessuna proiezione sugli sviluppi successivi, eppure una volta terminata la lettura, si ha la netta sensazione di aver assistito a uno spettacolo sublime, che lascia soddisfatti e con gli occhi e la mente pieni di bellezza.

Potrei continuare all’infinito, ma sono distratto da uno dei due oggetti che si trovano nella stanza: una vasca di porcellana azzurra. Ha un suo carattere, questa vasca da bagno. Non è uno di quei moderni affari aerodinamici, ma è piccola e profonda e sembra che stia per spiccare un balzo; ma scoraggiata dalla brevità delle gambe, si è rassegnata all’ambiente e alla mano di vernice azzurro cielo che la ricopre. Ma si rifiuta caparbiamente di consentire ai suoi visitatori d’allungare le gambe: e questo ci porta direttamente al secondo oggetto presente nella stanza:

E’ una ragazza – evidentemente un accessorio della vasca da bagno – di cui appare soltanto la testa e la gola (le belle ragazze non hanno collo, ma gola).

Quale ragazza si sentirebbe sminuita dall’essere descritta con queste parole? Persino di essere definita un accessorio? Io da quando ho letto questo racconto non ho più avuto il torcicollo, ma solo dei gran mal di gola.

E quella vasca azzurra non è più viva di moltissimi personaggi di altri racconti o romanzi?

Quindi dico a te, giovane lettore/lettrice di casa editrice di belle speranze e poca apertura mentale, non ipotecare il desiderio del lettore, non battere strade conosciute e semplici, non assecondare esclusivamente gli  istinti da piazzisti di libri dei tuoi editori, ma ricerca la bellezza, riconosci il talento al di là di preconcetti e schemi precostituiti, lascia perdere la denuncia a ogni costo e la ricerca di una storia forte a discapito della pura bellezza di un libro: quanti ne hai fatti pubblicare così, fregandotene altamente del loro valore letterario? Rischia, mettiti in gioco, dimentica i diktat di quello che ritieni sia il gusto imperante e regalami solo un bel libro.

Un libro che peggio me sento

Tuesday 15 December 2009

Ho poco tempo per aggiornare il blog – ho appena impiegato tre giorni a decorare il mio nuovo albero di Natale (Filippo, alto 2,40 m, che si aggiunge e sostiuisce nel salone a far bella mostra di sè davanti la finestra, il vecchio albero di 1,50 m, Canio, finito ora nell’ingresso) e ad addobbare tutta casa – e un’infinità di cose da scrivere e da leggere, ma non tutte mi divertono quanto i pezzetti che vanno su aNobii nella mia contro-libreria. E come pochi mi ha divertito scrivere la stroncatura di un libro dedicato allo stesso socialnetwork che la ospita: si sono covati in pratica una serpe in seno! 

Ripropongo qui il pezzullo, anche per rimandare poi a una recensione sicuramente più seria di Loredana Lipperini che affronta una questione inerente l’operazione Rizzoli, cioè la selezione delle opere recensite e non solo delle recensioni degli utenti (oltre che l’opportunità di migrare quei testi da un media all’altro decontestualizzandoli completamente), che mi aveva colpito ma che poi non ho toccato perché avrebbe allargato di parecchio il mio discorso sul libro spostando l’attenzione verso la qualità media del lettore aNobiiano in particolare, e italiano in generale, mentre è del libro e delle recensioni presentate nel modo che dirò, che m’interessava parlare.

Allora, io ho letto aNobii. Il tarlo della lettura (Rizzoli) perché l’ha preso mio marito che, nonostante il mio veto e lunghe discussioni – anzi no, che discussioni, soliloqui, visto che lui manco mi sta a sentire quando inizio i miei proclami un po’ integralisti su letteratura e editoria – è presente con ben otto recensioni in questo volume: io non avrei mai speso nemmeno 1 € per comprarlo (la beneficenza a Emergency la faccio quando e come mi pare, e l’idea di devolvere i diritti alla sua causa mi suona un po’ furbesca, sebbene comunque meritoria). E poi perché spendere dei soldi per comprare qualcosa, di scadente, che si può leggere gratis entrando nel sito?

Prima di andare avanti stronco sul nascere le obiezioni velenose di quanti fossero già pronti ad attribuirmi travasi di bile per invidia o roba simile e rendo loro noto che diverse delle mie stroncature erano state selezionate per il volume – a parte il fatto che di solito la mia firma compare sotto altre robe scritte in altri luoghi – ma non ho concesso la liberatoria perché il progetto non mi convinceva per niente, e visto il risultato non avevo tutti i torti.

Innanzitutto l’unico motivo per cui a qualcuno potrebbe venire in mente di comprare Il tarlo della lettura è per vedere – finalmente! – il proprio nome, stampato su pagine che non siano cartelle esattoriali o il certificato di residenza.

Diverso, ma più raro, potrebbe essere il caso di quell’acquirente, sicuramente uno sprovveduto lettore, che pensa sul serio di poter trovare lì dentro una qualche dritta interessante o di leggere – vivaddio! – dei commenti liberi, indipendenti, fuori dalle logiche losche e truffaldine dei recensori e dei critici ufficiali; giudizi non viziati dall’interesse e dall’appartenenza a clan e consorterie! In fondo lo dice la stessa curatrice del volume, Barbara Sgarzi: qui “troverete, soprattutto, cose che si capiscono, dette con una voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”. Ora a parte che così il libro si presenta male perché a non essere chiara è già la prefazione: che vuol dire “voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”? E soprattutto, perché queste recensioni dovrebbero essere più comprensibili di quelle di un critico professionista? Ma è ovvio! Perché il lettore legge col cuore; perché legge senza che nessuno lo paghi; perché in lui arde il sacro fuoco del sapere e agisce “il tarlo della lettura”!

A questo punto faccio una breve pausa e vorrei spezzare una lancia sulla schiena dei curatori e dell’editore del libro dal titolo così evocativo – Il tarlo della lettura – per far osservare che l’unico tarlo presente nel volume è quello che ne divora letteralmente la rilegatura cosicché appena lo tocchi ti restano in mano le pagine che sfogli: forse è un modo simpatico e autoironico per rendere più agevole l’atto di dargli fuoco? Non mi è dato di saperlo.

Comunque andiamo ad ascoltare questa voce che parla – metaforicamente penso – a monosillabi e scegliamo una recensione a caso tra le 600 selezionate (“tra le migliori di tutto il sito”, ci tengono a sottolinearlo, eh).

La prima che mi capita riguarda Cent’anni di solitudine, e inizia così: “Cent’anni di solitudine non è un libro. Tu lo vedi lì appollaiato sulla libreria…”. E già qui mi fermo: questa c’ha un libro appollaiato sulla libreria? Anzi no, ha detto che non è neppure un libro. Un’improvvisa inquietudine mi colpisce e mi spinge ad andare oltre e trovo le pagine dedicate a Bar sport, dove uno dei recensori scrive: “Quando leggo un libro di Benni parto un po’ prevenuto: so già che mi piacerà”. Ora, a parte l’uso improprio del termine “prevenuto” in questo caso, vorrei sottolineare l’obiettività del lettore aNobiiano, che dice pane al pane e vino al vino, con la voce monosillabica di cui sopra naturalmente, e che è sempre al di sopra delle parti, non come quei professionisti della recensione che scrivono dei libri pieni dei loro preconcetti!

Continuo, mentre il libro mi si sfalda lentamente tra le mani, e incappo in una recensione di Eva Luna dove c’è scritto che si tratta di una “favola adulta” e non perché “sia scabrosa o erotica” – (???) – “ma perché narra, con la naturalezza tipica delle favole” – si sa, la caratteristica prima delle favole è la naturalezza, lo diceva anche Propp – “una vicenda matura, seria, che è essenzialmente la vita di questa strana bambina, Eva appunto”, e il pregnante commento si conclude coniando una nuova categoria critica: il libro sarebbe “credibil-fantastico“. Sono ammirata.

Un altro fulgido esempio di questo “parlare che si capisce” riguarda Il giovane Holden: “Allora. Ci sono quelli che leggono Tre metri sopra il cielo e via discorrendo. E ci sono quelli che… Holden. Insomma ci siamo capiti”. Avoja, mi viene da dire.

Poi c’è chi definisce Il fu Mattia Pascal la “prova di Pirandello” che l’ha convinto di più; chi scrive che Ammaniti “ha la tensione nella penna, non c’è niente che dire”; quella che si è ricordata come si vola leggendo Sepulveda e ringrazia gabbianella e gatti; e ancora, una tipa esasperata si sfoga contro I Malavoglia che sarebbero “attaccati come a una cozza al loro paese, la loro stupida barca, la «Provvidenza», che non sta a galla” ma soprattutto detesta “quei dannati lupini” che ha impiegato “anni per capire cosa fossero!”

Potrei continuare, ma del libro è rimasto poco e niente, ci sono fogli sparsi sul tavolo e sul pavimento, resiste solo la copertina rigida che dovrebbe servire a giustificare i 18 € del prezzo, perché a parte la qualità delle recensioni, quasi sempre pessima, è il lavoro redazionale, grafico, editoriale, i caratteri poco leggibili, la scelta dei testi, la loro impaginazione, gli asterischi enormi, i continui e ripetuti riferimenti ad altri libri contenuti nelle librerie virtuali dei vari recensori, anche quando questi hanno più recensioni nel libro, la struttura che vuole imitare troppo pedissequamente l’interattività del web, a rendere il prodotto così scarso da far sembrare impossibile che ci sia la Rizzoli dietro quest’operazione, non perché la Rizzoli non pubblichi mai schifezze o puttanate immani (oh, se ne pubblica!), ma perché di solito le sue edizioni sono curate almeno nella forma.

Sui contenuti poi, c’è poco da dire (e in parte ho già detto), ma è soprattutto la filosofia che dovrebbe esserci dietro un’operazione come questa che è discutibile: la democratizzazione della letteratura e della critica, il sopravvento del lettore non solo sul recensore di professione, ma sullo stesso autore e persino sul libro che spesso viene travisato e interpretato in modo arbitrario, la legittimazione della chiacchiera da bar presentata come sincero tentativo di ri-lettura di un’opera, tutte sciocchezze già lette e scritte meglio – mutatis mutandis – da Richard Rorty e i sostenitori dell’inutilità della critica letteraria (diciamola così, semplificando parecchio il tutto); ma in realtà lo scopo dell’opera è meramente di lucro: quale mamma, papà, zia, nonna, cugino, fidanzata, potrebbe resistere alla tentazione e alla soddisfazione di regalare a parenti e amici un libro in cui compare il nome del proprio discendente, ascendente, compagno, parente, affiliato, socio? E non dimentichiamoci che siamo sotto Natale! L’indotto di 333 autori è enorme! Mica gli si può dar tutti i torti quindi ai tipi di Rizzoli, ricordiamo che l’editora è prima di tutto un business, solo che una selezione più accurata e un’edizione migliore avrebbe reso il tutto meno discutibile.

Il risultato invece è un libro quasi illeggibile, inutile e pretenzioso: di lettura ce n’è pochissima, letteratura o critica manco a a parlarne, rimane solo il tarlo, che a questo punto si è divorato anche quel poco che restava delle pagine.

Di fiere, bei libri, gravi perdite e buffoni

Tuesday 8 December 2009

Ieri è stato giorno di fiera, erano anni che evitavo di andarci fuggendola come la peste, e dopo averci trascorso più di tre ore ho ritrovato tutti i motivi per i quali preferisco perderla, ma ne ho scoperti di nuovi che magari mi spingeranno a tornarci l’anno prossimo (qui e qui le puntate precedenti).

Intanto non c’è un orario o un giorno buono per evitare la calca: in Italia pochi leggono ma tutti vanno alle fiere dei libri. Questi tutti sono per lo più addetti ai lavori o gente che vorrebbe diventarlo o che si spaccia per tale solo perché magari ha un blog che non legge nessuno in cui ogni tanto parla di libri, o possiede un account su Anobii (e a questo punto vorrei spezzare ora una lancia sulla schiena dei curatori e dell’editore del libro Il tarlo della lettura – che contiene proprio una selezione, diciamo così, delle migliori recensioni presenti sul sito – perché a parte la qualità perlopiù terribile dei pezzi, con pochissime eccezioni, l’unico tarlo presente nel volume è quello che ne divora letteralmente la rilegatura cosicché appena lo tocchi ti restano in mano le pagine che sfogli, forse per rendere più agevole l’atto di dargli fuoco, non so).

Poi naturalmente ci sono anche i veri lettori che cercano tra gli stand le chicche più golose, quelle che di solito in libreria non ci sono o sono malissimo esposte, e li vedi aggirarsi furtivi e svelti come ninja pronti ad accaparrarsi un inedito appena pubblicato, uno scrittore semisconosciuto sdoganato da poco, uno conosciuto ma dimenticato, un autore dal nome impronunciabile che è un bestseller in qualche sperduta repubblica dell’ex Unione Sovietica, una certa edizione rara tirata in trecento copie, una stampa, un libro illustrato. Io ci ho messo del mio visto che quando sono andata a comprare il romanzo dell’ultimo Nobel per la letteratura, Herta Müller, e l’ho chiesto alla tipa che stava allo stand della “Keller Editore“, l’ho chiamato Il paese delle prugne secche, anziché verdi, ma quella manco se n’è accorta, penso si stesse limando le unghie o pensasse di doverlo fare, non mi ricordo bene.

Gli espositori che ho preferito come sempre, sono quelli di libri per bambini, mi sarei portata a casa tutti quei libri colorati e le stampe che sembrano veri acquerelli; gli editori peggiori quelli che restano piccoli o medi, ma si danno arie da grandi perché hanno trovato un filone d’oro, di solito oro di Bologna – quello che si fa nero per la vergogna, afferma il detto popolare, che gli consente di guadagnare molti soldi al minimo dello sforzo creativo o qualitativo; o quelli che hanno un bel catalogo accompagnato però di solito a una spocchia insostenibile. Per non parlare poi di quelli che sembrano non sapere nemmeno perché si trovano dietro un banchetto con dei volumi davanti all’interno di una grossa area espositiva, con della strana gente che gli pone delle domande alle quali rispondono stupiti e distratti a monosillabi, e tu non puoi fare a meno di chiederti se siano abbastanza alfabetizzati da leggerli i libri che pubblicano.

Menzione d’onore per “duepunti Edizioni” per il catalogo e la grafica editoriale e anche per gli editori brillanti e simpatici che indossavano festosi grembiuli rossi perché pare abbiano anche offerto da bere e mangiare a chi si fermava da loro; per “Alet Edizioni”, che non solo vanta una delle vesti editoriali più belle che ci siano al momento in Italia e un catalogo foltissimo di bei libri, ma può contare sulla passione di Giulia Belloni, neo-editor della casa editrice (già in forza a “Meridiano Zero” con la collana “Gli intemperanti”) per la quale curerà la nuova collana italiana “Gli iconoclasti”; per “Mattioli1885”, che rientra sia tra gli editori con un po’ di spocchia che tra quelli con una vaga aria confusa, ma si salva grazie al catalogo  e al bellissimo formato da moleskine dei suoi libri e perché – oltre a Ritratto di un gangster un inedito di Harry Grey (quello di Mano armata per intenderci a cui si è ispirato Sergio Leone per “C’era una volta in America”) – ha pure ripubblicato un libro di O’Henry autore di racconti che ha avuto poca fortuna da noi. Stesso discorso per le “Edizioni Spartaco” che hanno pubblicato Don Giovanni di Dan Fante e i saggi sulla letteratura di Stevenson – nonostante la prefazione di Pascale, ma ho già detto altrove su questo – e hanno ripescato un libro di Jerome K. Jerome, solo che graficamente i loro libri non sono degli oggetti belli da vedere come quelli di “Mattioli1885”.

Ho scoperto poi l’editore “Le nubi Edizioni”, con dei volumetti curati nei piccoli particolari, bellissimi da vedere e anche da leggere, che propone opere inedite in Italia o di particolare prestigio e poco diffuse.

L’editore più simpatico è Marco Vicentini, di “Meridiano Zero”, più interessato a parlare di cosa sia esattamente il noir che non a vendere i suoi libri; i più caotici, almeno per il loro stand i tipi di “Isbn Edizioni“: c’era un sacco di gente intorno ai libri e dietro il bancone erano almeno in quattro, tutti sotto i trent’anni che parlavano tutti insieme, non si è capito nulla di quanto ci siamo detti, né dei libri che io ed Davide abbiamo preso; i più appassionati quelli della “Azimut libri”, che hanno il grandissimo pregio di aver pubblicato le opere di Renzo Rosso, quando tutti si erano ormai dimenticati di lui.

E qui veniamo alla “grave perdita” di cui si accennava nel titolo: ho scoperto solo ieri, parlando appunto con Guido Farneti, il direttore editoriale di “Azimut libri”, che Renzo Rosso è morto proprio poco più di un mese fa e io non ne  avevo letto da nessuna parte e cercando in rete ho trovato poche righe sulla grande stampa e qualche blog letterario collettivo e un accorato scritto di Walter Pedullà su “Il Messaggero”, ma niente di più. Un destino ingiusto per uno scrittore italiano che meritava l’olimpo e la gloria invece dell’oblio. Io anni fa ho scritto un pezzullo su un suo romanzo bellissimo – La dura spina -, pubblicato sul fu “Medicine show”, e per ora lo voglio ricordare linkando quel post, ma al più presto con i tipi di Azimut abbiamo deciso di fare qualcosa di più importante per commemorarlo degnamente, anche perché sono custodi di aneddoti che vale la pena far conoscere anche ai lettori. Qui c’è il pezzo su La dura spina, qui i libri (non tutti credo) di Renzo Rosso in catalogo da Azimut.

Quanto ai buffoni, a parte Alemanno che ho incrociato più di una volta mentre si aggirava tra gli stand con la sua corte e il codazzo di guardie del corpo, soprassiedo, tanto – come amava dire il dittatore romano Lucio Cornelio Silla – “sanno già tutto”.

La grande scoperta dell’acqua calda della mia visita alla Fiera è stata però che se ti occupi di libri e vai direttamente alla fonte non devi nemmeno aspettare che te li mandino a casa, basta prenderli e portarseli via. E il mio bottino di quest’anno consta (tra comprati e ricevuti gratis et amore dei) di:

Lo scherzo del filosofo, Jerome k. Jerome, Mattioli1885

La psicologia della zia ricca, Erich Muhsam, Le nubi edizioni

Il paese delle prugne verdi, Herta Muller, Keller Editore

Seduto a schiacciare noci per uno scoiattolo, Jerome K. Jerome, Edizioni Spartaco

L’adolescenza del tempo, Renzo Rosso, Azimut

Non c’è scampo, Jack Black, Alet Edizioni

In più sono tornata a casa con un pacco pesantissimo con oltre 30 copie di Cera per le sirene di Alberto Ragni, preso direttamente allo stand di “Scritturapura“, che serviranno per una cosa che stiamo preparando in collaborazione con il Nuovo teatro Colosseo per il 4 gennaio (poi darò notizie più approfondite) e a cui non si potrà mancare. Lettore avvisato…

Due piccioni con una fava

Saturday 29 August 2009

Tornare a casa dopo due settimane in Sicilia mi ha prostrato fisicamente e psicologicamente. Stamattina mi sono svegliata annusando l’aria in cerca dell’aroma delle brioche appena sfornate e invece del pigiama mi volevo infilare il costume: non mi riprenderò mai più.

Quindi sono di pessimo umore, ma fare un giro veloce su anobii mi ha strappato un sorriso. Ho letto un commento a un libro di Raymond Carver che, ancora una volta, mi da implicitamente ragione sulle mie osservazioni circa l’autore americano, ma anche sullo stesso anobii.

Il commento è questo: “ho molti libri di suggerimenti per scrittori, questo è l’unico che mi ha fatto sentire una scrittrice. lontanissimo dall’idea del brava o non brava, semplicemente una scrittrice. Tale è chiunque senta il bisogno di mettere nero su bianco i propri pensieri.”

Ecco.

Noblesse oblige

Wednesday 26 August 2009

“Gli undici piccoli ometti che, in ultimo, corsero fuori sul campo, sembravano figure magiche di un altro mondo, strane romantiche, offuscate da una bruma pulsante di gente e di suoni, Si soffre in modo intollerabile insieme a loro, si trema pervasi dalla loro stessa eccitazione, eppure non hanno più niente a che vedere con noi, ormai sono al di là di ogni aiuto, consacrati e irraggiungibili… vagamente santi. Il campo è opulento e verde, i preliminari hanno avuto termine e la squadra prende posizione. I giocatori si mettono i caschi protettivi; ogni uomo batte le mani ed esegue una piccola danza solitaria. La gente sta ancora parlando intorno a te, si sistema comodamente, ma tu sei divenuto silenzioso e il tuo sguardo passa da un uomo all’altro.”

Ecco come Francis Scott Fitzgerald descrive un inizio di partita di football in un racconto pubblicato sul “Saturday Evening Post” nel gennaio del ’28 e intitolato “The bowl”, contenuto in Momenti di gloria. Un’antologia di sport e letteratura – trovato pochi giorni fa su una bancarella sul lungomare di Milazzo – a cura di Antonio D’Orrico (Leonardo Editore, 1991).

A me non me ne importa niente del football, e dello sport in genere, non sono affascinata dalle sfide atletiche o dalla competizione, ma quando uno scrive come Fitzgerald, può scrivere di qualsiasi argomento e leggerlo sarà sempre un’esperienza meravigliosa. Mentre ti parla di quegli undici uomini in campo, parla di ogni uomo e donna sulla terra, in ogni tempo, e il dilemma del campione che non sa decidersi tra l’amore e la gloria sportiva è il racconto di ogni dissidio interiore: sta qui la vera grandezza di uno scrittore, nel narrare una storia particolare rendendola universale. Poi vale la pena leggere Fitzgerald, anche solo per il suono prodotto dalla scelta di parole che usa, per gli accostamenti tra aggettivi e sostantivi, per quei dialoghi brillanti e a volte struggenti insieme, solo per godere della bellezza della parola scritta, come per la visione di un dipinto stupendo, senza nemmeno interrogarne il significato.

Il capolavoro definitivo

Friday 7 August 2009

Cheesecake fresca ai frutti di bosco

 

Per uno stampo da 30 cm

per la base:

200 g di Mcvitie’s digestive

100 g burro

per la farcia:

300 g yogurt naturale intero

400 g di philadelphia

250 ml panna da montare

6 cucchiai di zucchero a velo

12 g colla di pesce

1 bustina di vanillina

per la copertura:

200 gr di frutti di bosco frullati

300 gr di frutti di bosco interi

50 ml di acqua

50 gr di zucchero

5 gr di colla di pesce

Un cucchiaino di succo di limone

Procedimento:

Sbriciolare i biscotti non troppo finemente, e unirli al burro fuso, amalgamare bene il composto, pressarlo sul fondo della tortiera precedentemente foderata di carta forno e riporre in frigo a solidificare.

Mettere la colla di pesce a bagno in acqua fredda.

Mescolare il Philadelphia, con lo yogurt, lo zucchero, la vanillina e il succo di limone. Montare la panna lasciandone 2 cucchiai da parte e poi aggiungerla lentamente al composto di formaggio, mescolando dal basso verso l’alto.

Sciogliere la colla di pesce nei due cucchiai di panna liquida ponendoli brevemente in un pentolino sul fuoco basso e dopo averli fatta un po’ raffreddare mescolarli al resto della farcia.

Livellare tutto con una spatola e porre in frigo a solidificarsi.

Preparare la salsa di mirtilli ponendo i frutti di bosco frullati con lo zucchero e il limone in un pentolino a cuocere per circa 15 minuti e far raffreddare. Ammollare in acqua fredda e poi sciogliere in acqua calda la colla di pesce e aggiungerla alla salsa.

Dopo qualche ora spalmare per bene la salsa sulla torta di formaggio e lasciare ancora 1 ora in frigorifero a solidificare e poi decorare con i 300 grammi di frutti di bosco interi rimasti. 

E’ paradisiaca, garantisco.

 

Ho letto troppi brutti libri ultimamente per aver voglia di parlare di letteratura – compresi i primi due arrivati allo Strega, che ancora perdono tempo a darsele di santa ragione dalle pagine dei giornali, invece di pensare che hanno scritto dei libri illeggibili – così meglio scrivere la ricetta di un dolce goloso e fresco, che peraltro è il mio cavallo di battaglia, anche perché ormai con la testa sono già in vacanza.