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Tuesday 14 July 2009

Sciopero contro una legge infame

Parole e proiettili

Sunday 7 June 2009

Parigi era viva. La capitale dell’arte nel ventesimo secolo di Gualtieri di San Lazzaro (Mondadori ‘66)

Il ventre del comunista di Antonio Faeti (Einaudi ‘99)

Il rovescio e il diritto di Albert Camus (Tascabili Bompiani ‘88)

Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (Einaudi ‘73)

Zanzare di Faulkner (Mondadori 1990)

Il giovane Holden di J. D. Salinger (Einaudi ‘61)

Il “Crucifige” e la democrazia di Gustavo Zagreberlsky (Einaudi ‘95)

Il vecchio con gli stivali di Vitaliano Brancati (Mondadori ‘71)

Quello col piede in bocca e altri racconti di Saul Bellow (Club dell’editore ‘87)

 

E’ questa la mia parte di bottino ottenuta dalla spedizione punitiva al mensile “Mercatino della memoria” di Latina, mercatino che io chiamerei invece della nostalgia criminale più che della memoria visto che è pieno di busti del duce, di elmetti di guerra, di pamphlet inneggianti al fascismo, di cartoline con slogan del ventennio e altre amenità del genere. E oggi tutto questo mi infastidiva più del solito vista l’ansia per le elezioni.

Ma la vita è piena di sorprese e in mezzo a tutti questi simboli di un passato inglorioso è emerso da una vecchia copia del Maestro e Margherita di Bulgakov (in una prestigiosa edizione Einaudi del ‘67) un foglietto ingiallito piegato in due e in mezzo una margherita e una frase, forse una dedica, vergata da una grafia elegante: “Nella mia vita un dolore che consuma, ma anche una segreta grazia che illumina. Il mio amore per te”.

Non lo so per certo, però qualcosa mi dice che probabilmente il latore del libro e il suo amore poco felice, non ce l’hanno mai avuto a casa un busto di Mussolini.


Prima e dopo la cura

Friday 5 June 2009

Ho letto Principianti di Raymond Carver e ho solo 3 cose da dire.

 

1)    non sono d’accordo con chi ha criticato l’operazione commerciale di Einaudi – e sia chiaro che passerà tempo prima che io riacquisti un solo libro di questa ex-gloriosa casa editrice dopo la censura perpetrata ai danni di Saramago: io non l’avrei comunque letto il suo libro perché Saramago mi appalla come il tennis, la musica new-age e le omelie in Chiesa, però deve essere libero di scrivere quello che vuole ed essere criticato solo se i suoi libri non sono buoni, non perché inveisce contro il Presidente del Consiglio del nostro paese, anzi, solo per questo gli darei il Nobel! –; dicevo, non sono d’accordo con chi ha criticato la scelta di Einadi di pubblicare i racconti originali di Raymond Carver prima che il suo editor Gordon Lish li editasse, tagliandone spesso più del 70%, perché quando uno scrittore diventa famoso si tirano fuori anche le sue liste della spesa figuriamoci se non possa essere interessante leggere le sue vere parole.

 

2)    Le critiche poi sono arrivate soprattutto da ambienti e personaggi vicini a Minimum fax o da intellettuali scrittori e critici che vedono Einaudi come il fumo negli occhi per motivi ideologici, salvo poi essere disposti a fare carte false per farsi pubblicare negli Struzzi. Non regge poi l’accusa di aver riproposto gli stessi racconti già pubblicati nel Meridiano su Carver, primo perché lì non c’erano tutti e secondo perché il Meridiano è un libro molto diverso da un tascabile o da un volume in brossura rigida, meno maneggevole e meno pratico, più costoso (promozioni escluse) e quindi meno appetibile commercialmente. 

 

 

3)    In genere io non sono contraria a un buon intervento di editing per un libro che qualcuno si prende la briga di pubblicare, figuriamoci! E mi spiace che in Italia editor bravi ce ne siano davvero pochi, però tagliare un libro o anche solo un racconto del 70% non è editare quel libro o quel racconto, è riscriverlo e quindi risalire all’opera originale è sicuramente una possibilità interessante anche dal punto di vista del critico letteraio e di un operatore editoriale in genere. E probabilmente Carver senza Lish non sarebbe diventato “Carver”, anche se ripeto, la sua fama in Italia è, in proporzione, più vasta di quella che ha in America, e allora forse i racconti dovevano essere firmati da entrambi, ad ogni modo io resto della medesima opinione: a me Carver continua ad apparire “letterariamente stitico” sia prima che dopo la cura Lish, per cui potevo pure risparmiarmi la (ri)lettura dei suoi racconti.

Leggere contro

Tuesday 2 June 2009

Una delle cose che più mi diverte scrivere è una buona stroncatura. L’ho sempre detto, sono una sincera sostenitrice delle stroncature, quando non sono pretestuose ovviamente e solo se veramente motivate: per esempio, non vedo alcun motivo di stroncare un libro di Moccia, perché non aspira a restare nella storia della letteratura, è un libro fast-book che tra qualche anno nessuno ricorderà, cavalca una moda destinata a esaurirsi, parlarne male è come sparare sulla croce rossa, sarebbe più utile stroncare emuli e furbi sfruttatori del momento che si travestono da sacerdoti della letteratura. La stroncatura deve essere divertente, perfida e utile, perché stigmatizza un certo tipo di letteratura, di mal costume culturale, una tendenza deleteria per l’editoria tutta.

Ho l’impressione (ma non si è mai bravi giudici di se stessi) che io riesca a essere più efficace come stroncatrice che come recensore entusiasta, forse perché i miei entusiasmi sono rivolti per lo più a scrittori morti o dimenticati, sui viventi poco mi galvanizzo, specie se italiani. Ma qualcuno c’è, eh. Però vuoi mettere la creatività della stroncatura, quando è fatta con tutti i crismi?

 

E oggi ne ho scritta una che mi fa molto ridere e dalla controlibreria la riporto qui, così mi tolgo anche il pensiero di aggiornare quotidianamente il blog, come da impegni presi col mio psicanalista per guarire da un’endemica pigrizia e dall’asocialità galoppante.

 

Il libro è Adelmo torna da me di Teresa Ciabatti, Einaudi 2002

 

 

 

Titolo: Adelmo ha fatto bene ad andarsene

 

“Gli adolescenti vanno presi per mano e accompagnati nella burrasca della vita.”

 

Basterebbe questa frase a far concorrere di diritto il romanzo di Teresa Ciabatti al premio per l’esordio più imbarazzante della storia della letteratura italiana e non.

Ma l’autrice ci si mette di buona lena e ci offre altri notevoli appigli per portarla almeno sul podio.

Innanzitutto i nomi dei suoi protagonisti: Camilla, Lavinia e Adelmo, i quali solo per motivi d’anagrafe quindi, meriterebbero un sacco di mazzate. In realtà se le meritano anche per altre ragioni: sono personaggi irreali, scontati, banali e soprattutto l’io narrante, nonché protagonista, Camilla racchiude in se tutti i caratteri stereotipati della ragazza-bene romana, viziata, melodrammatica, romanticamente sciocca, giudiziosa il giusto per essere una rompicoglioni, ossessionata dalla dieta e dalle apparenze. E che dire della trama degna di uno di quei fotoromanzi da giornale per teen-agers? Niente. E infatti ne taccio.

Ma sono passati parecchi anni da quell’esordio e la Ciabatti è parecchio cresciuta e nel suo secondo romanzo, I giorni felici (Mondadori 2008), ha imparato la lezione, ma siccome questo è un libro che mi è abbastanza piaciuto, non ne parlo qui.

Succhiando fragole

Monday 1 June 2009

Attenzione: non è un post erotico, sebbene potrebbe sembrarlo: è che il titolo è importante per me e oggi non ho voglia di scervellarmi a pensarne uno che sia all’altezza dei soliti miei (che sono geniali!) e siccome mentre scrivo questo post sto davvero succhiando la panna dalle fragole (con panna), mi do al neo-neorealismo et voilà ecco il titolo a effetto.

 

 

Mi sono resa conto che non ho mai scritto diffusamente del mio libro preferito (una bambolina a te che hai indovinato qual è!), l’ho citato più volte, ne ho parlato vagamente, ma non ho mai spiegato perché è il mio libro preferito (dando per scontato che a qualcuno interessi saperlo, certo), e soprattutto non l’ho mai affrontato criticamente. Come si fa a essere equilibrati e obiettivi con un libro che si è amato così profondamente e a cui si è intimamente legati? Come posso essere professionale con qualcosa che ha accompagnato così fedelmente la mia vita? Come posso scriverne con lucidità?

 

E infatti non lo faccio, almeno per ora.

 

Mi limito a dire che il tizio che ha avuto la bella idea di scrivere un seguito de Il giovane Holden – e d’intitolarlo 60 Years Later: Coming Through the Rye, dedicandolo persino a “J.D Salinger: il il peggior bugiardo che tu abbia visto in tutta la tua vita” – io lo prenderei a calci per tutto il tragitto dalla Svezia agli Stati Uniti .*

 

 

 

* La strampalata biografia dell’autore, J. D. California(!), recita che il tipo in questione è uno svedese-americano.

I got the Devil in my closet

Sunday 31 May 2009

Mi è venuto in mente che magari uno pensa che io in libreria ci sguazzi come un trota salmonata nel piatto di portata. Non è così.

In realtà comincio a sbuffare dopo cinque minuti, sia nel caso in cui trovi subito quello che cerco, sia in quello più raro in cui non abbia nulla da cercare (raro perchè se non mi serve niente mica ci vado di solito). Comincio a guardarmi in giro con aria torva, trancio giudizi al vetriolo sul 99% dei libri esposti negli scaffali più in evidenza (le novità o i best sellers, quasi sempre monnezza), scruto l’orologio ogni due secondi, tormento il mio accompagnatore (quasi sempre lo stesso) tirandolo per la camicia o per il braccio, lo imploro di andarcene o alternativamente, lo minaccio di farmi esplodere come un kamikaze nel reparto dei libri Adelphi (che c’è in ogni libreria che si rispetti quasi come se Adelphi ormai, fosse un genere e non una casa editrice. Pensandoci bene quasi lo è).

E tutto questo, non ha a che fare solo con il fatto che ormai compro pochi libri per me e la maggior parte io li acquisti su Ibs.it; e non c’entra nemmeno la mia assoluta idiosincrasia verso quelli che “io dentro una libreria ci passerei le ore, fa bene all’anima” ma poi non capiscono un cazzo di letteratura; e neanche riguarda la scarsa qualità climatica delle librerie: coi riscaldamenti a palla d’inverno e l’aria condizionata ai minimi termini d’estate, così le pagine dei libri ti s’incollano come ventose ai polpastrelli sudati e le frasi ti si stampano sulla pelle come coi trasferelli.

E’ proprio che io vorrei sempre essere da un’altra parte e fare sempre qualche altra cosa. Quasi sempre.

Ci sono pochi luoghi eletti dove mi trasferirei in pianta stabile, cose che farei a oltranza, persone con le quali parlerei giornate intere e sentimenti che se fosse per me brucerebbero con fiamma eterna. Ma non ho il controllo di tutto e quindi continuo a correre.

(Because) I got the Devil in my closet, and the wolf is at my door

Guns of the Patriots

Saturday 25 April 2009

Mentre si preparano a festeggiare il 25 Aprile senza averne il minimo diritto e senza mostrare un po’ di pudore, tengono in caldo un disegno di legge (proposta di legge n. 1360/08) che di fatto, vuole equiparare coloro che facevano i rastrellamenti per conto dei nazisti a chi è stato internato nei campi di concentramento, e i repubblichini di Salò ai partigiani che morirono per la libertà, perché:

 

l’istituzione dell’Ordine del Tricolore deve essere considerata un atto dovuto, da parte del nostro Paese, verso tutti coloro che, oltre sessanta anni fa, impugnarono le armi e operarono una scelta di schieramento convinti della “bontà” della loro lotta per la rinascita della Patria. […] Questo progetto di legge è coerente con la cultura di pace e di pacificazione della nuova Italia, post-bellica, repubblicana e democratica; memore delle distruzioni morali e materiali provocate dal conflitto mondiale; orgogliosa della rinascita operata dalla laboriosità del suo popolo; rinnovata nelle istituzioni di una classe dirigente espressa per la prima volta dal popolo, libero e sovrano; consapevole della necessità di rimarginare le ferite di un passato tragico e cruento nell’interesse dell’intera collettività”

 

A parte l’evidente ipocrisia di mettere la parola bontà tra virgolette a sottolineare che sì, in effetti la posizione presa da chi si schierò con i nazisti e decise di aderire alla Repubblica Sociale non era giusta, però dai, mica c’era della malafede, hanno scelto secondo coscienza e per quello in cui credevano, vogliamo punirli per questo? Per una scelta sbagliata? Come se decidere da che parte stare non la dica lunga sulla dignità che quella scelta conferisce. Come se scegliere di sostenere chi ha sterminato milioni di esseri umani, rastrellato paesi e villaggi, distrutto città, giustiziato oppositori politici e tradito amici e parenti, possa davvero essere considerata un’opzione praticabile e giustificabile. Come se discernere tra cosa sia giusto e sbagliato, non abbia alcun valore.

Dicevo, a parte questa palese ipocrisia, mi domando quale sia “la cultura di pace e di pacificazione della nuova Italia”, e soprattutto quale sia questa nuova Italia. 

Forse l’Italia senza memoria, che tende a dimenticare e confondere, a sfumare posizioni e fatti storici, a riscriverli secondo la convenienza del momento.

Non ci sono alibi, né scusanti, né virgolette che tengano, la libertà di cui tanto si sproloquia in questo periodo e quella democrazia martoriata negli ultimi sessant’anni dal malcostume, la corruzione, il malaffare, le connivenze, le convenienze, le ingerenze, i segreti di Stato, le stragi, i burattinai occulti, i fondi neri, quel poco di libertà e di democrazia che ancora ci resta, non deve nulla ai repubblichini, ai collaboratori, ai delatori: nasce contro di loro, nasce nonostante loro, nasce dalla loro sconfitta.

 

 



Ecco. In realtà avevo iniziato a scrivere il post per parlare della Luna è tramontata di John Steinbeck, un romanzo sulla resistenza norvegese nel corso della seconda guerra mondiale, ma poi l’indignazione e l’amarezza hanno preso il sopravvento e del libro se ne riparla magari, sono troppo incazzata al momento. Ma voi leggetelo intanto.




 



 






 

Il mio primo libro…

Saturday 7 March 2009

…non vedrà mai la luce.

 

Proprio oggi sarebbe dovuto uscire, era un pamphlet polemico sulla condizione femminile. Mi era stato commissionato, ero stata scelta per scriverlo per cui non avevo alcuna ansia di pubblicazione, nessuna ricerca spasmodica di approvazione e soprattutto di un editore (non smetterò mai di essere grata a chi ha riversato in me tanta fiducia, affidandomi un suo progetto pensato apposta per me), dovevo solo scriverlo. E non l’ho fatto, o meglio ne ho scritto metà e poi l’ho lasciato perdere perché non avevo alcuna voglia di finirlo. Prima o poi me ne pentirò. O Magari no.

 

Comunque a parte il periodo di crisi e di disinteresse per la letteratura e per tutto ciò che le ruota intorno – ma questo è un altro paio di maniche – la ragione principale del forfait è che non avevo voglia di scrivere questo saggio perché la polemica non era contro la società maschilista, contro secoli di discriminazione, contro l’idea quasi impossibile da sradicare del sesso debole, ma si rivolgeva alle donne: già dal titolo era contro le donne stesse, che avallano spesso, tutti i luoghi comuni e le convinzioni becere di chi le considera corpi e poco altro, madri e niente di più, emozioni allo stato puro e poco cervello[1].

 

Io credo davvero che molte colpe siano da addebitare alle donne che non si ribellano, che scelgono di assecondare la visione limitata di molti uomini, che accettano ruoli che le relegano in certi ambiti considerati “femminili”, che magari sgomitano pur di posare in un calendario prestigioso che le ritrae come vittime di stupri o di violenza, ma mentre scrivevo e sceglievo l’ironia come registro stilistico per le mie argomentazioni e quindi cercavo anche di divertirmi, al contrario mi assaliva la tristezza: era come guardarsi allo specchio e accorgersi di odiare i tratti di famiglia. Un po’ come odiare me stessa.

 

E’ una sensazione molto simile a quella che mi provoca ogni anno la Festa della donna. Da una parte ci sono tutte queste donne per strada, nei locali, camminano a braccetto, ridono a voce alta, quasi a esaltare la propria presenza, molte ondeggiano su tacchi a spillo e lisciano le gonne, altre si toccano in continuazione i capelli, tutte si guardano intorno: questa serata è loro e sembrano pronte a tutto. E’ così che l’immaginario collettivo dipinge la festa della donna.

 

Ogni anno è la stessa storia, mamme, nonne, liceali, commesse, avvocati in carriera, modelle o parrucchiere, tutte si sentono autorizzate da una festa sul calendario e dai sorrisi condiscendenti dei loro uomini, a prendersi una pausa, a concedersi una via di fuga armate di mimose e push-up. Non ci sono cene con le amiche, uscite serali, mazzi di fiori nel resto dell’anno, non c’è tempo e forse nemmeno la volontà di concedersi una stanza tutta per sé, ma l’8 marzo tutto cambia: è la loro festa. Semel in anno licet insanire?

 

E di cosa parlano queste donne sedute a un tavolo in una precoce sera di primavera mentre celebrano se stesse? Ma degli uomini naturalmente. Degli uomini che le aspettano a casa, di quelli che vorrebbero conoscere, degli altri che hanno conosciuto e perso. E poi di quelli che hanno visto spogliarsi l’anno prima, quando hanno gridato la loro emancipazione trascorrendo la serata con uno spettacolo di spogliarello: niente ti fa sentire più libera e uguale agli uomini – pare – del riempire di banconote il ridottissimo slip di un giovane fusto che ti si dimena davanti.

 

Dall’altra parte, magari a pochi passi da un ristorante invaso di ragazze in minigonna, ci sono poche decine di donne arrabbiate e offese che in una piccola sala senza finestre, dibattono sul maschilismo di questa società che soffoca le loro ambizioni e aspettative. Sono probabilmente giornaliste, scrittrici, antropologhe, onorevoli, operaie, avvocati, dottoresse, pochissime le giovani donne e sembrano tutte chiuse nel loro rancore, ostili quasi, impegnate ad accusare tutti (per lo più a ragione) delle loro disgrazie, dimenticando di prendersela anche con le stesse donne. 

 

E io non posso fare a meno di chiedermi sempre come abbia fatto una giornata di lotta a diventare una squallida festa. Ma anche: come ha fatto una lotta per i diritti e la parità a trasformarsi in una battaglia contro gli uomini?

 

Dalle parti Radio Deejay in questo finesettimana si festeggia la donna riempiendo il palinsesto di uomini, in pratica per quasi un mese hanno chiesto alle loro ascoltatrici di votare il personaggio maschile della musica, dello spettacolo, della cultura o dello sport che avrebbero voluto come ospite nelle varie trasmissioni. Ovvio. E’ la festa della donna e si dà spazio agli uomini, ancora una volta. Perché è scontato che una donna preferisca sentir parlare un uomo, perché magari è naturale che un uomo possa aver cose più interessanti da dire di una donna.

 

E il fatto è che, purtroppo, spesso è davvero così. Ma è così perché le donne intelligenti, preparate, colte, sveglie, faticano a emergere; e il punto, per me, è  che fatichino a emergere non solo per colpa degli uomini, ma, l’ho già detto, anche a causa di altre donne che si prestano al gioco di ruolo a cui partecipano dai tempi dei tempi, e che in larga parte legittimano col loro comportamento il silenzio e l’indifferenza, la discriminazione e la disuguaglianza di cui sono vittime e complici. .

A Radio Deejay per esempio, lavorano un sacco di donne: possibile che a nessuna sia venuta in mente che forse sarebbe stato meglio onorare una festa per i diritti delle donne dando proprio alle donne spazio e visibilità?

 

E’ vero poi, che il condizionamento è totale e invasivo. Anche quando riescono a eccellere, le donne sono schiave di una mentalità discriminatoria. Mesi fa Fabio Fazio ha intervistato nel suo programma Rita Levi Montalcini, e cosa le ha chiesto? Del Nobel? Della sua ricerca scientifica? Della sua vita votata alla scienza? Della sua visione del mondo? No. Le ha chiesto dell’amore, delle sue vicende affettive, dei sentimenti, dell’amore che, come si sa, fa girare il mondo. Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina per la sue scoperte sui fattori di crescita legati a organi e cellule, doveva rispondere a domande banali sulla sua femminilità, o meglio sulla visione maschile o maschilista dell’essere donna. E per assurdo, il giorno che qualcuno intervisterà un uomo, un premio Nobel magari, sulla sua mascolinità, io non mi riterrò soddisfatta, non penserò che finalmente la parità è ottenuta, ma prenderò il primo treno interstellare per Marte, perché saremo alla frutta: il livellamento verso il basso porta allo squallore, non alle pari opportunità. E’ vero che Fazio ci ha provato a ricondurre la Montalcini all’interno di quella visione maschilista, ma la signora lo ha sistemato per bene, perchè non lo fanno tutte?

 

Io personalmente al primo che mi regala una mimosa gliela tiro dietro, anche perché soffro d’asma e allergie varie e la mimosa per me è come la kryptonite per Superman, ma soprattutto perché io credo nei simboli, e i simboli restano tali solo finché non vengono progressivamente spogliati di significato. Se questo succede, allora diventano solo vestigia inutili o, ancora peggio, alibi dietro cui nascondere la realtà delle cose.

E dire che io festeggio tutto, da Natale a San Valentino, da Pasqua alla festa della mamma, festeggerei anche Hanukkah se non pensassi di poter essere blasfema, ma io ci credo in queste feste, le onoro, mi piace ricordarle.

 

La festa della donna, a chi serve davvero? O meglio, perché si finge di esserne interessati quando in realtà va bene a tutti, alla fine, che le cose restino come sono? La maggior parte delle persone, ignora persino la vera origine della festa della donna.

 

Era l’8 marzo del 1908 quando quindicimila donne marciarono attraverso New York richiedendo la diminuzione delle ore lavorative, aumenti cospicui dei salari e il diritto di voto. Due anni dopo, nel 1910, si tenne la prima conferenza internazionale delle donne a Copenhagen, nell’ambito dei lavori della Seconda Internazionale Socialista. La conferenza ebbe luogo nell’edificio del movimento operaio al 69 di Jagtvej: la Folkets Hus, ovvero “Casa del popolo”, chiamata in seguito “Ungdomshuset”. A dimostrazione di quanto la memoria storica della lotta per l’emancipazione e per i diritti degli individui sia allegramente in svendita in tutta Europa, questo storico edificio è stato demolito nel 2007 dalla municipalità di Copenhagen. Furono poco più di cento donne a partecipare all’evento, dibattendo strategie e proposte differenti nel metodo, quanto comuni nell’obiettivo: l’emancipazione della donna da una condizione di evidente inferiorità rispetto alla controparte maschile; e, per molti aspetti, di vero e proprio asservimento, eppure i risultati di quella riunione furono a dir poco deflagranti. Fu deciso, infatti, di istituire una festa per onorare la lotta femminile mirata al raggiungimento dell’uguaglianza sociale, chiamata Giornata internazionale della Donna, da celebrarsi proprio  l’8 marzo di ogni anno. Doveva essere una festa, ma anche un’occasione di protesta pubblica, che desse visibilità al disagio femminile e facesse sapere agli uomini che sedevano nelle stanze dei bottoni che le donne non erano affatto contente del modo in cui andavano le cose. Si trattava di scendere in piazza con canti e balli, ma anche con slogan caustici e dimostrazioni di dissenso. Bisognava far vedere a tutti – e soprattutto agli uomini – quanto le donne fossero consapevoli del proprio disagio, e al contempo determinate a cambiare le cose.

E quella decisione, sia pure presa in una conferenza con poco più di cento donne presenti, ebbe una immensa eco. In ogni Paese industrializzato – ma soprattutto nella Mitteleuropa, dove il socialismo era nato e perciò risultava più forte e combattivo -, le attiviste lavorarono affinché la partecipazione delle donne alla festa fosse grande: e l’anno dopo, nel 1911, la Giornata internazionale della donna vide scendere in piazza oltre un milione di manifestanti in Austria, Danimarca, Germania e Svizzera.

 

Di tutto questo è rimasto poco o niente e la colpa è di quelle donne che accettano compromessi per la loro carriera, di coloro che sfruttano il proprio corpo per facilitarsi la vita, delle madri che crescono i figli maschi senza educarli al rispetto della donna in quanto essere umano suo pari, delle tipe sui manifesti pubblicitari che posano impersonando indifese e provocanti vittime sacrificali di uomini in calore, delle femministe che se la prendono solo con gli uomini, delle scrittrici che usano il sesso per vendere più copie, mercificando addirittura se stesse, vendendo se stesse un tanto al chilo in allegato al proprio libro, o si limitano a rincorrere la voce del cuore o le sensazioni del corpo, come se le donne non potessero scrivere con la testa.

 

E’ una questione culturale, sociale e per molti versi soprattutto politica.

Basti pensare che alle ultime elezioni, per quanto più della metà delle elettrici pare abbiano votato a sinistra, Berlusconi ha trovato il suo zoccolo duro di elettori proprio nelle casalinghe, che forse avrebbero più recriminazioni da fare, in termini di parità e discriminazione, rispetto alle donne che hanno un impiego. Invece sembra che a loro stia bene essere definite improvvide perché non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena, o sentir dire che non si possono proteggere le loro figlie dagli stupri se sono bellissime perché le forze dell’ordine non bastano a pedinarle una per una, come se fosse normale dover andare in giro con la scorta armata. Naturalmente, poi, che stiano pur tranquille le madri di figlie brutte: non hanno nulla da perdere.

 

Non è una querelle ideologica, lo stesso discorso sarebbe valso se a qualcuno a sinistra fosse venuto in mente di dire il mare di baggianate e battute da caserma che salgono alle labbra del Cavaliere.

La questione è molto più grave: il nostro presidente del Consiglio è il simbolo perfetto di una mentalità gretta e meschina che vede nelle donne alternativamente, un corpo, un oggetto, una bandiera da sventolare, un problema di cui disinteressarsi. Lui se ne va in giro per il mondo a rappresentarci, ed è mia convinzione che ci rappresenti benissimo, visto che l’Italia è il fanalino di coda dei Paesi dell’Unione Europea a proposito di parità di genere ed è addirittura 84ma (nel 2006 era 77esima) nella classifica mondiale sulle disparità di genere secondo il Global Gender Gap Index, lo studio del World Economic Forum che si occupa di misurare il divario economico e sociale tra uomo e donna.

 

Guardiamo una parte considerevole delle donne che Berlusconi ha scelto per la sua squadra di governo, le più chiacchierate naturalmente: tutte loro non sono da biasimare in quanto belle donne, o per il loro passato da veline, show-girl o di avvocati poco abili, ma perché non sono all’altezza del loro compito, perché non è per nulla chiaro il modo in cui siano giunte a quelle posizioni, per la loro palese inesperienza, e quindi perché rendono un cattivo servizio alle loro colleghe e a tutte quelle donne che devono faticare il doppio per ottenere posti di rilievo in politica, nel mondo degli affari o tra i liberi professionisti, o anche solo per avere lo stesso stipendio di un uomo in qualsiasi mansione. Il messaggio che passa è sempre lo stesso: sei bella, avvicina l’uomo potente, otterrai dei benefici, usa il tuo corpo e farai carriera, non importa che tu sia brava o meno.

 

Forse il ministro Mara Carfagna, se avesse fatto la gavetta anche per fare il politico e non solo la valletta – che, me ne rendo conto, è un compito più complicato che gestire un dicastero – avrebbe acquisito esperienza e autorevolezza, forse avrebbe potuto dimostrare di saper fare il proprio lavoro, forse avrebbe potuto meritarsi il suo ruolo e potrebbe difendere il suo operato a testa alta. La mentalità del suo leader nuoce prima di tutto a lei, che non vedrà mai riconosciuto il suo valore, se mai dovesse esserci davvero.

 

Lo ripeto ancora una volta, sono le donne le prime complici di un meccanismo malato che le vuole sempre subalterne, quando non le relega a un mero ruolo decorativo.

 

Sembra un libro contro le donne e da un certo punto di vista lo era. Non del tutto però, e la premessa che avevo scritto spiega meglio questa dicotomia.

Ma se ne riparla. 

 

 

 


[1] A farmi porre molte domande sull’opportunità di scrivere un libro contro le donne sono stati in parte, alcuni volumi che ho letto o riletto mentre ci lavoravo su, in particolare Chi ha cucinato l’ultima cena? Storia del mondo al femminile di Rosalind Miles, Ancora dalla parte delle bambine di Loredana Lipperini,  Il secondo sesso di Simon Beauvoire e Il dominio maschile di Pierre Bourdieu.

 

Ego e super-ego

Monday 16 February 2009

Ho per le mani un manoscritto che mi sta facendo impazzire. E a ogni pagina mi convince sempre di più, mutatis mutandis, e se mai ce ne fosse bisogno, che avevo ragione a scrivere quello che ho scritto sui poetastri e Rilke.

Tornando al romanzo, c’è da dire che il suo autore ha anche un certo talento e maneggia – cosa insolita negli esordienti – la lingua con una discreta sapienza, se non fosse per l’abbuffata di figure retoriche che uno si fa leggendolo e per la fatica nel reggere certi periodi infiniti, ma il suo ego è così spropositato – “è il mio stile!”, “anche Bufalino all’inizio non veniva apprezzato”, “non voglio mica piacere a tutti”, “quello che faccio io, non è per tutti e non voglio che lo sia”, “non posso modificare quello che scrivo per venire incontro agli altri ”, “io scrivo per me e per quelli a cui piacerà” – che fosse per me gli pubblicherei solo l’annuncio delle nozze in municipio!


 

Comunque lo finisco, eh. Qualcosa c’è.



L’imperatore e (ancora) il pomodoro

Monday 15 December 2008

La querelle Pascale-Citati intorno a un pomodoro, da queste parti fa ancora discutere, e se so per certo che Pascale un po’ rosica, sono quasi convinta che Citati invece, dopo la stoccata su Repubblica, di tutta la polemica, ora se ne freghi bellamente (e questo forse qualcosa dice circa i due protagonisti, ma queste sono mie illazioni). Ad ogni modo, continuare a ragionarci su mi ha fatto venire in mente un passo delle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar in cui l’imperatore morente riflette (anche) sul senso del tempo e pare quasi abbandonarsi a quel sapere nostalgico che Pascale tanto vitupera e soprattutto alla ineluttabile nostalgia per il passato che è stato e che ancora inevitabilmente sarà.

Lo riporto perché il libro della Yourcenar, se preso a piccole dosi – per me almeno è necessario sbocconcellarlo perché tutto insieme mi ammorba – contiene pagine di commovente bellezza. (Non ditelo a Pascale!)

 

 “…é vano sperare, per Atene e per Roma, quell’eternità che non é accordata né agli uomini né alle cose, e che i più saggi tra noi negano persino agli dèi. Quelle forme di vita complicate e sapienti, quelle civiltà adagiate nelle loro raffinatezze d’arte e di piacere, quelle libertà dello spirito che s’informa e che giudica, dipendevano da circostanze innumerevoli e rare, da condizioni che era quasi impossibile provocare tutte simultaneamente e che non bisognava aspettarsi di vedere durare. Simone lo avremmo annientato, Arriano avrebbe saputo proteggere la Siria dalle invasioni degli Alani. Ma altre orde sarebbero venute, altri falsi profeti, i nostri deboli sforzi per migliorare la condizione umana saranno continuati con scarso impegno dai nostri successori; il seme di errore e di morte che anche il bene contiene in sé crescerà mostruosamente nel corso dei secoli. Il mondo, stanco di noi, si cercherà nuovi padroni; quel che ci era parso saggio apparirà vano, quel che ci era apparso bello ci apparirà orribile.

Come l’iniziato mitriaco, forse anche l’umanità ha bisogno del bagno di sangue e di passare periodicamente nella fossa funebre.

Vedevo tornare codici feroci, gli dèi implacabili, il dispotismo incontestato dei principi barbari, il mondo frantumato in Stati nemici, eternamente in preda al terrore. Altre sentinelle, minacciate da altri dardi, andranno su e giù di ronda nelle città future; il gioco stupido, osceno e crudele continuerà, e la specie umana invecchiando vi aggiungerà senza dubbio nuove raffinatezze d’orrore. La nostra epoca, di cui conoscevo meglio di chiunque altro le insufficienze e le tare, forse un giorno sarà considerata, per contrasto, come una delle età dell’oro dell’umanità.

Natura deficit, fortuna mutatur, deus omnia cernit”. La natura ci tradisce, la fortuna muta, un dio dall’alto guarda ogni cosa. Giocherellavo con un anello che avevo al dito, sul castone del quale, un giorno di sconforto, avevo fatto incidere queste poche, tristi parole; mi spingevo più oltre nella delusione, forse nella bestemmia: finivo per trovar naturale, se non giusto, dover perire. le nostre arti cadono in letargo, Pancrate non é Omero, Arriano non é Senofonte; quando ho cercato di immortalare nella pietra la forma di Antinoo, non ho trovato Prassitele. Dopo Aristotele e Archimede, le scienze segnano il passo; i nostri progressi tecnici non resisterebbero all’usura ‘una lunga guerra; persino i gaudenti, da noi, si tediano della felicità. L’incivilimento dei costumi, il progresso delle idee durante l’ultimo secolo é opera di una minoranza esigua di spiriti illuminati; la massa resta ignara, feroce quando può, sempre egoista e gretta, e si può scommettere fondatamente che tale resterà sempre.”  

 

Dalle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.