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Un libro che peggio me sento

Tuesday 15 December 2009

Ho poco tempo per aggiornare il blog – ho appena impiegato tre giorni a decorare il mio nuovo albero di Natale (Filippo, alto 2,40 m, che si aggiunge e sostiuisce nel salone a far bella mostra di sè davanti la finestra, il vecchio albero di 1,50 m, Canio, finito ora nell’ingresso) e ad addobbare tutta casa – e un’infinità di cose da scrivere e da leggere, ma non tutte mi divertono quanto i pezzetti che vanno su aNobii nella mia contro-libreria. E come pochi mi ha divertito scrivere la stroncatura di un libro dedicato allo stesso socialnetwork che la ospita: si sono covati in pratica una serpe in seno! 

Ripropongo qui il pezzullo, anche per rimandare poi a una recensione sicuramente più seria di Loredana Lipperini che affronta una questione inerente l’operazione Rizzoli, cioè la selezione delle opere recensite e non solo delle recensioni degli utenti (oltre che l’opportunità di migrare quei testi da un media all’altro decontestualizzandoli completamente), che mi aveva colpito ma che poi non ho toccato perché avrebbe allargato di parecchio il mio discorso sul libro spostando l’attenzione verso la qualità media del lettore aNobiiano in particolare, e italiano in generale, mentre è del libro e delle recensioni presentate nel modo che dirò, che m’interessava parlare.

Allora, io ho letto aNobii. Il tarlo della lettura (Rizzoli) perché l’ha preso mio marito che, nonostante il mio veto e lunghe discussioni – anzi no, che discussioni, soliloqui, visto che lui manco mi sta a sentire quando inizio i miei proclami un po’ integralisti su letteratura e editoria – è presente con ben otto recensioni in questo volume: io non avrei mai speso nemmeno 1 € per comprarlo (la beneficenza a Emergency la faccio quando e come mi pare, e l’idea di devolvere i diritti alla sua causa mi suona un po’ furbesca, sebbene comunque meritoria). E poi perché spendere dei soldi per comprare qualcosa, di scadente, che si può leggere gratis entrando nel sito?

Prima di andare avanti stronco sul nascere le obiezioni velenose di quanti fossero già pronti ad attribuirmi travasi di bile per invidia o roba simile e rendo loro noto che diverse delle mie stroncature erano state selezionate per il volume – a parte il fatto che di solito la mia firma compare sotto altre robe scritte in altri luoghi – ma non ho concesso la liberatoria perché il progetto non mi convinceva per niente, e visto il risultato non avevo tutti i torti.

Innanzitutto l’unico motivo per cui a qualcuno potrebbe venire in mente di comprare Il tarlo della lettura è per vedere – finalmente! – il proprio nome, stampato su pagine che non siano cartelle esattoriali o il certificato di residenza.

Diverso, ma più raro, potrebbe essere il caso di quell’acquirente, sicuramente uno sprovveduto lettore, che pensa sul serio di poter trovare lì dentro una qualche dritta interessante o di leggere – vivaddio! – dei commenti liberi, indipendenti, fuori dalle logiche losche e truffaldine dei recensori e dei critici ufficiali; giudizi non viziati dall’interesse e dall’appartenenza a clan e consorterie! In fondo lo dice la stessa curatrice del volume, Barbara Sgarzi: qui “troverete, soprattutto, cose che si capiscono, dette con una voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”. Ora a parte che così il libro si presenta male perché a non essere chiara è già la prefazione: che vuol dire “voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”? E soprattutto, perché queste recensioni dovrebbero essere più comprensibili di quelle di un critico professionista? Ma è ovvio! Perché il lettore legge col cuore; perché legge senza che nessuno lo paghi; perché in lui arde il sacro fuoco del sapere e agisce “il tarlo della lettura”!

A questo punto faccio una breve pausa e vorrei spezzare una lancia sulla schiena dei curatori e dell’editore del libro dal titolo così evocativo – Il tarlo della lettura – per far osservare che l’unico tarlo presente nel volume è quello che ne divora letteralmente la rilegatura cosicché appena lo tocchi ti restano in mano le pagine che sfogli: forse è un modo simpatico e autoironico per rendere più agevole l’atto di dargli fuoco? Non mi è dato di saperlo.

Comunque andiamo ad ascoltare questa voce che parla – metaforicamente penso – a monosillabi e scegliamo una recensione a caso tra le 600 selezionate (“tra le migliori di tutto il sito”, ci tengono a sottolinearlo, eh).

La prima che mi capita riguarda Cent’anni di solitudine, e inizia così: “Cent’anni di solitudine non è un libro. Tu lo vedi lì appollaiato sulla libreria…”. E già qui mi fermo: questa c’ha un libro appollaiato sulla libreria? Anzi no, ha detto che non è neppure un libro. Un’improvvisa inquietudine mi colpisce e mi spinge ad andare oltre e trovo le pagine dedicate a Bar sport, dove uno dei recensori scrive: “Quando leggo un libro di Benni parto un po’ prevenuto: so già che mi piacerà”. Ora, a parte l’uso improprio del termine “prevenuto” in questo caso, vorrei sottolineare l’obiettività del lettore aNobiiano, che dice pane al pane e vino al vino, con la voce monosillabica di cui sopra naturalmente, e che è sempre al di sopra delle parti, non come quei professionisti della recensione che scrivono dei libri pieni dei loro preconcetti!

Continuo, mentre il libro mi si sfalda lentamente tra le mani, e incappo in una recensione di Eva Luna dove c’è scritto che si tratta di una “favola adulta” e non perché “sia scabrosa o erotica” – (???) – “ma perché narra, con la naturalezza tipica delle favole” – si sa, la caratteristica prima delle favole è la naturalezza, lo diceva anche Propp – “una vicenda matura, seria, che è essenzialmente la vita di questa strana bambina, Eva appunto”, e il pregnante commento si conclude coniando una nuova categoria critica: il libro sarebbe “credibil-fantastico“. Sono ammirata.

Un altro fulgido esempio di questo “parlare che si capisce” riguarda Il giovane Holden: “Allora. Ci sono quelli che leggono Tre metri sopra il cielo e via discorrendo. E ci sono quelli che… Holden. Insomma ci siamo capiti”. Avoja, mi viene da dire.

Poi c’è chi definisce Il fu Mattia Pascal la “prova di Pirandello” che l’ha convinto di più; chi scrive che Ammaniti “ha la tensione nella penna, non c’è niente che dire”; quella che si è ricordata come si vola leggendo Sepulveda e ringrazia gabbianella e gatti; e ancora, una tipa esasperata si sfoga contro I Malavoglia che sarebbero “attaccati come a una cozza al loro paese, la loro stupida barca, la «Provvidenza», che non sta a galla” ma soprattutto detesta “quei dannati lupini” che ha impiegato “anni per capire cosa fossero!”

Potrei continuare, ma del libro è rimasto poco e niente, ci sono fogli sparsi sul tavolo e sul pavimento, resiste solo la copertina rigida che dovrebbe servire a giustificare i 18 € del prezzo, perché a parte la qualità delle recensioni, quasi sempre pessima, è il lavoro redazionale, grafico, editoriale, i caratteri poco leggibili, la scelta dei testi, la loro impaginazione, gli asterischi enormi, i continui e ripetuti riferimenti ad altri libri contenuti nelle librerie virtuali dei vari recensori, anche quando questi hanno più recensioni nel libro, la struttura che vuole imitare troppo pedissequamente l’interattività del web, a rendere il prodotto così scarso da far sembrare impossibile che ci sia la Rizzoli dietro quest’operazione, non perché la Rizzoli non pubblichi mai schifezze o puttanate immani (oh, se ne pubblica!), ma perché di solito le sue edizioni sono curate almeno nella forma.

Sui contenuti poi, c’è poco da dire (e in parte ho già detto), ma è soprattutto la filosofia che dovrebbe esserci dietro un’operazione come questa che è discutibile: la democratizzazione della letteratura e della critica, il sopravvento del lettore non solo sul recensore di professione, ma sullo stesso autore e persino sul libro che spesso viene travisato e interpretato in modo arbitrario, la legittimazione della chiacchiera da bar presentata come sincero tentativo di ri-lettura di un’opera, tutte sciocchezze già lette e scritte meglio – mutatis mutandis – da Richard Rorty e i sostenitori dell’inutilità della critica letteraria (diciamola così, semplificando parecchio il tutto); ma in realtà lo scopo dell’opera è meramente di lucro: quale mamma, papà, zia, nonna, cugino, fidanzata, potrebbe resistere alla tentazione e alla soddisfazione di regalare a parenti e amici un libro in cui compare il nome del proprio discendente, ascendente, compagno, parente, affiliato, socio? E non dimentichiamoci che siamo sotto Natale! L’indotto di 333 autori è enorme! Mica gli si può dar tutti i torti quindi ai tipi di Rizzoli, ricordiamo che l’editora è prima di tutto un business, solo che una selezione più accurata e un’edizione migliore avrebbe reso il tutto meno discutibile.

Il risultato invece è un libro quasi illeggibile, inutile e pretenzioso: di lettura ce n’è pochissima, letteratura o critica manco a a parlarne, rimane solo il tarlo, che a questo punto si è divorato anche quel poco che restava delle pagine.

Di fiere, bei libri, gravi perdite e buffoni

Tuesday 8 December 2009

Ieri è stato giorno di fiera, erano anni che evitavo di andarci fuggendola come la peste, e dopo averci trascorso più di tre ore ho ritrovato tutti i motivi per i quali preferisco perderla, ma ne ho scoperti di nuovi che magari mi spingeranno a tornarci l’anno prossimo (qui e qui le puntate precedenti).

Intanto non c’è un orario o un giorno buono per evitare la calca: in Italia pochi leggono ma tutti vanno alle fiere dei libri. Questi tutti sono per lo più addetti ai lavori o gente che vorrebbe diventarlo o che si spaccia per tale solo perché magari ha un blog che non legge nessuno in cui ogni tanto parla di libri, o possiede un account su Anobii (e a questo punto vorrei spezzare ora una lancia sulla schiena dei curatori e dell’editore del libro Il tarlo della lettura – che contiene proprio una selezione, diciamo così, delle migliori recensioni presenti sul sito – perché a parte la qualità perlopiù terribile dei pezzi, con pochissime eccezioni, l’unico tarlo presente nel volume è quello che ne divora letteralmente la rilegatura cosicché appena lo tocchi ti restano in mano le pagine che sfogli, forse per rendere più agevole l’atto di dargli fuoco, non so).

Poi naturalmente ci sono anche i veri lettori che cercano tra gli stand le chicche più golose, quelle che di solito in libreria non ci sono o sono malissimo esposte, e li vedi aggirarsi furtivi e svelti come ninja pronti ad accaparrarsi un inedito appena pubblicato, uno scrittore semisconosciuto sdoganato da poco, uno conosciuto ma dimenticato, un autore dal nome impronunciabile che è un bestseller in qualche sperduta repubblica dell’ex Unione Sovietica, una certa edizione rara tirata in trecento copie, una stampa, un libro illustrato. Io ci ho messo del mio visto che quando sono andata a comprare il romanzo dell’ultimo Nobel per la letteratura, Herta Müller, e l’ho chiesto alla tipa che stava allo stand della “Keller Editore“, l’ho chiamato Il paese delle prugne secche, anziché verdi, ma quella manco se n’è accorta, penso si stesse limando le unghie o pensasse di doverlo fare, non mi ricordo bene.

Gli espositori che ho preferito come sempre, sono quelli di libri per bambini, mi sarei portata a casa tutti quei libri colorati e le stampe che sembrano veri acquerelli; gli editori peggiori quelli che restano piccoli o medi, ma si danno arie da grandi perché hanno trovato un filone d’oro, di solito oro di Bologna – quello che si fa nero per la vergogna, afferma il detto popolare, che gli consente di guadagnare molti soldi al minimo dello sforzo creativo o qualitativo; o quelli che hanno un bel catalogo accompagnato però di solito a una spocchia insostenibile. Per non parlare poi di quelli che sembrano non sapere nemmeno perché si trovano dietro un banchetto con dei volumi davanti all’interno di una grossa area espositiva, con della strana gente che gli pone delle domande alle quali rispondono stupiti e distratti a monosillabi, e tu non puoi fare a meno di chiederti se siano abbastanza alfabetizzati da leggerli i libri che pubblicano.

Menzione d’onore per “duepunti Edizioni” per il catalogo e la grafica editoriale e anche per gli editori brillanti e simpatici che indossavano festosi grembiuli rossi perché pare abbiano anche offerto da bere e mangiare a chi si fermava da loro; per “Alet Edizioni”, che non solo vanta una delle vesti editoriali più belle che ci siano al momento in Italia e un catalogo foltissimo di bei libri, ma può contare sulla passione di Giulia Belloni, neo-editor della casa editrice (già in forza a “Meridiano Zero” con la collana “Gli intemperanti”) per la quale curerà la nuova collana italiana “Gli iconoclasti”; per “Mattioli1885”, che rientra sia tra gli editori con un po’ di spocchia che tra quelli con una vaga aria confusa, ma si salva grazie al catalogo  e al bellissimo formato da moleskine dei suoi libri e perché – oltre a Ritratto di un gangster un inedito di Harry Grey (quello di Mano armata per intenderci a cui si è ispirato Sergio Leone per “C’era una volta in America”) – ha pure ripubblicato un libro di O’Henry autore di racconti che ha avuto poca fortuna da noi. Stesso discorso per le “Edizioni Spartaco” che hanno pubblicato Don Giovanni di Dan Fante e i saggi sulla letteratura di Stevenson – nonostante la prefazione di Pascale, ma ho già detto altrove su questo – e hanno ripescato un libro di Jerome K. Jerome, solo che graficamente i loro libri non sono degli oggetti belli da vedere come quelli di “Mattioli1885”.

Ho scoperto poi l’editore “Le nubi Edizioni”, con dei volumetti curati nei piccoli particolari, bellissimi da vedere e anche da leggere, che propone opere inedite in Italia o di particolare prestigio e poco diffuse.

L’editore più simpatico è Marco Vicentini, di “Meridiano Zero”, più interessato a parlare di cosa sia esattamente il noir che non a vendere i suoi libri; i più caotici, almeno per il loro stand i tipi di “Isbn Edizioni“: c’era un sacco di gente intorno ai libri e dietro il bancone erano almeno in quattro, tutti sotto i trent’anni che parlavano tutti insieme, non si è capito nulla di quanto ci siamo detti, né dei libri che io ed Davide abbiamo preso; i più appassionati quelli della “Azimut libri”, che hanno il grandissimo pregio di aver pubblicato le opere di Renzo Rosso, quando tutti si erano ormai dimenticati di lui.

E qui veniamo alla “grave perdita” di cui si accennava nel titolo: ho scoperto solo ieri, parlando appunto con Guido Farneti, il direttore editoriale di “Azimut libri”, che Renzo Rosso è morto proprio poco più di un mese fa e io non ne  avevo letto da nessuna parte e cercando in rete ho trovato poche righe sulla grande stampa e qualche blog letterario collettivo e un accorato scritto di Walter Pedullà su “Il Messaggero”, ma niente di più. Un destino ingiusto per uno scrittore italiano che meritava l’olimpo e la gloria invece dell’oblio. Io anni fa ho scritto un pezzullo su un suo romanzo bellissimo – La dura spina -, pubblicato sul fu “Medicine show”, e per ora lo voglio ricordare linkando quel post, ma al più presto con i tipi di Azimut abbiamo deciso di fare qualcosa di più importante per commemorarlo degnamente, anche perché sono custodi di aneddoti che vale la pena far conoscere anche ai lettori. Qui c’è il pezzo su La dura spina, qui i libri (non tutti credo) di Renzo Rosso in catalogo da Azimut.

Quanto ai buffoni, a parte Alemanno che ho incrociato più di una volta mentre si aggirava tra gli stand con la sua corte e il codazzo di guardie del corpo, soprassiedo, tanto – come amava dire il dittatore romano Lucio Cornelio Silla – “sanno già tutto”.

La grande scoperta dell’acqua calda della mia visita alla Fiera è stata però che se ti occupi di libri e vai direttamente alla fonte non devi nemmeno aspettare che te li mandino a casa, basta prenderli e portarseli via. E il mio bottino di quest’anno consta (tra comprati e ricevuti gratis et amore dei) di:

Lo scherzo del filosofo, Jerome k. Jerome, Mattioli1885

La psicologia della zia ricca, Erich Muhsam, Le nubi edizioni

Il paese delle prugne verdi, Herta Muller, Keller Editore

Seduto a schiacciare noci per uno scoiattolo, Jerome K. Jerome, Edizioni Spartaco

L’adolescenza del tempo, Renzo Rosso, Azimut

Non c’è scampo, Jack Black, Alet Edizioni

In più sono tornata a casa con un pacco pesantissimo con oltre 30 copie di Cera per le sirene di Alberto Ragni, preso direttamente allo stand di “Scritturapura“, che serviranno per una cosa che stiamo preparando in collaborazione con il Nuovo teatro Colosseo per il 4 gennaio (poi darò notizie più approfondite) e a cui non si potrà mancare. Lettore avvisato…

Due piccioni con una fava

Saturday 29 August 2009

Tornare a casa dopo due settimane in Sicilia mi ha prostrato fisicamente e psicologicamente. Stamattina mi sono svegliata annusando l’aria in cerca dell’aroma delle brioche appena sfornate e invece del pigiama mi volevo infilare il costume: non mi riprenderò mai più.

Quindi sono di pessimo umore, ma fare un giro veloce su anobii mi ha strappato un sorriso. Ho letto un commento a un libro di Raymond Carver che, ancora una volta, mi da implicitamente ragione sulle mie osservazioni circa l’autore americano, ma anche sullo stesso anobii.

Il commento è questo: “ho molti libri di suggerimenti per scrittori, questo è l’unico che mi ha fatto sentire una scrittrice. lontanissimo dall’idea del brava o non brava, semplicemente una scrittrice. Tale è chiunque senta il bisogno di mettere nero su bianco i propri pensieri.”

Ecco.

Leggere contro

Tuesday 2 June 2009

Una delle cose che più mi diverte scrivere è una buona stroncatura. L’ho sempre detto, sono una sincera sostenitrice delle stroncature, quando non sono pretestuose ovviamente e solo se veramente motivate: per esempio, non vedo alcun motivo di stroncare un libro di Moccia, perché non aspira a restare nella storia della letteratura, è un libro fast-book che tra qualche anno nessuno ricorderà, cavalca una moda destinata a esaurirsi, parlarne male è come sparare sulla croce rossa, sarebbe più utile stroncare emuli e furbi sfruttatori del momento che si travestono da sacerdoti della letteratura. La stroncatura deve essere divertente, perfida e utile, perché stigmatizza un certo tipo di letteratura, di mal costume culturale, una tendenza deleteria per l’editoria tutta.

Ho l’impressione (ma non si è mai bravi giudici di se stessi) che io riesca a essere più efficace come stroncatrice che come recensore entusiasta, forse perché i miei entusiasmi sono rivolti per lo più a scrittori morti o dimenticati, sui viventi poco mi galvanizzo, specie se italiani. Ma qualcuno c’è, eh. Però vuoi mettere la creatività della stroncatura, quando è fatta con tutti i crismi?

 

E oggi ne ho scritta una che mi fa molto ridere e dalla controlibreria la riporto qui, così mi tolgo anche il pensiero di aggiornare quotidianamente il blog, come da impegni presi col mio psicanalista per guarire da un’endemica pigrizia e dall’asocialità galoppante.

 

Il libro è Adelmo torna da me di Teresa Ciabatti, Einaudi 2002

 

 

 

Titolo: Adelmo ha fatto bene ad andarsene

 

“Gli adolescenti vanno presi per mano e accompagnati nella burrasca della vita.”

 

Basterebbe questa frase a far concorrere di diritto il romanzo di Teresa Ciabatti al premio per l’esordio più imbarazzante della storia della letteratura italiana e non.

Ma l’autrice ci si mette di buona lena e ci offre altri notevoli appigli per portarla almeno sul podio.

Innanzitutto i nomi dei suoi protagonisti: Camilla, Lavinia e Adelmo, i quali solo per motivi d’anagrafe quindi, meriterebbero un sacco di mazzate. In realtà se le meritano anche per altre ragioni: sono personaggi irreali, scontati, banali e soprattutto l’io narrante, nonché protagonista, Camilla racchiude in se tutti i caratteri stereotipati della ragazza-bene romana, viziata, melodrammatica, romanticamente sciocca, giudiziosa il giusto per essere una rompicoglioni, ossessionata dalla dieta e dalle apparenze. E che dire della trama degna di uno di quei fotoromanzi da giornale per teen-agers? Niente. E infatti ne taccio.

Ma sono passati parecchi anni da quell’esordio e la Ciabatti è parecchio cresciuta e nel suo secondo romanzo, I giorni felici (Mondadori 2008), ha imparato la lezione, ma siccome questo è un libro che mi è abbastanza piaciuto, non ne parlo qui.

Reddite quae sunt Anobiis

Monday 21 April 2008

Adesso, io ho più volte ironizzato su Anobii – e a ragione per lo più – però quando ci vuole, ci vuole e quindi riporto uno scambio di battute tra me (in corsivo) e un’utente del sito, circa Il cuore è un cacciatore solitario di Carson McCullers, di cui ho parlato anche qui.

Le osservazioni di Lal – non conosco il suo nome, mi spiace – sono convincenti, ben argomentate, interessanti e mi va di riportarle sul blog anche se totalmente in contrapposizione alle mie, ma il confronto intelligente mi piace. Intelligente, eh.

"Quando Carson scrisse questo libro aveva solo 23 anni. Da questo punto di vista, puramente anagrafico, il romanzo è straordinario. Mi fa piacere che Einaudi intenda pubblicare tutta l’ opera di Carson, a partire da questo romanzo "giovane". Certo l’ affermazione strillata in quarta di copertina che McCullers e Flannery O’ Connor abbiano cambiato il corso della letteratura americana è esagerata, anche se è indubbio che entrambe furono ottime scrittrici. Ma questo libro mi fa pensare alla letteratura americana e a quanto l’ America si identifichi profondamente nella propria letteratura. O meglio, non c’è scrittore americano che non abbia servito al meglio il suo paese, criticando con spirito libero, vigilando sulla sua coscienza e allo stesso tempo amandolo senza riserve. Pensate a che rapporto diverso c’è tra gli scrittori europei e i propri paesi d’origine. Mi astengo dal parlare dei nostri narratori italiani ( non li chiamo scrittori e anche "narratore" è un insulto ai veri narratori. Tuttavia in qualche modo vanno chiamati. Come li chiameresti tu, voi ?). Torniamo a Carson. Scrivi che la sua scrittura è rigida, rigorosamente semplice. Non è straordinario che a quell’ età, dove è istintiva la via barocca allo scrivere, la ridondanza ,il compiacimento di sè, Carson scelga la strada del rigore, della semplicità ? In realtà Carson è una ragazza del profondo Sud degli Stati Uniti, dove la questione nera è viva e scottante, dove la povertà, l’ indigenza, il divario di classe è sotto gli occhi di tutti. E se è vero che Carson è profondamente autobiografica, è vero che dalla finestra della sua casa a Columbus, Georgia, poteva vedere gli operai andare e ritornare al lavoro nelle fabbriche di cotone. Per questo, conoscendo la fatica, la stanchezza, la disperazione di quegli uomini lei li accoglie nel "Cuore è un cacciatore solitario" e poichè ama i diversi, essendo lei stessa diversa ( gli piacevano gli uomini ma amava le donne ), pone al centro del "Cuore", come protagonista, il sordomuto Jack, figura di grande potenza espressiva e allegorica. E l’ ambientazione rurale di cui fai cenno è anch’essa autobiografia, ricordo. Sono ricordi veri il caldo afoso, la luce rovente di una giornata estiva, la noia, la monotonia, la desolazione delle piccole cittadine del Sud, dove l’ anima imputridisce e la fuga è l’ ultima speranza. Chi vive li sogna incantato la neve. Come Capote, che condivideva con lei il sogno della neve e che nascostamente la copiava. Il titolo è brutto, dici: trovo che sia un titolo fortemente evocativo. C’è una storia sul titolo: lei voleva chiamarlo "Il Muto", in onore al protagonista. L’editore fu più bravo ( almeno quella volta ) e trovò un titolo che è una delle ragioni del successo del libro: cuore e solitudine, indicando le due realtà alle quali la sensibilità della giovane scrittrice rimarrà per sempre fedele."

Il sud, la disperazione, lo squallore di vita in attesa di un evento risolutore che non arriverà mai, la polvere e la decandenza, li hanno raccontato in tanti in America in quegli anni e la questione autobiografica, come sempre in letteratura, è solo una componente aneddotica, non una questione di valore: Steinbeck, Caldwell e la O’connor meglio di lei secondo me (e non solo secondo me). L’accostamento con Capote è quanto meno azzardato a mio avviso, ma mica ho detto che è scarsa, solo che la giovane età non mi suscita alcuna ammirazione, non è Radiguet né Rimbaud e il suo stile manca di pathos, ma l’ho già scritto. Sul titol: ognuno c’ha i suoi gusti no? A me fa venire in mentela Tamaro e Coehlo 🙂

"E’ vero che la giovane età non è sinonimo di grande letteratura, nè tanto meno l’ autobiografismo. E’ vero, e l’ ho detto che è azzardato affermare che McCullers e per me anche Flannery O’ Connors ,rivoluzionarono la letteratura del primo Novecento. Ma anche loro fecero parte di quel gran fiume di letteratura americana che raggiunse l’ Europa nel primo dopoguerra. A me arrivarono negli anni dell’ adolescenza e contribuirono ad aprirmi il cervello. Leggevo Carson, e gli altri, e quella lingua secca e rapida come una frustata, mi faceva conoscere un modo di fare letteratura che mi era totalmente estraneo. E poi avevo quindici anni e in quel mondo fermo e asfittico degli anni 50-60 c’erano domande, in quei libri e risposte, che mi intrigavano fortemente. E più tardi volli conoscere le vite di Carson e le altre e capii il contesto in cui vissero e scrissero. Sono molto più giovane di te, credo, e in quegli anni, era interessante e indispensabile conoscere come vivevano e scrivevano donne di talento, in Italia misconosciute e non di rado appiccicate nell’ album delle "scrittrici minori". Non voglio fare un peana femminista, sarebbe stupidamente fuori luogo e fuori tempo. Ma Carson era una bella persona e una brava scrittrice e allora perchè no ? Fu lei che affermò con sicurezza che non c’è niente di umano, che lo scrittore possa allontanare da sè: se esiste al mondo un uomo umiliato, perseguitato, oltraggiato, ecco, allora ci deve essere uno scrittore che sappia identificarsi con lui e ricrearlo. E dargli la parola. Anche, soprattutto, quando sia muto. Perchè per lo scrittore la parola salva. So che la letteratura salvifica ti fa arrotare i denti. Vabbè, posso capirti. Anche a me, spesso e volentieri. Ma non stiamo parlando di una predica dal pulpito. Per quel che guarda Capote è vero che si conobbero, a New York, in una compagnia eterogenea, che andava da Anais Nin a Salvador Dalì a Auden, a Leonard Bernstein e appunto Capote. Fu accusato, nel suo periodo post Kansas, quando tutti gli volsero le spalle, di aver preso idee e "copiato" e non solo da Carson. Quanto vale la parola di Capote e quella di McCullers ? Io una risposta l’ avrei. Diavolo, mi hai fatto passare un pomeriggio insolito."

Quasi quasi le darei ragione. Quasi.