Archivio della Categoria 'contro-libri'

Il blog non è morto (ma non se la passa tanto bene, come me del resto). W il blog!

Monday 7 June 2010

Qui se vi mancano le mie (dolci) parole potete trovare la mia stangata a Storia della mia purezza di Francesco Pacifico, sul Corriere Nazionale (per la pagina della cultura di Stefania Nardini) di qualche settimana fa, la prossima sarà su Tutti hanno ragione di Paolo Sorrentino, libro stregato da una mela andata a male, più che avvelenata.

Sul numero di giugno di Stilos appena uscito invece, per la mia rubrica “Pastiglie”, parlo di Quartieri alti di Ercole Patti. Ma la cosa più importante del numero a parte un inedito di Enzo Siciliano bellissimo, Tourneé, è l’intervista esclusiva rilasciata a Giampaolo Mazza da Roberto Saviano, e tanto altro, naturalmente.

Per non parlare solo di me, nonostante questo sia il mio blog, per chi non lo sapesse, segnalo la traduzione di un libro bellissimo ad opera di Ettore Bianciardi: Che fortuna essere povero di Sholem Aleichem, uscito per le edizioni Strade bianche -Stampa Alternativa (e quindi in collaborazione con Mauro Baraghini di Stampa alternativa), disponibile gratuitamente anche in .pdf, ma non metto nemmeno il link alla pagina di download perché il libro stampato – come sono i libri e come saranno sempre – costa solo 9 €, quindi direi che potreste anche acquistarlo (fatte salve le possibilità economiche, e – per me, solo in questo caso – hanno ragione Bianciardi e Baraghini con la loro iniziativa dei bianciardini e dei libri disponibili gratuitamente, perché in questo caso la cultura e quindi anche i libri, devono essere accessibili a tutti).

Il libro racconta della diaspora degli ebrei – come quasi tutti i libri di Aleichem (nome d’arte peraltro), solo alcuni però tradotti in italiano – e la racconta attraverso gli occhi ancora capaci di stupirsi, anzi di stupefarsi di un bambino. E’ un lungo viaggio da un piccolo villaggio dell’odierna Ucraina e dai progrom, fino in Europa e poi nella sognata America terra di promesse e meraviglie. La scrittura è quella leggera ma intensa e intrisa di odori, sapori, colori della lingua e della letteratura yiddish, che io trovo un vero e proprio genere letterario, come il noir o i romanzi di formazione.

Se ne riparla comunque.

Un libro che peggio me sento

Tuesday 15 December 2009

Ho poco tempo per aggiornare il blog – ho appena impiegato tre giorni a decorare il mio nuovo albero di Natale (Filippo, alto 2,40 m, che si aggiunge e sostiuisce nel salone a far bella mostra di sè davanti la finestra, il vecchio albero di 1,50 m, Canio, finito ora nell’ingresso) e ad addobbare tutta casa – e un’infinità di cose da scrivere e da leggere, ma non tutte mi divertono quanto i pezzetti che vanno su aNobii nella mia contro-libreria. E come pochi mi ha divertito scrivere la stroncatura di un libro dedicato allo stesso socialnetwork che la ospita: si sono covati in pratica una serpe in seno! 

Ripropongo qui il pezzullo, anche per rimandare poi a una recensione sicuramente più seria di Loredana Lipperini che affronta una questione inerente l’operazione Rizzoli, cioè la selezione delle opere recensite e non solo delle recensioni degli utenti (oltre che l’opportunità di migrare quei testi da un media all’altro decontestualizzandoli completamente), che mi aveva colpito ma che poi non ho toccato perché avrebbe allargato di parecchio il mio discorso sul libro spostando l’attenzione verso la qualità media del lettore aNobiiano in particolare, e italiano in generale, mentre è del libro e delle recensioni presentate nel modo che dirò, che m’interessava parlare.

Allora, io ho letto aNobii. Il tarlo della lettura (Rizzoli) perché l’ha preso mio marito che, nonostante il mio veto e lunghe discussioni – anzi no, che discussioni, soliloqui, visto che lui manco mi sta a sentire quando inizio i miei proclami un po’ integralisti su letteratura e editoria – è presente con ben otto recensioni in questo volume: io non avrei mai speso nemmeno 1 € per comprarlo (la beneficenza a Emergency la faccio quando e come mi pare, e l’idea di devolvere i diritti alla sua causa mi suona un po’ furbesca, sebbene comunque meritoria). E poi perché spendere dei soldi per comprare qualcosa, di scadente, che si può leggere gratis entrando nel sito?

Prima di andare avanti stronco sul nascere le obiezioni velenose di quanti fossero già pronti ad attribuirmi travasi di bile per invidia o roba simile e rendo loro noto che diverse delle mie stroncature erano state selezionate per il volume – a parte il fatto che di solito la mia firma compare sotto altre robe scritte in altri luoghi – ma non ho concesso la liberatoria perché il progetto non mi convinceva per niente, e visto il risultato non avevo tutti i torti.

Innanzitutto l’unico motivo per cui a qualcuno potrebbe venire in mente di comprare Il tarlo della lettura è per vedere – finalmente! – il proprio nome, stampato su pagine che non siano cartelle esattoriali o il certificato di residenza.

Diverso, ma più raro, potrebbe essere il caso di quell’acquirente, sicuramente uno sprovveduto lettore, che pensa sul serio di poter trovare lì dentro una qualche dritta interessante o di leggere – vivaddio! – dei commenti liberi, indipendenti, fuori dalle logiche losche e truffaldine dei recensori e dei critici ufficiali; giudizi non viziati dall’interesse e dall’appartenenza a clan e consorterie! In fondo lo dice la stessa curatrice del volume, Barbara Sgarzi: qui “troverete, soprattutto, cose che si capiscono, dette con una voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”. Ora a parte che così il libro si presenta male perché a non essere chiara è già la prefazione: che vuol dire “voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”? E soprattutto, perché queste recensioni dovrebbero essere più comprensibili di quelle di un critico professionista? Ma è ovvio! Perché il lettore legge col cuore; perché legge senza che nessuno lo paghi; perché in lui arde il sacro fuoco del sapere e agisce “il tarlo della lettura”!

A questo punto faccio una breve pausa e vorrei spezzare una lancia sulla schiena dei curatori e dell’editore del libro dal titolo così evocativo – Il tarlo della lettura – per far osservare che l’unico tarlo presente nel volume è quello che ne divora letteralmente la rilegatura cosicché appena lo tocchi ti restano in mano le pagine che sfogli: forse è un modo simpatico e autoironico per rendere più agevole l’atto di dargli fuoco? Non mi è dato di saperlo.

Comunque andiamo ad ascoltare questa voce che parla – metaforicamente penso – a monosillabi e scegliamo una recensione a caso tra le 600 selezionate (“tra le migliori di tutto il sito”, ci tengono a sottolinearlo, eh).

La prima che mi capita riguarda Cent’anni di solitudine, e inizia così: “Cent’anni di solitudine non è un libro. Tu lo vedi lì appollaiato sulla libreria…”. E già qui mi fermo: questa c’ha un libro appollaiato sulla libreria? Anzi no, ha detto che non è neppure un libro. Un’improvvisa inquietudine mi colpisce e mi spinge ad andare oltre e trovo le pagine dedicate a Bar sport, dove uno dei recensori scrive: “Quando leggo un libro di Benni parto un po’ prevenuto: so già che mi piacerà”. Ora, a parte l’uso improprio del termine “prevenuto” in questo caso, vorrei sottolineare l’obiettività del lettore aNobiiano, che dice pane al pane e vino al vino, con la voce monosillabica di cui sopra naturalmente, e che è sempre al di sopra delle parti, non come quei professionisti della recensione che scrivono dei libri pieni dei loro preconcetti!

Continuo, mentre il libro mi si sfalda lentamente tra le mani, e incappo in una recensione di Eva Luna dove c’è scritto che si tratta di una “favola adulta” e non perché “sia scabrosa o erotica” – (???) – “ma perché narra, con la naturalezza tipica delle favole” – si sa, la caratteristica prima delle favole è la naturalezza, lo diceva anche Propp – “una vicenda matura, seria, che è essenzialmente la vita di questa strana bambina, Eva appunto”, e il pregnante commento si conclude coniando una nuova categoria critica: il libro sarebbe “credibil-fantastico“. Sono ammirata.

Un altro fulgido esempio di questo “parlare che si capisce” riguarda Il giovane Holden: “Allora. Ci sono quelli che leggono Tre metri sopra il cielo e via discorrendo. E ci sono quelli che… Holden. Insomma ci siamo capiti”. Avoja, mi viene da dire.

Poi c’è chi definisce Il fu Mattia Pascal la “prova di Pirandello” che l’ha convinto di più; chi scrive che Ammaniti “ha la tensione nella penna, non c’è niente che dire”; quella che si è ricordata come si vola leggendo Sepulveda e ringrazia gabbianella e gatti; e ancora, una tipa esasperata si sfoga contro I Malavoglia che sarebbero “attaccati come a una cozza al loro paese, la loro stupida barca, la «Provvidenza», che non sta a galla” ma soprattutto detesta “quei dannati lupini” che ha impiegato “anni per capire cosa fossero!”

Potrei continuare, ma del libro è rimasto poco e niente, ci sono fogli sparsi sul tavolo e sul pavimento, resiste solo la copertina rigida che dovrebbe servire a giustificare i 18 € del prezzo, perché a parte la qualità delle recensioni, quasi sempre pessima, è il lavoro redazionale, grafico, editoriale, i caratteri poco leggibili, la scelta dei testi, la loro impaginazione, gli asterischi enormi, i continui e ripetuti riferimenti ad altri libri contenuti nelle librerie virtuali dei vari recensori, anche quando questi hanno più recensioni nel libro, la struttura che vuole imitare troppo pedissequamente l’interattività del web, a rendere il prodotto così scarso da far sembrare impossibile che ci sia la Rizzoli dietro quest’operazione, non perché la Rizzoli non pubblichi mai schifezze o puttanate immani (oh, se ne pubblica!), ma perché di solito le sue edizioni sono curate almeno nella forma.

Sui contenuti poi, c’è poco da dire (e in parte ho già detto), ma è soprattutto la filosofia che dovrebbe esserci dietro un’operazione come questa che è discutibile: la democratizzazione della letteratura e della critica, il sopravvento del lettore non solo sul recensore di professione, ma sullo stesso autore e persino sul libro che spesso viene travisato e interpretato in modo arbitrario, la legittimazione della chiacchiera da bar presentata come sincero tentativo di ri-lettura di un’opera, tutte sciocchezze già lette e scritte meglio – mutatis mutandis – da Richard Rorty e i sostenitori dell’inutilità della critica letteraria (diciamola così, semplificando parecchio il tutto); ma in realtà lo scopo dell’opera è meramente di lucro: quale mamma, papà, zia, nonna, cugino, fidanzata, potrebbe resistere alla tentazione e alla soddisfazione di regalare a parenti e amici un libro in cui compare il nome del proprio discendente, ascendente, compagno, parente, affiliato, socio? E non dimentichiamoci che siamo sotto Natale! L’indotto di 333 autori è enorme! Mica gli si può dar tutti i torti quindi ai tipi di Rizzoli, ricordiamo che l’editora è prima di tutto un business, solo che una selezione più accurata e un’edizione migliore avrebbe reso il tutto meno discutibile.

Il risultato invece è un libro quasi illeggibile, inutile e pretenzioso: di lettura ce n’è pochissima, letteratura o critica manco a a parlarne, rimane solo il tarlo, che a questo punto si è divorato anche quel poco che restava delle pagine.

Venghino siori, venghino!

Monday 31 August 2009

C’è che lunedì prossimo traslochiamo in una casa più bella e più grande, con il giardino, il garage, la veranda, 2 camere in più e persino il vano lavanderia. Uno dovrebbe essere contento, lo so. Io invece voglio morire, perché già mi devo riprendere dal fatto che non sono più in Sicilia e questo assorbe tutte le mie energie, come caspita faccio a organizzare un trasloco in una settimana?

La strategia che mi è sembrata più efficace sul momento è quella di buttare via quanto più possibile, mi aggiro per casa munita di sacchetti della spazzatura e ci ficco dentro quasi tutto quello che mi capita a tiro, penso di aver già fatto fuori parecchi regali di nozze, suppellettili che sembravano vitali e che non ho mai usato, soprammobili terribili (e qualcuno anche di quelli belli, ma non si può andare tanto per il sottile in questi momenti), vestiti, biancheria, quadri, mobili interi, vecchi ricordi, agende, i diari del liceo, manoscritti, appunti.

E’ fuori pericolo solo la mia collezione di roba sui Take That: quella viene con me ovunque, anche sotto Ponte Milvio, se dovessero capitare improvvisi rovesci di fortuna.

Tutto questo per dare un’idea della mia situazione al momento e per muovervi a compassione visto che ho un’offerta da fare: a chiunque si proponga per venire a darmi una mano con i libri della mia libreria (solo della mia perché Davide ha quasi finito di sistemare metodicamente la sua e per i miei si limiterà a sbatterli da qualche per il trasporto, ad minchiam) per organizzarli in qualche modo, riporli negli scatoloni in modo razionale e poi risistemarli nella nuova casa, regalerò alcuni volumi dei quali mi voglio liberare da anni e che nemmeno posso vendere perché nessuno se li comprerebbe, e che nemmeno so come siano finiti tra i miei libri a cui sono molto legata, come ringraziamento dal profondo del cuore.

I volumi in questione si dividono in:

libri per l’anima e la coscienza di se:

l’opera quasi omnia di Bruno Vespa (grazie zio, eh): 

tante opere di Alberto Bevilacqua, ma chi può dire di averne abbastanza di questo grande autore emiliano, per niente morboso e pedante? 

libri d’argomento politico che fanno luce sugli anni che stiamo vivendo, avoja.

libri di arrativa, con volumi che sono ormai dei classici irrinunciabili:

libri d’argomento vario:

  • Cuochi si diventa, volume I e II, di Allan Bay

 Questa lista è soggetta a continui aggiornamenti. Fatevi sotto, che il piatto è ghiotto, mi pare. No?

Due piccioni con una fava

Saturday 29 August 2009

Tornare a casa dopo due settimane in Sicilia mi ha prostrato fisicamente e psicologicamente. Stamattina mi sono svegliata annusando l’aria in cerca dell’aroma delle brioche appena sfornate e invece del pigiama mi volevo infilare il costume: non mi riprenderò mai più.

Quindi sono di pessimo umore, ma fare un giro veloce su anobii mi ha strappato un sorriso. Ho letto un commento a un libro di Raymond Carver che, ancora una volta, mi da implicitamente ragione sulle mie osservazioni circa l’autore americano, ma anche sullo stesso anobii.

Il commento è questo: “ho molti libri di suggerimenti per scrittori, questo è l’unico che mi ha fatto sentire una scrittrice. lontanissimo dall’idea del brava o non brava, semplicemente una scrittrice. Tale è chiunque senta il bisogno di mettere nero su bianco i propri pensieri.”

Ecco.

Prima e dopo la cura

Friday 5 June 2009

Ho letto Principianti di Raymond Carver e ho solo 3 cose da dire.

 

1)    non sono d’accordo con chi ha criticato l’operazione commerciale di Einaudi – e sia chiaro che passerà tempo prima che io riacquisti un solo libro di questa ex-gloriosa casa editrice dopo la censura perpetrata ai danni di Saramago: io non l’avrei comunque letto il suo libro perché Saramago mi appalla come il tennis, la musica new-age e le omelie in Chiesa, però deve essere libero di scrivere quello che vuole ed essere criticato solo se i suoi libri non sono buoni, non perché inveisce contro il Presidente del Consiglio del nostro paese, anzi, solo per questo gli darei il Nobel! –; dicevo, non sono d’accordo con chi ha criticato la scelta di Einadi di pubblicare i racconti originali di Raymond Carver prima che il suo editor Gordon Lish li editasse, tagliandone spesso più del 70%, perché quando uno scrittore diventa famoso si tirano fuori anche le sue liste della spesa figuriamoci se non possa essere interessante leggere le sue vere parole.

 

2)    Le critiche poi sono arrivate soprattutto da ambienti e personaggi vicini a Minimum fax o da intellettuali scrittori e critici che vedono Einaudi come il fumo negli occhi per motivi ideologici, salvo poi essere disposti a fare carte false per farsi pubblicare negli Struzzi. Non regge poi l’accusa di aver riproposto gli stessi racconti già pubblicati nel Meridiano su Carver, primo perché lì non c’erano tutti e secondo perché il Meridiano è un libro molto diverso da un tascabile o da un volume in brossura rigida, meno maneggevole e meno pratico, più costoso (promozioni escluse) e quindi meno appetibile commercialmente. 

 

 

3)    In genere io non sono contraria a un buon intervento di editing per un libro che qualcuno si prende la briga di pubblicare, figuriamoci! E mi spiace che in Italia editor bravi ce ne siano davvero pochi, però tagliare un libro o anche solo un racconto del 70% non è editare quel libro o quel racconto, è riscriverlo e quindi risalire all’opera originale è sicuramente una possibilità interessante anche dal punto di vista del critico letteraio e di un operatore editoriale in genere. E probabilmente Carver senza Lish non sarebbe diventato “Carver”, anche se ripeto, la sua fama in Italia è, in proporzione, più vasta di quella che ha in America, e allora forse i racconti dovevano essere firmati da entrambi, ad ogni modo io resto della medesima opinione: a me Carver continua ad apparire “letterariamente stitico” sia prima che dopo la cura Lish, per cui potevo pure risparmiarmi la (ri)lettura dei suoi racconti.

Leggere contro

Tuesday 2 June 2009

Una delle cose che più mi diverte scrivere è una buona stroncatura. L’ho sempre detto, sono una sincera sostenitrice delle stroncature, quando non sono pretestuose ovviamente e solo se veramente motivate: per esempio, non vedo alcun motivo di stroncare un libro di Moccia, perché non aspira a restare nella storia della letteratura, è un libro fast-book che tra qualche anno nessuno ricorderà, cavalca una moda destinata a esaurirsi, parlarne male è come sparare sulla croce rossa, sarebbe più utile stroncare emuli e furbi sfruttatori del momento che si travestono da sacerdoti della letteratura. La stroncatura deve essere divertente, perfida e utile, perché stigmatizza un certo tipo di letteratura, di mal costume culturale, una tendenza deleteria per l’editoria tutta.

Ho l’impressione (ma non si è mai bravi giudici di se stessi) che io riesca a essere più efficace come stroncatrice che come recensore entusiasta, forse perché i miei entusiasmi sono rivolti per lo più a scrittori morti o dimenticati, sui viventi poco mi galvanizzo, specie se italiani. Ma qualcuno c’è, eh. Però vuoi mettere la creatività della stroncatura, quando è fatta con tutti i crismi?

 

E oggi ne ho scritta una che mi fa molto ridere e dalla controlibreria la riporto qui, così mi tolgo anche il pensiero di aggiornare quotidianamente il blog, come da impegni presi col mio psicanalista per guarire da un’endemica pigrizia e dall’asocialità galoppante.

 

Il libro è Adelmo torna da me di Teresa Ciabatti, Einaudi 2002

 

 

 

Titolo: Adelmo ha fatto bene ad andarsene

 

“Gli adolescenti vanno presi per mano e accompagnati nella burrasca della vita.”

 

Basterebbe questa frase a far concorrere di diritto il romanzo di Teresa Ciabatti al premio per l’esordio più imbarazzante della storia della letteratura italiana e non.

Ma l’autrice ci si mette di buona lena e ci offre altri notevoli appigli per portarla almeno sul podio.

Innanzitutto i nomi dei suoi protagonisti: Camilla, Lavinia e Adelmo, i quali solo per motivi d’anagrafe quindi, meriterebbero un sacco di mazzate. In realtà se le meritano anche per altre ragioni: sono personaggi irreali, scontati, banali e soprattutto l’io narrante, nonché protagonista, Camilla racchiude in se tutti i caratteri stereotipati della ragazza-bene romana, viziata, melodrammatica, romanticamente sciocca, giudiziosa il giusto per essere una rompicoglioni, ossessionata dalla dieta e dalle apparenze. E che dire della trama degna di uno di quei fotoromanzi da giornale per teen-agers? Niente. E infatti ne taccio.

Ma sono passati parecchi anni da quell’esordio e la Ciabatti è parecchio cresciuta e nel suo secondo romanzo, I giorni felici (Mondadori 2008), ha imparato la lezione, ma siccome questo è un libro che mi è abbastanza piaciuto, non ne parlo qui.