Archivio della Categoria 'Corriere nazionale'

Il blog non è morto (ma non se la passa tanto bene, come me del resto). W il blog!

Monday 7 June 2010

Qui se vi mancano le mie (dolci) parole potete trovare la mia stangata a Storia della mia purezza di Francesco Pacifico, sul Corriere Nazionale (per la pagina della cultura di Stefania Nardini) di qualche settimana fa, la prossima sarà su Tutti hanno ragione di Paolo Sorrentino, libro stregato da una mela andata a male, più che avvelenata.

Sul numero di giugno di Stilos appena uscito invece, per la mia rubrica “Pastiglie”, parlo di Quartieri alti di Ercole Patti. Ma la cosa più importante del numero a parte un inedito di Enzo Siciliano bellissimo, Tourneé, è l’intervista esclusiva rilasciata a Giampaolo Mazza da Roberto Saviano, e tanto altro, naturalmente.

Per non parlare solo di me, nonostante questo sia il mio blog, per chi non lo sapesse, segnalo la traduzione di un libro bellissimo ad opera di Ettore Bianciardi: Che fortuna essere povero di Sholem Aleichem, uscito per le edizioni Strade bianche -Stampa Alternativa (e quindi in collaborazione con Mauro Baraghini di Stampa alternativa), disponibile gratuitamente anche in .pdf, ma non metto nemmeno il link alla pagina di download perché il libro stampato – come sono i libri e come saranno sempre – costa solo 9 €, quindi direi che potreste anche acquistarlo (fatte salve le possibilità economiche, e – per me, solo in questo caso – hanno ragione Bianciardi e Baraghini con la loro iniziativa dei bianciardini e dei libri disponibili gratuitamente, perché in questo caso la cultura e quindi anche i libri, devono essere accessibili a tutti).

Il libro racconta della diaspora degli ebrei – come quasi tutti i libri di Aleichem (nome d’arte peraltro), solo alcuni però tradotti in italiano – e la racconta attraverso gli occhi ancora capaci di stupirsi, anzi di stupefarsi di un bambino. E’ un lungo viaggio da un piccolo villaggio dell’odierna Ucraina e dai progrom, fino in Europa e poi nella sognata America terra di promesse e meraviglie. La scrittura è quella leggera ma intensa e intrisa di odori, sapori, colori della lingua e della letteratura yiddish, che io trovo un vero e proprio genere letterario, come il noir o i romanzi di formazione.

Se ne riparla comunque.

Question time!

Sunday 3 May 2009

Mentre una brutta bronchite cerca di sterminarmi, in giro si può leggere qualcosa di mio: quest’intervista ad Alberto Ragni e quest’altra a Federico Baccomo, uscita per il “Corriere Nazionale” e poi in versione integrale su “Alicudi” (supplemento culturale siciliano) e on line su “Il sottoscritto”.

 

Pensavo che visto il tempo che passa tra la scrittura di un pezzo e la sua pubblicazione, se continuo a essere così cagionevole, prima o poi potrei morire e ritrovarmi con degli articoli usciti postumi: l’idea stranamente mi conforta.





La malattia m’ispira riflessioni allegre.

 

 

 

Proletario con brio

Tuesday 17 March 2009

Dopo gli stravaganti personaggi che ruotano intorno al mondo delle corse ippiche e le notti on the road di un’orchestra di liscio, Alberto Ragni torna a raccontare vite ordinarie di gente a suo modo fuori dall’ordinario, e stavolta è la fabbrica il proscenio dal quale lo scrittore romagnolo fa sentire di nuovo la sua voce.

Cera per le sirene – è il titolo di questo secondo romanzo uscito per la casa editrice “Scritturapura” di Asti – ruota intorno alle vicende di un gruppo di operai che lavorano in un vecchio zuccherificio a rischio di chiusura, e sono proprio le dinamiche interne alla vita di fabbrica, con i suoi ritmi scandita dai turni e dalle sirene che suonano i momenti di pausa, e ai rapporti tra i lavoratori, a guidare il lettore nella storia e ad aiutarlo ad addentrarsi nella gerarchia e nei riti di un mondo che, pur scevro di componenti idilliache, è narrato da Ragni in un tono in bilico tra l’ironia e l’elegia, con sguardo disincantato e allo stesso tempo affettuoso, “proletario con brio” definisce il suo stile il suo autore, con una felice intuizione.

I personaggi di questa storia – il giovane Corrado, il veterano Cap, il Prete, Manaresi, Germano – sono tutti operai di uno zuccherificio in cui vivono gran parte della loro vita e intorno al quale gira tutta la loro esistenza, tra turni di notte, partite a carte, litigi e prese in giro. E quando comincia a circolare la voce di un’imminente chiusura è l’ansia e l’incertezza a dominare i loro pensieri.

Tuttavia, Cera per le sirene prende in un certo senso le distanze da tanta letteratura operaia del passato – si pensi a La dismissione di Ermanno Rea – dove la fabbrica sembra l’unico mondo possibile e la sua fine eventuale prende i toni dell’apocalisse, così come è lontano dai toni patetici di molta letteratura del precariato di oggi. Il contesto narrato da Ragni ha sfumature ben più domestiche e intenzioni puramente narrative: durante un turno di notte, probabilmente l’ultimo, si cucina la trippa e si bevono parecchie bottiglie di vino e tutti, col piatto in mano, non sanno bene cosa ne sarà di loro quando la sirena suonerà la fine del turno, come “color che son sospesi” e tra le pagine del romanzo non si offrono soluzioni, né si innalzano lamentele sociali o nascoste analisi economiche, viene raccontata una storia e questo basta.

Si può dire che Cera per le sirene sia uno di quei romanzi che racconta la transizione tra un passato che si conosce bene, e un futuro che è difficile immaginarsi, e che la narrazione alla fine s’inoltri lungo il sentiero scivoloso del dubbio. Tant’è che  Corrado non è nemmeno sicuro di volersi trovare un altro lavoro come quello che sta per perdere.

E che il dubbio, l’incertezza, la sfumatura siano le condizioni esistenziali in cui Alberto Ragni si sa muovere assai bene lo dimostrano anche i toni e le ambiguità del rapporto affettivo che Corrado ha con sua sorella, Linda. Si tratta di un legame per certi versi di tipo coniugale – i due vivono assieme da quando i genitori si sono separati -, e quindi di un rapporto che, essendo i due fratello e sorella, si potrebbe definire morboso, lei addirittura a un certo punto lo bacia anche sulle labbra e lui non disdegna di guardarle, a più riprese, il sedere ed è perfettamente consapevole e anche orgoglioso della bellezza della ragazza. Ma, a guardarlo bene, è anche un rapporto così sincero da apparire candido.

E proprio in questa volontà di restare “in bilico” tra la diversa natura dei sentimenti, e dei mondi possibili, c’è forse l’essenza più autentica della letteratura di Alberto Ragni, che dall’esordio con Giorni felici (Fernandel, 2001) a oggi sembra aver preso il gusto di disegnare scenari non con la punta fine ma con l’acquerello, cosicché il presente risulti incerto e l’avvenire appena sbozzato.

Dal Corriere Nazionale di oggi

Balocchi e libri

Monday 8 December 2008

continua da qui

Un tempo erano l’esotismo di Emilio Salgari, il brio delle sorelle March o il mistero dell’isola del tesoro, a tenere incollati i bambini alle pagine dei libri. Oggi a parte il sempreverde Peter Pan (ben sei titoli usciti solo nel 2004), i vecchi classici per bambini restano patrimonio dei piccoli lettori ormai cresciuti, mentre le nuove leve si nutrono soprattutto di topi saccenti, streghe maliziose, vampiri innamorati.

L’editoria per ragazzi pur seguendo in teoria le stesse regole di quella che produce libri per adulti, si presenta con caratteristiche proprie che rendono il mercato e la produzione libraria in genere, più complessa e articolata, perché sono diverse le variabili e i fattori da gestire: dalla scrittura alle illustrazioni, dalle copertine al formato, la fascia d’età e la storia da raccontare, e perché all’interno del contenitore “libri per ragazzi” coesiste il materiale più disparato.

E diverse sono ormai le manifestazioni dedicate all’editoria per l’infanzia e l’adolescenza: dopo l’ormai consolidata “Fiera del libro per ragazzi” di Bologna, un appuntamento di portata internazionale ormai arrivato alla 46esima edizione, da quest’anno il settore può contare anche sulla visibilità data da “Mare di libri”, il primo festival di letteratura dedicato agli adolescenti, la cui prima edizione si è svolta a Rimini nel giugno scorso, in una “tre giorni” d’incontri con gli autori italiani e stranieri più amati dai ragazzi, laboratori e spettacoli.

Oltre a fungere da importanti vetrine, questi eventi tastano il polso del mercato facendo incontrare domanda e offerta e identificando le linee generali del segmento editoriale in questione, confermando i dati di vendita.

Si evince così che a dominare il mercato sono i libri di fiabe e leggende (quasi il 75% delle novità) e storie in cui prevale il giallo del mistery o il nero dell’horror. Sempre maggiori lettori conquista poi il fantasy, anche se l’offerta, e il battage mediatico che l’accompagna, è  parecchio superiore alla domanda effettiva (il 2006 ha registrato uno 0.6% in meno nella vendita delle saghe di elfi, maghi e cavalieri).

L’attenzione maggiore è riservata però, agli albi per la prima età e ai libri-gioco, dalle più stravaganti fogge e dimensioni,  che coprono insieme circa un terzo delle novità annuali. Molto belli gli albi illustrati della “Lapis”, divisi nelle due collane “i Lapislazzuli” e i “Due x Due”, che affrontano con leggerezza temi anche molto importanti nella vita di ogni bambino.

E sempre per questa fascia di piccoli lettori, si è rafforzata la moda del serial: tutta una teoria di libri, perlopiù raccolti in specifiche collane, che hanno per protagonista un medesimo personaggio che ha incontrato il favore dei lettori, come il più famoso Geronimo Stilton, o Giulio Coniglio (Panini), Giulia B.(Mondadori), Jessica e Valentina (Sonda, Piemme).

Nella fascia che va dagli undici ai diciassette anni, domina il mercato, soprattutto negli ultimi due anni, la cosiddetta letteratura per young adults: romanzi che affrontano i problemi, le ansie e le speranze dei ragazzi in crescita. L’offerta spazia dalle ironiche e brillanti avventure di “Diario di una schiappa” di Jeff Kinney (Edizioni il Castoro), un racconto a vignette che vede protagonista Greg, imbranato e simpaticissimo studente americano che racconta le sue giornate tra casa, scuola ed amici; passando per le banali storielle di Federico Moccia (Rizzoli), sino all’ultima frontiera della narrativa per ragazzi: l’affermarsi di una giovane leva di autori che parlano ai loro coetanei affrontando, con ambizioni ed esiti diversi, qualunque genere. Nascono così gli imbarazzanti polpettoni sentimental-adolescenziali di “TVUKDB” (Fanucci), di Valentina F., La prima volta che ti ho rivisto, (Fanucci) di Lorena Spampinato, Love is Forever (Falzea), di Ilaria Marullo, o le astruse saghe fantasy come Eroi del Crepuscolo” (Einaudi Stile Libero) di Chiara Strazzulla e “Bryan di Boscoquieto. Nella terra dei mezzi demoni” di Federico Ghirardi.

Quello che è certo è che nel panorama della narrativa per ragazzi, si nota un profondo vuoto editoriale per la fascia dai sei agli undici, proprio quella a cui erano tradizionalmente destinati i classici per ragazzi ormai dimenticati.

Libri e balocchi

Friday 5 December 2008

Continuiamo il viaggio all’interno dell’editoria italiana, occupandoci del mercato dei libri per ragazzi.

 

I bambini leggono molto più dei loro genitori. Almeno in Italia.

Stando all’annuale rapporto sull’editoria dell’Aie, Associazione Italiana Editori – se meno della metà degli italiani con più di quattordici anni non arriva a leggere tre libri l’anno, e il resto della popolazione adulta per lo più non legge nemmeno quelli, i più piccoli vantano un tasso di lettura di quindici punti percentuali superiore: quasi il 60% dei bambini tra i cinque e i quattordici anni legge almeno un libro all’anno e sono soprattutto le femmine ad alzare la media.

Non c’è comunque da rallegrasi perché queste cifre sono di molto inferiori rispetto al 71% di piccoli lettori raggiunto nel 1997. Secondo quanto emerso dal convegno “Bambini e adolescenti e valore del libro”, organizzato a Roma dalla Commissione parlamentare per l’infanzia della Bicamerale il 29 Gennaio scorso, i bambini italiani leggono troppo poco rispetto ai loro colleghi europei: in Spagna per esempio si arriva a sfiorare il 60% di lettori tra i sei e i dieci anni e il mercato della lettura infantile italiana con i suoi 128,8 milioni di euro è metà di quello spagnolo con oltre 250 milioni e quasi un terzo di quello tedesco (435 milioni di euro) e di quello francese (circa 500 milioni).

Anche nel segmento più roseo dei lettori in erba dunque, il mercato si regge su un 11% di lettori “forti”, che comunque le più recenti statistiche danno in diminuzione.

E’ soprattutto nella prima infanzia che la lettura si ritaglia un posto d’onore tra i passatempi dei più piccoli: circa il 7% dei bambini di 3-4 anni ha ricevuto in regalo un libro nell’ultimo anno. Quello della primissima infanzia si presenta come il settore  più dinamico all’interno del mercato del libro per ragazzi.

Non ha infatti alcun senso parlare di editoria per ragazzi, senza fare i doverosi distinguo per fasce d’età. Da sempre, da quando nell’ottocento, almeno in Italia, ha preso il via l’editoria di settore, con “letteratura per l’infanzia” si è indicata la produzione dei libri destinati a un pubblicato variegato, per età, gusti e contesto sociale. E negli ultimi anni, se possibile, le cose si sono complicate ulteriormente.

Con gli anni ’80 si è aperto un periodo pionieristico teso a modernizzare l’offerta editoriale per i bambini, ferma a Salgari e alle sorella March create da Louise May Alcott, e sfruttando le emergenti tendenze del marketing, basate sull’orientamento al consumatore, si è cominciato a pensare a cosa piacesse davvero ai bambini, in un’epoca che cominciava a globalizzarsi e a subire il costante sviluppo delle tecnologie più avanzate. Questo processo di riconfigurazione del rapporto tra mercato, produzione e piccoli consumatori, ha trovato il suo culmine negli anni ’90 e si è consolidato nel nuovo millennio, anche con continui alti e bassi.

Così per esempio la produzione di libri dedicati a under 10 è cresciuta in questi anni in modo significativo: nel 1980 –  secondo dati di “Liber” (trimestrale di informazione bibliografica e di orientamento critico promosso dalla Biblioteca Gianni Rodari di Campi Bisenzio ed edito da Idest) e del servizio di documentazione della stessa biblioteca – l’editoria italiana pubblicava 0,15 nuovi titoli ogni mille bambini; nel 1987 si pubblicavano 951 titoli, nel 1997 erano 1740, mentre nel 2006 si sono sfiorate le 2300 opere.

È aumentato anche il numero di editori che si rivolgono ai giovani lettori: da novanta editori (o marchi) presenti sul mercato con almeno una collana nel 1987, si è arrivati a 110 nel 1990, a 155 nel 2000, e a 195 nel 2006.

Pur aumentando i titoli, sebbene quelli tradotti siano la metà del totale dei titoli pubblicati, sono diminuite però le tirature – in pratica si stampano molti nuovi libri, ma gli editori hanno scarsa fiducia nella capacità di assorbimento del mercato, proprio a causa dell’andamento discontinuo nelle cifre legate all’infanzia negli ultimi cinque anni – e anche le collane sono sempre meno, a testimoniare che il vero problema dell’editoria per ragazzi è l’assenza di progetti a lungo termine e d’investimenti nei contenuti del libro come veicolo di cultura. La tendenza è di “cercare l’evento”, come per il caso dei vari Harry Potter, e non una visione d’insieme finalizzata alla formazione dei giovani lettori. 

 

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N.B

Questo pezzo è stato scritto prima della pubblicazione del Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia – 2008. Le cifre sono leggermente diverse, ma non cambiano la sostanza del discorso, Le riporto per completezza.

 

Nel 2007 il 59,5% dei bambini di 11-14 anni; il 56,6% dei 15-17enni; il 54,6% dei 18-19enni si dichiara lettore di libri non scolastici. Di questi, il 4,2% legge oltre 13 libri all’anno.

Il mercato ragazzi (libri 0-14 anni) nel 2007 ha raggiunto il valore di vendita a prezzo di copertina di 137,2 milioni di euro (+2,5% sul 2006), che rappresenta il 9,8% delle vendite dei canali trade (libreria di catena editoriale e non), ma appena il 3,7% del mercato complessivo. Un segmento a parte è quello dei libri scolastici di adozione che ha fatturato 716,3 milioni di euro ( 1,5% rispetto al 2006).

Le novità pubblicate nel 2007 nel campo dell’editoria per ragazzi sono  state 2.297.

Il crimine paga, e a volte scrive

Sunday 2 November 2008

Assalti a furgoni blindati. Rapine in banca. Commercio di stupefacenti. Sfruttamento della prostituzione.
Non sono pochi i lettori che amano il torbido, e che si lasciano affascinare dal racconto di esistenze sbandate, violente, o più semplicemente vissute aldilà delle regole del consorzio civile. Specie poi se a raccontarle, spesso in prima persona, sono individui che sono stati davvero “dall’altra parte della barricata”: autentici malviventi che, diventati scrittori, conquistano fama e status sociale.

I nomi sono parecchi. A cominciare dal famosissimo Edward Bunker, che dopo il successo di Cane mangia cane e Educazione di una canaglia, entrambi durissimi e autobiografici, ha addirittura lavorato con il cinema (celebre la sua consulenza per “Heat” di Michael Mann e la comparsata ne “Le iene” di Quentin Tarantino). Ogni ambito professionale criminoso ha avuto i suoi narratori: il gangster Harry Grey, autore del celebre A mano armata che ispirò il Sergio Leone di “C’era una volta in America”, e che sarebbe ora di ristampare; il magnaccia e truffatore Iceberg Slim, che nei libri Il pappa e Trick Baby racconta, in un linguaggio crudo e spiccio, le sue imprese di delinquente da quattro soldi; fino al fascinoso Abdel Hafed Benotman, rapinatore, trent’anni di galera e tre best seller, molto amato in Francia, recidivo, osannato dalla critica e con nessuna voglia di redimersi.

Ma ci sono anche quelli che svelano la propria carriera nella malavita organizzata evitando i toni clamorosi ed esagitati, e svuotandola di ogni epos: come Dave Courtney, che nell’autobiografia Fermate il mondo ammonisce il lettore: “Quando un delinquente o un gangster è a casa, è una persona come tutte le altre. Immagino che altre persone famose a casa loro siano gente perfettamente normale. Non credo che Madonna scenda a colazione ogni mattina dimenandosi in modo osceno davanti alla donna delle pulizie.”

E gli italiani? In questo scenario affollato di brutti ceffi spesso e volentieri dotati di belle penne, gli scrittori del Bel Paese non sfigurano né sembrano affetti da complessi di inferiorità, anche perché in Italia il racconto della vita in galera ha un precedente illustre, da antologia scolastica: il Silvio Pellico de Le mie prigioni, ovviamente. Gli scrittori italiani, da lì in poi, non hanno mai considerato un handicap il fatto di avere guai con la giustizia: si pensi a Filippo Tommaso Marinetti che, quando fu processato per il suo Mafarka (prosciolto in prima istanza, ma condannato in appello e cassazione) non se ne vergognò mai, e anzi sbandierò la faccenda ai quattro venti con spirito propagandistico. Dall’esperienza del travaglio giudiziario e del carcere traggono linfa anche gli scritti di intellettuali raffinati come Antonio Gramsci, condizionati dalla prigionia al punto da elaborare complesse riflessioni concettuali su di essa. Ma è chiaro che per pensatori di questo calibro il discorso è più articolato: Gramsci avrebbe scritto comunque e dovunque; i guai con la giustizia che ha avuto non sono stati la linfa propulsiva del suo discorso, ma hanno semmai lasciato dei segni tali da renderne più acute, e profonde, le riflessioni.

Diverso è il discorso se si parla di quegli autentici criminali che, avendo vissuto esistenze in qualche modo interessanti per il lettore anzitutto in virtù della componente criminosa, producono testi autobiografici talora destinati a grande successo: si pensi a Ormai è fatta!, del famoso “bandito gentile” Horst Fantazzini, racconto autobiografico diventato un piccolo libro di culto; a L’ultimo colpo di Horst Fantazzini, scritto dalla sua ultima compagna Patrizia “Pralina” Diamante, in cui l’autrice rievoca il loro intenso rapporto e racconta la vita del suo uomo, spiegando le scelte che lo hanno portato alla morte. E, a parte il famoso Fantazzini che riempì le cronache della sua epoca, si pensi a Luciano Lutring, il Solista del Mitra che, dopo una fruttuosa carriera criminale, ha scritto libri che attingono ampiamente alla sua esperienza diretta come Una storia da dimenticare e Catene spezzate. O, ancora, si pensi al malavitoso Bruno Brancher, figura epica della “mala” milanese e autore di libri fortemente letterari come Tre monete d’oro, non una vera e propria autobiografia ma piuttosto un veemente flusso di scrittura che certamente attinge all’esperienza dell’autore, ma non si esaurisce con essa.

Oggi Luciano Lutring è un uomo mite, che va regolarmente a Messa e ogni tanto, per ringraziare di essere vivo entra in chiesa, mette dieci euro nella scatola delle offerte e accende tutte le candeline disponibili; è un padre affettuoso che vive con le figlie gemelle. Bruno Brancher, da rapinatore che era, è diventato un apprezzato scrittore di libri e teatro, e un prezioso testimone dei suoi tempi. E perfino in un errore giudiziario, come quello che ha fatto di Massimo Carlotto un carcerato e un uomo in fuga, può forse trovare linfa vitale il talento: oggi Carlotto è un apprezzato scrittore di noir, che anche dei fatti della sua vita ha raccontato nel libro autobiografico Il fuggiasco.
Che la letteratura a volte, serva a qualcosa?

Pubblicato, in 2 diverse versioni, sul Corriere Nazionale e sulla Tribuna qualche tempo fa

Di libri e giornali

Wednesday 18 June 2008

E’ la memoria il tema principale dei diversi racconti che s’intrecciano nell’ultimo romanzo della scrittrice polacca Olga Tokarczuk tradotto in Italia, Casa di giorno, casa di notte, pubblicato dalle “Edizioni Fahrenheit 451” e tradotto da Raffaella Belletti, arrivato dopo i racconti di Che Guevara e altri racconti per la “Forum Edizioni” e il romanzo “Dio, il tempo, gli uomini e gli angeli” edito da E/o.
E’ la memoria da tenere viva con il racconto orale, le leggende, le storie raccontate mentre si pelano le patate o si accudisce l’orto, perché è un patrimonio condiviso, l’elemento unificatore in un mondo che si va disgregando.

Olga Tokarczuk ambienta il suo romanzo polifonico nel piccolo villaggio di Nowa Ruda, tra le montagne della Bassa Slesia, una regione al confine tra Polonia, Germania e Repubblica Ceca: un posto che sembra dominato dall’ombra, quella lunga del crepuscolo, in cui domina l’autunno e tutto è ricoperto di bruma. E’ qui che la scrittrice vive e forse è proprio lei la narratrice del romanzo che cerca di ricomporre i vari ricordi dei concittadini in un unico quadro per tracciare la storia dell’intera comunità. Lasciando poi la parola ai suoi personaggi, la Tokarczuk mescola accurate ricostruzioni storiche (come il racconto della vita e del martirio di Kummernis , diventata Santa Vilgerfortis) ai banali aneddoti quotidiani che hanno per protagonisti i suoi vicini. Racconta le paure, i dolori, le bizzarrie e gli amori, di questa minuscola porzione di terra, ma così facendo in realtà coglie gli aspetti più vari, le inquietudini e le ansie dell’umanità intera.

Le storie di Marta, Krysia, Kummernis, Marek Marek e di tutti gli altri, tutte appartenenti a diverse epoche storiche, s’incastrano una nell’altra, s’interrompono per lasciare posto alle altre e poi riprendono per continuare con quella narrazione semplice e disadorna, vicina alla lingua parlata, eppure lirica nella profondità che la contraddistingue, nella commozione che suscita nel lettore, che gli amanti della scrittrice polacca hanno imparato a conoscere.

E sono molti gli estimatori della Tokarczuk, che è considerata la voce più interessante della nuova letteratura polacca. Nata nel 1962, Olga comincia a pubblicare i suoi primi racconti nel 1979, mentre nel 1989 esordisce come poetessa e nel 1993 da alle stampe il suo primo romanzo, a cui seguiranno altri racconti e altri romanzi, tutti tradotti in 19 lingue, molti dei quali le hanno procurato numerosi premi letterari.

 

Per Irene

Sul “Corriere Nazionale” di domenica scorsa.

Sempre in tema di pezzulli miei, sul periodico “La Tribuna“, ci sono due pagine, tra le altre che ho curato, che mi sono particolarmente divertita a scrivere: una sui “convertiti” della politica (numero del 30 Maggio, pag. 30), in cui sputtano un po’ Celentano, e l’altra sul tradimento e le sentenze della Corte di Cassazione (numero del 15 giugno, pag. 11): agli italiani la fedeltà, sta davvero stretta. Pare.

Questioni di Cuore

Sunday 24 February 2008

Quasi più nessuno legge i libri di Edmondo De Amicis ormai: per questo è lodevole l’iniziativa dell’editore Avagliano che in occasione del centenario della morte dello scrittore, avvenuta a Bordighera l’11 marzo del 1908, pubblica il suo primo lavoro letterario: “La vita militare” (a cura di Riccardo Reim, pp. 456, euro 15,00), un classico che era divenuto introvabile, scritto nel 1868 dopo la partecipazione come luogotenente alla battaglia di Custoza (durante la terza guerra d’indipendenza).

Il libro, segnato da uno stile quasi pre-verista, si compone di bozzetti che ritraggono la vita militare quale scuola di educazione nazionale, con lo scopo dichiarato di presentare il soldato come figlio che difende e onora la patria, ma soprattutto di sottolineare l’inscindibile legame tra l’esercito e la società civile, come se proprio nella vita militare si compisse finalmente l’unità d’Italia: “e quando diciamo per il soldato, non diciamo egli per tutti?”, si legge nell’avvertenza degli editori nell’edizione del 1868.

Pubblicati prima sulla rivista “L’Italia Militare” e poi raccolti in volume, ottennero un tale successo di pubblico che lo incoraggiarono a proseguire sulla strada della letteratura, oltre che del giornalismo, come inviato della Nazione di Firenze.

In occasione del centenario sono diverse le manifestazioni, gli incontri e i seminari organizzati in tutt’Italia, da Torino a Imperia sino a Taranto: e c’è da augurarsi che si possa cogliere l’occasione per riscoprire un autore sempre controverso, che ha incontrato  il favore del pubblico e l’ostilità della critica, con la sola eccezione di Benedetto Croce che ne valutò invece accuratamente le istanze e le coordinate essenziali.

Infatti, De Amicis, autore di uno dei primi best-sellers italiani, il celeberrimo Cuore – che dopo soli due mesi aveva già raggiunto la quarantunesima edizione e diciotto domande di traduzione – da scrittore di culto per intere generazioni di giovani, si è ritrovato a partire dalla fine degli anni Sessanta ad essere etichettato come scrittore troppo sentimentale, e quindi accantonato, quando alcuni intellettuali del movimento di contestazione (Arbasino, Eco, Faeti) lo considerarono “un cadavere”, “un abominevole quaderno rosso del tipico benpensante piemontese”, vituperandolo a tal punto che il libro fu persino bandito dai programmi scolastici. Eppure Cuore, tra “tutto quel dolciume e dolciastrume e zuccherume” che ravvisava Giorgio Pasquali, nel saggio Il «Cuore» di De Amicis (in Pagine stravaganti, Sansoni, 1968), è un romanzo importante per quell’estremo bisogno di etica che lo contraddistingue e per l’aspirazione a un comune sentirsi italiani che all’epoca, come oggi del resto, mancava. Il lettore – ritrovandosi Cuore tra le mani, sfogliandolo – difficilmente saprà sottrarsi a un senso profondo di nostalgia, perché al di là degli intenti pedagogici e delle istanze  borghesi dell’autore, può trovarvi dei modelli di comportamento, stucchevoli forse, ma sani e ispirati alla più alta coerenza.

Ma al di là delle condanne di tipo ideologico al suo libro più famoso – gli ha sicuramente nuociuto il rifiuto della dottrina marxista all’epoca della sua adesione al socialismo (più volte ad esempio è stato censurato da Gramsci) -, De Amicis è autore di opere importanti che sarebbe il caso di recuperare: i suoi efficaci e precisi reportage di viaggio – quelli dedicati alla Spagna (1873), all’Olanda (1874), al Marocco (1876) e a Costantinopoli (1878) -; i romanzi di indagine sociale – Romanzo di un maestro (1890), La carrozza di tutti (1899) e Sull’oceano (1899), scaturito dal suo viaggio in Argentina e imperniato sulle misere condizioni degli emigranti italiani; e quelli di passione civile come Primo maggio, uscito postumo nel 1980.

Peculiari nel suo percorso letterario sono poi L’idioma gentile (1905), col quale intervenne sulla questione della lingua, aderendo a un ideale di prosa “moderna e perfettamente italiana” sul modello manzoniano; e il racconto lungo Amore e ginnastica (1892), caratterizzato da una scrittura ironica e maliziosa, che piacque a Italo Calvino tanto ch’egli lo definì “probabilmente il più bello, certo il più ricco di humour, malizia, sensualità, acutezza psicologica che mai scrisse Edmondo De Amicis”.

La vita militare, sarà in libreria a partire dal 29 febbraio.

Oggi, sulla pagina culturale del Corriere Nazionale curata da Stefania Nardini.