Archivio della Categoria '(Di)versi'

Auspicio in forma di poesia

Sunday 11 October 2009

L’Estate è Finita

Sono più miti le mattine e più scure diventano le noci

e le bacche hanno un viso più rotondo.

La rosa non è più nella città.

L’acero indossa una sciarpa più gaia.

La campagna una gonna scarlatta,

ed anch’io, per non essere antiquata,

mi metterò un gioiello.

(Emily Dickinson)

Quando volano le falene

Saturday 4 July 2009

The song of a wandering Aengus

 

Went out to the hazel wood,

Because a fire was in my head,

And cut and peeled a hazel wand,

And hooked a berry to a thread;

 

And when white moths were on the wing,

And moth-like stars were flickering out,

I dropped the berry in a stream

And caught a little silver trout.

 

When I had laid it on the floor

I went to blow the fire a-flame,

But something rustled on the floor,

And some one called me by my name:

It had become a glimmering girl

With apple blossom in her hair

Who called me by my name and ran

And faded through the brightening air.

 

Though I am old with wandering

Through hollow lands and hilly lands,

I will find out where she has gone,

And kiss her lips and take her hands;

And walk among long dappled grass,

And pluck till time and times are done

The silver apples of the moon,

The golden apples of the sun.

 

 

William Butler Yeats

Pronti, partenza, via!

Friday 26 June 2009

E siamo partiti da poco e già mi sembrano ore.

Che poi per me guidare in fondo è sempre stato un piacere

così decido da solo dove mi devo fermare

ma qui mi pare che fermarsi sia come morire

 

Daniele Silvestri

 

 

Questo per dirvi che vado via per qualche giorno e al mio ritorno vorrei trovare tutto come l’ho lasciato. O forse no.

 

Poesie: una è arcaica (cit.), lo so

Sunday 21 June 2009

Mangio troppa cioccolata e leggo troppa poesia ultimamente.

Non mi fa bene.

 

Pace non trovo e non ho da far guerra,
e temo e spero; ed ardo e son un ghiaccio;
e volo sopra ‘l cielo e giaccio in terra;
e nulla stringo, e tutto ‘l mondo abbraccio.

 

Francesco Petrarca, “Pace non trovo”

 

 

La sete è spenta, la fame placata,
E lungo il cuore ho uno spacco

 

Dylan Thomas, “Cerca la carne sulle ossa”


Insonnia in versi sciolti

Thursday 11 June 2009

Non dormo e leggo poesie mimetiche:  





La stazione  

Il mio non arrivo nella città di N.

è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito

con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire

all’ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.

E’ scesa molta gente.

L’assenza della mia persona

si avviava verso l’uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito

frettolosamente

in quella fretta.

A una è corso incontro

qualcuno che non conoscevo,

ma lei lo ha riconosciuto

immediatamente.

Si sono scambiati

un bacio non nostro,

intanto si è perduta

una valigia non mia.

La stazione della città di N.

ha superato bene la prova

di esistenza oggettiva.

L’insieme restava al suo posto.

I particolari si muovevano

sui binari designati.

E’ avvenuto perfino

l’incontro fissato.

Fuori dalla portata

della nostra presenza.

Nel paradiso perduto

della probabilità.

Altrove.

Altrove.

Come risuonano queste piccole parole.

 

————————————

 

Gli sono troppo vicina

Gli sono troppo vicina perché mi sogni.

Non volo su di lui, non fuggo da lui

sotto le radici degli alberi. Troppo vicina.

Non con la mia voce canta il pesce nella rete.

Non dal mio dito rotola l’anello.

Sono troppo vicina. La grande casa brucia

senza che io chiami aiuto. Troppo vicina

perché la campana suoni sul mio capello.

Troppo vicina per entrare come un ospite

dinanzi a cui si scostano i muri.

Mai più morirò così leggera,

così fuori dal corpo, così ignara,

come un tempo nel suo sogno. Troppo,

troppo vicina.

 

 


Wislawa Szymborska 

Gli anni di Cristo (ieri)

Friday 4 July 2008

Se sei sposata a uno scrittore, con un bel talento anche per la poesia, può capitare che per il tuo compleanno ti arrivi (insieme a uno chiccosissimo e iper-tecnologico Blackberry) una bellissima fanfòla tutta per te:

 

C’è qualcheduno che invecchia come il vino,

che più è annuscolo e più slisa di soave;

e chi invece s’abbiasca in acitudine,

(cert’anime che, acciuccatesi, son prave).

Chi sbroscia il frego, chi invola il fringivallo,

chi fa i quattrini e chi arrangia l’ignego;

chi s’arruga ma dice “me ne frego”,

chi si salmuzza col caciocavallo.

Chi fa un capello grigio, e Iddio l’aspischi;

chi apposcia su due chili, e si dispera;

chi affruzza bene il fischio che ha diretto

alle donne che svascano la sera.

Hai dubbi forse che sei la più sghecia?

Ti chiedi se ti flippo, se m’arrazzi?

Dico: è vero, la gente s’imbroscia

Cogli anni, ma tu mi mandi ai pazzi.

(Nel senso buono). O mora, tu m’alluschi: 

E i lustri non mutan la sostanza. Anzi,

l’impilano: sicché tu sei barlume

che allasca il sottoscritto, omo de panza.

Chi si fa barboruto e gnignimone,

chi ad ogni anno che passa è più sghisello.

Oggi, che il tempo ti scalcia sul groppone

Sbaciucco il naso tuo, per me il più bello.

Scommettiamo che…

Tuesday 6 February 2007

… qualora criticaste negativamente i testi in versi – che gli autori, dimostrando una palese assenza di spirito critico e autocritico, si ostineranno a chiamare poesie  – di esordienti e sconosciuti (che se lo meritino naturalmente), quelli (se un po’ hanno studiato o letto) inevitabilmente vi citeranno Rainer Maria Rilke? A me è già accaduto una decina di volte.

Questo brano soprattutto è il più quotato:

“…Lei domanda se i suoi versi siano buoni, lo domanda a me, prima lo ha domandato ad altri, li invia alle riviste, li confronta con altre poesie e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, io le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno ed è appunto questo che non dovrebbe fare. Nessuno può darle un consiglio. Invece guardi dentro di sé, si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirei se mi fosse negato di scrivere? Ecco si domandi nell’ora più quieta della notte: devo scrivere? Frughi dentro se stesso alla ricerca di una profonda risposta, e se sarà di assenso, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. […] E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è. E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare”.

E’ tratto dalle Lettere ad un giovane poeta, pubblicate per la prima volta in Germania nel 1929 e proposto in Italia da Adelphi nel 1980, con la celebrata traduzione di Leone Traverso. Sono lettere realmente indirizzate da Rilke a Franz Xaver Kappus, uno scrittore principiante che gli aveva inviato le sue poesie fra il 1903 e il 1908.
A volerle interpretare letteralmente e con grande malafede direi, le Lettere danno l’appiglio a chiunque si voglia definire artista, poeta, scrittore, pittore, scultore e via discorrendo, di considerarsi tale e di pretendere dunque di essere riconosciuto come tale, per il solo fatto di aver assecondato l’impellente bisogno di esprimersi, di palesare agli altri il lavorio interiore che lo tormenta.
Ma, a parte che a me qualunque moto interiore mi fa venire in mente un vulcano che sta per eruttare e che quando un vulcano erutta non succede mai nulla di buono, mi domando perché quegli stessi che lo citano non seguano poi pedissequamente le parole di Rilke e non rinuncino quindi a chiedere pareri e cercare la pubblicazione e quindi l’approvazione di lettori e rivisti e critici, rallegrandosi e ritenendosi soddisfatti piuttosto dell’essere riusciti a esprimersi e di aver tirato fuori il proprio mondo intimo rispondendo al sacro fuoco della poesia (o della narrativa, o della pittura, o della scultura).
Il fatto è che la malafede c’è, eccome se c’è.
Come per quelli che ti citano Kafka lamentando che nessuno legge i loro libri.

Io che di solito penso che leggere non migliori la vita, né la peggiori; che non renda persone migliori, né peggiori; di fronte a queste situazioni devo ammettere controvoglia che evidentemente leggere fa proprio male.
Forse sarebbe il caso che più di qualcuno seguisse corsi di lettura e comprensione del testo per imparare a goderselo pienamente e a capirlo se proprio è necessario, piuttosto che rivolgersi a seminari di scrittura creativa nell’imbarazzante illusione di uscirne come novelli Shakespeare o – peggio mi sento – perfetti David Foster Wallace.

E qui apro una parentesi: la maggior parte degli aspiranti scrittori che conosco, ho conosciuto o ho letto, aspirano a scrivere come David Foster Wallace, al massimo come Raymond Carver, come Aldo Nove, come Tiziano Scarpa, come Niccolò Ammaniti, come Enrico Brizzi degli anni d’oro, mai nessuno invece che mi dica “vorrei scrivere come Fitzgerald” o Capote, o Steinbeck o Flannery O’connor, o Soldati, o Chiara, o Saviane. E qui se fossi maliziosa e velenosa potrei dire che la questione attiene alle capacità, alle difficoltà, alle possibilità di chi scrive che probabilmente non sarà mai in gradi di scrivere come Fitzgerald ma forse ad Aldo Nove ci si può arrivare facilmente. Ma non sono così maliziosa io. Comunqe mi andrebbe bene anche che indicassero come obiettivoFaletti, perché almeno dimostrerebbero di voler un’attività che crei profitto, invece di autocandidarsi per impolpare le file (quasi legioni) degli aspiranti scrittori sfigati. Chiusa parentesi.

Tornando a Rilke e al suo giovane poeta, mi domando anche perché nessuno dei poetastri con cui abbiamo iniziato il discorso, colga i suoi suggerimenti fino in fondo:

“Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. Non scriva poesie d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime. Perciò rifugga dai motivi più diffusi verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione; le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le, rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi?”.

Le Lettere in realtà sono il manifesto poetico di Rilke, quasi delle confessioni in cui esprime la sua concezione del mondo e del ruolo del poeta. Il poeta, lui sì, scrive della vocazione alla poesia, dell’atto di scrivere come di un magistero, e indaga l’intima essenza di un artista, ma lo fa dando per scontato che di un artista si tratta, non dice da nessuna parte che tutti possono esserlo. In definitiva parla soprattutto di se e della sua opera, del modo in cui la poesia affiora sulla sua pagina. E’ letteratura, è poesia, sono consigli, non è un decalogo né un manuale per l’aspirante poeta.

Per tutto questo non m’infervoro come farei in altre circostanze di fronte a quest’altra lettera indirizzata al giovane Kappus, scritta il 26 Dicembre del 1908:

“Anche l’arte è solo una maniera di vivere, e a essa ci possiamo preparare, senza saperlo, vivendo in qualche modo; in ogni cosa reale le siamo più prossimi e vicini che nelle irreali professioni semiartistiche, le quali, mentre si fingono vicine all’arte, in pratica ne negano e confutano l’esistenza; così è ad esempio dell’intero giornalismo e di quasi tutta la critica, e di tre quarti di ciò che si chiama e vorrebbe chiamarsi letteratura”.

Può essere che Rilke avesse il dente avvelenato con qualcuno in quel momento. E’ umano, mi pare.

Chi ben comincia…

Saturday 6 January 2007

… si sa, è a metà dell’opera. E sebbene sia troppo presto per far delle stime sul nuovo anno, per stare tranquilli cominciamo in poesia. 

Non ne parlo quasi mai, ma mi piace molto la poesia. E mi piace pensare che aveva ragione Shelley quando scriveva che “i poeti sono i non riconosciuti legislatori del mondo”.  

Mi piace la poesia quando non abusa di figure retoriche, non ricorre al lirismo a tutti costi, quando nasce da una intenzione sincera e non dall’effimero desiderio di esprimersi in versi. Mi piace la poesia che non considera se stessa un altro modo di raccontare. Che sia Poesia e basta! Ma per cui non basta andare a capo spesso. 

Non mi piace la poesia quando è sciatta, antiretorica per ideologia, modernista, fredda, formale. Mi piacciono i versi iconoclasti di Rodolfo Wilcock, le sue metafore ardite. Le rime barbare e viscerali di Pablo Neruda. Quelle eleganti e romantiche di Paul Eluard. I contrasti violenti di Robert Frost e il maledettismo non di maniera di Dylan Thomas. La levigatezza di Catullo e la repulsione di Vladimir Majakovskij per la convenzione. E tutte le sfumature della vita nelle poesie di Wislawa Szymborska. E il neo-manierismo di Auden e del suo memorable speech. L’ingenuità di Emily Dickinson. E ancora le allucinazioni di Coleridge. 

E naturalmente Eugenio Montale. 

Poi scopro Guido Catalano (grazie ai gemelli del blog Eìo e Stark). 

Catalano è un poeta prêt-à-porter, intendo uno di quelli da avere sempre a portata di mano: nel traffico, alla posta, sul treno o sulla metro. Nell’attesa si tira fuori una sua raccolta di poesia e la vita un po’ torna a sorridere. Certo non tutte le poesie sono riuscite, ma alcune lo sono davvero molto. 

La sua è la poesia delle piccole cose, lampi di lirismo nel quotidiano, grumi di passione che esplodono e poi si riassorbono. L’amore prima di tutto, declinato in tutte le sue forme con ironia e romanticismo. Sono versi da leggere ma soprattutto da ascoltare, pare che lui sia un vero performer

Guido Catalano ha pubblicato due raccolte che sono liberamente scaricabili dal suo sito: I cani hanno sempre ragione (2000) e Sono un poeta cara (2003). E’ un delitto che non si trovino sugli scaffali delle librerie. Ma per ora ci si può accontentare di leggerle on line. 

Io mi sono innamorata di questa

Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.  





Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.  





Guido Catalano ha pubblicato due raccolte che sono liberamente scaricabili dal suo sito: I cani hanno sempre ragione (2000) e Sono un poeta cara (2003). E’ un delitto che non si trovino sugli scaffali delle librerie. Ma per ora ci si può accontentare di leggerle on line. 

Io mi sono innamorata di questa

Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.  





Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.  





Catalano è un poeta prêt-à-porter, intendo uno di quelli da avere sempre a portata di mano: nel traffico, alla posta, sul treno o sulla metro. Nell’attesa si tira fuori una sua raccolta di poesia e la vita un po’ torna a sorridere. Certo non tutte le poesie sono riuscite, ma alcune lo sono davvero molto. 

La sua è la poesia delle piccole cose, lampi di lirismo nel quotidiano, grumi di passione che esplodono e poi si riassorbono. L’amore prima di tutto, declinato in tutte le sue forme con ironia e romanticismo. Sono versi da leggere ma soprattutto da ascoltare, pare che lui sia un vero performer

Guido Catalano ha pubblicato due raccolte che sono liberamente scaricabili dal suo sito: I cani hanno sempre ragione (2000) e Sono un poeta cara (2003). E’ un delitto che non si trovino sugli scaffali delle librerie. Ma per ora ci si può accontentare di leggerle on line. 

Io mi sono innamorata di questa

Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.  





Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.  





Guido Catalano ha pubblicato due raccolte che sono liberamente scaricabili dal suo sito: I cani hanno sempre ragione (2000) e Sono un poeta cara (2003). E’ un delitto che non si trovino sugli scaffali delle librerie. Ma per ora ci si può accontentare di leggerle on line. 

Io mi sono innamorata di questa

Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.  





Per tornare a Shelley e ai poeti come legislatori, io direi che un posto a Catalano in Parlamento glielo troverei, magari non tra i senatori per cominciare, ma come onorevole poeta ce lo vedo proprio.  





Piccoli autori crescono

Sunday 14 May 2006

Mia madre, che come me non butta via niente, mi ha costretto ad un tuffo nei ricordi, riesumando questa filostrocca che ho composto nel febbraio del 1980 (secondo l’infallibile archivio materno) all’età di 5 anni (non ancora compiuti eh, visto che sono nata in luglio. Ci tengo!).
 
 
Lo strano caso del serpente natante*
 
Un serpente senza dente
fece spaventare tutta la gente
che per correre ebbe un incidente.
Accorse un sergente deficiente
che prese il serpente
e lo buttò nel torrente,
con tutto il salvagente.
Ma s’impigliò nello sfollagente
e fu così che annegò il serpente.
 
 
 
Avevo un gran senso del ritmo e della rima. La cosa migliore che io abbia mai scritto. Promettevo bene, peccato che poi mi sia persa.
  
 
 
 
 
* natante, mi dicono, era una parola che avevo appena imparato leggendola su un giornale insieme a mia madre.

Fuori di me per farti mondo

Wednesday 22 March 2006

Fuora da mi pa’ farte mondo,
te ghè i so s-cjochi ‘ncaponii te ‘a carne.
Li sento, ca reposso in parte,
li sètaro tel sono a madurarse.
Mai no dirò tel vento dee parole
s’ i’ m’ha destruto o s’ i’ t’ha fato ‘l fiore.
 
(Luigi Bressan)
 
 

Fuori di me per farti mondo, / hai i suoi scoppi accapponati nella carne. / Li sento, riposando accanto a te, / li sotterro nel sonno a maturare. / Mai dirò nel vento delle parole / se m’hanno distrutto o se t’hanno fatto il fiore. 
 
 
 
Scoperta grazie a Maurizio Crosetti.