Archivio della Categoria 'editoria'

A volte ritornano (magari un po’ cambiati)

Wednesday 13 January 2010

Stilos, il magazine dei libri” torna in edicola dopo due anni di assenza con un formato e una grafica rinnovati: sarà un mensile di 130 pagina a colori e non si occuperà solo di letteratura. 
 «In una stagione che ha segnato la chiusura di altre testate culturali e penalizza sempre più il mondo dei libri» dice Gianni Bonina, fondatore e direttore della rivista «Stilos vuole provare a dimostrare che, ovunque  andrà, il mondo finirà sempre in un libro». 

La rivista sarà in edicola alla fine di Gennaio e io avrò (anche) una rubrica fissa, anzi una rubrichetta, come dice il direttore, bontà sua, sui libri persi e ritrovati: Pastiglie è il suo nome, molto carino no? (Grazie a chi l’ha suggerito).

Qui c’è il comunicato stampa ufficiale e cliccando sul bannerino qui sotto si arriva direttamente alla pagina degli abbonamenti: perché ricevere la rivista direttamente a casa è tutta un’altra cosa! E costa anche meno.  

 

Per informazioni:

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Di fiere, bei libri, gravi perdite e buffoni

Tuesday 8 December 2009

Ieri è stato giorno di fiera, erano anni che evitavo di andarci fuggendola come la peste, e dopo averci trascorso più di tre ore ho ritrovato tutti i motivi per i quali preferisco perderla, ma ne ho scoperti di nuovi che magari mi spingeranno a tornarci l’anno prossimo (qui e qui le puntate precedenti).

Intanto non c’è un orario o un giorno buono per evitare la calca: in Italia pochi leggono ma tutti vanno alle fiere dei libri. Questi tutti sono per lo più addetti ai lavori o gente che vorrebbe diventarlo o che si spaccia per tale solo perché magari ha un blog che non legge nessuno in cui ogni tanto parla di libri, o possiede un account su Anobii (e a questo punto vorrei spezzare ora una lancia sulla schiena dei curatori e dell’editore del libro Il tarlo della lettura – che contiene proprio una selezione, diciamo così, delle migliori recensioni presenti sul sito – perché a parte la qualità perlopiù terribile dei pezzi, con pochissime eccezioni, l’unico tarlo presente nel volume è quello che ne divora letteralmente la rilegatura cosicché appena lo tocchi ti restano in mano le pagine che sfogli, forse per rendere più agevole l’atto di dargli fuoco, non so).

Poi naturalmente ci sono anche i veri lettori che cercano tra gli stand le chicche più golose, quelle che di solito in libreria non ci sono o sono malissimo esposte, e li vedi aggirarsi furtivi e svelti come ninja pronti ad accaparrarsi un inedito appena pubblicato, uno scrittore semisconosciuto sdoganato da poco, uno conosciuto ma dimenticato, un autore dal nome impronunciabile che è un bestseller in qualche sperduta repubblica dell’ex Unione Sovietica, una certa edizione rara tirata in trecento copie, una stampa, un libro illustrato. Io ci ho messo del mio visto che quando sono andata a comprare il romanzo dell’ultimo Nobel per la letteratura, Herta Müller, e l’ho chiesto alla tipa che stava allo stand della “Keller Editore“, l’ho chiamato Il paese delle prugne secche, anziché verdi, ma quella manco se n’è accorta, penso si stesse limando le unghie o pensasse di doverlo fare, non mi ricordo bene.

Gli espositori che ho preferito come sempre, sono quelli di libri per bambini, mi sarei portata a casa tutti quei libri colorati e le stampe che sembrano veri acquerelli; gli editori peggiori quelli che restano piccoli o medi, ma si danno arie da grandi perché hanno trovato un filone d’oro, di solito oro di Bologna – quello che si fa nero per la vergogna, afferma il detto popolare, che gli consente di guadagnare molti soldi al minimo dello sforzo creativo o qualitativo; o quelli che hanno un bel catalogo accompagnato però di solito a una spocchia insostenibile. Per non parlare poi di quelli che sembrano non sapere nemmeno perché si trovano dietro un banchetto con dei volumi davanti all’interno di una grossa area espositiva, con della strana gente che gli pone delle domande alle quali rispondono stupiti e distratti a monosillabi, e tu non puoi fare a meno di chiederti se siano abbastanza alfabetizzati da leggerli i libri che pubblicano.

Menzione d’onore per “duepunti Edizioni” per il catalogo e la grafica editoriale e anche per gli editori brillanti e simpatici che indossavano festosi grembiuli rossi perché pare abbiano anche offerto da bere e mangiare a chi si fermava da loro; per “Alet Edizioni”, che non solo vanta una delle vesti editoriali più belle che ci siano al momento in Italia e un catalogo foltissimo di bei libri, ma può contare sulla passione di Giulia Belloni, neo-editor della casa editrice (già in forza a “Meridiano Zero” con la collana “Gli intemperanti”) per la quale curerà la nuova collana italiana “Gli iconoclasti”; per “Mattioli1885”, che rientra sia tra gli editori con un po’ di spocchia che tra quelli con una vaga aria confusa, ma si salva grazie al catalogo  e al bellissimo formato da moleskine dei suoi libri e perché – oltre a Ritratto di un gangster un inedito di Harry Grey (quello di Mano armata per intenderci a cui si è ispirato Sergio Leone per “C’era una volta in America”) – ha pure ripubblicato un libro di O’Henry autore di racconti che ha avuto poca fortuna da noi. Stesso discorso per le “Edizioni Spartaco” che hanno pubblicato Don Giovanni di Dan Fante e i saggi sulla letteratura di Stevenson – nonostante la prefazione di Pascale, ma ho già detto altrove su questo – e hanno ripescato un libro di Jerome K. Jerome, solo che graficamente i loro libri non sono degli oggetti belli da vedere come quelli di “Mattioli1885”.

Ho scoperto poi l’editore “Le nubi Edizioni”, con dei volumetti curati nei piccoli particolari, bellissimi da vedere e anche da leggere, che propone opere inedite in Italia o di particolare prestigio e poco diffuse.

L’editore più simpatico è Marco Vicentini, di “Meridiano Zero”, più interessato a parlare di cosa sia esattamente il noir che non a vendere i suoi libri; i più caotici, almeno per il loro stand i tipi di “Isbn Edizioni“: c’era un sacco di gente intorno ai libri e dietro il bancone erano almeno in quattro, tutti sotto i trent’anni che parlavano tutti insieme, non si è capito nulla di quanto ci siamo detti, né dei libri che io ed Davide abbiamo preso; i più appassionati quelli della “Azimut libri”, che hanno il grandissimo pregio di aver pubblicato le opere di Renzo Rosso, quando tutti si erano ormai dimenticati di lui.

E qui veniamo alla “grave perdita” di cui si accennava nel titolo: ho scoperto solo ieri, parlando appunto con Guido Farneti, il direttore editoriale di “Azimut libri”, che Renzo Rosso è morto proprio poco più di un mese fa e io non ne  avevo letto da nessuna parte e cercando in rete ho trovato poche righe sulla grande stampa e qualche blog letterario collettivo e un accorato scritto di Walter Pedullà su “Il Messaggero”, ma niente di più. Un destino ingiusto per uno scrittore italiano che meritava l’olimpo e la gloria invece dell’oblio. Io anni fa ho scritto un pezzullo su un suo romanzo bellissimo – La dura spina -, pubblicato sul fu “Medicine show”, e per ora lo voglio ricordare linkando quel post, ma al più presto con i tipi di Azimut abbiamo deciso di fare qualcosa di più importante per commemorarlo degnamente, anche perché sono custodi di aneddoti che vale la pena far conoscere anche ai lettori. Qui c’è il pezzo su La dura spina, qui i libri (non tutti credo) di Renzo Rosso in catalogo da Azimut.

Quanto ai buffoni, a parte Alemanno che ho incrociato più di una volta mentre si aggirava tra gli stand con la sua corte e il codazzo di guardie del corpo, soprassiedo, tanto – come amava dire il dittatore romano Lucio Cornelio Silla – “sanno già tutto”.

La grande scoperta dell’acqua calda della mia visita alla Fiera è stata però che se ti occupi di libri e vai direttamente alla fonte non devi nemmeno aspettare che te li mandino a casa, basta prenderli e portarseli via. E il mio bottino di quest’anno consta (tra comprati e ricevuti gratis et amore dei) di:

Lo scherzo del filosofo, Jerome k. Jerome, Mattioli1885

La psicologia della zia ricca, Erich Muhsam, Le nubi edizioni

Il paese delle prugne verdi, Herta Muller, Keller Editore

Seduto a schiacciare noci per uno scoiattolo, Jerome K. Jerome, Edizioni Spartaco

L’adolescenza del tempo, Renzo Rosso, Azimut

Non c’è scampo, Jack Black, Alet Edizioni

In più sono tornata a casa con un pacco pesantissimo con oltre 30 copie di Cera per le sirene di Alberto Ragni, preso direttamente allo stand di “Scritturapura“, che serviranno per una cosa che stiamo preparando in collaborazione con il Nuovo teatro Colosseo per il 4 gennaio (poi darò notizie più approfondite) e a cui non si potrà mancare. Lettore avvisato…

Balocchi e libri

Monday 8 December 2008

continua da qui

Un tempo erano l’esotismo di Emilio Salgari, il brio delle sorelle March o il mistero dell’isola del tesoro, a tenere incollati i bambini alle pagine dei libri. Oggi a parte il sempreverde Peter Pan (ben sei titoli usciti solo nel 2004), i vecchi classici per bambini restano patrimonio dei piccoli lettori ormai cresciuti, mentre le nuove leve si nutrono soprattutto di topi saccenti, streghe maliziose, vampiri innamorati.

L’editoria per ragazzi pur seguendo in teoria le stesse regole di quella che produce libri per adulti, si presenta con caratteristiche proprie che rendono il mercato e la produzione libraria in genere, più complessa e articolata, perché sono diverse le variabili e i fattori da gestire: dalla scrittura alle illustrazioni, dalle copertine al formato, la fascia d’età e la storia da raccontare, e perché all’interno del contenitore “libri per ragazzi” coesiste il materiale più disparato.

E diverse sono ormai le manifestazioni dedicate all’editoria per l’infanzia e l’adolescenza: dopo l’ormai consolidata “Fiera del libro per ragazzi” di Bologna, un appuntamento di portata internazionale ormai arrivato alla 46esima edizione, da quest’anno il settore può contare anche sulla visibilità data da “Mare di libri”, il primo festival di letteratura dedicato agli adolescenti, la cui prima edizione si è svolta a Rimini nel giugno scorso, in una “tre giorni” d’incontri con gli autori italiani e stranieri più amati dai ragazzi, laboratori e spettacoli.

Oltre a fungere da importanti vetrine, questi eventi tastano il polso del mercato facendo incontrare domanda e offerta e identificando le linee generali del segmento editoriale in questione, confermando i dati di vendita.

Si evince così che a dominare il mercato sono i libri di fiabe e leggende (quasi il 75% delle novità) e storie in cui prevale il giallo del mistery o il nero dell’horror. Sempre maggiori lettori conquista poi il fantasy, anche se l’offerta, e il battage mediatico che l’accompagna, è  parecchio superiore alla domanda effettiva (il 2006 ha registrato uno 0.6% in meno nella vendita delle saghe di elfi, maghi e cavalieri).

L’attenzione maggiore è riservata però, agli albi per la prima età e ai libri-gioco, dalle più stravaganti fogge e dimensioni,  che coprono insieme circa un terzo delle novità annuali. Molto belli gli albi illustrati della “Lapis”, divisi nelle due collane “i Lapislazzuli” e i “Due x Due”, che affrontano con leggerezza temi anche molto importanti nella vita di ogni bambino.

E sempre per questa fascia di piccoli lettori, si è rafforzata la moda del serial: tutta una teoria di libri, perlopiù raccolti in specifiche collane, che hanno per protagonista un medesimo personaggio che ha incontrato il favore dei lettori, come il più famoso Geronimo Stilton, o Giulio Coniglio (Panini), Giulia B.(Mondadori), Jessica e Valentina (Sonda, Piemme).

Nella fascia che va dagli undici ai diciassette anni, domina il mercato, soprattutto negli ultimi due anni, la cosiddetta letteratura per young adults: romanzi che affrontano i problemi, le ansie e le speranze dei ragazzi in crescita. L’offerta spazia dalle ironiche e brillanti avventure di “Diario di una schiappa” di Jeff Kinney (Edizioni il Castoro), un racconto a vignette che vede protagonista Greg, imbranato e simpaticissimo studente americano che racconta le sue giornate tra casa, scuola ed amici; passando per le banali storielle di Federico Moccia (Rizzoli), sino all’ultima frontiera della narrativa per ragazzi: l’affermarsi di una giovane leva di autori che parlano ai loro coetanei affrontando, con ambizioni ed esiti diversi, qualunque genere. Nascono così gli imbarazzanti polpettoni sentimental-adolescenziali di “TVUKDB” (Fanucci), di Valentina F., La prima volta che ti ho rivisto, (Fanucci) di Lorena Spampinato, Love is Forever (Falzea), di Ilaria Marullo, o le astruse saghe fantasy come Eroi del Crepuscolo” (Einaudi Stile Libero) di Chiara Strazzulla e “Bryan di Boscoquieto. Nella terra dei mezzi demoni” di Federico Ghirardi.

Quello che è certo è che nel panorama della narrativa per ragazzi, si nota un profondo vuoto editoriale per la fascia dai sei agli undici, proprio quella a cui erano tradizionalmente destinati i classici per ragazzi ormai dimenticati.

Libri e balocchi

Friday 5 December 2008

Continuiamo il viaggio all’interno dell’editoria italiana, occupandoci del mercato dei libri per ragazzi.

 

I bambini leggono molto più dei loro genitori. Almeno in Italia.

Stando all’annuale rapporto sull’editoria dell’Aie, Associazione Italiana Editori – se meno della metà degli italiani con più di quattordici anni non arriva a leggere tre libri l’anno, e il resto della popolazione adulta per lo più non legge nemmeno quelli, i più piccoli vantano un tasso di lettura di quindici punti percentuali superiore: quasi il 60% dei bambini tra i cinque e i quattordici anni legge almeno un libro all’anno e sono soprattutto le femmine ad alzare la media.

Non c’è comunque da rallegrasi perché queste cifre sono di molto inferiori rispetto al 71% di piccoli lettori raggiunto nel 1997. Secondo quanto emerso dal convegno “Bambini e adolescenti e valore del libro”, organizzato a Roma dalla Commissione parlamentare per l’infanzia della Bicamerale il 29 Gennaio scorso, i bambini italiani leggono troppo poco rispetto ai loro colleghi europei: in Spagna per esempio si arriva a sfiorare il 60% di lettori tra i sei e i dieci anni e il mercato della lettura infantile italiana con i suoi 128,8 milioni di euro è metà di quello spagnolo con oltre 250 milioni e quasi un terzo di quello tedesco (435 milioni di euro) e di quello francese (circa 500 milioni).

Anche nel segmento più roseo dei lettori in erba dunque, il mercato si regge su un 11% di lettori “forti”, che comunque le più recenti statistiche danno in diminuzione.

E’ soprattutto nella prima infanzia che la lettura si ritaglia un posto d’onore tra i passatempi dei più piccoli: circa il 7% dei bambini di 3-4 anni ha ricevuto in regalo un libro nell’ultimo anno. Quello della primissima infanzia si presenta come il settore  più dinamico all’interno del mercato del libro per ragazzi.

Non ha infatti alcun senso parlare di editoria per ragazzi, senza fare i doverosi distinguo per fasce d’età. Da sempre, da quando nell’ottocento, almeno in Italia, ha preso il via l’editoria di settore, con “letteratura per l’infanzia” si è indicata la produzione dei libri destinati a un pubblicato variegato, per età, gusti e contesto sociale. E negli ultimi anni, se possibile, le cose si sono complicate ulteriormente.

Con gli anni ’80 si è aperto un periodo pionieristico teso a modernizzare l’offerta editoriale per i bambini, ferma a Salgari e alle sorella March create da Louise May Alcott, e sfruttando le emergenti tendenze del marketing, basate sull’orientamento al consumatore, si è cominciato a pensare a cosa piacesse davvero ai bambini, in un’epoca che cominciava a globalizzarsi e a subire il costante sviluppo delle tecnologie più avanzate. Questo processo di riconfigurazione del rapporto tra mercato, produzione e piccoli consumatori, ha trovato il suo culmine negli anni ’90 e si è consolidato nel nuovo millennio, anche con continui alti e bassi.

Così per esempio la produzione di libri dedicati a under 10 è cresciuta in questi anni in modo significativo: nel 1980 –  secondo dati di “Liber” (trimestrale di informazione bibliografica e di orientamento critico promosso dalla Biblioteca Gianni Rodari di Campi Bisenzio ed edito da Idest) e del servizio di documentazione della stessa biblioteca – l’editoria italiana pubblicava 0,15 nuovi titoli ogni mille bambini; nel 1987 si pubblicavano 951 titoli, nel 1997 erano 1740, mentre nel 2006 si sono sfiorate le 2300 opere.

È aumentato anche il numero di editori che si rivolgono ai giovani lettori: da novanta editori (o marchi) presenti sul mercato con almeno una collana nel 1987, si è arrivati a 110 nel 1990, a 155 nel 2000, e a 195 nel 2006.

Pur aumentando i titoli, sebbene quelli tradotti siano la metà del totale dei titoli pubblicati, sono diminuite però le tirature – in pratica si stampano molti nuovi libri, ma gli editori hanno scarsa fiducia nella capacità di assorbimento del mercato, proprio a causa dell’andamento discontinuo nelle cifre legate all’infanzia negli ultimi cinque anni – e anche le collane sono sempre meno, a testimoniare che il vero problema dell’editoria per ragazzi è l’assenza di progetti a lungo termine e d’investimenti nei contenuti del libro come veicolo di cultura. La tendenza è di “cercare l’evento”, come per il caso dei vari Harry Potter, e non una visione d’insieme finalizzata alla formazione dei giovani lettori. 

 

Continua qui

 

 

N.B

Questo pezzo è stato scritto prima della pubblicazione del Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia – 2008. Le cifre sono leggermente diverse, ma non cambiano la sostanza del discorso, Le riporto per completezza.

 

Nel 2007 il 59,5% dei bambini di 11-14 anni; il 56,6% dei 15-17enni; il 54,6% dei 18-19enni si dichiara lettore di libri non scolastici. Di questi, il 4,2% legge oltre 13 libri all’anno.

Il mercato ragazzi (libri 0-14 anni) nel 2007 ha raggiunto il valore di vendita a prezzo di copertina di 137,2 milioni di euro (+2,5% sul 2006), che rappresenta il 9,8% delle vendite dei canali trade (libreria di catena editoriale e non), ma appena il 3,7% del mercato complessivo. Un segmento a parte è quello dei libri scolastici di adozione che ha fatturato 716,3 milioni di euro ( 1,5% rispetto al 2006).

Le novità pubblicate nel 2007 nel campo dell’editoria per ragazzi sono  state 2.297.

Ancora sull’editoria italiana

Sunday 30 November 2008

Per la pagina culturale del “Corriere Nazionale“, curata da Stefania Nardini (e ne approfitto per segnalare l’imminente uscita del suo romanzo Gli scheletri di via Duomo per Pironti, poi magari ne riparliamo), è partito – da tempo in realtà – un viaggio alla scoperta dei vari universi editoriali del nostro panorama culturale. I primi articoli si occupavano dello stato dell’editoria italiana, ma di questo si è già discusso, gli altri invece del fotoromanzo, dei periodici femminili, della narrativa per ragazzi, della III pagina dei quotidiani e and so far. Magari v’interessano.

Per quanto riguarda lo stato dell’editoria italiana, voglio segnalare solo alcune cifre, a parte il dato della pubblicazione di circa 170 libri al giorno. 

Sebbene la tiratura media per ogni titolo si mantenga vicina alle cinquemila copie (che diventano circa seimila per i titoli stranieri), quasi il 60% dei titoli stampati non vende neanche una copia. D’altronde, ogni mese nascono circa settanta editori (abbiamo al momento in Italia circa ottomila sigle editoriale attive, ma sono molte meno quelle distribuite a livello nazionale); ma il 90% dei soldi che si guadagnano coi libri è territorio di caccia di non più di una ventina di aziende (legate perlopiù ai grandi gruppi: Mondadori, RCS, De Agostini e Messaggerie italiane). Il che significa che abbiamo circa settemiladuecentottanta aziende a spartirsi il 10% di un fatturato annuo che, nel 2006, è stato di 3,7 miliardi di euro; in pratica mentre le venti grandi sigle dell’editoria italiana lottano per un bottino complessivo di 3,33 miliardi l’anno, i piccoli editori che restano vivacchiano in un serbatoio che rende complessivamente trecentosettanta milioni di euro; per un fatturato medio di poco più di cinquantamila euro l’anno per ciascun editore: briciole.

Qualcuno penserà al sommerso. Ma nell’editoria non esiste. Il mercato dei libri vive del tutto allo scoperto: il canale distributivo è quello delle librerie, e, ulteriormente, delle edicole e della grande distribuzione di generi vari (supermercati). Si tratta di aree sorvegliatissime che non consentono margini di evasione all’editore. Ad esse va ad aggiungersi il mercato, in forte espansione, della vendita di libri via Internet: dove però è più difficile tirar le somme, perché nuovo e usato si mescolano senza soluzione di continuità.

In questo scenario convulso, in cui centinaia di aziende nascono e muoiono nell’alba di un mattino, e far tornare i conti è sempre più difficile, cosa decide la pubblicazione, o la ristampa, di un testo? Quali sono i criteri per cui un editore sceglie di stampare questo o quello, e – avendolo stampato – di distribuirlo e promuoverlo con maggiore o minore dedizione? Perché il mercato dei libri ammette margini di spreco inimmaginabili in qualsiasi altro settore? Non è certo difficile pensare a cosa avverrebbe se, in un’azienda agroalimentare o in un pastificio, il 35% dei prodotti risultasse fallimentare alla prova del mercato. Perché, dunque, ciò che in qualsiasi altro settore sarebbe oggetto di massima preoccupazione, nel mercato dei libri è dato per scontato?

Continuiamo con le cifre per provare a far luce sul mercato dei libri in Italia. Sempre secondo l’annuale “Rapporto sullo stato editoria” dell’Associazione Italiana Editori, nell’ultimo decennio il numero dei lettori è sceso dal 42 al 37% della popolazione attiva. Il mercato dei libri è una “nicchia”: basti pensare che il 2% della popolazione adulta acquista il 23% dei volumi; l’Italia è al tredicesimo posto in Europa per la spesa pro-capite nei libri, con meno di sessantacinque euro l’anno; e il costo medio dei libri è, da noi, più alto che ovunque in Europa. Ogni anno poco meno della metà dei libri in commercio vende in media una sola copia e circa trentamila titoli vanno al macero. Deficitaria è la legislazione: gli editori dei libri e periodici di cultura sono assimilati, sul piano fiscale e amministrativo, all’editoria quotidiana e periodica di informazione (sola eccezione è la Regione Sardegna che fin dai primi anni Cinquanta un intervento legislativo specifico in materia di editoria libraria: la legge regionale n° 35 del 1952).

L’assenza di politiche di sostegno al libro è quasi totale, malgrado l’editoria libraria valga complessivamente 4,4 miliardi di euro e costituisca (con il suo 28,7%) il principale comparto dell’industria dei contenuti. La prassi prevede, semmai, elargizioni “a pioggia” (come facilmente accade in Italia: mai elargizione di finanziamenti basati su progetti, ma rimedi per tappare i buchi). Un esempio è la circolare n. 7 del 30 marzo 2005, che concede “ulteriori contributi, in conto interessi, per i mutui agevolati in favore dell’editoria libraria, per opere di elevato valore culturale, ai sensi dell’articolo 34 della legge 416/1981”. L’agevolazione è concessa previo parere di una Commissione di esperti che esamina i programmi editoriali indicati nella domanda di finanziamento: viene spontaneo, qui, domandarsi come facciano questi “esperti” – scelti con quali criteri, poi? – a valutare programmi così fitti, nella radicale impossibilità di leggere anche una minima parte dei volumi proposti dagli editori.

Ma anche questo contributo è in via di sparizione: in base alla proroga disposta dall’articolo 2 della legge 549/1995, l’anno finanziario 2005 è stato l’ultimo a vedere in atto l’erogazione del contributo, sebbene la previsione di sostegno era di 10 anni.

Da qui, un circolo vizioso senza scampo: si legge di meno, e i libri costano sempre di più. I prezzi alti scoraggiano lettori neofiti e non-lettori, inclini a considerare il libro un articolo di lusso. E, per i piccoli editori, subentra il dramma della promozione: con margini così risicati, eventuali costi pubblicitari si fanno insostenibili. L’esposizione in libreria è penalizzata: autori meno noti, grafica poco accattivante, sovrabbondanza di proposte fanno sì che il piccolo editore sia, sugli scaffali di vendita, non di rado invisibile. Non sorprenderà, dunque, che tali piccoli editori abbiano un invenduto del 95%. La legge (articolo 74, comma 1, lettera c, del Dpr 633/72) che disciplina l’applicazione dell’Iva sui prodotti editoriali cartacei, poi, impone una valorizzazione “coatta” del magazzino in relazione al prezzo di copertina, e finisce col tassare l’invenduto anziché il reddito. Il macero è dunque l’ovvio destino dei libri poco o per nulla venduti: se gli editori non li distruggessero, quei volumi si trasformerebbero in tasse. Si stamperanno, perciò, diecimila copie di un libro che ne venderà forse tremila – se andrà bene -; in relazione a queste ultime, si calcolerà il prezzo di copertina al netto dei costi distributivi che, rasentando il 60%, sono fra i più alti in assoluto rispetto a qualsiasi altra “merce”.

In un mercato così drogato, un libro esposto sugli scaffali di una libreria, vale meno di un altro destinato a diventare carta straccia, con buona pace degli italiani: popolo di navigatori, poeti, scrittori e soprattutto non-lettori. 

 

NB

Gli articoli in questione sono stati scritti prima dell’annuale fiera dell’editoria di Francoforte dalla quale sono emerse delle cifre leggermente modificate, che però non cambiano la sostanza del discorso. In pratica nel 2007 sono aumentate le vendite di libri con un 5% in più nei supermercati, il 36% in più nella vendita on line (più 36 per cento) e un 12% in più edicola. Le case editrici sono circa 2901 e il fatturato è cresciuto di circa un punto percentuale. 


Lasciatemi sfogareeeee!

Saturday 15 March 2008

A-rieccomi!

Rassicuro le mie migliaia di lettori, feedreaders,(?) sostenitori, fan(!), sottoscrittori, telespettatori e vicini di casa prima di tutto: sto bene, stanca, indaffarata, stravolta, ma viva. Tranquillizzo anche coloro che mi hanno scritto, preoccupati che io avessi deciso di smettere di scrivere(!), e questo solo perché non aggiorno il blog: semplicemente, avendo pochissimo tempo, mooooolto meno tempo di prima, devo scegliere di cosa occuparmi e visto che per scrivere sul blog non mi paga nessuno, la decisione mi pare obbligata. Poiché da queste parti non si è però così venali – altrimenti avrei accontentato mio padre e sarei diventata un avvocato di grido, di quelli pagati un tanto al secondo – rieccomi su queste pagine.

Contrariamente a quanto afferma Tomasi di Lampedusa, per bocca di Tancredi, da queste parti tutto cambia per cambiare davvero, dalla vita pratica a quella intellettuale o professionale.

E in particolare, è cambiata la mia prospettiva riguardo alla letteratura e all’editoria: se prima credevo di poter agire sul mondo letterario commentandolo, studiandolo ed esaminandolo criticamente, adesso invece ritengo che l’azione debba essere più diretta e così mi sto dedicando da una parte alla consulenza editoriale, alla ricerca di roba valida da pubblicare, o che valga la pena editare –  per cui smisto racconti e romanzi come un addetto al controllo qualità del mercato del pesce – e dall’altra, producendo materialmente cose da leggere: l’anno prossimo pubblicherò un saggio che fino al momento in cui non mi hanno chiesto di scriverlo, non sapevo di voler scrivere: non è fantastico? E poi la collaborazione con testate non prettamente letterarie ha per forza di cose allargato il mio orizzonte, impegnandomi in nuovi modi di lavorare e di scrivere: non puoi parlare delle elezioni o del problema dei rom, trattando questi argomenti con la stessa penna con cui scrivi di libri e scrittori, no? Devo dire però, che ancora non so se è una cosa che mi piace davvero e se mi riesce bene, mi prendo un po’ di tempo per capirlo.

Per di più è sopraggiunta una sorta di nausea nei confronti del panorama letterario italiano che m’impedisce di rapportarmi serenamente ai libri, agli editori, ai lettori, agli autori, alle manifestazioni. Evito come la peste le presentazioni, gli eventi letterari, gli incontri e scrivo sempre meno recensioni perché mi pare che ci sia poco da dire, come c’è poco che valga la pena leggere davvero. (E per protesta ho aggiornato il mio anobii a tutto spiano).

A questo stato di cose hanno contribuito certamente tutta una serie di fattori, non ultimi: la pubblicazione per un grande editore del libro più brutto che sia mai stato scritto (avevo addirittura scommesso, dopo averlo letto in bozze, che non sarebbe mai uscito in libreria, che ingenua!);  o l’avvento dell’ultima frontiera della (non)critica letteraria: la recensione di inediti e l’acclamazione preventiva di capolavori;  e poi, il proliferare di romanzi insipidi, voci piatte, massificate, storie banali e banalizzate, personaggi clonati, retorica a secchi; il vertiginoso moltiplicarsi di romanzetti adolescenziali che sostituiscono i patinatissimi fotoromanzi degli anni ’80 e si vendono insieme all’ultima copia di “Cioè” (esiste ancora?);  e di contro, il battesimo in pompa magna di esordienti incapaci di scrivere il più delle volte in un italiano corretto, in nome di chissà quale libertà stilistica, presentati come fenomeni letterari, geni della penna, rivelatori di profonde verità sul mondo e sulla vita; e infine tutte queste scrittrici che tengono il moleskine nel reggicalze, pronte a prendere appunti sulle prestazioni sessuali dei loro amanti, contrapposte alle altre, ugualmente detestabili e prive di talento letterario, che si raffigurano (o meglio raffigurano tutte le donne) come madri dolorose, mogli tradite, figlie abusate, amanti bistrattate votate al martirio. Tutte loro rendono un pessimo servigio alle loro sorelle, ti viene voglia di urlare con Dorothy Parker: “I hate Women. They get on my Nerves”.

E che dire dei bluff incoronati d’alloro? La mediocrità rivestita d’oro, come quei pessimi oggetti per la casa che fingono un lusso e una raffinatezza che non hanno e basta scrostare un po’ la patina superiore per vedere lo squallore dei materiali, la povertà del gusto tecnico e della manifattura. 

E quindi basta. Sul serio basta.

Continua. (Speravate che fosse finita qui, eh).

Questo blog si sposa e poi è Natale!

Thursday 6 December 2007

Sebbene gli inconvenienti, gli intoppi, i ritardi, le sorprese sgradite, le sfighe inimmaginabili e gli interminabili preparativi ci stiano provando da un po’ a farmi fuori, sono ancora viva e vegeta. Poi il fatto che io non scriva sul blog non significa che non stia scrivendo nulla. Anzi. Ho iniziato una collaborazione con questo quotidiano per la pagina della cultura curata da Stefania Nardini. Sto preparando una rubrica di consigli per un progetto editoriale che dovrebbe vedere la luce l’anno prossimo. Sto curando interviste e recensioni per una rivista che dovrebbe (ri)nascere a gennaio. Sto buttando giù delle idee per due saggi, uno a quattro mani col futuro consorte, e uno più complesso (anche da piazzare) su un autore italiano poco letto ormai.

Ma soprattutto – ed è l’attività che mi occupa di più e alla quale mi sto dedicando anima e corpo da una settimana, ma è anche quella che mi da più gioia – sto allestendo la nuova casa per il Natale: e sto impazzendo per trovare l’albero perfetto, la collocazione giusta, le luci più luccicose, le decorazioni più belle, il vischio più verde, i ribes più rossi, le pigne più grosse, i pupazzi di neve più simpatici, i Babbi Natale più rubicondi, le renne più veloci, le candele più rosse. E poi ci sono le prove dei dolci più natalizi, scelti dalle ricette di tutto il mondo; e le canzoni da cantare (ho appena scoperto la versione rock di diverse canzoni di natale musicata dalla Tran-Siberian Orchestra e non uscirò mai più dal tunnel); e le vettovaglie da comprare: tutto rosso e poco verde.  Sono sfinita, ma si potrebbe trasferire la centrale operativa del Natale dal Polo Nord a casa mia e nessuno noterebbe la differenza! Son soddisfazioni. 

Naturalmente sto leggendo poco e quasi solo per lavoro, ma ho fatto in tempo a gustarmi Le benevole di Jonhatan Littell e a interrogarmi sul perché un’opera prima statunitense – anche se scritta in francese – possa essere monumentale, scritta da Dio, potente, disturbante, epica, dolorosa, profondamente umana e piena di verità scomode sull’uomo e la sua storia, anche quella più cupa e terribile, mentre in Italia abbiamo esordi scamuffi e loffi, quasi tutti uguali, privi di mordente, di talento, di idee e cose da dire. Passiamo da manifestazioni di egocentrimo esasperato e privo di fondamento, a sterili imitazioni del modernismo con stream of counsciousness esasperati – come se incaponirsi a non voler seguire il filo logico della narrazione fosse manifestazione di genio e sregolatezza – e del post-modernismo, inserendo nella narrazione di tutto e di più fino a strangolare storia e personaggi; a storie insulse di formazione intrise di sesso e misticismo, a scialbi tentativi di noir fino a stucchevoli e minime storie familiari, già lette in altre salse.

 

Facendo delle ricerche per una serie di articoli sullo stato dell’editoria italiana, mi è venuto in mente che forse il problema della nostra letteratura (e dell’editoria al contempo) potrebbe essere l’identificazione tra lettore e scrittore. Ovvero, potrebbe non essere azzardato ipotizzare che a comprare i libri (certi libri) siano in larga parte gli aspiranti scrittori, per lo più affetti da cronica assenza di talento, e che quindi tendano a privilegiare opere di scarso rilievo letterario e poi a riprodurle a loro volta.

Lo stesso vale per i blog. Navigando a vista su centinaia di fucine on line, dove il proprietario del blog si allena postando i suoi capolavori per farsi conoscere e saggiare il terreno, si trovano orde di commenti entusiasti da parte di altra gente con velleità letterarie (Bellissimo! Toccante! Chapeau! Carveriano! Pinchoniano! Bukowskiano! Noriano!), in calce a vere e proprie schifezze quasi sempre autobiografiche o scritte in prima persona, spesso grondanti maledettismo e nichilismo; o, al contrario, ispirate alla più becera retorica buonista (in quest’ultimo caso si tratta soprattutto di donne, quando non ricorrono a immagini intrise di sesso ed erotismo da casalinghe disperate o baldracche ripulite…).

 

Ammettiamolo, non siamo (quasi) più in grado di produrre buona letteratura. E gli esordi, o le prove di esordio, che si leggono in giro non promettono (tranne che in rare occasioni) nulla di buono. Per cui piuttosto che pubblicare oscenità aumentiamo le traduzioni, investiamo sul nuovo solo se vale davvero, pubblichiamo qualche esordiente in meno (la pubblicazione non deve essere per forza accessibile a tutti). L’omologazione non porta lontano, soprattutto in campo culturale. Meglio investire su uno straniero e le sue Benevole, piuttosto che pubblicare dieci italianisssimi Pierantozzi o cinque Moccia.

Non se ne può più.

 

So che chi mi ha chiesto di tornare a scrivere sul blog (direttamente qui e in privato), a questo punto sarà già pentito di averlo fatto, ma tanto ora torno alle mie ambasce e alle mie decorazioni.

Buon Natale, eh.

Ps

Se non ho risposto ad alcune email è perché non mi sono arrivate, ho problemi con la posta, quindi magari riprovate. Oppure perché mi avete mandato delle cose che avrei preferito non leggere, soprattutto se siete esordienti: a volte il silenzio è d’oro.

Italians do it worst(?)

Monday 1 October 2007

Ricevo un’email da un mio amico che in un certo senso è “nel ramo” e mi scrive a proposito della letteratura italiana: “Gli italiani non hanno un cazzo da raccontare, porca miseria! Lo vogliamo dire!!! Sono sempre storie asfittiche, che puzzano di stantio, di quartieri romani o milanesi, insomma, porca zozza, storie da orizzonti che si fermano a 5 metri, e sbattono contro i panni stesi dell’altro palazzone. Storie di furberie, di frustrazioni e cazzate.
Ma vuoi mettere quanto hanno da scrivere gli statunitensi!!! Orizzonti vastissimi, proprio perché vasti lo sono già in senso geografico.Uno per esempio, come Cormac McCarthy mi dici in Italia se c’è mai stato?? Sul serio, dimmi se mi sfugge qualche nome. A noi al massimo ci tocca Gadda, che a me piace moltissimo, per carità, però si tratta sempre di androni, di trombe delle scale, di palazzi vecchi…di signore che vanno a fare la spesa a Piazza Vittorio ecc. ecc.”

Io sinceramente mica me la sento di dargli torto. Peraltro le ho sempre detto anche io queste cose, sebbene sia un po’ meno perentoria (almeno per il passato: Chiara, Bigiaretti, Tobino, Arpino, Cassola, Bianciardi, Brancati, Buzzati, Arpino) perché a volte le storie minime e gli orizzonti ristretti fanno grande letteratura. Quanto al nostro presente invece: sottoscrivo parola per parola. Ditelo anche a me se qualche nome mi è sfuggito (a parte le mie eccezioni che si conoscono già).

Tutto questo mi sembra ancora più vero adesso, dopo aver riletto Il buio oltre la siepe di Harper Lee: un bellissimo romanzo che racchiude l’universo intero, la vita, la morta, l’amicizia, l’amore, il razzismo, l’intolleranza, l’infanzia, la miseria, la cultura, i libri, i diritti civili, la giustizia, la solitudine, la famiglia. Ci sono risposte a domande che ci dimentichiamo di formulare in quelle pagine, ci sono argomenti che si danno per scontati, ci sono pensieri a cui dovremmo dedicarci almeno una volta al giorno. E anche io che predico sempre che i libri non rendono migliori e non cambiano il mondo, devo ammettere che leggere Il buio oltre la siepe magari aiuta.

NB

Nel titolo, l’uso di “worst” al posto del corretto “worse” è voluto eh.

Se telefonando io potessi capire cos’è successo alle autrici italiane…

Wednesday 8 August 2007

Al telefono con uno del mestiere: 

Lui: In uno dei tuoi pezzi riporti una frase del romanzo di cui parli: “Voglio scopare con due uomini insieme“, non so, non l’avrei messa. 

Io: La parola scopare ti disturba? Nella recensione ha un senso.  

Lui: Ma… dell’argomento tu che ne pensi? 

Io: Che il sesso parlato è noioso e di solito nei romanzi è un espediente per riempire la quarta di copertina. 

Lui: Si, ma dico, sulla cosa in sé hai delle remore, perplessità, tabù? M’interessa la tua posizione in merito.

Io: Direi che se t’interessa l’argomento dovresti dedicarti maggiormente alla lettura delle nuove (pseudo)scrittrici italiane che in merito hanno parecchio da dire, più di me sicuramente. O meglio in merito dicono parecchio perché da dire hanno poco o nulla. Vedi quella tipa che ha scritto Sdrumami, quell’altra che ha pubblicato Pocoromantica, e quella che ha esordito con I gechi. Diario di un entomologo.

Lui: Hai ragione cara, la letteratura italiana è ridotta malissimo: le donne scrivono e gli uomini si fanno le seghe.

Ah, la saggezza della vecchia guardia.

Le parole che non hai letto

Friday 8 June 2007

Ha scritto il poeta inglese William H. Auden in “The Dyer’s Hand” (“Il jolly nel mazzo”, Garzanti, 1972): “Ci sono dei libri ingiustamente dimenticati, non ce ne sono di ingiustamente ricordati”. Se sulla seconda asserzione possono esserci legittimi dubbi, chi potrebbe smentire l’assunto che la precede?

Il mondo è pieno di libri dimenticati, sommersi e ormai sconosciuti, che spariscono dagli scaffali delle librerie per finire – quando va bene – sui banchi dei mercatini dell’usato e tra i remainders, a meno che qualche piccolo editore volenteroso non li salvi dall’oblio, spesso però con ristampe limitate nella tiratura, infelicemente esposte o mal distribuite. Sono libri sottratti al lettore: non solo testi minori di grandi artisti o di scrittori poco noti, ma opere ormai storicizzate che non vengono ristampate da decenni e capolavori stranieri che non vengono tradotti (o ri-tradotti).

Di recente l’Adelphi ha rispolverato “Santuario” di Faulkner, un classico moderno, che era irreperibile in libreria dall’edizione Garzanti dell’86. La Sellerio sta riconsegnando al pubblico i romanzi di William R. Burnett –  inventore della cosiddetta “caper novel” (ovvero romanzo della grande rapina) con “Giungla d’asfalto”, la cui ultima edizione pervenuta era del 1974 nei Gialli Mondadori –; le opere di Annie Vivanti, vivace scrittrice, nota soprattutto per la scabrosa relazione con Giosuè Carducci e, a più di vent’anni dalla morte, l’opera omnia del giornalista e narratore russo Sergej Dovlatov.

Per Neri Pozza è stato tradotto dopo oltre un trentennio il magnifico e scandaloso “Ginger man” dell’irlandese James P. Donleavy; mentre per Einaudi proprio negli ultimi anni sono uscite le prime edizione dei romanzi di Magda Szabò, scrittrice ungherese di fama mondiale, conosciuta in Italia per una sola opera (irreperibile, ça va sans dire), “L’altra Ester”, pubblicata da Feltrinelli nel 1964 e successivamente distribuita dal “Club degli editori”.

E ancora recuperando: Marcos y Marcos si sta dedicando al revival di Ring Lardner; Adelphi propone per la prima volta in Italia gli scritti dell’intensa e sfortunata autrice ucraina Irène Némirovsky; e Fazi scopre Dawn Powell, definita da Gore Vidal come “la nostra migliore scrittrice della seconda metà del secolo”.

Per giocare in casa, oltre allo sdoganamento del manualetto futurista di Filippo Tommaso Marinetti, “Come si seducono le donne e si tradiscono gli uomini”, ripubblicato da Vallecchi nel 2003 a novant’anni dall’esordio, ci pensano soprattutto i “Meridiani” Mondadori (insieme a corposi “Antimeridiani”) a riscoprire autori nostrani trascurati, da Luciano Bianciardi a Luigi Meneghello a Domenico Rea.

Questo elenco dimostra come a subire l’ostracismo del circolo editoriale siano anche grandi autori e opere ammirevoli; e come intere generazioni vengano private di letture che per i genitori e i nonni sono stati dei “classici”.

Gli esempi citati sono così dei veri e propri “recuperi letterari”, che però non esauriscono il panorama dei “sommersi e sconosciuti”.

Erskine Caldwell, scrittore americano esponente della cosiddetta “letteratura sociale”, ha venduto ottanta milioni di copie dei suoi libri nel mondo ed è stato tradotto in 43 lingue eppure in Italia al momento sono reperibili solo tre dei suoi innumerevoli romanzi, mentre di decine di racconti, diverse opere di nonfiction e una raccolta di poesie non si hanno tracce qui da noi. Sfortunata anche Pearl S. Buck, le cui opere – a parte qualche titolo sparso – non risultano pervenute dalle lontane edizioni Mondadori degli “Oscar” anni ‘70 e ‘80; ma ancor peggio è andata a Sinclair Lewis, del quale è stato pubblicato negli ultimi quarant’anni solo “Babbitt” (Tea, 1997).

Riflettori spenti dal ’74 per “Lascia che accada” di Paul Bowles, nell’olimpo degli scrittori americani insieme ai più grandi della sua generazione, da William Burroughs ad Allen Ginsberg, da Truman Capote a Tennesse Williams, più conosciuto forse per la paternità del “Tè nel deserto” sebbene meno maturo e solido del romanzo sommerso.

Quanti hanno letto Sherwood Anderson negli ultimi vent’anni? E “Jules e Jim” di Henri-Pierre Roché? E Jorge De Sena (vivamente consigliato il suo racconto “La finestra d’angolo” pubblicato oltre dieci anni fa da Sellerio, ma originariamente contenuto nella famosa raccolta “Scorribande del demonio”)? E  “La nobile arte di farsi dei nemici” del pittore James McNeill Whistler, classico della letteratura inglese oltreché acuta riflessione sull’arte e il suo rapporto con la critica, pubblicato solo nel 1988 dalla casa editrice Lubrica?

 E quanti sanno che “C’era una volta in America”, capolavoro di Sergio Leone, è l’adattamento cinematografico di un libro, “Mano armata” di Harry Grey, perdipiù largamente autobiografico? Molto pochi sicuramente, visto che l’ultima edizione italiana del libro è del 1983, per Longanesi.

Misconosciuto ai più è O’Henry (pseudonimo di William Sydney Porter), considerato il padre della moderna short story americana (ogni anno il miglior racconto statunitense viene addirittura premiato con il prestigioso riconoscimento che porta il suo nome), eppure pochissimi dei suoi racconti sono stati tradotti in italiano, tutti introvabili ormai ad eccezione di quelli raccolti in “Marionette” pubblicato da Tranchida Editore nel 1998, che a scavar bene nei mercatini dell’usato può saltar fuori all’improvviso.

Stessa sorte per l’omologo inglese di O’Henry: V. S. Pritchett, un genio della novella d’oltremanica che in Italia è presente con due soli racconti tradotti da Adelphi, già da tempo ormai. Ed è inutile chiedersi poi quanti conoscano La Formula di Origine di Johannes Mario Simmel, curioso romanzo ambientato subito dopo il bombardamento di Vienna del 1945, scritto nel 1949, pubblicato in Italia dalla Sonzogno alla fine degli anni ’60 e mai più ristampato. E “La camera cinese” di Vivian Connell? Una vera chicca da bibliofagi che meriterebbe un destino migliore: è stato pubblicato in Italia per l’ultima nel lontano 1967 da Garzanti.

Veniamo alle patrie lettere.

Molto più che attraverso i suoi romanzi, dalla “Controfigura” a “Esterina” a “Il congresso”, è leggendo “Le stanze” di Libero Bigiaretti – un non-romanzo di matrice autobiografica in cui l’autore attraverso la finzione narrativa ripercorre aneddoti e incontri della sua vita – che non si può fare a meno di chiedersi come sia stato possibile dimenticare quest’acuto scrittore marchigiano. E’ infatti con “Le stanze” che appare subito chiaro come Bigiaretti sia stato una figura centrale del nostro panorama culturale.

E che fine ha fatto Carlo Bernari? Se ormai non è più complicato reperire “Tre operai” (ristampato però solo di recente per gli Oscar Mondadori) la sua opera più importante, è invece del 1976 l’ultima edizione di “Domani e poi domani”, crudele storia di un amore impossibile sullo sfondo dei disordini causati dal fallimento della politica agraria nel Sud d’Italia; ed è quasi improbabile da scovare, persino tra i remainders, “L’ombra del suicidio”, pubblicato postumo da Newton Compton, straordinario romanzo breve dalle atmosfere vagamente kafkiane. Completamente dimenticato è anche “La dura spina” di Renzo Rosso, autore fortemente in debito con Italo Svevo, intenso romanzo incentrato sulla figura capricciosa e dolente di un artista, scritto in una prosa raffinata e lussuosa, che non meriterebbe l’oblio in cui è caduto.

Si pensi infine a Giorgio Saviane, Guido Piovene, Ottiero Ottieri, Giovanni Arpino, Carlo Castellaneta, Ernesto Ragazzoni, Mario Tobino, Giuseppe Antonio Borghese, Alberto Savinio, Giacomo Debenedetti, Bruno Tacconi, Lucio Mastronardi: quanti dei loro libri si trovano ancora nelle librerie italiane?

 E non sempre è necessario andare troppo lontano nel tempo per individuare libri (già) dimenticati.

Due esempi per tutti.

 Il primo è “Ai margini del caos” di Franco Ricciardiello: romanzo intelligente e sofisticato, premio Urania nel 1998 e poi scomparso dalle librerie a dispetto del buon successo di pubblico (13.500 copie vendute) e della pubblicazione in Francia per la casa editrice Flammarion. E poi “Tuta blu” di Tommaso di Ciaula, un commovente ritratto della condizione operaia, pubblicato da Feltrinelli nel 1978, accolto calorosamente da critica e pubblico, tradotto in tutt’Europa, riadattato per il teatro e per il cinema, e inspiegabilmente sparito per oltre trent’anni, fino alla recente ristampa con l’editore veneto Zambon: forse però questo libro merita qualcosa di più. 

Quanto alle cause che hanno costruito il “cimitero dei libri dimenticati” (al centro del fortunatissimo romanzo di Carlos Ruiz Zafón “L’ombra del vento”, Mondadori, 2004), se è pur vero che il mercato e la questione delle vendite incida in parte nelle scelte editoriali, e sebbene possano intervenire anche questioni inerenti i diritti d’autore ed eventuali problemi di traduzione, quello che influisce maggiormente sulla “scomparsa dei libri” è soprattutto la “memoria corta” degli operatori editoriali, coniugata ad una cultura del libro da fast-food: oggi in Italia vengono pubblicati circa 170 libri al giorno (fonte: Maria Novella De Luca, “La Repubblica”, 15 marzo 2007) – che nella maggioranza dei casi rimangono sugli scaffali per un tempo sempre più ridotto – e negli ultimi dieci anni sono stati ritirati dalla circolazione 377mila titoli. Con questi standard magari può sembrare complicato dedicarsi ad operazioni di “recupero” non in sintonia con le mode del momento, ma così facendo non si tiene conto del fatto che gli autori “sommersi e sconosciuti” sono nella stragrande maggioranza dei casi dei campioni, dei cavalli di razza su cui varrebbe la pena scommettere.

Per mere ragioni di pragmatismo poi sarebbe bene cavalcare la tendenza alla riscoperta che s’intravede nel comportamento del lettore negli ultimi anni – forse sollecitato dall’uso dell’internet che favorisce lo scambio d’informazioni tra gli utenti (le vendite di libri on line sono salite di oltre il quaranta per cento nell’arco di cinque anni)-, che affolla le fiere e i negozietti dell’usato alla ricerca della “perla rara”. In questo senso si sono mossi piccoli editori come il già citato Tranchida, che per primo ha scoperto Ring Lardner; la Robin edizioni che ha una collana intitolata proprio “Libri ritrovati”; la Galaad edizioni che ha scoperto la statunitense Kate O’Flaherty Chopin (1850-1904), inedita in Italia ma molto famosa in patria; o Minimumfax che ha creato la collana “Miminum classics” in cui propongono soprattutto autori inediti che però vengono considerati ormai dei classici contemporanei da Richard Yates a John O’Hara (autore del bellissimo “Appuntamento a Samarra”).

Addirittura la Biblioteca comunale Renato Fucini di Empoli ha creato una sezione del sito internet dedicata alle segnalazioni degli utenti, chiamata “Libri belli e dannati”, dedicata “alla scoperta di libri dimenticati e sconosciuti, ma imperdibili”.

Sono decine le piccole case editrici che s’impegnano a liberare dalla polvere volumi da restituire al loro pubblico (ma il problema rimane sempre la distribuzione e la visibilità in libreria) forse perché convinti che perdersi per strada pezzi di storia della letteratura è un delitto che nessuna strategia di marketing può giustificare. O forse, più realisticamente, perché non hanno molto da perdere rischiando.

 Diceva Gesualdo Bufalino: “Che ci vuole a scrivere un libro? Leggerlo è fatica”. Ma pure trovarlo, a volte, dà il suo bel daffare.

Da Stilos del 29 Maggio