Archivio della Categoria 'Fatti miei'

Libri o rossetti?

Thursday 5 November 2015

“La mia sensazione è che possiamo raccontarcela finché vogliamo, ma alla fine della fiera, è più probabile che un libro, un qualsiasi libro, trovi (più di) un recensore (entusiasta) che un lettore (pagante e soddisfatto)”

Avevo scritto un pezzo che finiva con queste parole.
Per la frustrazione di non trovare nemmeno due libri di cui scrivere felicemente al mese (a meno di non occuparmi quasi esclusivamente di certi editori su cui vado sul sicuro o di scrittori stranieri – meglio se morti – o di riedizioni di classici), e magari è colpa mia e della mia idea di letteratura, e mi era preso di voler polemizzare con l’assurda quantità di libri consigliati al giorno, spesso sempre gli stessi un po’ ovunque, e con le recensioni in serie perlopiù costruite con il resoconto dettagliato delle trame e distribuendo qualche aggettivo positivo a caso, o individuando inesistenti messaggi rivelatori di verità insospettabili. E mi chiedevo se “i recensori un tanto al chilo” davvero amino tutto quello che gli passa sotto mano o se realmente pensino che vada bene leggere di tutto e che tutto vada letto.
Domande retoriche ovviamente: io ho co-gestito la redazione di una rivista letteraria per quasi tre anni e me li ricordo i collaboratori (generalizzando di nuovo naturalmente) che “dovevano” smaltire le pile di libri inviate dagli uffici stampa (amici) e che mi invadevano di proposte di recensioni su recensioni, e interviste tutte uguali a decine di autori diversi, per non dover dire “no” a nessuno e continuare a intessere relazioni editoriali che prima o poi tornano sempre utili.
Poi ho pensato: ma chi se ne frega!
E sono uscita a comprarmi un rossetto nuovo.

I dissidi della bibliomane di saldi principi

Sunday 2 February 2014

Nessuno potrà accusarmi di aver mai indicato in Herman Hesse uno dei miei scrittori preferiti. Anzi. Ci sono certi suoi libri che ho letto con la stessa fatica con cui ogni giorno mi trascino dal letto alla doccia subito dopo aver stramaledetto la sveglia (e poi non gli perdonerò mai di aver scritto “Siddharta”). Eppure da quando stamattina, sfogliando il “domenicale” de “Ilsole24ore” – dopo mesi e mesi di astinenza da qualsiasi rivista, giornale, pagina anche solo vagamente culturale – ho letto un estratto da un librino di Hesse appunto, inedito per l’Italia almeno, non so altrove, non ho pace.

Vita quotidiana di un uomo di lettere” è il titolo del volumetto di 32 pagine che da oggi sarà disponibile in sole 575 copie numerate e stampate su carta e con caratteri particolari dalla piccola casa editrice e stamperia Henry Beyle (nome che è un chiaro omaggio a Stendhal) di Milano, in cui un Hesse “casalingo” racconta del rito dello “sbrigare la corrispondenza” e delle strane richieste che a volte gli sono giunte da conoscenti e lettori.

Ora, non solo io voglio quelle 32 pagine al costo di 20 euro, in netto contrasto con la mia politica di non acquistare mai libri che superino i 15 € (e io che mal tollero quelle imposte dagli altri, non derogo mai alle mie regole, e al massimo i libri li compro usati aspettando del tempo dalla loro uscita; quando sforavano di prezzo, non me li facevo nemmeno mandare dagli editori per recensirli per non venire meno con uno squallido escamotage al mio stesso diktat); no, io voglio anche quasi tutti gli altri volumi in catalogo nella collana chiamata “Piccola biblioteca degli oggetti letterari”, tutti libretti di poche decine di pagine ma dai titoli, e immagino anche dai contenuti, sfiziosi e inediti o poco noti, tutti numerati e dedicati a storie di scrittori, bibliografi, raccolte di aneddoti letterari.

Ho cliccato su ogni singolo libro in catalogo, ho anche fatto delle ricerche per vedere di trovare altrove delle copie, o dei testi che contenessero quegli estratti. Tutto è stato vano.

E così continuo a pensare che se non li acquisto non potrò mai sapere per esempio quali erano “I vari tipi di editore” per Valentino Bompiani.

E anche le altre collane dell’editore regalano sorprese ghiotte e quindi sospiri amari: cosa scrive Brancati ne “I piaceri del discorrere sulla donna”?; e Savinio nelle 24 pagine de “Gli uomini di pensiero tornano alla bicicletta”?

Nella mia mente si affollano tanti minuscoli contatori che segnano inesorabilmente le copie vendute di ogni volume che vorrei per me, uno stillicidio continuo di numeri e fogli che spariscono, frasi che si cancellano, decine di conti alla rovescia che mi privano per sempre di deliziose pagine di letteratura. E una terribile ansia mi assale, una morsa gelida alla gola, tutto intorno a me comincia a girare, fa caldo e freddo insieme, è un attacco di panico? Devo cedere e comprare tutti i libri che mi pare a prescindere dal prezzo di copertina (anche riflettendo sul fatto che si tratta di copie numerate, carta speciale, edizioni limitate, artigianali, non della maggior parte dei libri pubblicati la cui esistenza non sarebbe giustificata nemmeno se distribuiti gratuitamente) e salvarmi dal collasso imminente? Non c’è altra soluzione…

Finché un’illuminazione mi assale improvvisa e salvifica: 575 lettori sono una rarità nel nostro Paese, chi l’ha mai visti tutti insieme? Anche un libraio ringrazia Dio, Allah, Budda, Confucio e Cthulhu se in un mese ne vede 100 di lettori veri che almeno un libro se lo comprano. E se anche 575 individui in vena di tenere il segno sulle pagine per farsi raccontare una storia decidessero tutti insieme di acquistare un libro, comprerebbero tutti quello di Herman Hesse? Sii seria, mi dico redarguendomi con fermezza ma bonariamente e rassicurandomi insieme.

Per come vanno le cose si butterebbero in massa su Zafron, la Mazzantini, su Volo.

E così i miei libri saranno lì ancora per un po’, e al pensiero le palpitazioni si calmano. Per una volta sono contenta di vivere in questo paese di illetterati: in meno della metà leggono un libro l’anno ed è pure quello sbagliato.  

ps

Comunque il fatto che la mia regola mi impedisca di acquistare libri il cui costo superi i 15 euro non mi impedisce di apprezzare comunque dei cadeaux, e visto il catalogo della libreria Henry Beyle il prossimo che dice che non sa cosa regalarmi si becca un libro della Mazzantini in testa, dalla parte dell’angolo però.

E’ morto il più grande mago del mondo

Wednesday 6 June 2012

Questo blog dice addio al suo più grande ispiratore…

E’ morto stanotte a Los Angeles lo scrittore Ray Bradbury. Ne hanno dato l’annuncio la figlia Alexandra e il suo biografo Sam Weller, mentre il nipote Danny twittava che: ”Il mondo ha perso uno dei migliori scrittori mai conosciuti e uno degli uomini più cari al mio cuore”. Saranno rispettate le sue volontà: verrà sepolto al Westwood Village Memorial Park Cemetery di Los Angeles, e sulla sua pietra tombale verrà incisa, a mo’ di epigrafe, la scritta “Autore di Fahrenheit 451”.

Ma Bradbury è stato molto più dell’autore di un solo (anche se magnifico) capolavoro. E’ stato un vero mago, capace di dare voce ai sogni e agli incubi di tutti i bambini del mondo, che leggendo da adulti suoi libri ritrovavano gli stessi brividi, gli stessi tremori, le stesse ombre – e le meraviglie fantastiche – che popolano l’infanzia: viaggi su Marte, uomini illustrati, robot capaci di ogni cosa, case con una vita propria.

Continua sul Corriere Nazionale

Di pancia

Monday 11 July 2011

NB Questo post è stato originariamente pubblicato a marzo del 2010, un commento arrivato via FB in merito me l’ha ricordato e visto che le cose sono se possibile, anche peggio di quanto fossero l’anno scorso, ho deciso di riproporre il pezzo in homepage, tanto per promemoria. Anche solo per me stessa.

Diffido sempre di chi dice di sentire le cose “di pancia” e ancor di più di chi si bea della scrittura “di pancia”: che vuol dire? Tirare fuori quello che si ha dentro? Eviscerarsi come un pollo dal macellaio? Sputare parole e sentenze sulla carta, senza filtri, senza artifici, senza tecnica, senza retorica? No, non va bene scrivere di pancia, eppure sto per farlo perché altrimenti esplodo. Per una volta me lo concedo. E poi tanto, mica scrivo narrativa, io.

Le vittime dei miei strali stavolta sono le case editrici che dicono di volere storie forti, ritratti dell’Italia contemporanea, spaccati sociali, denuncia civile, pathos – chi più ne ha, più ne metta – e poi pubblicano romanzi inutili come quello di Alessandro D’avenia, o terribilmente noiosi e pretenziosi come l’ultimo di Francesco Pacifico (che ancora si ostina a non comprendere che delle crisi  mistiche dei suoi personaggi(?) e dei loro(?) dissidi religiosi, interiori ed esteriori che siano, non ce ne frega una beata mazza).

E vogliamo parlare di quei lettori professionisti che scrivono stitiche schede di valutazione,  tradendo la loro assoluta mancanza d’esperienza e conoscenza della letteratura? Lo so che sono malpagati e sfruttati per la gran parte, che in fondo a molti piacerebbe pubblicare libri propri, invece di leggere e criticare quegli degli altri, e poi si trovano a redigere schede che sono pagelline delle elementari, magari usando definizioni che non significano nulla come “picchi narrativi”, secondo le indicazioni di quegli editor in chief che soppesano i libri, perlopiù senza leggerli, come fruttivendoli al mercato – massimo rispetto per il fruttarolo, sia chiaro perché lui, sì che conosce quel che vende! – e li dividono in appetibili e non, in base a criteri del tutto mercantili.

Poi sia chiaro, ha ragione Roberto Calasso quando sostiene che si possono pubblicare solo tre tipi di libri: quelli belli che vendono; quelli brutti che vendono; e che entrambi questi tipi consentono di pubblicare il terzo genere di volumi, quelli belli che non vendono. Il mercato è sovrano e il lettore anche, ma bisogna pur conoscerlo questo lettore, dargli fiducia, contraddirlo persino, se necessario, e rischiare, proponendogli cose che possono sembrare magari, a volte, poco spendibili: non sia mai che quel lettore li stupisca e si orienti verso quel  libro scritto bene, con dei personaggi così vividi da sembrare tridimensionali e dei  dialoghi così brillanti da tenerti attaccato alla pagina, che però non denuncia un bel niente, né rappresenta una fetta di realtà dal di dentro, perché al suo autore non gliene importa niente di raccontare quel tipo di storia. Ma il lettore – pensano loro – se lo aspetta che prima o poi qualcuno si lanci in qualche invettiva contro questo mondo di fetenti, o tiri una molotov di punto in bianco, contro qualche palazzo del potere.

E come no! Io, quando leggo un libro, a ogni pagina aspetto ansiosa un terrorista, un operaio che sciopera, un precario che si suicida, una famiglia in pezzi, un bambino maltrattato, una donna violentata, un neocatecumenale che ha perso la propria fede perché tormentato dalla visione del seno della cognata (Pacifico docet ancora).

A tutta questa gente consiglio di leggere i libri veri, quelli belli, di andare a riprendere in mano gli esempi di grande letteratura e ricordarsi cosa vuole dire scrivere bene e intrattenere il lettore: scopriranno che non esiste “la letteratura”, ma tanti tipi diversi di scritture e storie e modi di raccontare, tutti ugualmente grandi.

La letteratura è fatta degli intrighi di Stendhal, dell’autoreferenzialità di Proust, dell’essenzialità di Hemingway, del genio proteiforme di Borges, dei deserti verbali – costellati di rare oasi – di Beckett, del flusso di coscienza di Joyce. C’è la letteratura di idee, quella di trame, d’atmosfera, di denuncia. E c’è la letteratura fatta di leggerezza, di umorismo, d’ironia e a volte anche fatta di niente, ma di un niente così incantevole che sembra essere forgiato con la stessa materia dei sogni.

In una lettera al suo editore, credo, Francis Scott Fitzgerald disse: «il romanzo che sto scrivendo è un’opera à la Flaubert: nessuna idea, soltanto personaggi che si evolvono, separatamente o in gruppo, attraverso stati d’animo che mi auguro autentici».

Nessuna idea.

«Il personaggio è l’azione», è l’ultima delle annotazioni degli appunti preparatori a Gli ultimi fuochi. E coerentemente a questa che sembra la sintesi della sua poetica, i personaggi di Fitzgerald sono vivi, non sono descritti ma si raccontano e vengono raccontati con dialoghi fulminanti e metafore meravigliose, e se nessuno si ricorda dei due omicidi che vengono commessi in Tenera è la notte, chi può dimenticare la lingua lussureggiante in cui è scritto? E la caratterizzazione dei personaggi (Dick con la sua voce che «corteggiava il mondo»; Rosemary che per un momento «visse nel luminoso mondo azzurro degli occhi di lui»)?. E de Il lungo Addio? Ci ricordiamo la dinamica delle indagini di Philip Marlowe? O invece ci risuonano prepotentemente nella mente, i tacchi delle scarpe di Terry Lennox che si allontana, portandosi dentro la colpa e il dolore di un’amicizia tradita?

Non sarò certo io a sminuire l’importanza di una trama, della storia, dell’intreccio, ma in nessun modo quella trama, quella storia e quell’intreccio possono prevaricare la bellezza della parola, della scrittura, la capacità di far sì che il personaggio diventi azione.

Fitzgerald, ancora lui, lo so ma ognuno ha le sue fissazioni, nel 1920 per la rivista “Smart Set “ha scritto un racconto che s’intitolava “Porcelain and Pink”, poi inserito nella fortunata raccolta Tales of the Jazz age e tradotto in italiano da Giorgio Monicelli per Mondadori, come “La vasca azzurra”.

Il racconto, che in realtà Fitzgerald immagina come un testo teatrale un po’ anomalo, con il narratore che detta le regole dell’ambientazione direttamente al lettore, non racconta nulla in realtà, è un’istantanea, un’unica scena in cui non succede quasi niente: una ragazza è nella vasca e un ragazzo la guarda da fuori, ma senza poterla vedere veramente e si parlano in un’atmosfera onirica che sembra però più reale del vero. Mero esercizio di stile, un arabesco barocco, ma perfetto, tutto giocato sullo scambio di battute spesso svagate tra i due personaggi e dominata dall’enorme abilità dell’autore di usare la parola scritta per restituire sensazioni, immagini, profumi, suoni, colori. Quasi nessun cenno a eventi precedenti questa scena, nessuna proiezione sugli sviluppi successivi, eppure una volta terminata la lettura, si ha la netta sensazione di aver assistito a uno spettacolo sublime, che lascia soddisfatti e con gli occhi e la mente pieni di bellezza.

Potrei continuare all’infinito, ma sono distratto da uno dei due oggetti che si trovano nella stanza: una vasca di porcellana azzurra. Ha un suo carattere, questa vasca da bagno. Non è uno di quei moderni affari aerodinamici, ma è piccola e profonda e sembra che stia per spiccare un balzo; ma scoraggiata dalla brevità delle gambe, si è rassegnata all’ambiente e alla mano di vernice azzurro cielo che la ricopre. Ma si rifiuta caparbiamente di consentire ai suoi visitatori d’allungare le gambe: e questo ci porta direttamente al secondo oggetto presente nella stanza:

E’ una ragazza – evidentemente un accessorio della vasca da bagno – di cui appare soltanto la testa e la gola (le belle ragazze non hanno collo, ma gola).

Quale ragazza si sentirebbe sminuita dall’essere descritta con queste parole? Persino di essere definita un accessorio? Io da quando ho letto questo racconto non ho più avuto il torcicollo, ma solo dei gran mal di gola.

E quella vasca azzurra non è più viva di moltissimi personaggi di altri racconti o romanzi?

Quindi dico a te, giovane lettore/lettrice di casa editrice di belle speranze e poca apertura mentale, non ipotecare il desiderio del lettore, non battere strade conosciute e semplici, non assecondare esclusivamente gli  istinti da piazzisti di libri dei tuoi editori, ma ricerca la bellezza, riconosci il talento al di là di preconcetti e schemi precostituiti, lascia perdere la denuncia a ogni costo e la ricerca di una storia forte a discapito della pura bellezza di un libro: quanti ne hai fatti pubblicare così, fregandotene altamente del loro valore letterario? Rischia, mettiti in gioco, dimentica i diktat di quello che ritieni sia il gusto imperante e regalami solo un bel libro.

In a sentimental mood

Monday 14 March 2011

In omaggio a Joe Morello, scomparso sabato scorso all’età 82 anni, riesumo questo post del lontnao 2004, a cui sono molto legata.

Take Five Joe!

 

La prima volta che l’ascoltai, avrò avuto sì e no 10 anni (forse era la sigla di qualche programma, non riesco a identificarlo con esattezza: e da allora è rimasto il mio pezzo preferito, anche se ne ho scoperto il titolo solo poco tempo fa). Se non ricordi il titolo di un libro è facile trovarlo, puoi servirti del nome dell’autore, o della trama, o di qualche frase che ti gira in testa, allo scopo di orientarti; ma per recuperare il titolo di un brano completamente strumentale come si fa? Ho provato in questi anni ad accennarlo a chiunque s’intendesse un po’ di musica, per poi rivolgermi – disperata – anche a chi non ne sapeva nulla. Niente. Sembrava che tutti conoscessero quel motivo – è famosissimo – e ne avessero il titolo sulla punta della lingua, ma continuava a sfuggirgli, e così sfuggiva anche a me. Ho acquistato dischi e cd, scaricato dal web, quasi a caso, centinaia di brani sperando di sentire all’improvviso quella musica diffondersi nell’aria: magari (conoscendo musicisti e armonie e strutture melodiche del genere a cui appartiene) sarei riuscita ad individuarlo. Pensavo, che alla fine, con l’esperienza, sarei riuscita a distinguere e identificare il sound dei musicisti che lo eseguivano e sarei venuta a capo di quel mistero. E se ne sono andati così 19 anni. Poi un giorno, di nuovo quel riff famosissimo, il piano impegnato in tema ossessivo ripetuto ad libitum, il trascinante assolo di batteria, l’introduzione al sax alto che domina tutto il pezzo e l’insolito tempo in 5/4. E allora sento la musica che mi graffia la pelle, i piedi iniziano a battere il tempo, la testa dondola, gli occhi si chiudono, e il ritmo sale. Mi viene da piangere. E invece rido. L’ho ritrovato. E come quella prima volta, smetto di respirare per non interferire col ritmo: e immagino una coppia danzare davanti ad una finestra in una stanza buia, due ombre blu. Una volta li ho ritrovati in un romanzo, questi due amanti. Consumavano la loro passione in una stanza d’albergo e forse hanno anche ballato, l’autore non ce lo dice, ma in sottofondo – mentre lui dice a lei: “Ti spiace se abbasso la tenda?” – per me, c’è proprio questo pezzo, e la scena sfuma, in dissolvenza su un tappeto di note.

Le note di Take five.

Certo all’epoca in cui è stato pubblicato il romanzo, il brano non era ancora stato registrato, ma sono sicura che se l’avesse ascoltato, anche Fitzgerald l’avrebbe scelto come colonna sonora di questo suo libro, che naturalmente è Tenera la notte. Take five infatti è stato scritto da Paul Desmond solo nel 1959, per l’album Time out del David Brubeck Quartet: con David Brubeck al piano, Paul Desmond al sax alto, Joe Morello alla batteria e Eugene Wright al contrabbasso.

Adesso so che il pezzo – il cui titolo deriva dall’espressione rivolta ai musicisti durante le prove, per dar loro il permesso di prendere cinque minuti di intervallo – è uno degli hits della storia del jazz, ormai un classico cool, che ha venduto oltre un milione di copie. Desmond l’ha scritto perché serviva un brano per l’assolo di Morello ed ha composto così il primo pezzo jazz in 5/4, ossia con un tempo dispari, basato sulla contrapposizione tra l’andamento ternario del piano di Brubeck e quello binario del sax di Paul Desmond, mentre lo schema tipico del jazz – fino a quel momento – prevedeva un tempo in 4/4.

Ma non voglio sapere troppo di questo brano, ne conosco le cose essenziali: l’efficacia dell’assolo armonico, la sorpresa delle poliritmie, l’ossessività del pianoforte, e soprattutto il ritmo seducente del sax.

E’ come per i libri – solo per quelli che ami, naturalmente – non devi saperne troppo dell’autore o della loro genesi, ne perderesti la magia. Sai già quello che basta.


“Ti spiace se abbasso la tenda?”.

Il florilegio (cit. arcaica)

Thursday 21 January 2010

Lo dico sempre: faccio fatica ad aggiornare il blog, a seguire quello che succede in giro, curo solo il tumblr perché mi diverte ed è immediato, mentre anche la mia farm su Facebook ormai è avviata al fallimento.

Prometto che sarò più costante con la mia rubrica di libri, anche perché se non dovessi essere precisa e puntuale nemmeno con una delle cose che volevo di più al mondo, sebbene la “Posta del cuore” di Natalia Aspesi resti il mio traguardo massimo, allora forse dovrei ritirarmi qualche anno in Tibet – senza Brad Pitt, Davide stai tranquillo! Poi lo sai che non è il mio tipo – per riflettere a lungo su quello che davvero voglio fare della mia vita, perché comincio a credere di non essere molto equilibrata in questo.

Ma sto diventando troppo ombelicale per i miei gusti e quindi torniamo a bomba, e tutto questo era per dire che se potessi riempire questo blog con le email che ricevo e i carteggi che si creano con alcune persone in certi momenti e, non so davvero spiegarmi il perché, ma mi capitano spesso situazioni anomale o divertenti o bizzarre, avrei risolto qualsiasi problema di fidelizzazione del lettore e di gestione del poco tempo che mi lascia il resto della mia vita e potrei tranquillamente giocare a Tetris, mentre le statistiche circa i miei accessi al blog crescono in maniera esponenziale.

Uno di questi carteggi posso riportarlo con il beneplacito dell’altra protagonista, che anzi è ben contenta di essere citata e riconosciuta: infatti secondo me è completamente pazza, ma di quella pazzia che rasenta il genio e io la trovo simpaticissima.

Andiamo con ordine.

Mentre mi occupo di promuovere Stilos con l’invio del comunicato stampa e del banner per gli abbonamenti alla rivista, mi arriva una risposta all’email del comunicatgo con l’oggetto cambiato rispetto all’originale: 

Oggetto: Re: “Stilos: la rivista dei libri” torna in edicola a fine Gennaio – e nel frattempo e’ nata la Neo Edizioni

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.07

 Salve,

mi chiamo Isabella Tramontano e curo l’ufficio stampa della casa editrice abruzzese NEO edizioni.

Sono contenta che voi torniate in edicola, vi leggevo, e la cosa mi ha fatto anche riflettere sorridendo: quante cose accadono mentre noi non ci siamo, anche se usciamo per poche decine di minuti. In questi due anni vi comunico che siamo nati noi, la NEO.

Stiamo avendo un discreto successo, ma 24 mesi son pochi per gridare vittoria. Sarei contenta se voi deste attenzione alla nostra casa editrice, secondo me siamo bravi, se può valere. Ora come ora, vorrei che leggeste il libro del nostro autore (omissis). Pronta a inviarvelo.

In attesa di un bel pezzo su di me, addetto/a stampa (sui generis?)

Aspetto Vostre,

Isabella

Dopo un primo momento di perplessità comincio a ridere e rispondo subito all’addetta stampa sedicente-sui generis:

 Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.13

A: isabella

 Ciao Isabella,

Intanto in bocca al lupo per il vostro lavoro.

Innanzitutto ti comunico che ti rispondo a titolo personale e non come redattrice della rivista, perché mi hai fatto sorridere con questa tua email e quindi se vuoi mandarmi il libro del vostro autore sarò lieta di leggerlo e poi decidere se parlarne o meno su Stilos.

Puoi inviarlo a (omissis)

Posso prendere un pezzo della tua email e pubblicarla sul mio tumblr? E’ divertente 😀

 buon lavoro

Seia

Lei mi risponde dopo 2 minuti, si vede che la nostra vita sociale al momento langue pesantemente:

 Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.15

A: Seia

ti mando tutto e ti chiedo di farmi felice.

mi citerai? anche no, eh.

grazie,

Isabella

Queste parole mi fanno pensare al “Coprimi di soldi” che è il tormentone in “Jerry Maguire” con Tom Cruise e, come tutto quello che mi fa pensare a Tom Cruise, mi piace e a questo punto sono già conquistata alla causa Montanaro

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.19

A: isabella

Certo che ti citerò! Secondo me il problema della maggior parte delle case editrici italiane a parte la qualità degli autori, scarsa nel 95% dei casi è anche l’incapacità di chi ne cura gli uffici stampa, poco motivati, per niente attivi, nessun’iniziativa, non seguono i loro autori, tu sei troppo simpatica e anche molto intraprendente quindi, a prescindere da come sarà il libro, ti meriti tutto il meglio.

Quanto a farti felice, non prometto nulla, probabilmente non mi conosci e non hai letto i miei pezzi su carta o su blog, ma passo per essere una vera stronza con gli esordienti italiani, quindi… 😀

S.

 Da: isabella

 Date: 13 gennaio 2010 20.23

A: Seia

azz.

ora ti svelo una dinamica delle case editrici italiane: se il pezzo e’ brutto l’addetto stampa viene chiamato in una stanza buia e lasciato lì in isolamento per giorni.

vuoi questo per me?

Io scrivo per una rivista on line, Novamag.it, e ricevo molti comunicati stampa e  concordo: sono noiosi, tutti uguali per tutti. ma lo stesso addetto non si rompe?

Io effettuo delle vere e proprie prestazioni comunicative ogni volta.

Dove posso leggerti?

Isabella

 “Prestazioni comunicative” mi ha prostrato l’ammetto, ma lei è troppo forte e quindi continuo a cedere.

 Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.41

A: isabella

 Non pensare di farmi sentire in colpa, chi promuove un brutto libro che intasa un mercato già saturo di monnezza si merita questo e altro 😀

Conosco Novamag.it, la leggo qualche volta, non è male. E un po’ il lavoro di addetta stampa mi è capitato di farlo in passato quando ho iniziato anni fa con la prima rivista letteraria e cercavo di essere originale con i comunicati e ora lo faccio solo per promuovere autori ai quali mi dedico  esclusivamente perché ci credo, o per Stilos che ha bisogno di essere rilanciato al momento.

(omissis)

Puoi leggermi su (omissis, l’elenco è noioso e non ha a che vedere con la nostra storia). Domani faccio un post con questo scambio di email, magari sistemandole un po’, ma mantenendone lo spirito e lo faccio leggere prima di pubblicarlo così vediamo se approvi o meno 🙂 

Seia

Lei che ha capito che ormai mi ha in pugno, anche perché dei titolari degli uffici stampa italiani quelli che mi piacciono si contano sulle dita di una mano, umanamente e professionalmente, il migliore resta Stefano Fedele, che prima era in Donzelli e poi in Avagliano e ora si occupa in gran parte d’altro, restando sempre nella comunicazione; e poi ho un’ammirazione sconfinata per l’ufficio stampa di Miminumfax, il precedente e quello attuale, che creano rumore e eventi intorno ai libri della casa editrice, e ha contribuito non poco a farla diventare in poco tempo una casa editrice di penso sul mercato italiano. E questo, nonostante io non condivida la pubblicazione di più di metà dei loro libri. Molto brave sono poi Silvia Tessitore di Zona Editore, Lucrezia De Palma che ora purtroppo lavora per la Coniglio editore e i libri che mi propone di solito non sono il mio genere (e non dovrebbero essere il genere di nessuno a dire il vero) e Fiammetta Biancatelli di Newton Compton. E la maestra per me, anche perchè viene dal giornalismo è Stefania Nardini, che di esperienza nella comunicazione (e non solo) ne ha da vendere. Molti addetti stampa invece sono sbrigativi, noiosi, pedanti, maleducati, ripetitivi, per niente appassionati, poco attenti, incapaci di coinvolgerti e di farti incuriosire ai libri che ti presentano e che secondo me loro per primi non hanno letto o non leggerebbero. E poi scrivono questi comunicati tutti uguali, poco brillanti, poco accattivanti, per niente studiati. 

Come dicevo, Isabella ormai ha capito di avermi impugno e quindi raddoppia la posta! 

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.46

A: Seia

Non per Stilos, ma per le altre pagine bianche che riempi, ti allego la scheda di un libro nostro che amo molto. Fammi sapere, obiettiva e cruda come mi sa sei.

(sai che io ho affossato un nostro libro? mi vergognavo di parlarne…)

 Tra donne: quanti anni hai?  Io 33.

 Sistema, taglia cuci, fai tu.

Isabella 

 

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.48

A: isabella

Ne ho 34 e ti sei dimenticata l’allegato! 😀 

 

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.53

A: Seia

Evvai!

Isabella

 

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 21.05

A: isabella

Capita sempre anche a me 🙂

Dalla scheda mi pare interessante: è già uscito?

 

 Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 21.09

A: Seia

Dicembre, ma – visto il tema, com’e’ scritto – e’ sempre attuale.

Pensa, è stato messo in scena al piccolo di milano, e forse la prossima iraquena sarà  Ottavia Piccolo.

Quando l’ho letto e sono rimasta in trance per due giorni.

te lo mando, ja.

Isabella

 

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 21.13

A: isabella

 🙂

ok, qualcosa mi dice che mi piacerà più questo dell’altro, ma li leggerò tutti e due ja 😀

S.

 

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 21.15

A: Seia

Ahahaha.

Buona serata e grazie,

Isabella

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 21.16

A: isabella

Buona serata anche a te 🙂

 S.

I due libri mi sono arrivati subito, e siccome il mio istinto quasi mai mi tradisce, già so che il secondo libro è quello che mi piacerà parecchio, ho fatto il mio test delle dieci pagine lette a caso qui e lì e nemmeno una mi ha deluso. L’altro è molto esordiente, molto italiano, molto poco per me (e per tutti penso, ma come promesso lo leggerò tutto prima di parlarne bene o male o d’ignorarlo, a parte un veloce feedback alla fantastica Isabella, che secondo me tutte le case editrici dovrebbe correre per cercare di accaparrarsela come ufficio stampa).

Qualche stralcio dal libro che mi pare notevole, Palace of the end, una piéce teatrale scritta da Judith Thompson – che conoscevo già per la sceneggiatura del film “L’altra metà dell’amore” – che racconta in tre monologhi il conflitto in Iraq prendendo il punto di vista, o meglio immaginandolo, di tre personaggi realmente esistiti e che con questa guerra hanno avuto molto a che fare:

Mi chiedo se mi manderanno al gabbio per otto anni come Charlie. E’ strano, sapete, se le cose andavano in un altro modo, invece di star qua in ufficio e aspettare il processo, avrei potuto avere anch’io un telefilm che parla di me. Lei è veramente un eroe e sapevate che anche lei viene dal West Virginia? Sì, credo che Jessica Lynch è l’idolo degli americani. Io invece sono il segreto dell’America gridato al mondo intero e loro no, mica ne sono  contenti.

A parlare qui è Lynndie England, la soldatessa americana fotograta mentre seviziava alcuni dei prigionieri del campo di tortura di Abu Grahib.

Il mio albero di datteri non è bellissimo? Ci sono più di trecenta varietà di datteri. Potete immaginarlo? Quando ero incinta del mio primogenito volevo provare ogni tipo di dattero, ma mi sono fermata a cento. Si, cento varietà. Veramente, tutti hanno pressappoco lo stesso sapore, ma non dite a un iracheno che ho sostenuto questo!!!

Sapete per centinaia, migliaia di anni, i datteri con il latte di cammello erano la dieta dei Beduini, proprio come le patate erano la dieta degli irlandesi.

Rovinare questo albero è imperdonabile. Nell’antichità un militare diceva: “Non uccidere una donna, un bambino o un vecchio. E non tagliare un albero“.

Cos’è successo? Ormai è solo un gioco. E’ un danno collaterale.

E’ la voce di Nehrjas Al Saffarh, attivista irachena e moglie di un oppositore di Saddam Hussein.

Si, credo decisamente di non sbagliarmi su questo libro.

That’s all folks.

Speriamo che tenga*

Saturday 9 January 2010

Pensavo a Wislawa Szymborska prima di dare inizio alle danze lunedì scorso al “Colosseo Nuovo Teatro“: presentavo Storie dalla fabbrica, una evento dedicato al confronto tra due libri diversi tra loro, scritti a distanza di trent’anni, Tuta blu di Tommaso Di Ciaula e Cera per le sirene di Alberto Ragni, che però parlano entrambi di fabbriche e operai.

L’idea mi è venuta qualche mese fa perché i due libri sono legati non solo da aspetti relativi ai rispettivi protagonisti, gli operai di fabbriche in difficoltà, ciascuno con la propria vita e i propri problemi, ma anche perché Alberto ha preso il titolo del suo romanzo e la poesia che ha messo in epigrafe al volume proprio dal libro di Di Ciaula, e io poi ho letto Tuta blu proprio perché è stato Alberto a regalarmelo anni fa.

A parte questo i due romanzi sono completamente differenti. Di Ciaula racconta un mondo che sta cambiando, in peggio, il passaggio dalla vita contadina a quella industriale; è quasi un monologo il suo, un’invettiva in forma di diario contro l’ingiustizia di una vita sacrificata alla fabbrica, al lavoro senza tutele, all’alienazione di giorni sempre uguali. C’è l’amarezza, l’amarcord e la poesia nelle sue parole, ma soprattutto la rabbia di un uomo che deve lottare per non perdere la propria dignità in nome del progresso, della produttività, del profitto.

Alberto scrive invece di un giovane operaio che sta per perdere il lavoro, ma che ha una vita al di fuori delle pareti della fabbrica, una sorella con cui vive un curioso rapporto fatto di malizia e ironia, una quasi ex-fidanzata dai seni grandi quasi quanto la sua indecisione circa il loro rapporto, un vicino di casa paranoico e strambi colleghi di lavoro con cui cucina la trippa durante il turno di lavoro e gioca a carte nelle pause. E anche gli aspetti più seri legati alla probabile dismissione dello zuccherificio in cui lavora, sono raccontati con un’ironia amara ma leggera, che fa sorridere e commuovere allo stesso tempo. Penso per esempio agli operai che di notte rimontano ciò che di giorno viene smontato per chiudere definitivamente lo stabilimento, come estremo tentativo di ribellione, inutile ma liberatorio e soprattutto “legale”, loro costruiscono, non sono mica dei vandali in fondo.

Di eventi culturali – tra presentazioni, convegni, poetry-slam, conferenze – ne ho organizzati parecchi in passato, soprattutto con “Origine” non facevamo che promuovere iniziative e incontri a diverso livello, ma sono sempre stata dietro le quinte, inviavo e scrivevo comunicati, invitato persone e personaggi (solitamente c’è una gran differenza tra le une e gli altri), controllavo che tutto procedesse per il meglio e poi mi sedevo tra il pubblico a godermi lo spettacolo, limitandomi a dare qualche indicazione, se necessario.

Lunedì invece ho dovuto sedermi sul palco davanti al pubblico dopo aver organizzato tutto e mentre cercavo di contenere il panico, mi sono tornate alla mente queste parole della scrittrice polacca in “Serata d’autore”, contenuto nella raccolta Vista con granello di sabbia. Poesie (1957 – 1993):

“Ci sono dodici persone ad ascoltare, è tempo ormai di cominciare. Metà è venuta perché piove, gli altri sono parenti. O Musa. […] In prima fila un vecchietto dolcemente sogna che la moglie buonanima, rediviva, gli sta per cuocere la crostata di prugne. Con calore, ma non troppo, ché il dolce non bruci, cominciamo a leggere. O Musa…”

In realtà nella platea del bel Teatro Nuovo Colosseo c’erano ben più di dodici persone, qualche amico, nessun parente – se si esclude Davide che ha sostituito Tommaso Di Ciaula assente giustificato per una leggera indisposizione – e diversi sconosciuti che hanno mostrato di gradire la serata.

Come mi succedeva durante gli esami all’università la cosa peggiore è stato l’attesa che ha preceduto l’evento: è stato come prima dell’appello del professore, mentre una volta che hai deciso di varcare la soglia dell’aula e ti siedi davanti all’esaminatore ti dimentichi di tutto e pensi solo a portare a casa il miglior risultato possibile. E credo che ci siamo riusciti.

Davide è istrionico, il palco è il suo territorio naturale, il pubblico lo esalta, leggere brani suoi o di altri, con il piglio del grande attore o del poeta che vive ciò che legge, è uno dei suoi talenti.

Alberto è stato simpatico e brillante, è stato se stesso in pratica, ma senza quella leggera ritrosia o timidezza che mostra a volte nella vita: si è preso la parola quando gli pareva (e riuscire a zittire Davide senza litigarci non è impresa da tutti) e ha giocato di sponda o assestato un bel colpo ad effetto a seconda dei momenti e sempre quando era giusto farlo. Ha scelto di leggere brevi brani del suo libro, ma li ha selezionati con cura, c’erano anche alcuni dei miei preferiti e quasi non ci eravamo messi d’accordo. E a un certo punto mentre cercavo di dare qualche informazione generale sulla letteratura operaia e quella industriale e d’inquadrare storicamente e criticamente il fenomeno – in fondo sono o non sono un critico letterario in progress? – a tradimento quasi, ha calato il suo asso di bastoni citando una canzone di Umberto Tozzi del ’77, “Gesù che prendi il tram”, che potrebbe essere la vera origine dell’espressione “tuta blu” per indicare convenzionalmente l’’operaio, visto che è uscita un anno prima che il libro di Di Ciaula fosse pubblicato.

Ora a me chi ha inventato per primo l’espressione “tuta blu” non è che importi molto, il romanzo di Di ciaula resta importante per molti altri aspetti, ma che Tozzi abbia scritto una canzone impegnata che recita:

“Gesù che entri nei bar / Insieme col mattino Cornetto o cappuccino / tu lo sai Che troppi figli hai / Gesù che in fabbrica vai / tuta blu Compagno Gesù / C’è un uomo in meno una vedova in più”

mi ha scioccato. Meno male che ho imparato da Pippo Baudo (ma soprattutto da Milva) che the show must go on e sono andata avanti nonostante il trauma.

Della serata mi resterà la pioggia che ha creato non pochi problemi; il rosso acceso delle poltroncine del teatro; i fari che illuminavano il palco accecandomi; le mie amiche in prima fila a sostenermi; una bellissima cartolina in bianco e nero del mercato dei libri a Barcellona nel 1915; Alberto che prende alla lettera le richieste di “firmare la copia del tuo libro” fatta da chi le ha comprate e le sigla una per una con il suo nome e cognome senza aggiungere una dedica, un pensiero, una frase da navigato scrittore; la spilla da balia strategica che teneva insieme la scollatura troppo audace della mia camicetta e che a un certo punto ha deciso di abbandonarmi, rischiando di farmi ripetere l’esperienza di Patsy Kensit a SanRemo, solo che mutatis mutandis, c’è da dire che la Kensit porta una prima scarsa, qui invece parliamo di ben altro, ma il pericolo è stato miracolosamente scongiurato.

A parte i ricordi e i ringraziamenti a chi ha permesso di realizzare la serata, a chi è intervenuto, a chi non c’era ma avrebbe voluto esserci (e un pensiero a chi mi ha creato solo problemi), quello che ancora porto con me, è una brutta bronchite dovuta all’umidità della serata e al freddo preso durante la cena del dopo evento, che in pratica mi ha privato di qualsiasi capacità respiratoria e mi ha segato via le corde vocali.

Una serata che non dimenticherò mai, soprattutto se non dovessi riacquistare mai più la mia bellissima voce!

Ah, dimenticavo, in prima fila non c’era nessun vecchietto che sognava dolcemente la moglie e una crostata di prugne. Peccato. 

 

 

* è stato il leitmotiv di tutta la mia giornata: “speriamo che tenga” il tempo, la spilletta, il tacco 10 degli stivali, il palco, il faretto sopra la mia testa, il tendone all’esterno del ristorante sotto la pioggia, e soprattutto il mio cuore che a volte perdeva i battiti, ma questi sono fatti più miei, dei miei raccontati fin qui. (Citazione di Speriamo che tenga di Moni Ovadia, naturalmente).

Ci si vede lunedi alle 19 al Nuovo Teatro Colosseo di Roma, no?

Friday 1 January 2010

Iniziamo l’anno nuovo insieme? 

Il 4 gennaio, ho organizzato a Roma un incontro dedicato alle storie che parlano di gente che lavora in fabbrica. E infatti si chiama STORIE DALLA FABBRICA.
 
Ci saranno due scrittori,
Tommaso Di Ciaula e Alberto Ragni, che hanno scritto due romanzi che – a distanza di trent’anni l’uno dall’altro – raccontano appunto le vicende di alcuni operai.
 
Tommaso Di Ciaula ha scritto
TUTA BLU (pubblicato da Feltrinelli nel ’78, con la prefazione di Paolo Volponi, e nel 2002 dall’editore Zambon), un romanzo che sin dalla sua prima uscita, si è imposto a pubblico e critica perché dava voce agli operai, essendolo lui stesso, e più di ogni altro ha saputo raccontare chi erano, cosa volevano, cosa pensavano, quegli operai.
Tant’è che se oggi noi li chiamiamo “tute blu”: è soprattutto per questo libro.
 
Alberto Ragni è l’autore di
CERA PER LE SIRENE, un romanzo di cui ho già scritto (mentre qui c’è un’intervista) – ma ho scritto anche di Tuta blu qualche anno fa – che parla di operai dei giorni nostri: che è già una cosa notevole di per sé. Oggi, se in un romanzo si parla di lavoro, di gente che lavora, si parla di gente che sta in un call center. Oppure di manager, imprenditori, palazzinari, professionisti, impiegati pubblici, insegnanti o di precari a qualsiasi livello. Gli operai sembrano spariti o quasi, perlomeno dalla letteratura. Invece, nel romanzo di Alberto Ragni, ci sono. E c’è anche dell’altro.
 
Quella del 4 gennaio, sarà una serata di letture e di chiacchiere, in un bel teatro – il
Teatro Nuovo Colosseo di Roma, che si trova in via Capo d’Africa 29/a. Si comincia alle 19.
 
Due parole sul Teatro Nuovo Colosseo: a parte la ci sono delle enormi cineprese d’epoca a decorare la hall come fossero delle installazioni artistiche, ma non è di quelli enorm, in cui ci si perde dentro. Si ha la sensazione di stare tra gente che si conosce già. Ecco, a noi piacerebbe che fosse una serata in cui chi partecipa si sente così, in mezzo a gente che conosce. Ci saranno Tommaso e Alberto che leggono delle cose, ci sarò io che li faccio chiacchierare un po’ tra loro, e con voi. In pratica proveremo a raccontare delle storie.
 
Vi invito a esserci e, se potete, anche a dire in giro che ci sarà questa serata. L’ideale sarebbe tutt’e due le cose, ça va sans dire.

Se avete un account su Facebook qui c’è la pagina dell’evento (e se avete un account su FB e giocate anche a Farmville diventiamo neighbours!)

Qui invece c’è il bellissimo comunicato stampa ufficiale.

Qui alcune pagine del bel libro di Alberto e qui un bell’omaggio a Tommaso Di Ciaula.

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Per informazioni:


seia.montanelli@gmail.com
 
Colosseo Nuovo Teatro
www.e-theatre.it
Via Capo d’Africa 29/a
00184 Roma
Info: 06 7004932
Ufficio Stampa: 366 1915226
Email:
colosseonuovoteatro@e-theatre.it
info@e-theatre.it

 

Storie dalla fabbrica

Seconda visione (probabilmente anche meglio della prima)

Sunday 13 December 2009

Per chi avesse perso il bellissimo spettacolo ideato e interpretato da Silvio Castiglioni al Nuovo Teatro Colosseo di Roma, di cui ho scritto giorni fa, c’è una secondo possibilità per godere della straordinaria bravura di Castiglioni e dell’abilità drammaturgica di Andrea Nanni, perché Lunedi 14 dicembre alle 21, in diretta per Rai Radio 3 dalla Sala A di Via Asiago10 – sempre a Roma, mi spiace per i non capitolini –  andrà nuovamente in scena Domani ti farò bruciare invettiva da I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij e a seguire, al posto di Casa d’altri, che io ho visto, verrà messo in scena, Il vampiro una confessione mancata; dal racconto di J.W.Polidori, che ho letto ma non ho mai visto recitare e così rosico un po’ perchè forse non riuscirò ad esserci per motivi legati al lavoro, ma voi siateci numerosi! L’ingresso è libero su prenotazione (chiamare lo 06 3722231 o scrivere a ilconsiglioteatrale@rai.it).

Riporto dal comunicato stampa:

Domani ti farò bruciare invettiva da I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij
Il vampiro una confessione mancata; dal racconto di J.W.Polidori
 
ideazione e interpretazione Silvio Castiglioni
drammaturgia Andrea Nanni; suono Gianmaria Gamberini; regia Giovanni Guerrieri
Produzione Celesterosa e I Sacchi di sabbia
 
Interverranno Fausto Malcovati, Andrea Nanni, Giovanni Guerrieri

A cura di Antonio Audino e Laura Palmieri

Lo scorso anno questi stessi artisti erano presenti nella stagione teatrale in diretta di Radio 3 con Casa d’altri, tratto dal racconto omonimo di Silvio D’Arzo. Il lavoro della compagnia è proseguito poi con la messa in scena di Domani ti farò bruciare (ispirato a I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij), e ci sembrava opportuno offrire ai nostri ascoltatori e agli spettatori della sala A l’opportunità di seguire il filo di riflessione che si viene componendo attraverso i due lavori che a teatro vengono ormai presentati l’uno di seguito all’altro.

Così Silvio Castiglioni spiega le ragioni di questa scelta

“Alla sommessa domanda di una vecchia che vorrebbe uccidersi per liberarsi da una vita di stenti, come accade nel racconto di D’Arzo, fa eco la furente requisitoria di un demone che, invece, vorrebbe incarnarsi. Se la resa alla morte lascia il posto alla tentazione di vivere, intorno a entrambe queste figure prive di un posto sulla terra risuona il sibilo di una lama che separa vita e morte, umano e divino. Una lama che ci gira intorno come un satellite dall’orbita cieca, incurante del vuoto di senso che non riusciamo a colmare”.

Domani ti farò bruciare nasce da suggestioni tratte da due capitoli – Il Grande Inquisitore e Il diavolo. Incubo di Ivan Fëdorovič – dei Fratelli Karamazov, testamento spirituale di Fëdor Dostoevskij. Non si tratta di un monologo ma di un dialogo negato, un’invettiva violenta e malinconica. Un presto con fuoco in bilico tra il sublime e il burlesque. Un finale di partita tra un demone di mezza tacca e un Cristo che non apre bocca. Un interrogatorio che si rivela una confessione. Uno specchio ustorio in cui vittima e aguzzino finiscono per fondersi in un’unica figura.

A completare un ideale trittico sospeso tra cielo e terra, tra santità e perdizione, tra diabolico e divino, segue poi, nello spettacolo di questa sera, Il vampiro, ispirato all’omonimo racconto scritto nel 1819 dal ventunenne John William Polidori, segretario di Lord Byron che inventò la figura del “non spirato” secondo un modello che avrà immensa fortuna nella letteratura e nel cinema fino ai nostri giorni. Qui il gotico si fa specchio di una sensibilità intrisa di crudeltà in una sorta di sinistro romanzo di formazione dove si intrecciano orrore e seduzione. In un lungo flashback ripercorriamo le tappe di un viaggio iniziatico che parte dalla Londra del bel mondo, attraversa le rovine di Roma e di Atene per poi tornare a Londra secondo una struttura circolare che non chiude il racconto ma apre una spirale vertiginosa in un moltiplicarsi di riflessi illusori e di maschere sociali dietro le quali affiorano pulsioni inconfessabili.

Non perdetevel!

Di fiere, bei libri, gravi perdite e buffoni

Tuesday 8 December 2009

Ieri è stato giorno di fiera, erano anni che evitavo di andarci fuggendola come la peste, e dopo averci trascorso più di tre ore ho ritrovato tutti i motivi per i quali preferisco perderla, ma ne ho scoperti di nuovi che magari mi spingeranno a tornarci l’anno prossimo (qui e qui le puntate precedenti).

Intanto non c’è un orario o un giorno buono per evitare la calca: in Italia pochi leggono ma tutti vanno alle fiere dei libri. Questi tutti sono per lo più addetti ai lavori o gente che vorrebbe diventarlo o che si spaccia per tale solo perché magari ha un blog che non legge nessuno in cui ogni tanto parla di libri, o possiede un account su Anobii (e a questo punto vorrei spezzare ora una lancia sulla schiena dei curatori e dell’editore del libro Il tarlo della lettura – che contiene proprio una selezione, diciamo così, delle migliori recensioni presenti sul sito – perché a parte la qualità perlopiù terribile dei pezzi, con pochissime eccezioni, l’unico tarlo presente nel volume è quello che ne divora letteralmente la rilegatura cosicché appena lo tocchi ti restano in mano le pagine che sfogli, forse per rendere più agevole l’atto di dargli fuoco, non so).

Poi naturalmente ci sono anche i veri lettori che cercano tra gli stand le chicche più golose, quelle che di solito in libreria non ci sono o sono malissimo esposte, e li vedi aggirarsi furtivi e svelti come ninja pronti ad accaparrarsi un inedito appena pubblicato, uno scrittore semisconosciuto sdoganato da poco, uno conosciuto ma dimenticato, un autore dal nome impronunciabile che è un bestseller in qualche sperduta repubblica dell’ex Unione Sovietica, una certa edizione rara tirata in trecento copie, una stampa, un libro illustrato. Io ci ho messo del mio visto che quando sono andata a comprare il romanzo dell’ultimo Nobel per la letteratura, Herta Müller, e l’ho chiesto alla tipa che stava allo stand della “Keller Editore“, l’ho chiamato Il paese delle prugne secche, anziché verdi, ma quella manco se n’è accorta, penso si stesse limando le unghie o pensasse di doverlo fare, non mi ricordo bene.

Gli espositori che ho preferito come sempre, sono quelli di libri per bambini, mi sarei portata a casa tutti quei libri colorati e le stampe che sembrano veri acquerelli; gli editori peggiori quelli che restano piccoli o medi, ma si danno arie da grandi perché hanno trovato un filone d’oro, di solito oro di Bologna – quello che si fa nero per la vergogna, afferma il detto popolare, che gli consente di guadagnare molti soldi al minimo dello sforzo creativo o qualitativo; o quelli che hanno un bel catalogo accompagnato però di solito a una spocchia insostenibile. Per non parlare poi di quelli che sembrano non sapere nemmeno perché si trovano dietro un banchetto con dei volumi davanti all’interno di una grossa area espositiva, con della strana gente che gli pone delle domande alle quali rispondono stupiti e distratti a monosillabi, e tu non puoi fare a meno di chiederti se siano abbastanza alfabetizzati da leggerli i libri che pubblicano.

Menzione d’onore per “duepunti Edizioni” per il catalogo e la grafica editoriale e anche per gli editori brillanti e simpatici che indossavano festosi grembiuli rossi perché pare abbiano anche offerto da bere e mangiare a chi si fermava da loro; per “Alet Edizioni”, che non solo vanta una delle vesti editoriali più belle che ci siano al momento in Italia e un catalogo foltissimo di bei libri, ma può contare sulla passione di Giulia Belloni, neo-editor della casa editrice (già in forza a “Meridiano Zero” con la collana “Gli intemperanti”) per la quale curerà la nuova collana italiana “Gli iconoclasti”; per “Mattioli1885”, che rientra sia tra gli editori con un po’ di spocchia che tra quelli con una vaga aria confusa, ma si salva grazie al catalogo  e al bellissimo formato da moleskine dei suoi libri e perché – oltre a Ritratto di un gangster un inedito di Harry Grey (quello di Mano armata per intenderci a cui si è ispirato Sergio Leone per “C’era una volta in America”) – ha pure ripubblicato un libro di O’Henry autore di racconti che ha avuto poca fortuna da noi. Stesso discorso per le “Edizioni Spartaco” che hanno pubblicato Don Giovanni di Dan Fante e i saggi sulla letteratura di Stevenson – nonostante la prefazione di Pascale, ma ho già detto altrove su questo – e hanno ripescato un libro di Jerome K. Jerome, solo che graficamente i loro libri non sono degli oggetti belli da vedere come quelli di “Mattioli1885”.

Ho scoperto poi l’editore “Le nubi Edizioni”, con dei volumetti curati nei piccoli particolari, bellissimi da vedere e anche da leggere, che propone opere inedite in Italia o di particolare prestigio e poco diffuse.

L’editore più simpatico è Marco Vicentini, di “Meridiano Zero”, più interessato a parlare di cosa sia esattamente il noir che non a vendere i suoi libri; i più caotici, almeno per il loro stand i tipi di “Isbn Edizioni“: c’era un sacco di gente intorno ai libri e dietro il bancone erano almeno in quattro, tutti sotto i trent’anni che parlavano tutti insieme, non si è capito nulla di quanto ci siamo detti, né dei libri che io ed Davide abbiamo preso; i più appassionati quelli della “Azimut libri”, che hanno il grandissimo pregio di aver pubblicato le opere di Renzo Rosso, quando tutti si erano ormai dimenticati di lui.

E qui veniamo alla “grave perdita” di cui si accennava nel titolo: ho scoperto solo ieri, parlando appunto con Guido Farneti, il direttore editoriale di “Azimut libri”, che Renzo Rosso è morto proprio poco più di un mese fa e io non ne  avevo letto da nessuna parte e cercando in rete ho trovato poche righe sulla grande stampa e qualche blog letterario collettivo e un accorato scritto di Walter Pedullà su “Il Messaggero”, ma niente di più. Un destino ingiusto per uno scrittore italiano che meritava l’olimpo e la gloria invece dell’oblio. Io anni fa ho scritto un pezzullo su un suo romanzo bellissimo – La dura spina -, pubblicato sul fu “Medicine show”, e per ora lo voglio ricordare linkando quel post, ma al più presto con i tipi di Azimut abbiamo deciso di fare qualcosa di più importante per commemorarlo degnamente, anche perché sono custodi di aneddoti che vale la pena far conoscere anche ai lettori. Qui c’è il pezzo su La dura spina, qui i libri (non tutti credo) di Renzo Rosso in catalogo da Azimut.

Quanto ai buffoni, a parte Alemanno che ho incrociato più di una volta mentre si aggirava tra gli stand con la sua corte e il codazzo di guardie del corpo, soprassiedo, tanto – come amava dire il dittatore romano Lucio Cornelio Silla – “sanno già tutto”.

La grande scoperta dell’acqua calda della mia visita alla Fiera è stata però che se ti occupi di libri e vai direttamente alla fonte non devi nemmeno aspettare che te li mandino a casa, basta prenderli e portarseli via. E il mio bottino di quest’anno consta (tra comprati e ricevuti gratis et amore dei) di:

Lo scherzo del filosofo, Jerome k. Jerome, Mattioli1885

La psicologia della zia ricca, Erich Muhsam, Le nubi edizioni

Il paese delle prugne verdi, Herta Muller, Keller Editore

Seduto a schiacciare noci per uno scoiattolo, Jerome K. Jerome, Edizioni Spartaco

L’adolescenza del tempo, Renzo Rosso, Azimut

Non c’è scampo, Jack Black, Alet Edizioni

In più sono tornata a casa con un pacco pesantissimo con oltre 30 copie di Cera per le sirene di Alberto Ragni, preso direttamente allo stand di “Scritturapura“, che serviranno per una cosa che stiamo preparando in collaborazione con il Nuovo teatro Colosseo per il 4 gennaio (poi darò notizie più approfondite) e a cui non si potrà mancare. Lettore avvisato…