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Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Wednesday 18 November 2009

Mi spiace per voi se ve lo siete perso, visto che l’ultima rappresentazione era quella del 15 novembre, ma lo spettacolo allestito al Colosseo Nuovo Teatro di Roma con Silvio Castiglioni era una meraviglia: in scena c’era “Il silenzio di Dio”, opera ideata e scritta da Andrea Nanni con la regia di Giovanni Guerrieri, che unisce due diverse rappresentazioni – la prima è una riduzione del racconto “Casa d’altri” di Silvio D’arzo, mentre la seconda, “Domani ti farò bruciare” è ispirata a due capitoli (Il Grande Inquisitore e Il diavolo. Incubo di Ivan Fëdorovič) dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Entrambi i testi indagano il dramma esistenziale dell’uomo solo e abbandonato nella sua angoscia di vivere che si scontra con il terribile silenzio che Dio oppone alle sue domande disperate, ma la mia impressione è che parlino anche della forza della parola, quella non detta, sottintesa, perduta e quella urlata, violenta, dolorosa.

Scenografie pressoché inesistenti e pochi suoni di sottofondo fanno da cornice a una straordinaria prova d’attore: Castiglioni, usa la sua voce profonda e calda per raccontare le due storie e la sua sola presenza si fa quinta, palcoscenico e ambientazione. Tanto è immobile e misurato nelle sue movenze durante il primo atto, quanto è iperattivo e quasi scomposto nel secondo.

In “Casa d’altri” interpreta un severo prete di montagna dall’alto di un trespolo circondato da tre microfoni, che Castiglioni usa per modulare quasi impercettibilmente la voce e recitare così anche la parte di una vecchia lavandaia che si rivolge al prete in cerca di una risposta che però sa già di non poter ricevere. Sul finale della rappresentazione dopo essersi spogliato del lugubre abito talare, Castiglioni scende dal trespolo e si pone di fronte al pubblico, fragile e umile, quasi a mostrare la miseria umana, per rappresentare il dramma finale della vecchia lavandaia lasciata sola da Dio e dal suo intermediario. E’ nella voce (insieme ai lenti movimenti verso i vari microfoni) che si concentra tutta la recitazione dell’attore riuscendo a rendere moti e pensieri mai espressi dai personaggi pur nella fissità dei gesti. C’è da dire che la prosa di Silvio D’arzo, essenziale e fortemente evocativa nella sua precisione quasi chirurgica per la parola, si presta perfettamente a essere recitata e ascoltata.

In “Domani ti farò bruciare” invece il ritmo è più vivace, la penombra lascia il posto al rosso acceso delle luci e l’apparente compostezza viene sostituita dalla frenesia. Il protagonista del monologo,  che riprende l’interrogatorio del grande inquisitore ma che in realtà è un dialogo mancato con Cristo, è una sorta di manager-demone (ma si evince dal testo poi che è più che altro una specie di ministro della fede, un vero e proprio colletto bianco della Chiesa), il quale vuole incarnarsi e rivolge la sua invettiva a un Dio che non l’ascolta: con una gestualità piena di tic, scatti nervosi e improvvisi cambi di posizione e con sporadici inceppamenti della parola, Castiglioni riesce qui a rendere alla perfezione, la rabbia e la frustrazione che accompagnano prima l’accusa a un Cristo silente, colpevole di aver donato la libertà di scelta e la capacità di esercitare il dubbio agli uomini incapaci di sopportarli e infine la rabbiosa confessione di un sentimento d’invidia per quegli stessi uomini.

La voce, il corpo e la forza delle parole scritte (soprattutto la bellezza della lingua del primo racconto) e recitate hanno dato vita a uno spettacolo che cattura e sorprende e fa venire voglia di riprendere in mano Dostoevskji e (ri)scoprire Silvio D’arzo (e infatti ne riparliamo).

Una nota speciale va al teatro che ha fatto da sfondo a quest’esperienza quasi mistica: il “Teatro Nuovo Colosseo” che è un piccolo teatro al centro di Roma, a due passi dal Colosseo naturalmente, nato dalla volontà e dall’impegno di Simone Carella, animatore della vita culturale del nostro paese negli ultimi quarant’anni (dal cinema al teatro alla letteratura), insieme a Paolo Grassini e Ulisse Benedetti (storico fondatore del “Beat 72” locale che ha visto passare nei suoi locali tutta l’avanguardia romana), sulle ceneri, metaforiche, della vecchia sede storica dell’underground romano. Nel luminoso foyer del teatro sono esposte magnifiche macchine da prese d’epoca, di quelle che ormai non si vedono più se non negli spezzoni di cinegiornali dedicati ai fasti di Cinecittà, accanto a un enorme televisore al plasma e una postazione multimediale, a svelare l’intero concept del progetto di Simone Carella e soci, che passa anche (in futuro, soprattutto?) per un portale internet, E-theatre.

L’idea innovativa di E-theatre è la compenetrazione tra la tradizionale fruizione teatrale e le infinite possibilità offerte dai nuovi media tramite la creazione appunto di un sito multimediale dedicato alle varie arti e forte interattivo. In pratica si possono seguire in streaming e in diretta tutti gli eventi che si svolgono sul palcoscenico (o in un piccolo spazio che precede l’ingresso al teatro), dagli spettacoli di teatro e di danza ai concerti, dai reading di poesia alle presentazioni letterarie fino alle mostre d’arte; mentre su un altro piano, viene così creato un archivio on line sempre consultabile  dagli utenti, e nel caso di piccole o giovani compagnie teatrali, queste potranno persino caricare i video con le loro performances e farsi conoscere dal vasto pubblico. Un modo per avvicinare quanta più gente possibile al teatro e alla cultura in genere.

Per quanto mi riguarda tornerò sicuramente a vedere Il contagio, tratto dal libro di Walter Siti e Il prestatore di Marcello Isidori. Buona visione.

Braccia rubate all’agricoltura

Monday 12 October 2009

Se leggendo il titolo del post aveste dato per scontato che anche stavolta me la prendessi con qualche esordiente tanto presuntuoso quanto privo di talento o in alternativa, con qualche sprovveduto scribacchino in cerca di pubblicazione, potete pure rilassarvi. Non ce l’ho nemmeno con uno di quegli autori pubblicati, magari anche più volte, che in un mondo migliore e più giusto starebbero in miniera a spaccarsi la schiena, invece di firmare contratti con case editrici.

Niente di tutto questo, le braccia indebitamente sottratte all’onesto lavoro agricolo sono le mie: grazie a Facebook ho appena scoperto di avere il pallino della coltivazione diretta. Non solo, sono una bravissima allevatrice di bestiame vario e un’abile potatrice di alberi, nonché esperta venditrice della merce prodotta.

In pratica sto giocando da giorni a Farmville, un’applicazione di FB per cui s’impersona un contadino e si costruisce la propria fattoria, e da giorni le mie ore sono scandite dai tempi di raccolta e semina delle colture, dalla potatura degli alberi, dalla gestione delle stalle e degli ovili, dall’adozione di strategie per aumentare capitale e macinare punti-moneta uni sugli altri. Mi capita di essere in ufficio e pensare alle mie fragole in balia delle intemperie, alla pecora nera che non riesco ad avere o a quei caspita di corvi che mangiano tutti i miei semi.

Lo so, ho bisogno di aiuto.

Comunque tutto ciò era per dire che in questi giorni di bucolico delirio mi sono riletta – inevitabilmente direi – In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto) (Milano,  Treves,  1931) di Achille (Festa) Campanile. (Lo so che Festa non c’è nel cognome dello scrittore romano, però io sono un po’ cialtrona a volte e tendo a sbagliare nomi di autori e titoli di libri e spesso mi capita di riferirmi a lui proprio come Achille Festa Campanile, quando non lo chiamo addirittura Pasquale Festa Campanile!).

Campanile è uno di quegli autori che si tende a considerare con malcelata spocchia perché scrive storie che fanno ridere: se fosse nato in Inghilterra o negli Stati Uniti starebbe nell’olimpo degli scrittori come Wodehouse, Jerome o Twain, ma qui da noi c’è sempre stata troppa gente che si è prodigata anche inconsapevolmente per farci ridere (gente come i calciatori o i politici): e poi, siamo o non siamo il paese del sole, del mare e degli spaghetti? Perché non dovremmo ridere e spesso? Quindi sembra una cosa facile strappare un sorriso o una risata da queste parti riempiendo pagine di libri. Eppure c’è risata e risata, quella di gusto, quella isterica e rancorosa, quella satirica, quella gelida che è quasi un ghigno e poi c’è quella intelligente che a volte, dopo averla espressa si tramuta in un silenzio malinconico o di riflessione anche amara. Ed è qui che agisce Campanile: Enzo Siciliano ha scritto che in lui “il riso, nell’attimo in cui scocca, è anche empio”. Sarebbe quindi meglio abbandonarla quella spocchia e leggere Campanile senza pregiudizio e allora si scoprirebbe un autore sapiente, abile e pieno di talento per la parola scritta, che del gusto per la battuta sapida e divertente e per la frase caustica, ha fatto un’arte e un genere letterario.

Chi altri avrebbe potuto scrivere un monologo, anche articolato, dal titolo Asparagi e immortalità dell’anima, con un incipit e una chiusa in cui sostiene che alla fine, on c’è alcun rapporto fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima?

C’è l’assurdo della vita nelle sue opere, il senso del ridicolo, lo sguardo acuto sulle miserie degli uomini, il rifiuto dei luoghi comuni, la condanna divertita dei cliché. Campanile è surreale senza essere surrealista; scrive opere di teatro dell’assurdo à la Jonesco ancora prima che Jonesco sia conosciuto; domina la lingua fregandosene del linguaggio, o meglio usandolo fino al limite del nonsenso. Gioca con le parole, piegandone il significato (come fa proprio nell’incipit d’In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto): “Giovedì. Eccomi in campagna a visitare i miei possedimenti. (Posseggo, difatti, in questa ubertosa regione, uno zio, una zia e due cugini)”; o prendendole alla lettera per stupire il lettore (esemplare è il finale di Se la luna mi porta fortuna in cui descrive un tramonto, cioè la morte del giorno, proprio come se il giorno stesse agonizzando).

Come in ogni autore umoristico anche Campanile mescola ironia e malinconia, sfiora la poesia e il romanticismo mentre dissacra il senso comune. E infatti In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto) racconta le vacanze estive del giovane scrittore Serenello presso la casa degli zii in campagna dove s’innamora di una ragazza del luogo e insieme agli strali rivolti al perbenismo della provincia, alle sue ipocrisie, all’ingenuità di certi riti sociali, ci sono le timide schermaglie, le prime gioie, i primi baci. Per questo è un libro un po’ diverso dagli altri della sua produzione, più rilassato nella ricerca della battuta fulminante, meno veloce; è un libro più raccontato, più lieve nella scrittura e negli intenti polemici.

Ci sono comunque momenti esilaranti come il famoso scambio di lettere tra due amanti dell’antico Egitto.

Vabbè, mentre voi leggete Campanile io torno ai miei campi: è ora di raccogliere il grano  e di dar da mangiare ai maiali.

E naturalmente lo so che in campagna (quella vera) è un’altra cosa, eh.


Venghino siori, venghino!

Monday 31 August 2009

C’è che lunedì prossimo traslochiamo in una casa più bella e più grande, con il giardino, il garage, la veranda, 2 camere in più e persino il vano lavanderia. Uno dovrebbe essere contento, lo so. Io invece voglio morire, perché già mi devo riprendere dal fatto che non sono più in Sicilia e questo assorbe tutte le mie energie, come caspita faccio a organizzare un trasloco in una settimana?

La strategia che mi è sembrata più efficace sul momento è quella di buttare via quanto più possibile, mi aggiro per casa munita di sacchetti della spazzatura e ci ficco dentro quasi tutto quello che mi capita a tiro, penso di aver già fatto fuori parecchi regali di nozze, suppellettili che sembravano vitali e che non ho mai usato, soprammobili terribili (e qualcuno anche di quelli belli, ma non si può andare tanto per il sottile in questi momenti), vestiti, biancheria, quadri, mobili interi, vecchi ricordi, agende, i diari del liceo, manoscritti, appunti.

E’ fuori pericolo solo la mia collezione di roba sui Take That: quella viene con me ovunque, anche sotto Ponte Milvio, se dovessero capitare improvvisi rovesci di fortuna.

Tutto questo per dare un’idea della mia situazione al momento e per muovervi a compassione visto che ho un’offerta da fare: a chiunque si proponga per venire a darmi una mano con i libri della mia libreria (solo della mia perché Davide ha quasi finito di sistemare metodicamente la sua e per i miei si limiterà a sbatterli da qualche per il trasporto, ad minchiam) per organizzarli in qualche modo, riporli negli scatoloni in modo razionale e poi risistemarli nella nuova casa, regalerò alcuni volumi dei quali mi voglio liberare da anni e che nemmeno posso vendere perché nessuno se li comprerebbe, e che nemmeno so come siano finiti tra i miei libri a cui sono molto legata, come ringraziamento dal profondo del cuore.

I volumi in questione si dividono in:

libri per l’anima e la coscienza di se:

l’opera quasi omnia di Bruno Vespa (grazie zio, eh): 

tante opere di Alberto Bevilacqua, ma chi può dire di averne abbastanza di questo grande autore emiliano, per niente morboso e pedante? 

libri d’argomento politico che fanno luce sugli anni che stiamo vivendo, avoja.

libri di arrativa, con volumi che sono ormai dei classici irrinunciabili:

libri d’argomento vario:

  • Cuochi si diventa, volume I e II, di Allan Bay

 Questa lista è soggetta a continui aggiornamenti. Fatevi sotto, che il piatto è ghiotto, mi pare. No?

Due piccioni con una fava

Saturday 29 August 2009

Tornare a casa dopo due settimane in Sicilia mi ha prostrato fisicamente e psicologicamente. Stamattina mi sono svegliata annusando l’aria in cerca dell’aroma delle brioche appena sfornate e invece del pigiama mi volevo infilare il costume: non mi riprenderò mai più.

Quindi sono di pessimo umore, ma fare un giro veloce su anobii mi ha strappato un sorriso. Ho letto un commento a un libro di Raymond Carver che, ancora una volta, mi da implicitamente ragione sulle mie osservazioni circa l’autore americano, ma anche sullo stesso anobii.

Il commento è questo: “ho molti libri di suggerimenti per scrittori, questo è l’unico che mi ha fatto sentire una scrittrice. lontanissimo dall’idea del brava o non brava, semplicemente una scrittrice. Tale è chiunque senta il bisogno di mettere nero su bianco i propri pensieri.”

Ecco.

Quasi al mare

Friday 14 August 2009

Da domani sarò qui, e saranno quindici giorni di mare, sole, scogli, barche, granite, pesce fresco (tutto quello che non mangio durante l’anno), verdure saporite, terrazze, cicale, cappelli.

Mi porto il thinkpad, la chiavetta per internet e anche il cellulare, ma ho intenzioni di ridurne l’uso all’osso; mi porto la digitale, ma fotograferò solo i dettagli delle cose (e la mia abbronzatura per monitorarla). Porto con me anche dei libri naturalmente, due romanzi che non mi piacciono e che non riesco a finire, ma magari la Sicilia mi rende più paziente, un volume di saggi critici che non ho ancora ben capito se mi piace, una raccolta di racconti che già adoro, perché ho appena letto il romanzo più famoso della stessa autrice e l’ho amato molto. Volevo parlare di questa intensa scrittrice, Zora Neale Hurston, ma aspetto di leggere anche i suoi racconti (che si trovano poco in giro, ma io fortunatamente ho le mie fonti).

Vi lascio l’incipit di I loro occhi guardavano Dio (intitolato anche Con gli occhi rivolti al cielo, Cargo Edizioni 2009)

I desideri degli uomini viaggiano a bordo di navi lontane. Per alcuni arrivano in porto con la marea, per altri navigano in eterno all’orizzonte, mai fuori vista, mai in porto, finché chi sta di vedetta non distoglie gli occhi rassegnato, i suoi sogni sbeffeggiati a morte dal tempo. Tale è la vita degli uomini.
Le donne… Bè, le donne dimenticano tutto quello che non vogliono ricordare, e ricordano tutto quello che non vogliono dimenticare. Il sogno è la verità. E si comportano di conseguenza.
Dunque, il principio di questa storia fu una donna, e questa donna era tornata dall’aver seppellito i morti.

e buon Ferragosto.

L’educazione sentimentale (19 luglio 1992 – 19 luglio 2009)

Sunday 19 July 2009

Il 19 luglio di diciassette anni fa ero in Sicilia da mia nonna, ci andavo ogni estate da giugno a settembre, erano i mesi più dolci, soprattutto da quando mi ero presa una cotta per un vicino di casa, di quelli belli e dannati a cui non si resiste.

 

Fino a quella domenica le mie ultime estati erano trascorse tra chiacchiere fitte sulle scale del palazzo con la mia amica di allora, il mare dello stretto in cui far galleggiare i pensieri e i mille sotterfugi per incontrare quel ragazzo o per cogliere i segnali del suo interesse verso di me.

In quei giorni esaltantì mi ritrovavo a passeggiare per Messina seguita dai suoi amici che gli davano conto di tutti i miei spostamenti, mi sentivo braccata e lusingata allo stesso tempo; ogni volta che uscivo lui era lì davanti al cancello dal quale sarei dovuta necessariamente passare e mi sbarrava la strada, si spostava solo quando gli ero quasi addosso e allora alzava lo sguardo inchiodato a terra fino a quel momento e mi fissava per una frazione di secondo le labbra e poi si faceva un po’ da parte, ma proprio un poco, così che i nostri fianchi si sfioravano facendoci tremare entrambi;  la mia camera da letto era costantemente sotto osservazione e io spesso lasciavo le scuri aperte perché le tende svolazzassero e lasciassero intravedere la mia presenza nella stanza, magari mentre mi cambiavo e lo facevo con una lentezza che non è mia. O forse si.

Io non lo sapevo all’epoca ma stavo vivendo dentro una di quelle storie languide e voluttuose così magistralmente descritte nei libri di Ercole Patti; e, a pensarci oggi, quasi mi commuovo.

 

F. – così lo chiamerò qui -, ha lavorato per un certo periodo in un negozietto di quelli che ormai non esistono più, quei piccoli bazar dove trovavi il carbone e le bombole del gas insieme ai detersivi e i giocattoli dei bambini, e poi l’olio, il sale, lo zucchero, le sigarette, “il carbonaro” veniva chiamato quel posto e così anche il suo proprietario, che peraltro aveva un debole per me.

Io ci andavo quasi tutti i giorni, facendo nascere chissà quali pensieri nel vecchio gestore che infatti mi riempiva di attenzioni e spesso non mi faceva pagare gli acquisti, o li scontava abbondantemente. Mia nonna mi dava una lista della spesa e io facevo sempre in modo di dimenticare qualcosa per poter tornare lì il giorno successivo e quando sapevo che non c’era niente da comprare m’inventavo stratagemmi assurdi per rendere necessaria un’incursione dal carbonaro e da F.,  e così versavo tutto il detersivo per i piatti nel water, accendevo fino all’ultimo fiammifero che avevamo in casa, buttavo via intere confezioni di sale.

F., quando mi vedeva entrare – e lui mi vedeva sempre prima che io lo scorgessi perché il negozio era una specie di bugigattolo buio, e venendo da fuori con il sole siciliano negli occhi, dovevo abituarmi a vedere con lo scuro – lasciava tutto per venire da me.

Cosa ti serve, ah? mi chiedeva sollevando appena lo sguardo all’altezza della mia scollatura, dove indugiava prima di guardarmi obliquamente negli occhi, non ricordodi aver mai incrociato i suoi occhi con i miei direttamente, e strascicando le parole in un sorriso malizioso e ironico insieme, era indolente nel parlare, nel camminare, nel corteggiarmi, e ogni volta che mi dava quello che gli avevo chiesto faceva in modo di sfiorarmi le dita, a volte una mano, quando si faceva più ardito arrivava a toccarmi l’interno del braccio, dove si piega col gomito. Erano attimi interminabili, di una sensualità primitiva e semplice che non ho mai più provato. Ero molto giovane allora e tutto aveva il sapore della fine del mondo.

 

Un giorno insieme a una confezione di sapone della quale naturalmente non avevo alcun bisogno, senza che me ne accorgessi mi ha incartato anche un fiore di plastica, e quando è spuntato fuori dal foglio di giornale spiegazzato che l’avvolgeva, ho cominciato a piangere. Piangevo per l’emozione, piangevo perché era una cosa terribilmente romantica, piangevo perché mi sentivo la protagonista di una storia che avevo letto tante volte nei miei libri; ma piangevo soprattutto con un che di struggente che mi squassava l’anima perché F. era diverso dagli altri ragazzi con cui avevo a che fare, non era un bravo ragazzo, era uno di quelli dai quali guardarsi, veniva da una pessima famiglia e aveva nefaste frequentazioni, lavorava per la malavita locale: piccoli furti, pestaggi, forse estorsioni, erano voci ma dentro di me sapevo che erano vere. Quel che si diceva sul suo conto però non m’interessava, il fiore era la dimostrazione che per me sarebbe cambiato, ero convinta che se solo avessimo potuto parlare, l’avrei salvato.

 

Gli ultimi tre anni del liceo non me li ricordo quasi, vivevo in apnea durante l’inverno, studiando leggendo e ripassando nella mente ogni piccolo particolare delle mie estati. Appena riuscivo a starmene sola con i miei pensieri m’immergevo nei dettagli di quella storia come facevo col mio mare appena arrivavo in Sicilia. Ero completamente smarrita in quell’amore platonico eppure così perdutamente sensuale, che mi toglieva il respiro solo a ricordarlo. Andavo come in letargo e solo a giugno, appena varcato lo stretto, mi risvegliavo dal torpore e riprendevo vita, i miei colori si ravvivano, i capelli diventano più lucidi e i riflessi rossi tornavano a splendere, gli occhi si illanguidivano, le guance s’imporporavano, mia nonna mi diceva sempre “Quantu si bedda ‘nta to’ terra, nica, sì un ciuri i zagara”.

 

Era una domenica, proprio come oggi, e le domeniche in Sicilia passano molto lentamente d’estate. A Messina i negozi chiudono davvero, non ci sono centri commerciali vicini che restano aperti, non c’è nessuno per le strade, solo Piazza Cairoli e Piazza del Popolo un po’ si riempiono, perché al fresco dei ficus ci si siede a prendere le granite per colazione o per chiacchierare e leggere il giornale. Per il resto si sente il profumo invitante di sugo e grigliate di pesce, mentre ovunque riecheggiano le campane delle decine e decine di chiese che richiamano i fedeli, ma soprattutto scandiscono le ore pigre.

Contrariamente al solito, mi piacevano le domeniche a Messina, mi piacciono ancora in realtà, sembrava che ci fosse tutto il tempo del mondo e poi proprio la domenica era il giorno in cui era più facile incontrarsi con F., lui non lavorava, dalla mattina presto se ne stava in cortile a dar calci a un pallone, a trafficare con qualche moto o a giocare a carte sotto gli scalini del mio portone. Quando non lo vedevo dal balcone sapevo che era sotto il portone ad aspettarmi, così uscivo con una qualsiasi scusa, dopo aver indossato dei pantaloncini corti o una gonna e mi preparavo a incontrarlo, fissavo lo sguardo dritto di fronte a me per impedirmi di guardarlo, nemmeno lui mi guardava, si spostava leggermente per farmi passare sempre tenendo le carte in mano e mentre scendevo gli scalini le tirava giù di colpo arrivando a toccarmi le gambe nel movimento del braccio, mi sfiorava dal ginocchio alla caviglia, conuna precisione scientifica quasi, accadeva sempre allo stesso modo e ogni volta morivo e rinascevo, e lui con me.

 

Quella domenica pomeriggio mi stavo vestendo, io e la mia amica avevamo deciso di fare una passeggiata fino al bar dove s’incontravano F. e i suoi amici quando non erano nel cortile, sentivo che nell’aria c’era qualcosa di definitivo che stava per accadere, pensavo che finalmente mi avrebbe fermato, mi avrebbe baciato senza dire nulla e che si sarebbe lasciato salvare da me.

Invece il programma che davano in televisione viene interrotto da un’edizione straordinaria del telegiornale e niente è più come prima, smetto di vestirmi, mi lascio andare sul letto e continuando a fissare lo schermo, decido senza quasi accorgermene che mi sarei iscritta a giurisprudenza l’anno seguente e che sarei diventata un magistrato.

All’improvviso io e F. ci troviamo dalla parte opposta della barricata. Lui diventa il mio nemico, qualcuno da condannare senza appello, il male da estirpare. Guardo le auto spazzate via dal tritolo e piango di nuovo. Stavolta per il giudice e i suoi uomini, piango per lo Stato sconfitto, piango per la mia isola martoriata, piango perché la bomba si è portata via la mia adolescenza e con essa la dolce illusione che uno stupido fiore di plastica significasse davvero che avevo il potere di cambiare le cose e le persone.

  

Poi tutto è andato diversamente da quanto pensavo quella domenica pomeriggio, e ogni anno come oggi, riconsidero la mia vita, le scelte fatte e poi abiurate, penso alla toga che non ho mai indossato, al contributo che non ho dato, e mi chiedo che importanza possa avere davvero scrivere di libri o vederli nascere e poi pubblicare? Volevo cambiare le cose e invece le cose hanno cambiato me.

E inevitabilmente ripenso a F, che ora è rinchiuso in un carcere dalle parti di Palermo. Il suo fiore non ce l’ho più.

 

Wish list

Friday 17 July 2009

Work in progress:

 

Un amore a Roma di Ercole Patti

Roma amara e dolce, ancora di Ercole Patti

Cronache romane, sempre di Ercole Patti

Antologia della critica americana del novecento, volume I, II, III, IV

Discorsi dell’osteria di Libero Bigiaretti

Profili al tatto, di nuovo di Libero Bigiaretti

I racconti di O. Henry

Non è sempre caviale di Johannes Mario Simmel

Una mezza (granita) caffè con panna e brioche

Noccioline e cotillon

Thursday 2 July 2009

Si sa, non leggo fumetti, non mi piacciono, forse non li capisco. Per questo non ho mai letto i Peanuts, certo riconosco Charlie Brown quando lo vedo e anche Snoopy, il resto è avvolto nella nebbia per me. Almeno lo era fino a qualche settimana fa.

 

Adesso comincio ad apprezzarli, mi ci sono appassionata bazzicando i tumblr dove qualcuno spesso ne pubblica qualche striscia. Mi piacciono tutti, persino Piperita Patty. Ora mi sembra di essermi persa qualcosa da bambina, che mi sia mancato un elemento importante per la mia formazione, come quando ho realizzato che se non impari ad andare sui pattini da piccola non c’è verso di poterlo fare da adulta, ancorché giovane e scattante.

 

 

Qualcuno me lo dice da anni che i Peanuts sono forti (sostiene anche che Lucy abbia qualcosa a che fare con me, e da quel poco che ho capito di lei non sempre è una bella cosa, ma la sua idea del “chiosco psichiatrico” è geniale), ma io ho la testa dura, si sa anche questo.

 

 

Ora, io non credo di poter sostenere la lettura di un libro intero dei Peanuts, seguire i disegni mi fa venire mal di testa, e quindi mi è venuto in mente che domani è il mio compleanno e che mi piacerebbe – se qualcuno volesse farmi un regalo originale – che m’inviasse una striscia dei Peanuts che gli piace particolarmente, anche una al giorno fino al prossimo compleanno potrebbe essere un’idea interessante.

Se c’è Lucy come protagonista è meglio, eh.

 

 

Update

 

Grazie a tutti quelli che mi hanno fatto gli auguri e mi hanno inviato le loro vignette (anche via email e su Facebook), ho la mia preferita ma le ho apprezzate tutte. Grazie anche per i video e le canzoncine dei Peanuts, eh. Grazie anche per i tulipani virtuali che non ho ben capito chi me li abbia inviati, ma erano belli.

Pronti, partenza, via!

Friday 26 June 2009

E siamo partiti da poco e già mi sembrano ore.

Che poi per me guidare in fondo è sempre stato un piacere

così decido da solo dove mi devo fermare

ma qui mi pare che fermarsi sia come morire

 

Daniele Silvestri

 

 

Questo per dirvi che vado via per qualche giorno e al mio ritorno vorrei trovare tutto come l’ho lasciato. O forse no.

 

Poesie: una è arcaica (cit.), lo so

Sunday 21 June 2009

Mangio troppa cioccolata e leggo troppa poesia ultimamente.

Non mi fa bene.

 

Pace non trovo e non ho da far guerra,
e temo e spero; ed ardo e son un ghiaccio;
e volo sopra ‘l cielo e giaccio in terra;
e nulla stringo, e tutto ‘l mondo abbraccio.

 

Francesco Petrarca, “Pace non trovo”

 

 

La sete è spenta, la fame placata,
E lungo il cuore ho uno spacco

 

Dylan Thomas, “Cerca la carne sulle ossa”