Archivio della Categoria 'Ipse dixit'

Appunti per un grande scrittore dimenticato

Wednesday 10 June 2009

Vittima di un oblio quasi assoluto in morte e di gran irriconoscenza in vita: Sherwood Anderson, maestro, mentore, guida, mecenate di tanti scrittori. Soprattutto William Faulkner e Ernest Hemingway gli dovevano molto. Eppure da loro ottenne derisione e dolore.

 

Le ultime parole che Anderson scrisse alla moglie furono queste: “Cornelia, c’è un ponte su un fiume con davanti delle traversine. Quando arriverò là sarò a posto. Scriverò tutto il giorno sotto il sole e il vento mi soffierà tra i capelli.

 

Racconta Fernanda Pivano: “Quando incontrai Ernest Hemingway nel 1948, una delle prime cose che mi disse fu che il problema della sua generazione di scrittori era stato quello di liberarsi dell’in-fluenza di Sherwood Anderson. La stessa cosa mi disse William Faulkner quando lo incontrai a Parigi nel 1952. Entrambi scelsero per liberarsene la forma più crudele, irridendolo con una satira (Torrents of Spring l’uno, Mosquitoes l’altro) che lo fece soffrire tutta la vita.

 

Ad Anderson entrambi dovevano i loro primi successi letterari, addirittura da lui Faulkner prese l’amore per la scrittura: «Vivevo a New Orleans facendo qualsiasi lavoro mi capitasse, per racimolare di tanto in tanto un po’di denaro. Incontrai Sherwood Anderson. Trascorrevamo i pomeriggi passeggiando insieme per la città e parlando con la gente. Poi, la sera, davanti a una o due bottiglie, lui parlava e io ascoltavo. Prima di mezzogiorno non lo vedevo mai. Restava in casa a lavorare. Decisi che se quella era la vita dello scrittore, lo sarei diventato anch’io. Così cominciai a scrivere il mio primo libro. E scoprii che scrivere era divertente.»

 

Forse è vero che per diventare grande bisogna uccidere i propri maestri. Ma è un processo crudele.

 

Scrive Charles Bukowski nel Capitano è fuori a pranzo: “Credo che Sherwood Anderson sia tra i più bravi a giocare con le parole come fossero pietre, o roba da mangiare. Lui dipinge le parole sulla carta. E sono così semplici che si sentono flussi di luce, porte che si aprono, pareti che luccicano. Si vedono tappeti, scarpe e dita. Lui ha le parole. Delizioso. Eppure sono come proiettili. Sanno buttarti giù. Sherwood Anderson ha l’istinto. Hemingway, invece, ce la mette tutta. Infatti nella sua scrittura si sente la fatica. Anderson sa ridere mentre ti dice qualcosa di serio. Hemingway non sa ridere! Uno che si alza alle sei del mattino per scrivere non può avere alcun senso dell’ umorismo. Vuole sconfiggere qualche cosa.”

 

Nel suo saggio su Anderson Pavese dice: “ Lo stile di Anderson! Non il dialetto crudo ancora troppo locale – come fanno qui da noi gli specialisti dialettali che, anche negli esempi più insigni, conservano sempre qualcosa di un po’ gretto – ma una nuova intramatura dell’inglese, tutta fatta d’idiotismi americani, di uno stile che non è più dialetto, ma linguaggio, ripensato, ricreato, poesia. Nel racconto scritto da Anderson sempre echeggia così il parlatore americano, l’uomo vivo.”

                    

Il suo epitaffio recita: “La vita, non la morte, è l’avventura più grande”. Ma sia la vita che la morte sono in debito con lui.

Triste solitario y final

Friday 29 May 2009

Non vi dico addio. Vi dissi addio quando significava qualcosa. Vi dissi addio quando ero triste, in un momento di solitudine e quando sembrava definitivo.

Il lungo addio, Raymond Chandler

L’imperatore e (ancora) il pomodoro

Monday 15 December 2008

La querelle Pascale-Citati intorno a un pomodoro, da queste parti fa ancora discutere, e se so per certo che Pascale un po’ rosica, sono quasi convinta che Citati invece, dopo la stoccata su Repubblica, di tutta la polemica, ora se ne freghi bellamente (e questo forse qualcosa dice circa i due protagonisti, ma queste sono mie illazioni). Ad ogni modo, continuare a ragionarci su mi ha fatto venire in mente un passo delle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar in cui l’imperatore morente riflette (anche) sul senso del tempo e pare quasi abbandonarsi a quel sapere nostalgico che Pascale tanto vitupera e soprattutto alla ineluttabile nostalgia per il passato che è stato e che ancora inevitabilmente sarà.

Lo riporto perché il libro della Yourcenar, se preso a piccole dosi – per me almeno è necessario sbocconcellarlo perché tutto insieme mi ammorba – contiene pagine di commovente bellezza. (Non ditelo a Pascale!)

 

 “…é vano sperare, per Atene e per Roma, quell’eternità che non é accordata né agli uomini né alle cose, e che i più saggi tra noi negano persino agli dèi. Quelle forme di vita complicate e sapienti, quelle civiltà adagiate nelle loro raffinatezze d’arte e di piacere, quelle libertà dello spirito che s’informa e che giudica, dipendevano da circostanze innumerevoli e rare, da condizioni che era quasi impossibile provocare tutte simultaneamente e che non bisognava aspettarsi di vedere durare. Simone lo avremmo annientato, Arriano avrebbe saputo proteggere la Siria dalle invasioni degli Alani. Ma altre orde sarebbero venute, altri falsi profeti, i nostri deboli sforzi per migliorare la condizione umana saranno continuati con scarso impegno dai nostri successori; il seme di errore e di morte che anche il bene contiene in sé crescerà mostruosamente nel corso dei secoli. Il mondo, stanco di noi, si cercherà nuovi padroni; quel che ci era parso saggio apparirà vano, quel che ci era apparso bello ci apparirà orribile.

Come l’iniziato mitriaco, forse anche l’umanità ha bisogno del bagno di sangue e di passare periodicamente nella fossa funebre.

Vedevo tornare codici feroci, gli dèi implacabili, il dispotismo incontestato dei principi barbari, il mondo frantumato in Stati nemici, eternamente in preda al terrore. Altre sentinelle, minacciate da altri dardi, andranno su e giù di ronda nelle città future; il gioco stupido, osceno e crudele continuerà, e la specie umana invecchiando vi aggiungerà senza dubbio nuove raffinatezze d’orrore. La nostra epoca, di cui conoscevo meglio di chiunque altro le insufficienze e le tare, forse un giorno sarà considerata, per contrasto, come una delle età dell’oro dell’umanità.

Natura deficit, fortuna mutatur, deus omnia cernit”. La natura ci tradisce, la fortuna muta, un dio dall’alto guarda ogni cosa. Giocherellavo con un anello che avevo al dito, sul castone del quale, un giorno di sconforto, avevo fatto incidere queste poche, tristi parole; mi spingevo più oltre nella delusione, forse nella bestemmia: finivo per trovar naturale, se non giusto, dover perire. le nostre arti cadono in letargo, Pancrate non é Omero, Arriano non é Senofonte; quando ho cercato di immortalare nella pietra la forma di Antinoo, non ho trovato Prassitele. Dopo Aristotele e Archimede, le scienze segnano il passo; i nostri progressi tecnici non resisterebbero all’usura ‘una lunga guerra; persino i gaudenti, da noi, si tediano della felicità. L’incivilimento dei costumi, il progresso delle idee durante l’ultimo secolo é opera di una minoranza esigua di spiriti illuminati; la massa resta ignara, feroce quando può, sempre egoista e gretta, e si può scommettere fondatamente che tale resterà sempre.”  

 

Dalle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.

Fictio idem operatur, quod veritas

Sunday 4 May 2008

Mentre cercavo le esatte parole di una citazione che mi serviva per recensire questo libro, mi sono imbattuta in un’affermazione di Paul Valéry, tratta dalla Piccola lettera sui miti (in Œuvres, edizione a cura di J. Hytier, Paris, Gallimard, 1957 e in All’inzio era la favola. Scritti sul mito con la traduzione di R. Gorgani e la cura di Gorgani e E. Franzini, Guerini Associati 1988), che anni fa ha contribuito a formare la mia idea di letteratura e ha influito non poco sul mio modo di concepire anche la critica alla letteratura.

Scriveva Valéry: «E’ una specie di legge assoluta che dovunque, in ogni luogo, in ogni periodo della civiltà, in ogni fede, all’interno di qualsiasi disciplina e in tutti i rapporti, il falso sia di sostegno al vero e il vero si dia il falso per antenato, per causa, per autore, per origine, e per fine, senza eccezione né rimedio – e il vero generi quel falso da cui pretende d’essere a sua volta generato. Ogni antichità, ogni causalità, ogni principio delle cose sono invenzioni favolose che obbediscono a leggi semplici»

Di rimando in rimando mi sono ricordata anche di un bellissimo saggio di Arturo Mazzarella: La potenza del falso. Illusione, favola e sogno nella modernità letteraria, (Donzelli, 2004) in cui l’autore esplora il ruolo della finzione in letteratura e il suo rapporto simbiotico con la realtà: in pratica la finzione deforma la realtà fino a ricrearla e non si da realtà che non sia finzione in letteratura e non c’è finzione che letterariamente, non diventi realtà.

 

Invito a leggere il commento che è stato inserito sotto la scheda del libro di Mazzarella su Ibs: pretestuoso e livoroso, sicuramente una critica motivata da questioni personali, come dimostra anche l’anonimato dietro cui si trincera l’autore. A parte il caso specifico, vien da chiedersi se mai sul serio accade che qualcuno acquisti (o, al contrario, scelga di non acquistare) un libro sulla scia dei commenti lasciati su Ibs o altrove (forum, blog, anobii), da gente che dimostra di non capire una mazza di letteratura e che – anche quando è intellettualmente onesta e non ha secondi fini – spara idiozie sui libri con l’arroganza del critico navigato. Ma il discorso ci porterebbe lontano e al momento ho i minuti contati.

Tempi (poco) interessanti

Tuesday 25 March 2008

“Ci sono tempi in cui le storie sono nelle cose, è il mondo stesso che tende a raccontarsi, e lo scrittore diventa uno strumento. E ci sono tempi – come oggi – in cui il mondo di per sé pare non avere più spunta, nelle storie del prossimo non si legge più una storia generale, e lo scrittore allora può dire del mondo solo quello che sa in rapporto a sé.”

(da Mondo scritto e mondo non scritto, Italo Calvino) 

Critica da Bar dello Sport

Monday 29 October 2007

Rileggendo Opera aperta di Umberto Eco ho ritrovato un aneddoto divertente circa il rapporto tra autore e critica (nel caso specifico ancora più emblematico perché Eco è un critico – o meglio uno studioso – tra critici).
Scrive Eco nell’introduzione al libro: “Mi ricordo che Vittorio Saltini, recensendo il mio intervento del Menabò sull’Espresso (l’Espresso allora era la roccaforte dell’antisperimentalismo), mi beccò su una frase in cui apprezzavo un verso di Cendrars dove si paragonavano le donne amate a dei semafori sotto la pioggia, e osservava pressapoco che io ero tipo da avere reazioni erotiche solo sui semafori, per cui nel dibattito io gli rispondevo che a una critica così si poteva obbiettare solo invitandolo a mandarmi sua sorella. Questo per dire il clima.”

A me ‘sta cosa mi ha fatto molto ridere. Alle critiche o si risponde con ironia come ha fatto Eco – che forse qualche motivo per tirarsela ce l’ha – o come ha detto Capote in un’intervista alla Paris Review, si scrivono lunghe lettere a chi stronca un proprio libro, che poi si buttano senza mai spedirle.

Quanto a Opera aperta magari ci torniamo su, non ho ancora deciso se essere d’accordo con Eco, o esserlo in parte o proprio per nulla.

You’re Welcome!

Tuesday 2 October 2007

“Ben venuti, dico: in ispecie a quanti di voi condividono i miei progetti e soffrono dei miei stessi turbamenti, e partecipano di ciò che mi dà gioia, come si usa tra amici: unitevi a me in lieti conversari e mangiamo e beviamo, sia pure con moderazione, per non stordire la mente e non privarci della gioia di discorrere con sobrietà, che è la più grande. E a quelli di voi che dissentono da me sulle questioni della vita pubblica, sul più giusto modo di condurre gli affari di Stato, sulle azioni da compiere in questo o in quel frangente, dico: anche a voi, Ben venuti. Affrontiamo le nostre divergenze com’è d’uso tra persone che han riguardi le une per le altre, con la letizia che vien dal cibo che saprà darci ristoro, e dal vino che ci assisterà, ne ho certezza, nello smussare le asprezze dei nostri caratteri, di vecchie rivalità o mai sopiti dissapori. Se parleremo senz’odio e con cuore leggero, sono certo che ne verrà del bene per tutti. Nel migliore dei casi, sapremo trovare un accordo, e nel peggiore, ci separeremo da buoni avversari che a vicenda si rispettano. Infine, so che vi sono anche quelli che vengono a fare del male, o a contraddirmi con asprezza e senza riguardo, e non importa su quale tema, perché a certa gente un tema starà bene quanto un altro: essi qui si presentano a dare noia e fastidio per il puro e semplice gusto di contrastare uno che è stato il primo in Roma, e per la soddisfazione di porsi in inimicizia con me. Bene, a costoro non dico nulla: sanno già tutto”.

Queste sono le parole di un’iscrizione nella sala da convivio di Lucio Cornelio Silla. Con Davide stavamo pensando di farla incidere su una lastra di pietra decorativa nell’ingresso in modo che chiunque entri conosca subito le regole della Maison.

Per adesso la trascrivo qui, perché mi piace da morire e perché la retorica della contrapposizione oratoria a volte mi sfugge.

Nei confronti di chi viene “a fare del male, o a contraddirmi con asprezza e senza riguardo, e non importa su quale tema, perché a certa gente un tema starà bene quanto un altro” non posso garantire di oppore un minaccioso ed eloquente silenzio, ma ci proverò.

Comincio col non tacere di questa manifestazione, chiedendomi che senso abbia e in che modo la ghettizzazione; della scrittura femminile in un festival che è il trionfo kitsch del rosa e dei pessimi libri possa contribuire alle pari opportunità, visto che c’è il patrocinio del relativo ministero. Mah. (E sì, ho letto quasi tutti i libri che vengono presentati, la maggior parte li ho abbandonati a metà ma quel che ho letto è bastato. Questo per la precisoine).

I never can say goodbye

Sunday 1 July 2007

“Se me ne restavo lì era perché cercavo di trovare il senso di una specie di addio. Voglio dire che ho lasciato scuole e posti senza nemmeno sapere che li stavo lasciando. E’ una cosa che odio. Che l’addio sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Sennò si sta ancora peggio.”

da Il giovane Holden, J. D. Salinger

Dolente declinare

Wednesday 20 June 2007

Fino a martedì prossimo in edicola c’è l’ultimo numero di “Stilos” con un mio pezzo su Raffaele Crovi, poco più di un profilo dell’uomo e della sua opera: è l’articolo più brutto che io abbia mai scritto. E sapevo che lo sarebbe stato già mentre lo portavo a termine. Il fatto è che di scriverlo non me ne fregava nulla, di Crovi me ne importava ancora meno, con tutto il rispetto per la sua carriera e i suoi lavori.
E’ un pezzullo dignitoso, dice quello che deve dire, ho scritto quello che mi è stato richiesto, non nei contenuti naturalmente perché non è un’elegia, ma nel tono da redazionale e non ci ho messo nemmeno una virgola che non pensassi davvero. Ma è un brutto articolo, privo di verve, insipido, piatto, poco partecipato. Si sente che non volevo scriverlo davvero.

Poi tramite il blog di Gian Paolo Serino apprendo che per Guanda (trad. it. Simona Viciani e prefazione di Giuseppe Conte) è appena uscita una raccolta di poesie (postume) e scritti di Charles Bukowski, che contiene un testo inedito, da cui prende il titolo l’intero libro: E così vorresti fare lo scrittore?

Scrive Hank in questa poesia:

“Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo.
a meno che non ti venga dritto dal
cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla
macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.
se lo fai solo per soldi o per
fama,
non farlo.
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.
se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.
se devi aspettare che ti esca come un
ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro.
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.
non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e pretenzioso,
non farti consumare dall’autocompiacimento.
le biblioteche del mondo hanno
sbadigliato
fino ad addormentarsi
per tipi come te.
non aggiungerti a loro.
non farlo.
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo.
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da
sé e continuerà
finché tu morirai o morirà in
te.
non c’è altro modo.
e non c’è mai stato”

Questi versi sciolti, rudi e sincopati come suo solito, compongono il manifesto di tutta l’opera poetica e narrativa di Charles Bukowski e illustrano al lettore la sua idea della scrittura e dell’ispirazione creativa. La letteratura come urgenza, come spinta interiore, un magma che deve esondare. La poesia quale fuoco che arde e cerca spazi per la propria combustione. L’arroganza dell’artista che scrive per sé e non deve cercare approvazione. La solitudine di chi è destinato a vivere per scrivere, spesso senza riuscire a scrivere per vivere.

Non ho mai condiviso l’idea della letteratura come sacro fuoco cui non si resiste, non credo nell’ispirazione come puro istinto creativo, né in una scrittura ribalda e vitale che esuli dal controllo tecnico e della riflessione pragmatica. Persino Hank non è tutto sensibilità e ardore come molti pensano.
La grande letteratura filtra, addomestica senza edulcorare, incanala lo slancio artistico nell’ambito della ricerca della perfezione che in quanto tale non può essere immediata e spontanea.
Eppure non riesco a non condividere ogni singolo verso di questa poesia con l’esibita ricerca di quell’estatico spasmo di cui parla W. Walsh a proposito del “Kubla Khan” di Coleridge. Che senso ha scrivere di qualcosa che non c’interessa? Vale per la narrativa e per la poesia come per la critica o il giornalismo.
E’ ispirazione o attitudine? Volontà o urgenza? O chi è davvero bravo rende vivo anche ciò che non gli piace o di cui non ha interesse a parlare? Bisogna partecipare della propria scrittura e dell’oggetto della propria scrittura (e qui penso soprattutto al critico o al recensore)? O sono sciocchezze da aspiranti poetastri imbevuti di romanticismo?

Io ho delle idee un po’ sfumate in merito, ché di solito chi dice di scrivere col cuore in realtà scrive coi piedi, ma poi leggo poesie come questa e ci ripenso. E soprattutto, quando scrivo cose come quel profilo di Crovi di cui sopra, ho la certezza che io non posso scrivere per dovere o per tener fede a un contratto (anche se non mi si chiede di tradire la mia onestà intellettuale). Dunque, sono spiacente ma mi conviene già declinare l’offerta che prima o poi mi farà il “Corriere” per una rubrica fissa di Elzeviri in “Terza Pagina”, perché io non so scrivere a comando. Non insistete prego.

The winner is

Monday 8 January 2007

Veramente difficile ripetere il medesimo stratagemma.

Dopo tutto, avevo ragione io. Quasi.