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Lacuna blues

Thursday 11 March 2010

Nella quarta di copertina di Mi ricordo il jazz. Guida bibliografica per “sfogliare” la musica afroamericana, di cui ho parlato in questo post, si legge che il volume, aggiornato al 1999, «riporta tutti i titoli sul jazz pubblicati in Italia, dai testi originari a quelli tradotti, dai saggi specifici alla letteratura liberamente ispirata dalla musica afroamericana».

Bisogna stare molto attenti con le parole, perché se uno scrive che un certo volume elenca tutti i titoli legati al jazz pubblicati in Italia e poi si scopre che ne manca almeno uno, tutta la credibilità dell’opera rischia di essere messa in discussione.

Io continuo a pensare che questo libretto sia molto utile e godibile, ma devo ammettere che ora ho qualche dubbio sulla sua esaustività e sulla precisione delle indicazioni che vi sono riportate.

In pratica Alberto mi ha fatto notare che nel volume curato da Guido Michelone non si fa menzione di un racconto di Richard Matheson scritto nel 1963 e pubblicato per la prima volta in Italia nel 1984 per gli “Oscar Mondadori” (precisamente nell’Oscar 1777 del 23 luglio 1984).

Già dal titolo questo racconto doveva trovarsi di diritto nella trattazione di Micheloni e a leggerlo poi, è quasi incomprensibile che gli sia sfuggito: in Mi ricordo il jazz è stato inserito addirittura un romanzo di Mario Soldati che vagamente cita la musica afroamericana.

Per rendere giustizia a questo bellissimo racconto ripropongo quanto ho scritto anni fa nella mia rubrica sul glorioso Medicine-Show, con qualche aggiustamento però, perché a rileggerlo com’era m’è venuta l’orticaria e ho dovuto rimetterci le mani.

Intanto leggetevi il racconto, sono solo 8, bellissime, pagine. (1, 2 – 3, 4 – 5, 6 – 7, 8)


Il jazz – diceva Thelonious Monk – è un graffio dell’anima e c’è un racconto di Richard Matheson che coglie l’essenza di questa musica meglio di decine di saggi eruditi o testi di storia della musica e quasi descrive il solco di questo graffio.

A dire la verità non è nemmeno un racconto ma un poema blues, dolente come una canzone di Robert Johnson.

S’intitola “La macchina del jazz” e racconta di un musicista di colore che sputa nell’ottone della sua tromba tutta la rabbia e il dolore che si porta dentro.

Richard Matheson è stato definito da Ray Bradbury “uno degli scrittori più importanti del XX secolo”. Per darvi qualche coordinata su quest’autore, vi dirò che ha alle spalle una carriera che dura da oltre cinquant’anni, ha vinto numerosissimi premi, tra cui “l’Edgar Allan Poe” e il “Bram Stoker Award”. Ha scritto centinaia tra romanzi (da Io sono leggenda a Tre millimetri al giorno) – per me uno dei suoi libri più belli è Bid time return (Appunamento nel tempo)e racconti, che hanno inciso sul gusto e le regole della letteratura fantastica, proprio al confine con la fantascienza. La forza persuasiva della sua penna e l’abilità di creare mondi ed atmosfere ha travalicato la letteratura per influenzare profondamente anche altri linguaggi: dal cinema ai fumetti ai videogiochi, fino alla televisione visto che Matheson è il creatore di una delle serie più importanti della storia della tv: “Ai Confini della Realtà”.

Ebbene, un giorno lo scrittore americano ha deciso di abbandonare per un po’ il soprannaturale, l’insolito e l’atmosfera carica di suspense dei suoi racconti e ne ha scritto uno bellissimo sul jazz e le sue radici: “The jazz machine” appunto.

Scritto nel 1963, è stato inserito nella raccolta intitolata “Shock” (Matheson ha imposto una clausola in cui proibiva la pubblicazione dell’opera con titoli diversi) e in Italia è possibile (ma difficile) reperirlo ora nel numero 1775 di Urania: un cofanetto contente 52 suoi racconti divisi in quattro volumi.

Alla fine di una jam session avviene l’incontro-scontro tra un musicista pieno di rabbia e dolore e uno degli spettatori.

Il musicista ha perso suo fratello Rone, ucciso perché si rifiutava di essere uno schiavo come i suoi antenati, e così ogni sera ne celebra la morte lasciando che il blues gli fluisca nelle vene insieme al sangue e si liberi in decine di note stridule come il rumore delle catene.

Qualcuno ha scritto che Chet Baker suonava ogni nota come se le stesse dicendo addio, allo stesso modo il musicista di Matheson in ogni squillo della sua tromba dice addio a suo fratello e a tutti gli altri suoi fratelli morti per il colore della loro pelle.

Il suo jazz è un urlo contro la discriminazione.

L’ascoltatore speciale è un uomo bianco che dice di aver costruito “la macchina del jazz”, un congegno capace di risalire sino alla nascita di questaa musica, di rintracciare i sentimenti e le emozioni più profonde da cui sono scaturite le note di ogni improvvisazione e scoprirne così la natura. Questa macchina prende una nota, la elabora come un teorema e poi la riconverte in sensazioni, nei rumori esatti della rabbia, del dolore, della malinconia, della disperazione.

Il musicista capisce che è come svelare un mistero: cosa resta dopo? Non può permettere di perdere questo segreto: è la storia, il dramma, la vita stessa della sua gente.

Il jazz è la lingua di chi non ha voce.

E così distrugge quella macchina per impedire che gli rubi la musica, perché i bianchi non possano appropriarsi della storia di chi il jazz l’ha inventato e reso grande, e soprattutto non possono svelare tutto il dolore e la solitudine che l’hanno creato: un dolore antico, che percorre come un filo tagliente ogni assolo, ogni pausa tra le note, ogni più piccola dissonanza.

I versi di “The jazz machine” nella traduzione italiana perdono un po’ del loro ritmo e l’andamento da ballata è molto meno evidente che nella versione originale, ma conservano la forza abrasiva della scrittura e il tono lirico di una storia che è una favola nera e dolorosa.

Soprattutto rimane intatta la straziante disperazione del monologo finale con cui il protagonista tira fuori tutto ciò che non è riuscito ad urlare all’uomo bianco, mentre gli distruggeva la macchina del jazz: giù le mani dalla nostra l’anima, quella volata via nelle note di una tromba o sbattuta sui tasti di un pianoforte.

Il jazz: istruzioni per l’uso

Monday 22 February 2010

Se amate il jazz come me non potete perdervi Mi ricordo il jazz. Guida bibliografica per “sfogliare” la musica afroamericana: un agile volumetto pubblicato da Marcos Y Marcos ormai dodici anni fa, a cura del giornalista, saggista ed esperto di musica jazz Guido Michelone. Certo dovrete essere fortunati e trovarlo tra i remainders, o in un mercatino di libri, o sui siti dedicati all’usato, perché in libreria sicuramente non c’è e non credo verrà ristampato (anche se su Ibs risulta reperibile in 3 giorni, facendo l’ordine in realtà non si sa bene quanti ce ne vogliano).

Il libro è essenzialmente un elenco preciso, articolato ma veloce, quasi da consultazione, di tutti gli scritti sul jazz (o in cui ci sia anche solo qualche vago riferimento) pubblicati in Italia fino al 1999 – dai testi originali a quelli tradotti, dai saggi ai romanzi ispirati direttamente dalla musica afroamericana – e divisi per decenni con qualche riga di commento mai scontato. Avrebbe bisogno di un aggiornamento ai giorni nostri per l’eventuale riedizione, che però forse non sarebbe così sanguinoso da realizzare, quindi lancio la palla a Marcos Y Marcos e a Guido Michelone.

Leggendo Mi ricordo il jazz, scopro che nel primo libro scritto da Mario Soldati – uno dei pochissimi suoi che mi mancano e non ho ancora letto – America primo amore (1935), ci sono un paio di capitoli dedicati «alla vita notturna, cioè jazzistica, di Harlem e Chicago»; che l’anno prima Longanesi aveva pubblicato un romanzo di un grande poeta afroamericano, Langston Hughes, intitolato Piccola America negra sulla storia di due fratelli che inseguono il jazz per sfuggire alla loro miseria; e che il primo volume dedicato al jazz risale al 1926 con Le Jazz di André Schaeffner; nello stesso anno verranno poi pubblicati in America, Jazz di Paul Whitman e Marc Bride, e in Germania, Das Jazz-Buch di Alfred Baresel.

Come al solito noi italiani arriviamo quasi sempre dopo nelle cose importanti, e a parte due edizioni pubblicate nel ‘28, poco più che pretesti per parlare d’altro (ma in fondo eravamo in pieno ventennio fascista, non che questo ci giustifichi di alcunché, tantomeno di aver ignorato il jazz per anni) – “Io povero negro” di Orio Vergani (Treves), un racconto contenuto in una raccolta omonima, e Le memorie di Joséphine Baker a cura di Marcel Sauvage per Mondadori, in cui dice Michelone sono: «i 30 disegni inediti (bellissimi) di Paul Collins, forse la cosa più jazzistica del volumetto» – per il resto bisogna aspettare la fine degli anni ’50 per avere dei volumi sul jazz degni di essere menzionati: da Il libro del jazz di Sergio Biamonte ed Enzo Micocci (Cappelli), Il mondo del jazz di Livio Cerri fino a Jazz moderno: musica del dopoguerra (Ricordi) di Arrigo Polillo, che poi in parte ci riscatterà da quasi quarant’anni di disinteresse verso la musica più rivoluzionaria degli ultimi secoli con: Jazz. La vicenda e i protagonisti della musica afroamericana uscito nel 1975 per Libri Illustrati Mondadori, poi ripreso nel ’76 negli Oscar. Un’opera fondamentale, con 13 capitoli introduttivi alla storia del jazz mondiale e 34 monografie dedicate ai capiscuola, che ci ha pure fatto guadagnare l’unico riconoscimento per un libro italiano dedicato al Jazz: il Premio Campione per la Saggistica nel ’75. Io ho un’edizione del volume risalente al ’90 e non ci sono foto, ma ho appreso proprio grazie a Mi ricordo il jazz che nella prima edizione c’erano due distinte serie di scatti: una con immagini di repertorio e una con nuovi ritratti. Naturalmente ora la voglio!

E a proposito di foto, quelle che fanno da corredo al libro curato da Michelone sono di Pino Ninfa, grande fotografo e amante del jazz che riesce a raccontare questa musica complicata e istintiva allo stesso tempo, attraverso le immagini, con i volti, gli strumenti i dettagli dei protagonisti della scena musicale jazzistica degli ultimi 50 anni: in particolare molte belle sono le foto di Brad Mehldau, ripreso mentre fuma una sigaretta seduto al pianoforte con l’aria e l’atteggiamento che rimandano al “Pensatore” di Rodin; quella che sembra quasi rubata per come riesce a cogliere l’istantaneità di un attimo, di Archie Sheep e Jackie Bajard, uno di sfondo all’altro; e poi un giovanissimo ritratto di Wynton Marsalis appoggiato alla sua tromba e quello bellissimo di una regale Dee Dee Bridgewater.

Se non bastasse tutto questo a convincervi a cercare questo libro, ho riservato per la fine una chicca da cultori di libri e di jazz: il volume si apre con un’intervista fiume – quasi inedita in Italia – rilasciata nel ’79 alla rivista francese “JazzMagazine” da Georges Perec in occasione della pubblicazione del suo romanzo più famoso, La vita istruzioni per l’uso, ma in realtà nel pezzo si parla soprattutto e volutamente di Mi ricordo – da cui il titolo del libro di Michelone – uscito nel ’78, in cui Perec racconta sul filo della memoria eventi minimi della sua vita, che poi erano quelli comuni a tutti coloro che vivevano quegli anni, riuscendo a intrecciare i suoi “mi ricordo” con quelli di tutti i lettori affascinati dai suoi giochi letterari.

L’intervista a Perec in apertura del libro ha una doppia valenza: da una parte lo scrittore francese ha innalzato la lista, la classificazione enciclopedica, l’elencazione a genere letterario con la sua opera* e quindi ben si addice a un libro che è una specie di vademecum per “il lettore jazzista italiano perfetto”. Inoltre dopo un grande amore per la musica jazz spesso palesato nei suoi libri – addirittura lo scrittore racconta di un viaggio a meno di vent’anni, di nascosto dai suoi genitori, alla scoperta della musica della West Coast – Perec aveva più volte dichiarato di non ascoltarlo più e di preferirgli ormai di gran lunga la musica lirica.

L’intervista inizia proprio su questo argomento e Perec parafrasa per antitesi Louis Armstrong e dice: «io e il jazz siamo morti insieme». E poi spiega: «Io non sono morto, ma l’amore che avevo per il jazz è morto per me insieme al jazz stesso, intendo dire insieme a un certo tipo di jazz».

In Mi ricordo sono tanti i ricordi di Perec legati al jazz, si capisce che lo amava appassionatamente e come tutte le grandi passioni, quell’amore bruciante è finito drammaticamente, per un tradimento sembra quasi suggerire: «Ascolto ancora jazz, ma come una musica che non è più viva». Il tradimento arriva dalla West Coast – dice nel corso dell’intervista – col jazz bianco e ricco «una porcheria!», pensava fosse una falsificazione, ma poi ha apprezzato Chet Baker e Dave Brubeck: «Non mi piaceva – Dave Brubeck, non doveva piacermi. Innanzitutto era un bianco. Ma aveva un sax fantastico, che si chiamava Paul Desmond», e a questo punto l’intervistatore gli comunica che quel genio di Desmond è morto e Perec quasi si commuove.

E’ tutta così l’intervista, una chiacchierata libera sull’onda dei ricordi e delle emozioni, con lo scrittore che si sorprende di chi è morto e di invece è ancora vivo, e racconta della sua lunga frequentazione col jazz, nei locali per il mondo, nei libri, alla radio, nel salotto di casa sua o nel mangianastri in automobile.

Forse vi farà irritare questo signore anziano che dice di aver detestato Armstrong in gioventù, preferendogli Lester Young e Bud Powell, e che non ha mai ascoltato Keith Jarrett e anzi sostiene che non suoni davvero del jazz (e in questo nemmeno io posso dargli troppo torto); di aver adorato Sonny Rollins per anni e poi di non avergli perdonato per lungo tempo l’apertura al free dopo tre anni di silenzio; di ritenere che la necessità del free e delle evoluzioni in senso sperimentalistico del jazz dalla metà degli anni ’60 nascevano non da vere istanze rivoluzionarie, ma da puro pragmatismo opportunista: quando si è passati dai 78 ai 33 giri i musicisti hanno dovuto allungare i tempi delle esecuzioni passando dai tre minuti e mezzo standard a tempi più estesi e quindi hanno dovuto inventarsi nuovi modi per riempire quei solchi. Una teoria curiosa, quasi divertente, ma ovviamente priva di fondamento perché non tiene in alcun conto i profondi cambiamenti che erano avvenuti nella società americana dell’epoca, con le lotte per i diritti civili e le istanze politiche e sociali dei giovani afroamericani, a cui il jazz ha cercato di dare voce e (forse) risposte, come sempre nella sua storia.

Ma le grandi passioni non muoiono mai davvero, continuano a bruciare sotto la cenere e un grande scrittore lo sa e quindi dice, (dopo il bop) «per me, è arrivata una cosa** selvaggia in cui non ritrovavo le strutture conosciute: da un lato era quello che aspettavo veramente, mentre dall’altro mi sconvolgeva»: non è una meravigliosa dichiarazione d’amore? Non è così l’amore? Atteso e inaspettato? E non è così il jazz? Lo dice anche Vincent, il killer di “Collateral”, quando – affascinato da una torrida jam session in corso in un club di Los Angeles, che per un lungo istante lo distrae persino dai suoi compiti di sicario – afferma: «il jazz è quello che non ti aspetti».

(E Tom Cruise, che lo interpreta, ha sempre ragione!)

 

 

*

Alla fine dell’anno scorso, per restare in tema di liste e elencazioni, Bompiani ha pubblicato un bellissimo libro illustrato di Umberto Eco, La vertigine della lista, dedicato al tema della classificazione e all’idea della lista applicato alla letteratura, all’arte, alla filosofia e alla musica. Il libro – che si può considerare come una specie di anticipazione e allo stesso tempo di un compendio, di quanto avrebbe realizzato poi lo stresso Eco come “guest curator” del Museo del Louvre da lNovembre 2009 sino ai primi di questo mese, con una serie d’incontri, rassegne, proiezioni e conferenze dedicati proprio a liste ed elenchi – si configura come una raffinata “lista delle liste”, corredata da immagini bellissime e una trattazione da divulgatore di lusso, che attraverso un percorso che parte dall’Iliade e arriva al supermarket, passando per il Medioevo e la belle epoque, porta Eco a sostenere che la lista, suggerendo «quasi fisicamente l’infinito, perché non si conclude in forma», sia essa stessa quindi una specie di rappresentazione artistica, uno dei modi in cui l’arte si esprime.

So che l’ho già detto in passato e quasi mani ho tenuto fede a questa specie d’impegno, ma magari stavolta ne riparliamo davvero.


**

Qui Paolo Fabbri, semiologo e grande esperto di musica jazz, pubblica un inedito incompiuto di George Perec dedicato alla “cosa”, alla New Thing, al free che irrompeva sulla scena musicale disarticolando ancora di più gli schemi del jazz e rivoluzionando la musica, ancora una volta.


Natura morta con custodia di sax

Sunday 9 January 2005

Provate ad immaginare un piccolo palco immerso nella semioscurità. Sul palco, una fila di uomini: grassi come otri o magri come chiodi, neri e bianchi, abbandonati sulle sedie o appoggiati ad un pianoforte. Non appena l’occhio di bue che si muove da sinistra verso destra, soffermandosi ogni volta su uno di loro, arriva a sfiorarli, gli uomini cominciano a raccontare. Le voci roche, basse, ipnotiche. Le spalle curve, come quelle di chi ha vissuto molto, ed è stanco di ciò che ha vissuto – e soprattutto di come lo ha vissuto.

Sono storie piene di disperazione, di dolore, ma di grande bellezza. Mentre la narrazione procede, immaginate un sottofondo di musica jazz, un brano diverso per ciascuno. Quando uno finisce di raccontare la sua storia, la luce lo abbandona e lui se ne torna silenzioso e immobile. E quando tutti hanno raccontato le loro storie, via l’occhio di bue: resta, soltanto, la fila d’uomini nella semioscurità, come tante foto in bianco e nero a grandezza naturale. Tutto questo è Natura morta con custodia di sax, libro di Geoff Dyer che è allo stesso tempo saggio, invenzione narrativa, e appassionato omaggio ai grandi del jazz.

In copertina, una memorabile foto di Herman Leonard, con il cappello di Lester Young (il caratteristico pork pie hat nero) in primo piano, una bottiglia di Coca Cola (vuota), qualche spartito e una custodia di sax. Aprite – anzi, spalancate la copertina, come se fosse una quinta teatrale – ed ecco Red Allen, Ben Webster e Pee Wee Russell in un momento di relax prima di una jam session e, infine, una splendida immagine di Chet Baker con sua moglie Halima. L’occhio di bue inizia a spostarsi sul palco, rivelandoci uno alla volta: le fattezze di Lester Young, Thelonius Monk, Bud Powell, Ben Webster, Charlie Mingus, Chet Baker, Art Pepper.

Ognuno con una storia (la sua) da raccontare, con i propri fantasmi da scacciare: e con la propria musica. Il primo racconto, The President, ritrae Pres – Lester Young, l’uomo “che imparò a sussurrare con il sax tenore quando tutti volevano urlare– distrutto dall’esperienza dell’esercito e del carcere: proprio lui, che amava la bellezza che è nella levità, i colori tenui e le note soffuse, destinato a soccombere allo squallore e alla violenza. Poi, Thelonius Monk, “che suonava il piano come se non ne avesse mai visto uno prima”. È il Monk in declino fisico e mentale, uello raccontato da Natura morta con custodia di sax, disilluso e malato, immerso nei suoi silenzi, pieno di stramberie. Dyer insegue Bud Powell lungo un percorso a tappe tra foto e vinili d’antan.

Ben Webster (il musicista high-browing and sophisticated, come lo definì un critico nel ’36) invece, è in viaggio per l’Europa, e l’incontro con Chet Baker, “che ogni volta che suonava una nota sembrava gli dicesse addio”, è giustamente angoscioso come la sua fine, consumatasi tra droga e solitudine. E poi Mingus, e Pepper: e sono ancora storie di uomini morti giovani, o peggio, precocemente invecchiati: “Alcol, roba, prigione. Non è che i jazzisti muoiano giovani, è che invecchiano più in fretta”, dice Lester Young. A fare da cornice a tutte le altre scene del libro, interviene il lungo dialogo tra Duke Ellington e il suo autista (nonché musicista egli stesso) Harry Carney, durante un viaggio in automobile, in cui evocano un mondo che non esiste più, fatto di concerti, amici, donne, notti on the road da un club all’altro.

Geoff Dyer dialoga con i suoi protagonisti, li interroga, ne scava i pensieri e ne indaga le vite distrutte da alcool, droga, emarginazione. Racconta il mondo del jazz, a volte attenendosi alla realtà dei fatti registrati dalle cronache, altre volte improvvisando narrazioni che (come ci avverte nell’introduzione) molto probabilmente non corrispondono a verità, ma fanno comunque parte della leggenda del jazz, e su di essi Dyer improvvisa più o meno liberamente, come se fossero degli standards, per raccontarci i protagonisti del suo libro – dice lui stesso – “non come erano, ma come me li immagino”. Ogni frammento di narrazione è un’improvvisazione musicale (per quanto può esserlo un testo narrativo), e allo stesso tempo un omaggio a un genere che, si sente, l’autore ben conosce e ama (c’è anche un piccolo saggio, con tanto di bibliografia, in coda al libro).

Musica, letteratura e fotografia si mescolano nelle pagine di Dyer e restituiscono momenti irripetibili e straordinari, a metà fra biografia e racconto, vissuti da uomini che senza la musica non avrebbero mai raggiunto l’eccellenza e poi rincorso l’autodistruzione, ma si sarebbero limitati a spegnersi, ogni giorno un po’. Non a caso Dyer ha scelto, tra tutti i jazzisti, quelli per cui la musica rappresentava – oltreché un talento, e un mestiere – l’imprescindibile ragione di vita: ed era, prima di tutto, un bisogno e una forma di sopravvivenza. Ma la musica ha preteso il suo dazio, e come un regista occulto, o una divinità spietata ha innalzato questi uomini ad altezze vertiginose, per poi rigettarli nella disperazione. È questo il segreto di Natura morta con custodia di sax: Dyer ha mostrato dei mostri sacri nella loro fallibilità, nella loro dimensione di uomini tormentati dalla follia, dalla dipendenza e dal demone del proprio talento. Siete arrivati all’ultima pagina. La musica è finita. Sipario. 

(dal numero di dicembre di Medicine Show)