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Il crimine paga, e a volte scrive

Sunday 2 November 2008

Assalti a furgoni blindati. Rapine in banca. Commercio di stupefacenti. Sfruttamento della prostituzione.
Non sono pochi i lettori che amano il torbido, e che si lasciano affascinare dal racconto di esistenze sbandate, violente, o più semplicemente vissute aldilà delle regole del consorzio civile. Specie poi se a raccontarle, spesso in prima persona, sono individui che sono stati davvero “dall’altra parte della barricata”: autentici malviventi che, diventati scrittori, conquistano fama e status sociale.

I nomi sono parecchi. A cominciare dal famosissimo Edward Bunker, che dopo il successo di Cane mangia cane e Educazione di una canaglia, entrambi durissimi e autobiografici, ha addirittura lavorato con il cinema (celebre la sua consulenza per “Heat” di Michael Mann e la comparsata ne “Le iene” di Quentin Tarantino). Ogni ambito professionale criminoso ha avuto i suoi narratori: il gangster Harry Grey, autore del celebre A mano armata che ispirò il Sergio Leone di “C’era una volta in America”, e che sarebbe ora di ristampare; il magnaccia e truffatore Iceberg Slim, che nei libri Il pappa e Trick Baby racconta, in un linguaggio crudo e spiccio, le sue imprese di delinquente da quattro soldi; fino al fascinoso Abdel Hafed Benotman, rapinatore, trent’anni di galera e tre best seller, molto amato in Francia, recidivo, osannato dalla critica e con nessuna voglia di redimersi.

Ma ci sono anche quelli che svelano la propria carriera nella malavita organizzata evitando i toni clamorosi ed esagitati, e svuotandola di ogni epos: come Dave Courtney, che nell’autobiografia Fermate il mondo ammonisce il lettore: “Quando un delinquente o un gangster è a casa, è una persona come tutte le altre. Immagino che altre persone famose a casa loro siano gente perfettamente normale. Non credo che Madonna scenda a colazione ogni mattina dimenandosi in modo osceno davanti alla donna delle pulizie.”

E gli italiani? In questo scenario affollato di brutti ceffi spesso e volentieri dotati di belle penne, gli scrittori del Bel Paese non sfigurano né sembrano affetti da complessi di inferiorità, anche perché in Italia il racconto della vita in galera ha un precedente illustre, da antologia scolastica: il Silvio Pellico de Le mie prigioni, ovviamente. Gli scrittori italiani, da lì in poi, non hanno mai considerato un handicap il fatto di avere guai con la giustizia: si pensi a Filippo Tommaso Marinetti che, quando fu processato per il suo Mafarka (prosciolto in prima istanza, ma condannato in appello e cassazione) non se ne vergognò mai, e anzi sbandierò la faccenda ai quattro venti con spirito propagandistico. Dall’esperienza del travaglio giudiziario e del carcere traggono linfa anche gli scritti di intellettuali raffinati come Antonio Gramsci, condizionati dalla prigionia al punto da elaborare complesse riflessioni concettuali su di essa. Ma è chiaro che per pensatori di questo calibro il discorso è più articolato: Gramsci avrebbe scritto comunque e dovunque; i guai con la giustizia che ha avuto non sono stati la linfa propulsiva del suo discorso, ma hanno semmai lasciato dei segni tali da renderne più acute, e profonde, le riflessioni.

Diverso è il discorso se si parla di quegli autentici criminali che, avendo vissuto esistenze in qualche modo interessanti per il lettore anzitutto in virtù della componente criminosa, producono testi autobiografici talora destinati a grande successo: si pensi a Ormai è fatta!, del famoso “bandito gentile” Horst Fantazzini, racconto autobiografico diventato un piccolo libro di culto; a L’ultimo colpo di Horst Fantazzini, scritto dalla sua ultima compagna Patrizia “Pralina” Diamante, in cui l’autrice rievoca il loro intenso rapporto e racconta la vita del suo uomo, spiegando le scelte che lo hanno portato alla morte. E, a parte il famoso Fantazzini che riempì le cronache della sua epoca, si pensi a Luciano Lutring, il Solista del Mitra che, dopo una fruttuosa carriera criminale, ha scritto libri che attingono ampiamente alla sua esperienza diretta come Una storia da dimenticare e Catene spezzate. O, ancora, si pensi al malavitoso Bruno Brancher, figura epica della “mala” milanese e autore di libri fortemente letterari come Tre monete d’oro, non una vera e propria autobiografia ma piuttosto un veemente flusso di scrittura che certamente attinge all’esperienza dell’autore, ma non si esaurisce con essa.

Oggi Luciano Lutring è un uomo mite, che va regolarmente a Messa e ogni tanto, per ringraziare di essere vivo entra in chiesa, mette dieci euro nella scatola delle offerte e accende tutte le candeline disponibili; è un padre affettuoso che vive con le figlie gemelle. Bruno Brancher, da rapinatore che era, è diventato un apprezzato scrittore di libri e teatro, e un prezioso testimone dei suoi tempi. E perfino in un errore giudiziario, come quello che ha fatto di Massimo Carlotto un carcerato e un uomo in fuga, può forse trovare linfa vitale il talento: oggi Carlotto è un apprezzato scrittore di noir, che anche dei fatti della sua vita ha raccontato nel libro autobiografico Il fuggiasco.
Che la letteratura a volte, serva a qualcosa?

Pubblicato, in 2 diverse versioni, sul Corriere Nazionale e sulla Tribuna qualche tempo fa

Di libri e giornali

Wednesday 18 June 2008

E’ la memoria il tema principale dei diversi racconti che s’intrecciano nell’ultimo romanzo della scrittrice polacca Olga Tokarczuk tradotto in Italia, Casa di giorno, casa di notte, pubblicato dalle “Edizioni Fahrenheit 451” e tradotto da Raffaella Belletti, arrivato dopo i racconti di Che Guevara e altri racconti per la “Forum Edizioni” e il romanzo “Dio, il tempo, gli uomini e gli angeli” edito da E/o.
E’ la memoria da tenere viva con il racconto orale, le leggende, le storie raccontate mentre si pelano le patate o si accudisce l’orto, perché è un patrimonio condiviso, l’elemento unificatore in un mondo che si va disgregando.

Olga Tokarczuk ambienta il suo romanzo polifonico nel piccolo villaggio di Nowa Ruda, tra le montagne della Bassa Slesia, una regione al confine tra Polonia, Germania e Repubblica Ceca: un posto che sembra dominato dall’ombra, quella lunga del crepuscolo, in cui domina l’autunno e tutto è ricoperto di bruma. E’ qui che la scrittrice vive e forse è proprio lei la narratrice del romanzo che cerca di ricomporre i vari ricordi dei concittadini in un unico quadro per tracciare la storia dell’intera comunità. Lasciando poi la parola ai suoi personaggi, la Tokarczuk mescola accurate ricostruzioni storiche (come il racconto della vita e del martirio di Kummernis , diventata Santa Vilgerfortis) ai banali aneddoti quotidiani che hanno per protagonisti i suoi vicini. Racconta le paure, i dolori, le bizzarrie e gli amori, di questa minuscola porzione di terra, ma così facendo in realtà coglie gli aspetti più vari, le inquietudini e le ansie dell’umanità intera.

Le storie di Marta, Krysia, Kummernis, Marek Marek e di tutti gli altri, tutte appartenenti a diverse epoche storiche, s’incastrano una nell’altra, s’interrompono per lasciare posto alle altre e poi riprendono per continuare con quella narrazione semplice e disadorna, vicina alla lingua parlata, eppure lirica nella profondità che la contraddistingue, nella commozione che suscita nel lettore, che gli amanti della scrittrice polacca hanno imparato a conoscere.

E sono molti gli estimatori della Tokarczuk, che è considerata la voce più interessante della nuova letteratura polacca. Nata nel 1962, Olga comincia a pubblicare i suoi primi racconti nel 1979, mentre nel 1989 esordisce come poetessa e nel 1993 da alle stampe il suo primo romanzo, a cui seguiranno altri racconti e altri romanzi, tutti tradotti in 19 lingue, molti dei quali le hanno procurato numerosi premi letterari.

 

Per Irene

Sul “Corriere Nazionale” di domenica scorsa.

Sempre in tema di pezzulli miei, sul periodico “La Tribuna“, ci sono due pagine, tra le altre che ho curato, che mi sono particolarmente divertita a scrivere: una sui “convertiti” della politica (numero del 30 Maggio, pag. 30), in cui sputtano un po’ Celentano, e l’altra sul tradimento e le sentenze della Corte di Cassazione (numero del 15 giugno, pag. 11): agli italiani la fedeltà, sta davvero stretta. Pare.

In giro

Tuesday 15 April 2008

Avrei 3 o 4 sassolini da togliermi – per esempio sputtanando gente da poco che rosica e non si da pace – ma è un periodo troppo ricco di soddisfazioni per farsi il sangue amaro. E quindi non pensiamoci.

Avrò una mia rubrica sui libri sommersi e sconosciutiuna fissazione lo so). Il saggio non progredisce materialmente, ma nella mia mente è già tutto scritto. Nuove collaborazioni in vista. E poi è tornato Stilos, con un altro nome, Il sottoscritto, un sito tutto nuovo e un nuovo formato, per ora virtuale, ma presto tornerà su carta. (Avevo già parlato del Sottoscritto, ma all’epoca non si poteva dire che fosse Stilos rinnovato, ora invece…)

Comunque se volete leggermi (che il tempo d’aggiornare il blog per bene non ce l’ho al momento): qui (da pagina 13 a pagina 15) su Maurizio Matrone, scrittore poliziotto, e il suo ultimo romanzo, Il commissario incantato (Marcos Y Marcos).

E qui, negli ultimi 5 numeri (ma non mi ricordo bene le pagine).

E qui, qualche volta di domenica.

Ma la cosa più importante è che ho deciso che prima o poi lascio il mondo dell’editoria, della critica letteraria e del giornalismo e mi dedico al catering, perché sono diventata una cuoca fenomenale! Provare per credere.