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Libri o rossetti?

Thursday 5 November 2015

“La mia sensazione è che possiamo raccontarcela finché vogliamo, ma alla fine della fiera, è più probabile che un libro, un qualsiasi libro, trovi (più di) un recensore (entusiasta) che un lettore (pagante e soddisfatto)”

Avevo scritto un pezzo che finiva con queste parole.
Per la frustrazione di non trovare nemmeno due libri di cui scrivere felicemente al mese (a meno di non occuparmi quasi esclusivamente di certi editori su cui vado sul sicuro o di scrittori stranieri – meglio se morti – o di riedizioni di classici), e magari è colpa mia e della mia idea di letteratura, e mi era preso di voler polemizzare con l’assurda quantità di libri consigliati al giorno, spesso sempre gli stessi un po’ ovunque, e con le recensioni in serie perlopiù costruite con il resoconto dettagliato delle trame e distribuendo qualche aggettivo positivo a caso, o individuando inesistenti messaggi rivelatori di verità insospettabili. E mi chiedevo se “i recensori un tanto al chilo” davvero amino tutto quello che gli passa sotto mano o se realmente pensino che vada bene leggere di tutto e che tutto vada letto.
Domande retoriche ovviamente: io ho co-gestito la redazione di una rivista letteraria per quasi tre anni e me li ricordo i collaboratori (generalizzando di nuovo naturalmente) che “dovevano” smaltire le pile di libri inviate dagli uffici stampa (amici) e che mi invadevano di proposte di recensioni su recensioni, e interviste tutte uguali a decine di autori diversi, per non dover dire “no” a nessuno e continuare a intessere relazioni editoriali che prima o poi tornano sempre utili.
Poi ho pensato: ma chi se ne frega!
E sono uscita a comprarmi un rossetto nuovo.

Quando curare è un po’ (tanto) tradire

Tuesday 3 November 2015

Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno

Sto leggendo il delizioso volume “Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno” (Sellerio, trad. it. di Roberto Serrai) delle biblioterapiste – così si autodefiniscono – Ella Berthoud e Susan Elderkin, che hanno scandagliato oltre duemila anni di letteratura per individuare il libro giusto per ogni affezione del cuore, dell’anima o del fisico. E per quasi tutti i mali stilano poi una sorta di classifica dei dieci migliori libri sull’argomento.
L’idea di un manuale di bibliomedicina è geniale anche per chi come me mantiene (o cerca di mantenere) un certo aplomb nei confronti dei libri, e leggere le associazioni tra romanzi e disturbi più o meno gravi è divertente, e poi come sempre in questo tipo di enciclopedie tematiche sui libri, si finisce per scoprire libri che non si conosceva o essere spinti a leggerne certi che si era volutamente ignorato.
Mi disturba però l’operazione di interpolazione quasi, svolta dal curatore Fabio Stassi, che ho trovato più volte molto bravo nel suo lavoro, anche come autore, il quale ha sostituito alcuni libri del manuale, sconosciuti a chi non è davvero pratico dell’area letteraria anglosassone, e questa è la giustificazione data nell’introduzione al libro, con volumi italiani secondo il proprio gusto e il proprio arbitrio. Se da un lato posso capire la necessità di rendere più appetibile o comprensibile la materia, dall’altro mi domando quanto il lavoro del curatore possa essere invasivo e i limiti che si deve porre per rimaneggiare il lavoro altrui. Qui non parliamo di scelte di traduzione che spesso sono obbligatorie, ma di veri interventi nel merito, per cui troviamo tra i migliori libri sull’essere adolescente, l’inserimento del romanzo di Paolo Giordano “La solitudine dei numeri primi” a bruciapelo tra “Il giovane Holden” e “I turbamenti del giovane Torless”.
Stassi non ha trascorso del tempo a sorbirsi tutta la letteratura prodotta (anche se relativa spesso a una area linguistica limitata) e non è un biblioterapista, non ha veramente condotto ricerche sul campo e non sa come funzioni la cura attraverso i libri, come può decidere che Giordano o Camilleri possano aiutare rispettivamente, gli adolescenti e i renitenti al matrimonio? Inoltre in molti casi ha ammesso lui stesso di aver lasciato i rimedi, ossia i libri, che nemmeno sono tradotti in Italia, perché si possono reperire ordinandoli on line e anche per incuriosire qualcuno e farli tradurre magari. Perché non è stata adottata questa scelta per tutte le opere? Mi pare che si sia esagerato con la libertà/necessità di tradire l’opera stavolta (sebbene non sia stato fatto in grande scala).
O no?

Lottando con classe

Sunday 10 May 2015

Un tipo umano, anzi sociale, dei più chiacchierati (e affascinanti per me, insieme alla cortigiana) è il dandy. Da cultrice di Wilde e Byron, necessariamente in quest’ordine; come estimatrice di Philippe Daverio e Gabriele D’annunzio, in barba all’ordine cronologico; e soprattutto in quanto vecchia groupie di Dorian Grey* e Henry Pelham**, in rigoroso ordine di apparizione nella mia vita, non poteva essere altrimenti, tanto da aver letto quasi tutto sul dandy e sul dandysmo (si fa per dire): da Giuseppe Scaraffia e il suo Dizionario del dandy (Sellerio, 2007) alla Filosofia del dandysmo o l’estetica del vivere di Daniel S. Schiffer (Excelsior 1881, 2010), passando per Vita da dandy. Gli antisnob nella società, nella storia, nella letteratura di Stefano Lanuzza (Stampa alternativa, 1999) o il classicissimo del Dandysmo e di George Brummel di Barbey d’Aurevilly Jules-Amédée.

E nelle mie letture ho appreso che il dandy è il gentiluomo che vive esteticamente, vive la propria vita come un’opera d’arte, ricerca costantemente il piacere, e al tempo stesso fa dell’individualismo che consegue a una tale condotta una bandiera per urlare il suo distacco dal mondo e il rifiuto della mediocrità borghese imperante, utilizzando l’ironia come arma di attacco e l’eleganza nel vestirsi e nell’atteggiarsi come un tratto distintivo da una massa in qualificata e inqualificabile ai suoi occhi. Non solo “un uomo il cui settore, ufficio e esistenza consiste nell’indossare abiti” – secondo la famosa definizione di Thomas Carlyle nella sua opera Sartor Resartus (1833) – ma un intellettuale quasi, con una chiara visione della realtà che ha profondamente influenzato la cultura della fine dell’800 contribuendo anche moltissimo all’avvento del decadentismo. Tuttavia la sua opposizione allo status quo non è mai una distinta dichiarazione di guerra, perché per esistere ha bisogno che esista anche il mondo che l’ha prodotto, tanto che Baudelaire ha scritto del dandy: «La caratteristica distintiva della bellezza del dandy consiste soprattutto in un’aria di freddezza, derivata da un’irremovibile determinazione a non essere coinvolto».

Per tutto questo quando ho letto la prima volta il titolo di un pamphlet di Francesco Forlani, manifesto del comunista dandy, uscito per la prima volta nel 2007 per le edizioni della Camera Verde e riproposto ora da Miraggi Edizioni, non potevo non essere colpita dall’attribuzione di una così sbandierata posizione politica al dandy. Così l’ho letto con grande curiosità.

L’autore inizia subito tratteggiando i tratti identificativi del comunista dandy: o meglio, nel cercare di spiegare in che modo riconoscere un comunista dandy per strada confuso tra la gente, deve ammettere che «tale individuo non sarà mai in strada, confuso tra la gente. Tutt’al più confuso, ma sempre elegantemente vestito».

E’ già qualcosa comunque, anche perché poi lentamente scopriamo molte cose di questo individuo: indossa «calze lunghe piuttosto che calze corte, nere piuttosto che chiare» che hanno sempre «il buco all’altezza dell’alluce comunicante con il tallone d’Achille» e «non fanno mai il paio ed ecco perché, per ogni lavatrice compiuta, sola sopravvivrà una delle due, la sinistra» ovviamente. Per il comunista dandy, per cui «molta lotta nella classe è necessaria, tanta classe nella lotta è imprescindibile», «quanto guadagna sarà sempre e comunque inferiore rispetto a quanto spende»  e «avendo Marx parlato di distribuzione delle ricchezze e non credendo il comunista dandy alla potenza salvifica della violenza, la strategia da sviluppare consisterà nel contrarre debiti con persone ricche e non onorare tali debiti». Egli poi «non è depresso e men che mai ipocondriaco», ma ha lo spleen, che è solo di due tipi: pre coitum o post coitum: la malinconia è dunque strettamente collegata «all’unica esperienza, insieme alla rivoluzione, per cui la vita valga la pena di essere vissuta: fare all’amore».

Ma l’uomo, comunista dandy, non è solo: esistono le donne comuniste dandy per le quali la calza sfilata «è una cicatrice a guardia dell’ingiustizia e del sopruso»; e c’è ovviamente anche il bambino comunista dandy, chiamato più agevolmente BCD, il quale perviene «alla posizione eretta in tarda infanzia poiché gattona più del previsto per il solo desiderio di sporcarsi ed essere cambiato d’abito di frequente». Non mancano poi gli animali domestici: il cane del comunista dandy che «non dice bau bau, ma warf warf perché la sua matrice è anglosassone»; e poi il gatto (in numero variabile da uno a quattro di solito) che «al Whiskas, di vago sentore alcolico, e al Kitekat meccanicamente postfordista, preferisce Sheba che fa esotico e avventuriero allo stesso tempo». (Lo zoo privato del dandy comunista può prevedere anche un pappagallo e una blatta, chiamata Gregor, ça va sans dire).

Forlani crea una vera e propria mitologia del dandy comunista che crede nell’oroscopo, ama Kant e non si sposa, almeno nella versione maschile (di quella femminile non si sa nulla in proposito, anche se c’è la curiosità di sapere eventualmente con chi convolerebbe a giuste nozze); ne approfondisce i rapporti con il denaro, il tango, il kitsch e il fuoco di sant’Antonio. Segue il comunista dandy in albergo, ai cocktail party, al cinema, a tavola (dove apprendiamo della sua predilezione per la parmigiana e le tovaglie rosse), dallo psicanalista e persino durante una seduta spiritica: «si procederà con un sommesso canto partigiano che creerà un magma lirico onirico su cui il medium, detto anche Marshall McLuhan, diventerà portavoce ufficiale».

Addirittura l’autore inventa la “Dadapedia”, l’enciclopedia del comunista Dandy, dal quale riporta alcuni estratti della voce “Breve storia e geografia del segmento”, ovviamente secondo Forlani: del resto, quale elemento geometrico più adatto del segmento, per un testo così deliziosamente frammentato? Peraltro quest’aspetto del volumetto – in cui persino le regole di layout di ogni manifesto vengono sovvertite e piegate all’estro dell’autore perché è suddiviso in capitoletti chiamarti articoli ma numerati in ordine sparso, con saltuari rimandi da uno all’altro – si presta a una lettura anarchica che forse piacerebbe al più trotzkista dei dandy: dall’apertura a caso di un pagina al salto del paragrafo in paragrafo. La consistency (cfr. Italo Calvino e le sue Lezioni americane) del testo non è una priorità per l’autore (e del resto non lo era più nemmeno per Calvino al momento delle Lezioni) e quindi può non esserlo anche per il lettore.

E in mezzo ai vari articoli dedicati alla definizione del comunista dandy, Forlani inserisce poesie, riflessioni, citazioni di autori famosi, da Gobetti a Céline e da Camus ad Anais Nin (i testi in lingua straniera tutti tradotti tranne quello di Raymond Russel e quello di Topor, lasciati in francese, seconda lingua di Forlani) e ancora interventi diretti dell’autore (su tutti le pagine dedicate al rapporto tra il fumo e la letteratura e gli scrittori), foto e disegni e pubblicità, richiami a testi di architettura, filosofia, arte. Tutto dominato da una lingua viva e da un sapiente ricorso al calembour, al gioco di parole, («i comunisti dandy amano e frequentano i saloni […], ed evitano i soloni da salotto») alla sciarada, senza disdegnare l’uso – si badi bene, l’uso e mai l’abuso – acrobatico della retorica: dall’allitterazione alla metonimia, dalla sineddoche alla sinestesia.

Il “manifesto” si presenta alla fine come l’opera di una vita costantemente in progress, ma con uno sguardo attento sul presente e sul contingente; questa versione è un update (lo dice lo stesso sottotitolo al libro) di quella del 2007, e l’editore lo sottolinea bene nel sito dedicato all’opera e specifica che: «venticinque anni di articoli, esperienze, stratificazioni, hanno possibilità combinatorie ed espressive (quasi) infinite». E c’è quasi tutto il mondo di Forlani dentro questo testo, l’attenzione al linguaggio, il bilinguismo, alcuni dei suoi autori preferiti, una certa irrequietezza intellettuale, un’intelligenza vivace e arguta che mantiene un che di fanciullesco, l’istrionismo letterario e teatrale, l’ironia accompagnata a una sottesa malinconia di fondo e forse anche la nostalgia per qualcosa che poteva essere e non è stato: «A dispetto dei nuovi soloni dello status quo (qui e ora), il comunista dandy non solo crede ancora alla purezza, ma che per essa, e soltanto, valga la pena vivere. La purezza dei disertori contro i nuovi palestrati della mente, dai muscoli messi in mostra sulle terze pagine».

 

 

 

 

*Protagonista del romanzo Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde

**Protagonista delle Avventure di un gentiluomo di Edward Bulwer Lytton

 

Cinquant’anni di Oscar Mondadori

Monday 27 April 2015

Era il 27 aprile 1965 quando uscì “Addio alle armi”di Ernest Hemingway (60000 copie esaurite il giorno stesso della pubblicazione), il primo titolo della collana che rivoluzionò il sistema editoriale italiano: gli “Oscar Settimanali Mondadori”, definiti da Vittorio Sereni, co-direttore della collana insieme ad Alberto Mondadori, nel famoso risvolto nella seconda di copertina contenente il “manifesto” degli Oscar, “libri transistor che fanno biblioteca”

E io ho proprio quella prima edizione e come molti italiani dagli anni ’60 in poi la mia libreria è composta in larga parte da volumi di questa collana, perlopiù usati e risalenti ad almeno trent’anni fa, collezionati negli anni con ripetuti raid nei mercatini e nei sempre più rari negozi di libri usati. Per questo mi piace molto celebrare i cinquant’anni degli Oscar. E poi in un momento in cui pare che niente potrà risollevare il sistema editoriale italiano attuale dal pantano in cui sta sprofondando, riguardare a un passato quasi glorioso può essere uno stimolo.

Quando gli Oscar arrivano sul mercato, esistevano già l’Universale economica Feltrinelli  e i tascabili BUR Rizzoli, che erano nati nel 1948; e addirittura già la stessa Mondadori aveva creato la “Biblioteca Moderna Mondadori “ (anch’essa del 1948) e ”I libri del pavone”. Ma con gli Oscar cambia totalmente l’approccio al libro tascabile, considerato ora come un vero e proprio bene di consumo, destinato  a un pubblico più ampio, con tirature anche di 100000 copie, venduto al costo popolare di 350 lire (l’equivalente di un biglietto del cinema),  e accompagnato dall’idea del libro sempre e ovunque: “Gli Oscar sono gli Oscar dei libri; si rinnovano ogni settimana e durano tutta la vita”, così recita il claim dell’operazione.

Fondamentale diventa il canale di distribuzione, non più la sola libreria ma anche l’edicola, che diventa il veicolo principale di vendita degli Oscar. Soprattutto però è fondamentale la scelta di campo: diventano Oscar Mondadori i testi di letteratura moderna e contemporanea in grado di generare intrattenimento. Poi arriveranno anche i classici, e da quella prima collana si avranno almeno trenta diverse diramazioni, ma all’inizio gli Oscar Mondadori si sono accaparrati una posizione preminente (che ora non hanno più) grazie a precise scelte di marketing editoriale (ad esempio la decisione  di limitare i paratesti delle opere e di utilizzare ogni volume per pubblicizzare le uscite successive) che non prescindevano però da una chiara consapevolezza della letterarietà dell’operazione.

Per festeggiare i loro cinquant’anni gli Oscar ripropongono in una nuova veste i loro dieci titoli più celebri che costituiranno una serie celebrativa in uscita a giugno: Cent’anni di solitudine, Assassinio sull’Orient’Express, Il fu Mattia Pascal, Il piacere, Fahrenheit 451,  La fattoria degli animali, Sulla strada, Il ritratto di Dorian Gray, Narciso e Boccadoro, Il vecchio e il mare. (Anche se  il primo volume più venduto dell’intera collana, o meglio il long seller di sempre è stato La ragazza di Bube di Carlo Cassola con le sue 446.800 copie vendute in sei anni).

Non è una novità invece lo sconto del 25% su tutto il catalogo, visto che ogni anno la cosa viene riproposta e che soprattutto molti degli oscar si trovano scontati tutto l’anno con buona pace della Leggi Levi, che non è la migliore della leggi sull’editoria, ma è l’unica che abbiamo al momento.

Il mio primo Oscar Mondadori è stato un cofanetto con tutte le favole dei fratelli Grimm; il mio Oscar preferito è quello con la copertina rossa de Il grande Gatsby; l’oscar vintage di cui vado più fiera è  I mostri all’angolo della strada di Howard Philip Lovecraft, che dopo l’edizione rilegata negli Omnibus e questa negli Oscar nel 1980, non è stato più ristampato.

I dissidi della bibliomane di saldi principi

Sunday 2 February 2014

Nessuno potrà accusarmi di aver mai indicato in Herman Hesse uno dei miei scrittori preferiti. Anzi. Ci sono certi suoi libri che ho letto con la stessa fatica con cui ogni giorno mi trascino dal letto alla doccia subito dopo aver stramaledetto la sveglia (e poi non gli perdonerò mai di aver scritto “Siddharta”). Eppure da quando stamattina, sfogliando il “domenicale” de “Ilsole24ore” – dopo mesi e mesi di astinenza da qualsiasi rivista, giornale, pagina anche solo vagamente culturale – ho letto un estratto da un librino di Hesse appunto, inedito per l’Italia almeno, non so altrove, non ho pace.

Vita quotidiana di un uomo di lettere” è il titolo del volumetto di 32 pagine che da oggi sarà disponibile in sole 575 copie numerate e stampate su carta e con caratteri particolari dalla piccola casa editrice e stamperia Henry Beyle (nome che è un chiaro omaggio a Stendhal) di Milano, in cui un Hesse “casalingo” racconta del rito dello “sbrigare la corrispondenza” e delle strane richieste che a volte gli sono giunte da conoscenti e lettori.

Ora, non solo io voglio quelle 32 pagine al costo di 20 euro, in netto contrasto con la mia politica di non acquistare mai libri che superino i 15 € (e io che mal tollero quelle imposte dagli altri, non derogo mai alle mie regole, e al massimo i libri li compro usati aspettando del tempo dalla loro uscita; quando sforavano di prezzo, non me li facevo nemmeno mandare dagli editori per recensirli per non venire meno con uno squallido escamotage al mio stesso diktat); no, io voglio anche quasi tutti gli altri volumi in catalogo nella collana chiamata “Piccola biblioteca degli oggetti letterari”, tutti libretti di poche decine di pagine ma dai titoli, e immagino anche dai contenuti, sfiziosi e inediti o poco noti, tutti numerati e dedicati a storie di scrittori, bibliografi, raccolte di aneddoti letterari.

Ho cliccato su ogni singolo libro in catalogo, ho anche fatto delle ricerche per vedere di trovare altrove delle copie, o dei testi che contenessero quegli estratti. Tutto è stato vano.

E così continuo a pensare che se non li acquisto non potrò mai sapere per esempio quali erano “I vari tipi di editore” per Valentino Bompiani.

E anche le altre collane dell’editore regalano sorprese ghiotte e quindi sospiri amari: cosa scrive Brancati ne “I piaceri del discorrere sulla donna”?; e Savinio nelle 24 pagine de “Gli uomini di pensiero tornano alla bicicletta”?

Nella mia mente si affollano tanti minuscoli contatori che segnano inesorabilmente le copie vendute di ogni volume che vorrei per me, uno stillicidio continuo di numeri e fogli che spariscono, frasi che si cancellano, decine di conti alla rovescia che mi privano per sempre di deliziose pagine di letteratura. E una terribile ansia mi assale, una morsa gelida alla gola, tutto intorno a me comincia a girare, fa caldo e freddo insieme, è un attacco di panico? Devo cedere e comprare tutti i libri che mi pare a prescindere dal prezzo di copertina (anche riflettendo sul fatto che si tratta di copie numerate, carta speciale, edizioni limitate, artigianali, non della maggior parte dei libri pubblicati la cui esistenza non sarebbe giustificata nemmeno se distribuiti gratuitamente) e salvarmi dal collasso imminente? Non c’è altra soluzione…

Finché un’illuminazione mi assale improvvisa e salvifica: 575 lettori sono una rarità nel nostro Paese, chi l’ha mai visti tutti insieme? Anche un libraio ringrazia Dio, Allah, Budda, Confucio e Cthulhu se in un mese ne vede 100 di lettori veri che almeno un libro se lo comprano. E se anche 575 individui in vena di tenere il segno sulle pagine per farsi raccontare una storia decidessero tutti insieme di acquistare un libro, comprerebbero tutti quello di Herman Hesse? Sii seria, mi dico redarguendomi con fermezza ma bonariamente e rassicurandomi insieme.

Per come vanno le cose si butterebbero in massa su Zafron, la Mazzantini, su Volo.

E così i miei libri saranno lì ancora per un po’, e al pensiero le palpitazioni si calmano. Per una volta sono contenta di vivere in questo paese di illetterati: in meno della metà leggono un libro l’anno ed è pure quello sbagliato.  

ps

Comunque il fatto che la mia regola mi impedisca di acquistare libri il cui costo superi i 15 euro non mi impedisce di apprezzare comunque dei cadeaux, e visto il catalogo della libreria Henry Beyle il prossimo che dice che non sa cosa regalarmi si becca un libro della Mazzantini in testa, dalla parte dell’angolo però.

Come i pompieri di Fahrenheit 451

Wednesday 3 October 2012

A un anno dall’entrata in vigore della legge Levi sul prezzo del libro, un incontro tenutosi alla Camera dei deputati – come richiesto dalla stessa legge all’articolo 3, per verificare i risultati ottenuti – ha sancito con i dati quello che agli addetti ai lavori era già chiaro: c’è stato un calo nelle vendite dei libri pari al 10% negli ultimi tre mesi del 2011, del 5% nel primo trimestre 2012, mentre sono invariati nel secondo trimestre. I dati sono più pesanti se si considerano gli acquirenti di almeno 3 libri a trimestre, con rispettivamente un calo del 20%, 7% e 9%. al 20% nei primi trimestri esaminati, ridotto poi all’8% nell’ultimo (parliamo di un lasso di tempo di 9 mesi, rilevazioni Nielsen per l’Aie). Il calo di vendite non è da imputare direttamente alla Legge Levi ma alla crisi economica che, dopo aver colpito librai e piccoli editori, non poteva non impattare anche sul lettore. La cosa che più mi ha colpito dei dati è che dal computo sono stati eliminati gli eccessi di crescita del volume d’affari indotti dai best-sellers: 2 o 3 libri, di dubbia qualità, che da soli sono in grado di rovesciare l’andamento del mercato. Di fronte a queste cifre direi che il lettore si merita i libri che legge e sceglie di leggere, se si orienta costantemente verso i best-sellers, i libri di cui tutti parlano, ha poco diritto di lamentarsi dell’offerta commerciale del nostro sistema editoriale. Epperò, non abbiamo la prova del 9, non sappiamo quale sarebbe, di fronte a una vera offerta che sostenga e tuteli la bibliodiversità, il comportamento del lettore. Da mesi editori piccoli ma di qualità incontrovertibilmente eccelsa non escono con nuovi libri, non possono permetterselo, si sono autosospesi dal mercato: si stanno dibattendo come prima di un’estinzione, non è così che si garantisce la bibliodiversità. Non è con l’occupazione sistematica degli spazi in libreria, come fanno Newton Compton, Mondadori, Einaudi, Feltrinelli, Longanesi, sia nelle loro librerie per chi le possiede che nelle altre, che si offre un servizio al lettore. Certo questi editori, continuiamo a chiamarli così, sono imprenditori e come tali giocano il proprio ruolo per rimanere leader di mercato. Ma servono delle regole, tutti i settori sono gestiti con regole più o meno efficaci che impediscano a grossi trust di viziare la domanda e presidiare l’offerta. La Legge Levi che pure è stato un passo avanti è un palliativo, è troppo permissiva, facilmente aggirabile, e in definitiva ha punito solo Amazon e con Amazon il lettore che effettivamente non può permettersi di acquistare libri che costano in media 15 €. Non è Amazon il problema. Sono i centri di potere editoriale; è l’assenza di una scuola in grado di preparare lettori accorti e appassionati e di sensibilizzare verso la cultura; è il gioco al ribasso dei piccoli editori che pur di sopravvivere abdicano non solo al loro ruolo di scouting ma anche di imprenditori: ho letto contratti in cui l’editore rifiuta in toto il rischio di impresa, non investe su quell’autore che sta pubblicando, semplicemente cerca di perderci il meno possibile. Non dovrebbe essere il primo a credere in quel testo? Pubblicare meno, pubblicare meglio sarebbe l’ideale. Ma non basta. Ci vuole senso di responsabilità. Ci vuole la capacità di individuare il talento, in giro ce n’è davvero poca, ma in compenso c’è tanta abilità a creare il caso editoriale sul niente.

Tutto questo, che ovviamente non è un’illuminazione inedita, lo si dice spesso, magari in modo diverso e anche io l’ho scritto molte volte in diversi contesti, ma non mi è mai sembrato più chiaro di così da quando mi è capitato di prendere in mano “La vera storia del pirata Long John Silver” di Björn Larsson edito da Iperborea nel 1998, con la traduzione di Katia De Marco, nell’edizione del 2000 che penso sia identica alle precedenti quanto agli apparati paratestuali. Ebbene – sorvolo sulla questione del prezzo del libro che nel 2000 era di 36000 e ora è di 18.50 – la quarta di copertina del libro è diversa dalle altre, non è quasi inutile come la maggior parte delle quarte ormai. Non contiene i pareri di gente che probabilmente il libro non l’ha mai letto, né spoilera tutta la trama del libro distribuendo aggettivi superlativi a casaccio. No, la quarta di copertina di quel romanzo è una nota dell’editore che spiega perché ha deciso di pubblicare quel libro, perché secondo lui quel libro è degno di essere letto, cosa lo ha spinto a considerarlo meritevole del tempo che ogni lettore impiegherà a leggerlo. «Ci sono libri che danno pura gioia, facendo vibrare dentro di noi tutte le corde del nostro amore per la lettura», inizia così quest’assunzione di responsabilità dell’editore di Iperborea, che infatti intitola il testo: “L’opinione dell’editore”. Ecco, come lettrice, io pretendo che ogni libro che viene pubblicato e chiede il mio tempo e i miei soldi sia dotato di questa assunzione di responsabilità, voglio che qualcuno ci metta la faccia e la firma per le cose che pubblica, che spieghi perché le pubblica, voglio che argomenti e giuri che quel dato libro è davvero importante, che l’ha fatto vibrare di amore per la lettura. E no, non basta che sopra un libro ci sia il logo di un dato editore, i motivi per cui i libri vengono pubblicati sono diversi e raramente dipendano dalla qualità del testo. A parte un paio di tipi che conosco e che sarebbero capaci di giustificare così anche la pubblicazione del “Mein Kampf”,  siamo certi che il signor Mondadori dichiarerebbe di amare alla follia i libri di Fabio Volo? E che, presso Rizzoli o Feltrinelli, Moccia tocchi le corde dell’amore per la lettura?

E’ morto il più grande mago del mondo

Wednesday 6 June 2012

Questo blog dice addio al suo più grande ispiratore…

E’ morto stanotte a Los Angeles lo scrittore Ray Bradbury. Ne hanno dato l’annuncio la figlia Alexandra e il suo biografo Sam Weller, mentre il nipote Danny twittava che: ”Il mondo ha perso uno dei migliori scrittori mai conosciuti e uno degli uomini più cari al mio cuore”. Saranno rispettate le sue volontà: verrà sepolto al Westwood Village Memorial Park Cemetery di Los Angeles, e sulla sua pietra tombale verrà incisa, a mo’ di epigrafe, la scritta “Autore di Fahrenheit 451”.

Ma Bradbury è stato molto più dell’autore di un solo (anche se magnifico) capolavoro. E’ stato un vero mago, capace di dare voce ai sogni e agli incubi di tutti i bambini del mondo, che leggendo da adulti suoi libri ritrovavano gli stessi brividi, gli stessi tremori, le stesse ombre – e le meraviglie fantastiche – che popolano l’infanzia: viaggi su Marte, uomini illustrati, robot capaci di ogni cosa, case con una vita propria.

Continua sul Corriere Nazionale

American dream

Sunday 12 February 2012
NB questo post  è stato pubblicato nel 2005 ma ho modificato la data per farlo ricomparire in homepage, visto che mi pare adatto ai tempi
In Belli e dannati, Fitzgerald fa dire ad uno dei suo personaggi che: “la vita di rado colpisce, ma logora sempre.” E Scott come al solito ha ragione.
Se dovessi scrivere la quarta di copertina per The Winter of our Discontent (L’inverno del nostro scontento, nella bellissima traduzione italiana di Eugenio Montale Luciano Bianciardi) il romanzo di John Steinbeck con il titolo più bello, titolo che naturalmente è ispirato all’incipit del Riccardo III di Shakespeare: “L’inverno del nostro scontento si muta ora in sfolgorante estate per questo sole di York” – prenderei a prestito la frase di Fitzgerald per riassumere efficacemente la storia raccontata nel libro.
In questo romanzo infatti, Steinbeck racconta della sconfitta di un uomo il cui spirito (e la tempra morale) viene fiaccato dalla vita giorno dopo giorno. Sappiamo che il protagonista, negli anni che precedono l’inizio del racconto si è rialzato da terra dopo un rovescio finanziario che lo ha ridotto al rango di umile commesso di drogheria, ma nel corso della vicenda prova sulla sua pelle quanto sia più doloroso restare in piedi che lasciarsi cadere sotto i colpi del destino (come un pugile pestato a sangue, ma orgogliosamente incapace di andare al tappeto).
 
L’inverno del nostro scontento è incomprensibilmente uno dei romanzi meno amati di Steinbeck, gli si preferisce addirittura La Santa Rossa, che è il suo libro d’esordio. Non me lo spiego: questo romanzo coglie meglio di qualsiasi trattato sociologico il dramma (attuale nel 1961, data della sua pubblicazione, quanto oggi) di chi si trova di fronte alla dura evidenza del vuoto nel senso delle cose e all’improvvisa e inarrestabile insoddisfazione. E’ lo spietato ritratto di un uomo che si dibatte nel conflitto feroce tra il restare coerente con i propri principi morali e lo smodato desiderio di successo.
 
Steinbeck riproduce i pensieri del suo protagonista introducendo una sorta di monologo interiore in una narrazione fitta di dialoghi vivaci, e noi, leggendo queste considerazioni, assistiamo alla sua lenta ed inesorabile trasformazione. Lo seguiamo mentre inizia la sua corsa al successo e al denaro, e lentamente comincia a perdere i suoi valori:
 
“Per la maggior parte degli uomini il successo non è mai un male. Ricordo che, quando Hitler avanzava incontrollato e trionfante, molti uomini onorevoli gli cercarono e trovarono delle virtù. E Mussolini faceva arrivare i treni in orario e Vichy collaborò per il bene della Francia, e Stalin se non altro era forte. Forza e successo stanno al disopra della moralità, al disopra della critica. Par dunque che non conti cosa fai, ma come lo fai e come lo chiami. C’è un controllo negli uomini, nel fondo, una cosa che li fermi o li castighi? Pare che non ci sia. L’unico castigo è per chi fallisce” (pag. 247).
 
Ethan – questo il nome del protagonista che racconta in prima persona (direi quasi in presa diretta, se parlassi di un film) – arriva persino a trovare una giustificazione morale alle sue intenzioni, ma non ci crede molto nemmeno lui e allora indossa la maschera del perbenismo e dell’ipocrisia per cercare protezione nella mediocre rispettabilità dell’american way of life.
 
Nella pagine di questo romanzo il lettore entra in un mondo creato sull’illusione, duramente dominato dagli stereotipi della società del benessere a tutti i costi e dall’inganno di uno stile di vita destinato a condurre all’infelicità. Ciò che colpisce di questo libro è che Steinbeck tratta il tema angoscioso della perdita dell’innocenza, uno dei topoi fondamentali della letteratura di ogni luogo e tempo, con la sapida ironia e la sottigliezza di una satira sociale, che colpisce ancora di più il bersaglio proprio perché argutamente lieve.
 
E’ lo Steinbeck di sempre a scrivere L’inverno del nostro scontento: c’è il suo ruvido realismo, la spiccata inclinazione all’umorismo, la fedeltà al principio di solidarietà quale valore essenziale, notevoli fremiti di lirismo e la sua superba abilità di dialoghista. Ma in questo romanzo, l’autore è più conservatore, più intimista, meno mordace forse, e proprio per questo la narrazione risulta più toccante.
D’altronde la straordinarietà di John Steinbeck è proprio quella di essere uno scrittore sempre coerente a sé stesso ma ogni volta diverso.
E’ l’autore dell’epopea dei Joad in Furore e delle avventure picaresche di Pian della Tortilla, dei drammi dei derelitti dei Pascoli del cielo e di questa parabola morale. Tutti romanzi con una storia a sé, un proprio stile e un particolare universo di riferimento (sebbene Steinbeck sia considerato il cantore della California), eppure ognuno di essi inscena le angosciose difficoltà del vivere e coglie i conflitti che travagliano l’animo umano.
E’ una scrittura profondamente morale quella di Steinbeck, non concede sconti né scappatoie. Obbliga i suoi protagonisti a guardarsi dentro e a fare i conti con la loro coscienza, e anche quando la storia investe la società e racconta vicende collettive, l’istanza etica non si allenta ma anzi assurge a critica impietosa di un’intera nazione: l’America e il suo sogno naturalmente.
 
Alla fine anche Ethan è costretto a fare i conti con sé stesso:
 
“Non è vero che esista una comunità di luci, un falò del mondo. Ognuno porta la sua, la sua luce solitaria. […] La mia luce era spenta.”
 
E ogni volta che io rileggo L’inverno del nostro scontento, spero sempre che la sua luce si riaccenda.  

Di pancia

Monday 11 July 2011

NB Questo post è stato originariamente pubblicato a marzo del 2010, un commento arrivato via FB in merito me l’ha ricordato e visto che le cose sono se possibile, anche peggio di quanto fossero l’anno scorso, ho deciso di riproporre il pezzo in homepage, tanto per promemoria. Anche solo per me stessa.

Diffido sempre di chi dice di sentire le cose “di pancia” e ancor di più di chi si bea della scrittura “di pancia”: che vuol dire? Tirare fuori quello che si ha dentro? Eviscerarsi come un pollo dal macellaio? Sputare parole e sentenze sulla carta, senza filtri, senza artifici, senza tecnica, senza retorica? No, non va bene scrivere di pancia, eppure sto per farlo perché altrimenti esplodo. Per una volta me lo concedo. E poi tanto, mica scrivo narrativa, io.

Le vittime dei miei strali stavolta sono le case editrici che dicono di volere storie forti, ritratti dell’Italia contemporanea, spaccati sociali, denuncia civile, pathos – chi più ne ha, più ne metta – e poi pubblicano romanzi inutili come quello di Alessandro D’avenia, o terribilmente noiosi e pretenziosi come l’ultimo di Francesco Pacifico (che ancora si ostina a non comprendere che delle crisi  mistiche dei suoi personaggi(?) e dei loro(?) dissidi religiosi, interiori ed esteriori che siano, non ce ne frega una beata mazza).

E vogliamo parlare di quei lettori professionisti che scrivono stitiche schede di valutazione,  tradendo la loro assoluta mancanza d’esperienza e conoscenza della letteratura? Lo so che sono malpagati e sfruttati per la gran parte, che in fondo a molti piacerebbe pubblicare libri propri, invece di leggere e criticare quegli degli altri, e poi si trovano a redigere schede che sono pagelline delle elementari, magari usando definizioni che non significano nulla come “picchi narrativi”, secondo le indicazioni di quegli editor in chief che soppesano i libri, perlopiù senza leggerli, come fruttivendoli al mercato – massimo rispetto per il fruttarolo, sia chiaro perché lui, sì che conosce quel che vende! – e li dividono in appetibili e non, in base a criteri del tutto mercantili.

Poi sia chiaro, ha ragione Roberto Calasso quando sostiene che si possono pubblicare solo tre tipi di libri: quelli belli che vendono; quelli brutti che vendono; e che entrambi questi tipi consentono di pubblicare il terzo genere di volumi, quelli belli che non vendono. Il mercato è sovrano e il lettore anche, ma bisogna pur conoscerlo questo lettore, dargli fiducia, contraddirlo persino, se necessario, e rischiare, proponendogli cose che possono sembrare magari, a volte, poco spendibili: non sia mai che quel lettore li stupisca e si orienti verso quel  libro scritto bene, con dei personaggi così vividi da sembrare tridimensionali e dei  dialoghi così brillanti da tenerti attaccato alla pagina, che però non denuncia un bel niente, né rappresenta una fetta di realtà dal di dentro, perché al suo autore non gliene importa niente di raccontare quel tipo di storia. Ma il lettore – pensano loro – se lo aspetta che prima o poi qualcuno si lanci in qualche invettiva contro questo mondo di fetenti, o tiri una molotov di punto in bianco, contro qualche palazzo del potere.

E come no! Io, quando leggo un libro, a ogni pagina aspetto ansiosa un terrorista, un operaio che sciopera, un precario che si suicida, una famiglia in pezzi, un bambino maltrattato, una donna violentata, un neocatecumenale che ha perso la propria fede perché tormentato dalla visione del seno della cognata (Pacifico docet ancora).

A tutta questa gente consiglio di leggere i libri veri, quelli belli, di andare a riprendere in mano gli esempi di grande letteratura e ricordarsi cosa vuole dire scrivere bene e intrattenere il lettore: scopriranno che non esiste “la letteratura”, ma tanti tipi diversi di scritture e storie e modi di raccontare, tutti ugualmente grandi.

La letteratura è fatta degli intrighi di Stendhal, dell’autoreferenzialità di Proust, dell’essenzialità di Hemingway, del genio proteiforme di Borges, dei deserti verbali – costellati di rare oasi – di Beckett, del flusso di coscienza di Joyce. C’è la letteratura di idee, quella di trame, d’atmosfera, di denuncia. E c’è la letteratura fatta di leggerezza, di umorismo, d’ironia e a volte anche fatta di niente, ma di un niente così incantevole che sembra essere forgiato con la stessa materia dei sogni.

In una lettera al suo editore, credo, Francis Scott Fitzgerald disse: «il romanzo che sto scrivendo è un’opera à la Flaubert: nessuna idea, soltanto personaggi che si evolvono, separatamente o in gruppo, attraverso stati d’animo che mi auguro autentici».

Nessuna idea.

«Il personaggio è l’azione», è l’ultima delle annotazioni degli appunti preparatori a Gli ultimi fuochi. E coerentemente a questa che sembra la sintesi della sua poetica, i personaggi di Fitzgerald sono vivi, non sono descritti ma si raccontano e vengono raccontati con dialoghi fulminanti e metafore meravigliose, e se nessuno si ricorda dei due omicidi che vengono commessi in Tenera è la notte, chi può dimenticare la lingua lussureggiante in cui è scritto? E la caratterizzazione dei personaggi (Dick con la sua voce che «corteggiava il mondo»; Rosemary che per un momento «visse nel luminoso mondo azzurro degli occhi di lui»)?. E de Il lungo Addio? Ci ricordiamo la dinamica delle indagini di Philip Marlowe? O invece ci risuonano prepotentemente nella mente, i tacchi delle scarpe di Terry Lennox che si allontana, portandosi dentro la colpa e il dolore di un’amicizia tradita?

Non sarò certo io a sminuire l’importanza di una trama, della storia, dell’intreccio, ma in nessun modo quella trama, quella storia e quell’intreccio possono prevaricare la bellezza della parola, della scrittura, la capacità di far sì che il personaggio diventi azione.

Fitzgerald, ancora lui, lo so ma ognuno ha le sue fissazioni, nel 1920 per la rivista “Smart Set “ha scritto un racconto che s’intitolava “Porcelain and Pink”, poi inserito nella fortunata raccolta Tales of the Jazz age e tradotto in italiano da Giorgio Monicelli per Mondadori, come “La vasca azzurra”.

Il racconto, che in realtà Fitzgerald immagina come un testo teatrale un po’ anomalo, con il narratore che detta le regole dell’ambientazione direttamente al lettore, non racconta nulla in realtà, è un’istantanea, un’unica scena in cui non succede quasi niente: una ragazza è nella vasca e un ragazzo la guarda da fuori, ma senza poterla vedere veramente e si parlano in un’atmosfera onirica che sembra però più reale del vero. Mero esercizio di stile, un arabesco barocco, ma perfetto, tutto giocato sullo scambio di battute spesso svagate tra i due personaggi e dominata dall’enorme abilità dell’autore di usare la parola scritta per restituire sensazioni, immagini, profumi, suoni, colori. Quasi nessun cenno a eventi precedenti questa scena, nessuna proiezione sugli sviluppi successivi, eppure una volta terminata la lettura, si ha la netta sensazione di aver assistito a uno spettacolo sublime, che lascia soddisfatti e con gli occhi e la mente pieni di bellezza.

Potrei continuare all’infinito, ma sono distratto da uno dei due oggetti che si trovano nella stanza: una vasca di porcellana azzurra. Ha un suo carattere, questa vasca da bagno. Non è uno di quei moderni affari aerodinamici, ma è piccola e profonda e sembra che stia per spiccare un balzo; ma scoraggiata dalla brevità delle gambe, si è rassegnata all’ambiente e alla mano di vernice azzurro cielo che la ricopre. Ma si rifiuta caparbiamente di consentire ai suoi visitatori d’allungare le gambe: e questo ci porta direttamente al secondo oggetto presente nella stanza:

E’ una ragazza – evidentemente un accessorio della vasca da bagno – di cui appare soltanto la testa e la gola (le belle ragazze non hanno collo, ma gola).

Quale ragazza si sentirebbe sminuita dall’essere descritta con queste parole? Persino di essere definita un accessorio? Io da quando ho letto questo racconto non ho più avuto il torcicollo, ma solo dei gran mal di gola.

E quella vasca azzurra non è più viva di moltissimi personaggi di altri racconti o romanzi?

Quindi dico a te, giovane lettore/lettrice di casa editrice di belle speranze e poca apertura mentale, non ipotecare il desiderio del lettore, non battere strade conosciute e semplici, non assecondare esclusivamente gli  istinti da piazzisti di libri dei tuoi editori, ma ricerca la bellezza, riconosci il talento al di là di preconcetti e schemi precostituiti, lascia perdere la denuncia a ogni costo e la ricerca di una storia forte a discapito della pura bellezza di un libro: quanti ne hai fatti pubblicare così, fregandotene altamente del loro valore letterario? Rischia, mettiti in gioco, dimentica i diktat di quello che ritieni sia il gusto imperante e regalami solo un bel libro.

Pastiglie/IV: I loro occhi guardavano Dio di Zora Neale Hurston

Monday 9 May 2011

Autrice di quattro romanzi, e di più di cinquanta testi – fra racconti, sceneggiature teatrali e saggi – Zora Neale Hurston, eminente antropologa e folklorista, è la più importante scrittrice afro-americana di tutti i tempi.

Dimenticata nel suo paese per quasi settant’anni, perché donna, indipendente, conservatrice, nera – «sono stata nera tre volte, nera come bambina, nera come ragazza, nera come donna» – e riscoperta solo nel ’73 grazie ad Alice Walker (autrice di libri di culto come Il colore viola), è quasi sconosciuta in Italia. Solo due, tra i suoi libri, risultano oggi disponibili nella nostra lingua.

Anzitutto il più famoso I loro occhi guardavano Dio, inizialmente edito in una sorprendente – per il periodo storico di cui si parla – versione del ’38 da Frassinelli – che nel ’46 pubblicò anche l’ormai introvabile Mosè l’uomo della montagna – e poi nel 1998 per Bompiani.

Tuttora in commercio è anche una bellissima raccolta di racconti, Tre quarti di dollaro dorati, editi da Marsilio nel 1992 (e ristampati nel 2006).

Nel 2009 Cargo ha riproposto in una nuova edizione I loro occhi guardavano Dio, a cura di Adriana Bottini, con introduzione di Zadie Smith e postfazione di Goffredo Fofi.

Fortemente osteggiato dalla stessa comunità afroamericana per l’uso dialettale  e quasi antropologico del linguaggio e il rifiuto della Hurston di piegare la sua narrativa – viva, appassionata e palpitante – all’intento ideologico, I loro occhi guardavano Dio è l’intensa storia, raccontata in prima persona attraverso un lungo, viscerale flashback, di una donna bellissima e indipendente, Janie Crawford, che rifiuta di assecondare il destino riservatole per nascita e colore della pelle, per cercare ostinatamente la felicità e l’affermazione di sé, rincorrendo l’amore e la libertà.