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Pastiglie III / Le stanze di Libero Bigiaretti

Tuesday 26 April 2011

Direttore dell’ufficio stampa dell’Olivetti a Ivrea; co-fondatore nel ’44 con Corrado Alvaro e Francesco Jovine del “Sindacato nazionale degli Scrittori”; vincitore del Premio Marzotto (1954) e del Viareggio (1968); amico di esponenti di spicco della cultura italiana del ‘900, da Giorgio Caproni a Mario Luzi; critico e giornalista tra i più acuti; scrittore sensibile e attento ai cambiamenti di gusto del lettore e alle varie tendenze letterarie, che spesso addirittura anticipava, Libero Bigiaretti dovrebbe essere uno dei nostri maggiori vanti, citato e ripubblicato a oltranza.

Invece pochi lo ricordano fuori dalla sua città natale, Matelica, e i suoi libri sono quasi tutti fuori catalogo – solo qualche piccolo illuminato editore, ogni tanto, ne ripubblica qualcuno tra l’indifferenza del grande circo letterario italiano.

Tra le sue opere più neglette, tanto da non avere avuto una sola riedizione dalla data della prima pubblicazione Bompiani del 1976, c’è Le stanze, un libro sorprendente, a metà strada tra il memoriale e la biografia romanzata, in cui Bigiaretti seguendo il filo rosso di una trama tutta interiore, e con una scrittura che alterna un tono elegiaco e febbrile e una prosa pacata ed elegante, conduce il lettore nei luoghi della sua memoria, Matelica in primo luogo, cui è dedicato un intero capitolo, poi Ivrea, Roma e infine Vallerano, dove ha trascorso gran parte degli ultimi anni della sua vita.

Le stanze del titolo sono le stanze della memoria, che lui identifica con nomi diversi, e dalle quali immagina di entrare e uscire per incontrare decine di persone reali, vive o morte – da Olivetti a Borges, da Neruda a Picasso –  con le quali rievoca aneddoti e ricordi, ma soprattutto s’interroga sul ruolo dello scrittore e dell’intellettuale, e sul senso più profondo dell’esistenza.


The catcher in the Ray*

Monday 27 September 2010

Un giorno un uomo si toglie una scarpa a causa di una vescica ed entra nella leggenda. Un altro all’improvviso decide di ritirarsi dal mondo ed è subito mito.

Forse è un po’ meno facile di così, ma non troppo.

Siamo nell’America del XX secolo e i due uomini sono il miglior esterno sinistro di tutti i tempi, Joe Jackson (soprannominato “Shoeless Joe” per essersi presentato una volta al turno di battuta senza scarpe), e uno tra i più grandi scrittori di sempre, Jerome David Salinger.

Ad unirli è la passione per il baseball e quel rapporto ancestrale tra sport e letteratura che da sempre ha spinto gli scrittori a fissare sulla pagina le imprese degli atleti: la letteratura crea mondi, personaggi, storie, partecipa in questo senso al divino, e gli atleti sono semidei che superano i loro limiti e travalicano l’umano.

In questo caso però il legame è doppio visto che entrambi, magia della letteratura, sono i protagonisti di un romanzo bellissimo, Shoeless Joe, scritto dal canadese  William Patrick Kinsella nel 1982 e tradotto in italiano solo l’anno scorso da Marco Rossari per le edizioni 66thand2nd.

In Italia però avevamo potuto conoscere la storia raccontata da Kinsella grazie alla trasposizione cinematografica ne “L’uomo dei sogni” di Phil Alden con Kevin Costner  (1989). Agli autori del film però non viene concesso di usare il nome di Salinger e al suo posto troviamo Terence Mann (interpretato da James Earl Jones), uno scrittore distrutto dal maccartismo e poi ritiratosi a vita privata. Il film è molto bello – ha ottenuto ben 3 nomination agli Oscar e il sesto posto fra i migliori film del genere fantasy secondo l’American Film Institute – tuttavia il libro con il suo procedere lento ma vivace, e le bellissime descrizioni di un’America che appartiene ormai all’immaginario collettivo, è meraviglioso.

Il protagonista del romanzo è Ray Kinsella, un puro, un sognatore, un uomo che di diritto ha accesso al divino e al mistero e che non ha paura di inseguire i suoi sogni. Vive nell’Iowa con l’amatissima moglie e l’adorata figlioletta, ha lasciato una carriera da assicuratore per acquistare una fattoria e mettere su famiglia, la sua grande passione è il baseball, lo sport di un’intera nazione, più del calcio da noi: è una religione, una tradizione, un vincolo. Non naviga nell’oro, è il caso di dire che vive d’amore e di sogni, e poi ha quel nome che compare in uno dei racconti di Salinger, che lo fa sentire un po’ speciale. Come tutti ha un dolore nascosto, il rimpianto per il rapporto conflittuale con suo padre, che gli ha trasmesso la febbre del baseball, morto troppo presto.

Un giorno mentre si trova nel suo campo di granoturco sente una voce che gli dice “Se lo costruisci, lui verrà”.

 

«Ma era proprio una voce quella che avevo sentito? O era qualcosa dentro di me ad avere pronunciato una frase che non avevo sentito con le orecchie ma con il cuore? Perché avrei dovuto obbedire a quell’ordine? Mentre me lo chiedevo, conoscevo già la risposta. Ecco gli amori della mia vita: Annie, Karin, l’Iowa e il baseball. Il grande dio Baseball».

 

Da qui inizia il racconto on the road verso la realizzazione di un sogno, ma anche la ricerca di se stesso e del senso della vita.

Ray capisce di dover costruire un campo da baseball, di dover cercare Salinger – la solita voce gli dice anche «Lenisci il suo dolore» – e portarlo a vedere una partita di baseball, per trascinarselo dietro e fargli vedere il suo campo dietro casa, lì dove c’era il granturco.

E poi aspetta che lui arrivi, come gli ha detto la voce.

E lui è proprio Shoeless Joe Jackson, il cui guantone una volta venne definito da un famoso giornalista sportivo come «il posto dove i tripli vanno a morire», in cerca di una seconda opportunità dopo lo scandalo che ha colpito la sua squadra nel 1919, il famoso Black Sox Scandal, il momento più buio di tutta la storia del baseball: otto membri della squadra dei White Sox vengono accusati di aver venduto una partita delle World Series e tra di loro c’è anche Joseph Jefferson “Shoeless” Jackson. Alla fine verranno assolti dall’accusa ma squalificati a vita. Ancora oggi non tutto è chiaro in questa vicenda e soprattutto non è certa la partecipazione di Shoeless Joe nell’imbroglio, anche perché non solo più volte i suoi colleghi hanno escluso che fosse implicato, ma soprattutto perché sul campo ha sempre dato il massimo. Probabilmente ingenuo, analfabeta, poco scaltro com’era, aveva accettato di barare salvo poi cambiare idea e giocare come sempre per vincere.

E Shoeless Joe alla fine arriva, guarda il diamante di Ray, lo prova, e poi torna di nuovo e si porta dietro i suoi compagni, tutta la squadra dei White Sox al completo, più un ragazzino passato alla storia per aver giocato solo due inning, Moonlight Graham, poi diventato medico, anche lui scovato da Ray e condotto al suo campo per fargli rivivere il suo sogno. E insieme a tutti loro arriva un altro ragazzo: è lui che doveva arrivare davvero, è lui che Ray aspettava. Realizzando il sogno di tutti, da Shoeless Joe ai sette White Sox squalificati, da Moonlight Graham a Salinger, Ray arriva a realizzare il suo.

Shoeless Joe è un romanzo sui sogni certamente, ma anche sull’attesa, sulla passione, sull’innocenza, sulle seconde possibilità, sul perdono. E’ la storia commovente di un uomo e di un’intera nazione costruita sull’idea del ricominciare da capo e la convinzione che tutti possano farcela. Un’America che forse si è ormai allontanata dalle sue radici, ma che da qualche parte ancora esiste e continua a far sognare.

E se ami J. D. Salinger, Shoeless Joe è il romanzo che ti dà l’illusione di vederlo muovere, camminare, parlare: nemmeno per un secondo pensi che non sia lui a vivere in queste pagine, è esattamente come te l’aspetti e allora quella voce che per Ray gracchia dagli altoparlanti di un campo immaginario, per te arriva dritto da quelle pagine e ti dice: «Se lo leggi, lui verrà».

 

 

*Il titolo non è mio, ma suo.

90 di questi giorni

Sunday 22 August 2010

Auguri al più grande mago del mondo

E’ a lui che si deve in parte questo blog, sicuramente il titolo.

… “paese dell’anno che volge sempre alla fine. Paese con alture di caligine e fiumi di foschia; dove i meriggi fuggono, i vespri e gli albori indugiano e le notti rimangono. Paese fatto più che altro di cantine, cellieri, carbonaie, soffitte, credenze, sgabuzzini, tutti sul lato opposto al sole. Paese di gente autunnale, con pensieri soltanto autunnali, il cui passo di notte sui marciapiedi ha suono di pioggia …“

 

Il blog non è morto (ma non se la passa tanto bene, come me del resto). W il blog!

Monday 7 June 2010

Qui se vi mancano le mie (dolci) parole potete trovare la mia stangata a Storia della mia purezza di Francesco Pacifico, sul Corriere Nazionale (per la pagina della cultura di Stefania Nardini) di qualche settimana fa, la prossima sarà su Tutti hanno ragione di Paolo Sorrentino, libro stregato da una mela andata a male, più che avvelenata.

Sul numero di giugno di Stilos appena uscito invece, per la mia rubrica “Pastiglie”, parlo di Quartieri alti di Ercole Patti. Ma la cosa più importante del numero a parte un inedito di Enzo Siciliano bellissimo, Tourneé, è l’intervista esclusiva rilasciata a Giampaolo Mazza da Roberto Saviano, e tanto altro, naturalmente.

Per non parlare solo di me, nonostante questo sia il mio blog, per chi non lo sapesse, segnalo la traduzione di un libro bellissimo ad opera di Ettore Bianciardi: Che fortuna essere povero di Sholem Aleichem, uscito per le edizioni Strade bianche -Stampa Alternativa (e quindi in collaborazione con Mauro Baraghini di Stampa alternativa), disponibile gratuitamente anche in .pdf, ma non metto nemmeno il link alla pagina di download perché il libro stampato – come sono i libri e come saranno sempre – costa solo 9 €, quindi direi che potreste anche acquistarlo (fatte salve le possibilità economiche, e – per me, solo in questo caso – hanno ragione Bianciardi e Baraghini con la loro iniziativa dei bianciardini e dei libri disponibili gratuitamente, perché in questo caso la cultura e quindi anche i libri, devono essere accessibili a tutti).

Il libro racconta della diaspora degli ebrei – come quasi tutti i libri di Aleichem (nome d’arte peraltro), solo alcuni però tradotti in italiano – e la racconta attraverso gli occhi ancora capaci di stupirsi, anzi di stupefarsi di un bambino. E’ un lungo viaggio da un piccolo villaggio dell’odierna Ucraina e dai progrom, fino in Europa e poi nella sognata America terra di promesse e meraviglie. La scrittura è quella leggera ma intensa e intrisa di odori, sapori, colori della lingua e della letteratura yiddish, che io trovo un vero e proprio genere letterario, come il noir o i romanzi di formazione.

Se ne riparla comunque.

Ego-riferita

Tuesday 11 May 2010

Sul nuovo numero di Stilos trovate la mia intervista a Dan Fante in occasione della ristampa di Angeli a pezzi; una recensione del libro Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese di Stefania Nardini (con cui sarò a Perugia il 27 Maggio per “iLibri. Scrittori e critici di Stilos alla Stranieri“); Zola Neale Hurston per la mia rubrica “Pastiglie” sui libri persi e quelli ritrovati, e questo pezzo su Palace of the end di Judith Thompson pubblicato dalla Neo. Edizioni.

A parte me, non potete perdervi lo speciale dedicato alle prime edizioni di libri prestigiosi e di valore. E tutto il resto, anche. Però, intanto abbonatevi, e poi andate a leggere!


P.s

Lo so, il blog ha qualche problema, al momento non riesco a risolverlo e a dire la verità non ho molto tempo per pensarci, ma se qualche volenteroso volesse darmi una mano…

Acqua e sale, mi fai bere

Monday 19 April 2010

L’altro giorno Davide e io parlavamo di cosa ci aspettiamo dai libri quando li leggiamo e quindi di cos’è la letteratura, tema naturalmente affrontato più volte e sul quale ci troviamo perlopiù ai poli opposti del mondo.

A un certo punto però lui dice che a un libro ogni volta chiede: «fondimi e confondimi… spaventami» – citando una poesia di Patrizia Valduga (“Vieni, entra e coglimi”) – non mi dilungherò a spiegare cosa intenda con questo (lo farà lui, qui o altrove, se ne ha voglia), ma il senso s’intuisce, mi pare. E ancora una volta io non sono d’accordo.

A parte il fatto che una simile aspettativa farebbe fuori più della metà dei libri che amo e che considero fondamentali per me e per la letteratura in genere, ma poi io non chiedo nulla ai libri che mi riguardi, non voglio nemmeno che mi parlino, voglio una storia che mi piaccia ascoltare, una scrittura che mi faccia godere, qualche rara epifania al massimo e, se proprio aspetto di trovarmi davanti un capolavoro, che questo libro mi dica qualcosa sull’uomo che non sapevo, o che sapevo ma non sarei mai stata in grado di dire così bene.

E soprattutto non cerco ogni volta un capolavoro, ma un buon libro che mi ripaghi del tempo che ho speso a leggerlo; se poi riesce a farmi dimenticare di essere una lettrice professionista e a nascondere bene i vari artifici retorici o tecnici che si celano dietro ogni scrittura degna di questo nome, e non mi fa pensare che quella cosa o quell’altra si poteva dire con meno parole o con altre parole, o che magari l’autore poteva addirittura non dirla, allora quel libro si è guadagnato la mia riconoscenza imperitura e il suo posto nella mia personale libreria sentimentale, dove ci stanno pochi libri, ma di quelli imperdibili.

Un posto in questo scaffale privatissimo se l’è appena guadagnato Acqua di mare di Charles Simmons, un romanzo sull’amore e la morte come riti di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dichiaratamente ispirato a Primo amore di Turgenev; ma si tratta più di un omaggio che di una riscrittura. Lo stesso Simmons, nell’intervista che chiude il libro nell’edizione Bur, dichiara a Mariarosa Bricchi che in fondo ci sono storie già precostituite da cui tutti gli autori traggono spunti, per poi reinventarle.

Acqua di mare è un romanzo di formazione senza dubbio, ma ogni etichetta è poco utile a renderne gli aspetti più notevoli: la levità della scrittura, la precisione della parola, la perfezione di una struttura narrativa che non mostra mai cedimenti o sbavature. Solo nel modo e con le parole in cui Simmons l’ha scritta, poteva essere raccontata questa storia.

Il libro inizia dalla fine, o meglio, l’incipit fulminante contiene tutta la storia: «Nell’estate del 1963 io mi innamorai e mio padre morì annegato». Simmons dice subito che è una storia d’amore e di morte che ha per protagonista un ragazzino che probabilmente sta per vivere l’ultima estate spensierata della sua vita, ci da tutte le indicazioni per immaginare gli sviluppi della trama e prefigurarci il finale; eppure, mentre leggevo il libro, e le sue descrizioni brevi e precise, i dialoghi brillanti e di tanto in tanto rivelatori, vedevo sfilare davanti a me quei personaggi – tutti, anche quelli secondari – descritti così bene attraverso gli occhi degli altri protagonisti, tanto da riuscire a immaginarli in ogni dettaglio, mi addentravo così profondamente nella storia e partecipavo tanto visceralmente alle vicende che Simmos racconta, da dimenticarmi quello che avevo appreso sin dalle prime righe e alla fine mi sono persino stupita e ho un po’ sofferto per il drammatico epilogo della vicenda. La trama ha poca importanza: durante un’estate in un’isola dell’atlantico un ragazzino s’innamora, per la prima volta, di una bellissima straniera più grande di lui di qualche anno e scopre che lei invece è presa da qualcun altro; alla fine il padre del protagonista muore cadendo fuori dalla barca su cui hanno trascorso gran parte del loro tempo insieme (ci sono poi un altro paio di elementi che però taccio per non rovinarvi la lettura).

Anche l’ambientazione, ad eccezione della presenza costante del mare, è del tutto ininfluente ai fini della storia, tanto che Simmons ha scritto questo libro a sessant’anni suonati nel 1998, ambientandolo però nel ’63, ma potrebbe benissimo essere stato scritto nell’800, come Primo amore di Turgenev, o essere ambientato ai giorni nostri: cambierebbe poco, perché a rendere questo romanzo così straordinario, è la maestria dell’autore, la sua capacità di racchiudere il dramma in poche pagine e di farlo esplodere senza deflagrazione, come una bomba sotto la superficie di quell’acqua di mare che s’increspa leggermente e poi s’innalza per ricadere infine placida su se stessa e continuare a scorrere; è la sensazione agrodolce che si prova sfogliando le pagine, la malinconia per un amore non corrisposto e per un altro, forse più grande, quello del protagonista per il padre, che viene messo a dura prova fino all’epilogo definitivo che lo cristallizzerà per sempre («ora io sono più vecchio di papà quando annegò. Non so perché mi sento ancora un bambino»); è il sapore di salato sulle labbra e sulla pelle che Simmons riesce a rievocare alla perfezione, e del quale non si riesce a distinguere la provenienza: se l’acqua di mare o le lacrime.

E’ un romanzo costruito sulla parola, sulla scelta della frase più adatta a rendere questa o quella sensazione, un’emozione anche piccola, un sentimento, dettagli e sfumature che tutti insieme restituiscono un mondo e il senso della tragedia che si sta per consumare: «credo che una delle attrattive della scrittura, per me, sia il fatto che devo dire le cose una volta sola. Prendere o lasciare» – dice Simmons a Bricchi, e ancora – «per me la frase è l’unità di misura del senso».

Solo due considerazioni a margine: com’è possibile che uno scrittore così grande non sia stato tradotto in Italia fino al 2007 (da Massimo Bocchiola), quando è stato sdoganato proprio con Acqua di mare, che è l’ultimo romanzo che ha scritto, ma al suo attivo ne aveva già altri quattro, uno dei quali gli è addirittura valso nel 1964 il William Faulkner Award? E poi, se un libro così fosse finito sulle scrivanie della maggior parte degli editor delle nostre case editrici, l’avrebbero pubblicato, riconoscendone il valore e la bellezza? O invece, avrebbero chiesto delle modifiche nel senso di una maggiore caratterizzazione geografica e temporale, una più forte rappresentazione della crisi della famiglia, o magari l’introduzione di un qualche elemento di denuncia sociale?

Io una risposta a queste domande ce l’ho e credo di avere anche abbastanza ragione, ma lascio a voi l’ardua sentenza e soprattutto la lettura di un libro bellissimo.

Lacuna blues

Thursday 11 March 2010

Nella quarta di copertina di Mi ricordo il jazz. Guida bibliografica per “sfogliare” la musica afroamericana, di cui ho parlato in questo post, si legge che il volume, aggiornato al 1999, «riporta tutti i titoli sul jazz pubblicati in Italia, dai testi originari a quelli tradotti, dai saggi specifici alla letteratura liberamente ispirata dalla musica afroamericana».

Bisogna stare molto attenti con le parole, perché se uno scrive che un certo volume elenca tutti i titoli legati al jazz pubblicati in Italia e poi si scopre che ne manca almeno uno, tutta la credibilità dell’opera rischia di essere messa in discussione.

Io continuo a pensare che questo libretto sia molto utile e godibile, ma devo ammettere che ora ho qualche dubbio sulla sua esaustività e sulla precisione delle indicazioni che vi sono riportate.

In pratica Alberto mi ha fatto notare che nel volume curato da Guido Michelone non si fa menzione di un racconto di Richard Matheson scritto nel 1963 e pubblicato per la prima volta in Italia nel 1984 per gli “Oscar Mondadori” (precisamente nell’Oscar 1777 del 23 luglio 1984).

Già dal titolo questo racconto doveva trovarsi di diritto nella trattazione di Micheloni e a leggerlo poi, è quasi incomprensibile che gli sia sfuggito: in Mi ricordo il jazz è stato inserito addirittura un romanzo di Mario Soldati che vagamente cita la musica afroamericana.

Per rendere giustizia a questo bellissimo racconto ripropongo quanto ho scritto anni fa nella mia rubrica sul glorioso Medicine-Show, con qualche aggiustamento però, perché a rileggerlo com’era m’è venuta l’orticaria e ho dovuto rimetterci le mani.

Intanto leggetevi il racconto, sono solo 8, bellissime, pagine. (1, 2 – 3, 4 – 5, 6 – 7, 8)


Il jazz – diceva Thelonious Monk – è un graffio dell’anima e c’è un racconto di Richard Matheson che coglie l’essenza di questa musica meglio di decine di saggi eruditi o testi di storia della musica e quasi descrive il solco di questo graffio.

A dire la verità non è nemmeno un racconto ma un poema blues, dolente come una canzone di Robert Johnson.

S’intitola “La macchina del jazz” e racconta di un musicista di colore che sputa nell’ottone della sua tromba tutta la rabbia e il dolore che si porta dentro.

Richard Matheson è stato definito da Ray Bradbury “uno degli scrittori più importanti del XX secolo”. Per darvi qualche coordinata su quest’autore, vi dirò che ha alle spalle una carriera che dura da oltre cinquant’anni, ha vinto numerosissimi premi, tra cui “l’Edgar Allan Poe” e il “Bram Stoker Award”. Ha scritto centinaia tra romanzi (da Io sono leggenda a Tre millimetri al giorno) – per me uno dei suoi libri più belli è Bid time return (Appunamento nel tempo)e racconti, che hanno inciso sul gusto e le regole della letteratura fantastica, proprio al confine con la fantascienza. La forza persuasiva della sua penna e l’abilità di creare mondi ed atmosfere ha travalicato la letteratura per influenzare profondamente anche altri linguaggi: dal cinema ai fumetti ai videogiochi, fino alla televisione visto che Matheson è il creatore di una delle serie più importanti della storia della tv: “Ai Confini della Realtà”.

Ebbene, un giorno lo scrittore americano ha deciso di abbandonare per un po’ il soprannaturale, l’insolito e l’atmosfera carica di suspense dei suoi racconti e ne ha scritto uno bellissimo sul jazz e le sue radici: “The jazz machine” appunto.

Scritto nel 1963, è stato inserito nella raccolta intitolata “Shock” (Matheson ha imposto una clausola in cui proibiva la pubblicazione dell’opera con titoli diversi) e in Italia è possibile (ma difficile) reperirlo ora nel numero 1775 di Urania: un cofanetto contente 52 suoi racconti divisi in quattro volumi.

Alla fine di una jam session avviene l’incontro-scontro tra un musicista pieno di rabbia e dolore e uno degli spettatori.

Il musicista ha perso suo fratello Rone, ucciso perché si rifiutava di essere uno schiavo come i suoi antenati, e così ogni sera ne celebra la morte lasciando che il blues gli fluisca nelle vene insieme al sangue e si liberi in decine di note stridule come il rumore delle catene.

Qualcuno ha scritto che Chet Baker suonava ogni nota come se le stesse dicendo addio, allo stesso modo il musicista di Matheson in ogni squillo della sua tromba dice addio a suo fratello e a tutti gli altri suoi fratelli morti per il colore della loro pelle.

Il suo jazz è un urlo contro la discriminazione.

L’ascoltatore speciale è un uomo bianco che dice di aver costruito “la macchina del jazz”, un congegno capace di risalire sino alla nascita di questaa musica, di rintracciare i sentimenti e le emozioni più profonde da cui sono scaturite le note di ogni improvvisazione e scoprirne così la natura. Questa macchina prende una nota, la elabora come un teorema e poi la riconverte in sensazioni, nei rumori esatti della rabbia, del dolore, della malinconia, della disperazione.

Il musicista capisce che è come svelare un mistero: cosa resta dopo? Non può permettere di perdere questo segreto: è la storia, il dramma, la vita stessa della sua gente.

Il jazz è la lingua di chi non ha voce.

E così distrugge quella macchina per impedire che gli rubi la musica, perché i bianchi non possano appropriarsi della storia di chi il jazz l’ha inventato e reso grande, e soprattutto non possono svelare tutto il dolore e la solitudine che l’hanno creato: un dolore antico, che percorre come un filo tagliente ogni assolo, ogni pausa tra le note, ogni più piccola dissonanza.

I versi di “The jazz machine” nella traduzione italiana perdono un po’ del loro ritmo e l’andamento da ballata è molto meno evidente che nella versione originale, ma conservano la forza abrasiva della scrittura e il tono lirico di una storia che è una favola nera e dolorosa.

Soprattutto rimane intatta la straziante disperazione del monologo finale con cui il protagonista tira fuori tutto ciò che non è riuscito ad urlare all’uomo bianco, mentre gli distruggeva la macchina del jazz: giù le mani dalla nostra l’anima, quella volata via nelle note di una tromba o sbattuta sui tasti di un pianoforte.

Il jazz: istruzioni per l’uso

Monday 22 February 2010

Se amate il jazz come me non potete perdervi Mi ricordo il jazz. Guida bibliografica per “sfogliare” la musica afroamericana: un agile volumetto pubblicato da Marcos Y Marcos ormai dodici anni fa, a cura del giornalista, saggista ed esperto di musica jazz Guido Michelone. Certo dovrete essere fortunati e trovarlo tra i remainders, o in un mercatino di libri, o sui siti dedicati all’usato, perché in libreria sicuramente non c’è e non credo verrà ristampato (anche se su Ibs risulta reperibile in 3 giorni, facendo l’ordine in realtà non si sa bene quanti ce ne vogliano).

Il libro è essenzialmente un elenco preciso, articolato ma veloce, quasi da consultazione, di tutti gli scritti sul jazz (o in cui ci sia anche solo qualche vago riferimento) pubblicati in Italia fino al 1999 – dai testi originali a quelli tradotti, dai saggi ai romanzi ispirati direttamente dalla musica afroamericana – e divisi per decenni con qualche riga di commento mai scontato. Avrebbe bisogno di un aggiornamento ai giorni nostri per l’eventuale riedizione, che però forse non sarebbe così sanguinoso da realizzare, quindi lancio la palla a Marcos Y Marcos e a Guido Michelone.

Leggendo Mi ricordo il jazz, scopro che nel primo libro scritto da Mario Soldati – uno dei pochissimi suoi che mi mancano e non ho ancora letto – America primo amore (1935), ci sono un paio di capitoli dedicati «alla vita notturna, cioè jazzistica, di Harlem e Chicago»; che l’anno prima Longanesi aveva pubblicato un romanzo di un grande poeta afroamericano, Langston Hughes, intitolato Piccola America negra sulla storia di due fratelli che inseguono il jazz per sfuggire alla loro miseria; e che il primo volume dedicato al jazz risale al 1926 con Le Jazz di André Schaeffner; nello stesso anno verranno poi pubblicati in America, Jazz di Paul Whitman e Marc Bride, e in Germania, Das Jazz-Buch di Alfred Baresel.

Come al solito noi italiani arriviamo quasi sempre dopo nelle cose importanti, e a parte due edizioni pubblicate nel ‘28, poco più che pretesti per parlare d’altro (ma in fondo eravamo in pieno ventennio fascista, non che questo ci giustifichi di alcunché, tantomeno di aver ignorato il jazz per anni) – “Io povero negro” di Orio Vergani (Treves), un racconto contenuto in una raccolta omonima, e Le memorie di Joséphine Baker a cura di Marcel Sauvage per Mondadori, in cui dice Michelone sono: «i 30 disegni inediti (bellissimi) di Paul Collins, forse la cosa più jazzistica del volumetto» – per il resto bisogna aspettare la fine degli anni ’50 per avere dei volumi sul jazz degni di essere menzionati: da Il libro del jazz di Sergio Biamonte ed Enzo Micocci (Cappelli), Il mondo del jazz di Livio Cerri fino a Jazz moderno: musica del dopoguerra (Ricordi) di Arrigo Polillo, che poi in parte ci riscatterà da quasi quarant’anni di disinteresse verso la musica più rivoluzionaria degli ultimi secoli con: Jazz. La vicenda e i protagonisti della musica afroamericana uscito nel 1975 per Libri Illustrati Mondadori, poi ripreso nel ’76 negli Oscar. Un’opera fondamentale, con 13 capitoli introduttivi alla storia del jazz mondiale e 34 monografie dedicate ai capiscuola, che ci ha pure fatto guadagnare l’unico riconoscimento per un libro italiano dedicato al Jazz: il Premio Campione per la Saggistica nel ’75. Io ho un’edizione del volume risalente al ’90 e non ci sono foto, ma ho appreso proprio grazie a Mi ricordo il jazz che nella prima edizione c’erano due distinte serie di scatti: una con immagini di repertorio e una con nuovi ritratti. Naturalmente ora la voglio!

E a proposito di foto, quelle che fanno da corredo al libro curato da Michelone sono di Pino Ninfa, grande fotografo e amante del jazz che riesce a raccontare questa musica complicata e istintiva allo stesso tempo, attraverso le immagini, con i volti, gli strumenti i dettagli dei protagonisti della scena musicale jazzistica degli ultimi 50 anni: in particolare molte belle sono le foto di Brad Mehldau, ripreso mentre fuma una sigaretta seduto al pianoforte con l’aria e l’atteggiamento che rimandano al “Pensatore” di Rodin; quella che sembra quasi rubata per come riesce a cogliere l’istantaneità di un attimo, di Archie Sheep e Jackie Bajard, uno di sfondo all’altro; e poi un giovanissimo ritratto di Wynton Marsalis appoggiato alla sua tromba e quello bellissimo di una regale Dee Dee Bridgewater.

Se non bastasse tutto questo a convincervi a cercare questo libro, ho riservato per la fine una chicca da cultori di libri e di jazz: il volume si apre con un’intervista fiume – quasi inedita in Italia – rilasciata nel ’79 alla rivista francese “JazzMagazine” da Georges Perec in occasione della pubblicazione del suo romanzo più famoso, La vita istruzioni per l’uso, ma in realtà nel pezzo si parla soprattutto e volutamente di Mi ricordo – da cui il titolo del libro di Michelone – uscito nel ’78, in cui Perec racconta sul filo della memoria eventi minimi della sua vita, che poi erano quelli comuni a tutti coloro che vivevano quegli anni, riuscendo a intrecciare i suoi “mi ricordo” con quelli di tutti i lettori affascinati dai suoi giochi letterari.

L’intervista a Perec in apertura del libro ha una doppia valenza: da una parte lo scrittore francese ha innalzato la lista, la classificazione enciclopedica, l’elencazione a genere letterario con la sua opera* e quindi ben si addice a un libro che è una specie di vademecum per “il lettore jazzista italiano perfetto”. Inoltre dopo un grande amore per la musica jazz spesso palesato nei suoi libri – addirittura lo scrittore racconta di un viaggio a meno di vent’anni, di nascosto dai suoi genitori, alla scoperta della musica della West Coast – Perec aveva più volte dichiarato di non ascoltarlo più e di preferirgli ormai di gran lunga la musica lirica.

L’intervista inizia proprio su questo argomento e Perec parafrasa per antitesi Louis Armstrong e dice: «io e il jazz siamo morti insieme». E poi spiega: «Io non sono morto, ma l’amore che avevo per il jazz è morto per me insieme al jazz stesso, intendo dire insieme a un certo tipo di jazz».

In Mi ricordo sono tanti i ricordi di Perec legati al jazz, si capisce che lo amava appassionatamente e come tutte le grandi passioni, quell’amore bruciante è finito drammaticamente, per un tradimento sembra quasi suggerire: «Ascolto ancora jazz, ma come una musica che non è più viva». Il tradimento arriva dalla West Coast – dice nel corso dell’intervista – col jazz bianco e ricco «una porcheria!», pensava fosse una falsificazione, ma poi ha apprezzato Chet Baker e Dave Brubeck: «Non mi piaceva – Dave Brubeck, non doveva piacermi. Innanzitutto era un bianco. Ma aveva un sax fantastico, che si chiamava Paul Desmond», e a questo punto l’intervistatore gli comunica che quel genio di Desmond è morto e Perec quasi si commuove.

E’ tutta così l’intervista, una chiacchierata libera sull’onda dei ricordi e delle emozioni, con lo scrittore che si sorprende di chi è morto e di invece è ancora vivo, e racconta della sua lunga frequentazione col jazz, nei locali per il mondo, nei libri, alla radio, nel salotto di casa sua o nel mangianastri in automobile.

Forse vi farà irritare questo signore anziano che dice di aver detestato Armstrong in gioventù, preferendogli Lester Young e Bud Powell, e che non ha mai ascoltato Keith Jarrett e anzi sostiene che non suoni davvero del jazz (e in questo nemmeno io posso dargli troppo torto); di aver adorato Sonny Rollins per anni e poi di non avergli perdonato per lungo tempo l’apertura al free dopo tre anni di silenzio; di ritenere che la necessità del free e delle evoluzioni in senso sperimentalistico del jazz dalla metà degli anni ’60 nascevano non da vere istanze rivoluzionarie, ma da puro pragmatismo opportunista: quando si è passati dai 78 ai 33 giri i musicisti hanno dovuto allungare i tempi delle esecuzioni passando dai tre minuti e mezzo standard a tempi più estesi e quindi hanno dovuto inventarsi nuovi modi per riempire quei solchi. Una teoria curiosa, quasi divertente, ma ovviamente priva di fondamento perché non tiene in alcun conto i profondi cambiamenti che erano avvenuti nella società americana dell’epoca, con le lotte per i diritti civili e le istanze politiche e sociali dei giovani afroamericani, a cui il jazz ha cercato di dare voce e (forse) risposte, come sempre nella sua storia.

Ma le grandi passioni non muoiono mai davvero, continuano a bruciare sotto la cenere e un grande scrittore lo sa e quindi dice, (dopo il bop) «per me, è arrivata una cosa** selvaggia in cui non ritrovavo le strutture conosciute: da un lato era quello che aspettavo veramente, mentre dall’altro mi sconvolgeva»: non è una meravigliosa dichiarazione d’amore? Non è così l’amore? Atteso e inaspettato? E non è così il jazz? Lo dice anche Vincent, il killer di “Collateral”, quando – affascinato da una torrida jam session in corso in un club di Los Angeles, che per un lungo istante lo distrae persino dai suoi compiti di sicario – afferma: «il jazz è quello che non ti aspetti».

(E Tom Cruise, che lo interpreta, ha sempre ragione!)

 

 

*

Alla fine dell’anno scorso, per restare in tema di liste e elencazioni, Bompiani ha pubblicato un bellissimo libro illustrato di Umberto Eco, La vertigine della lista, dedicato al tema della classificazione e all’idea della lista applicato alla letteratura, all’arte, alla filosofia e alla musica. Il libro – che si può considerare come una specie di anticipazione e allo stesso tempo di un compendio, di quanto avrebbe realizzato poi lo stresso Eco come “guest curator” del Museo del Louvre da lNovembre 2009 sino ai primi di questo mese, con una serie d’incontri, rassegne, proiezioni e conferenze dedicati proprio a liste ed elenchi – si configura come una raffinata “lista delle liste”, corredata da immagini bellissime e una trattazione da divulgatore di lusso, che attraverso un percorso che parte dall’Iliade e arriva al supermarket, passando per il Medioevo e la belle epoque, porta Eco a sostenere che la lista, suggerendo «quasi fisicamente l’infinito, perché non si conclude in forma», sia essa stessa quindi una specie di rappresentazione artistica, uno dei modi in cui l’arte si esprime.

So che l’ho già detto in passato e quasi mani ho tenuto fede a questa specie d’impegno, ma magari stavolta ne riparliamo davvero.


**

Qui Paolo Fabbri, semiologo e grande esperto di musica jazz, pubblica un inedito incompiuto di George Perec dedicato alla “cosa”, alla New Thing, al free che irrompeva sulla scena musicale disarticolando ancora di più gli schemi del jazz e rivoluzionando la musica, ancora una volta.


Se una mattina d’inverno un editore…

Monday 8 February 2010

Francesca mi telefonò verso le nove di sera. Avevo cenato con delle sarde marinate che avevo messo in frigo il giorno prima, e stavo lavando i piatti. Ingoiai l’ultimo sorso di vino e misi a mollo anche il bicchiere, poi mi allungai e afferrai il cellulare dal tavolo.

“Ce ne hai messo a rispondere”, disse.

“Ciao. Non era un momento opportuno”, risposi.

“Avevi una donnaccia per le mani?”

“Come ti permetti? In casa mia entrano solo signore di classe”.

Rise, e mi sembrò di vedere le sue fossette scavarle un po’ le guance.

“Capisco”, disse poi. “Una più una meno, ti va di aggiungermi alla lista per stanotte?”

“Fammi pensare. Sì”.

“Grazie maestro. Ci vediamo fra mezz‟ora”.

“Ti aspetto. E vorrei farti presente che donnacce lo diceva mia nonna, un secolo fa”.

“Tua nonna la sapeva lunga”, rispose, e riattaccò.

Finii di pulire in cucina e andai a gettare uno strofinaccio ormai fradicio in mezzo ai panni sporchi, poi mi versai un bicchierino di grappa. Avevo conosciuto Francesca quattro anni prima. Ogni tanto accompagnava suo nipote Ettore a scuola, ed era la zia con le gambe più belle che avessi mai visto. Non immaginavo che mi avrebbe fatto gli occhi dolci, mi ci era voluto un po’ ad accorgermene. Avevamo cominciato a uscire insieme, e non avevo mai smesso di trovarla affascinante, e spiritosa. Metà del suo guardaroba era da tempo nel mio armadio e in aprile, quando aveva compiuto quarantacinque anni, le avevo regalato un piccolo anello di oro rosso che era appartenuto a una specie di principessa francese del ‘700, almeno a sentire l‟antiquario che me lo aveva venduto.

“E‟ una proposta di matrimonio?”, mi aveva chiesto Francesca con il suo tono allegro e guardingo.

“Meglio ancora. E‟ un gesto d‟amore”, le avevo risposto.


Questo brano è tratto da un manoscritto bellissimo in cerca di editore. Stiamo valutando delle proposte, ma secondo me merita parecchio di più perché è un romanzo divertente, originale, ironico e anche commovente in alcune parti , e  poi il suo protagonista, cinico quanto basta e tenero quel pizzico necessario e sufficiente a perdonargli quasi ogni cosa, è un tipo che uno vorrebbe conoscere davvero per potergli telefonare quando gli gira (cit. in omaggio, ovviamente). E ditemi se non ho ragione leggendo questo brano! Quindi ho pensato che non sempre è Maometto che deve andare alla montagna, ma la montagna può ben muoversi in casi straordinari per cercare Maometto e io le facilito le cose rendendole – pubblicamente – nota l’esistenza di questo inedito da non lasciarsi scappare.

Dunque, per chi – possedendo (o lavorando per) una casa editrice che paga dei begli anticipi, cura i suoi scrittori come si deve e riconosce sempre i diritti sulle copie vendute – volesse saperne di più: parliamone! Sapete dove trovarmi.

(No, non ho cambiato mestiere e non faccio l’agente letterario ora, ma proprio perchè continuo a leggere e scrivere di libri,  e mi passa sotto gli occhi così tanta monnezza edita o inedita, ora che ho per le mani questo manoscritto che ho amato molto, voglio vederlo in libreria e sui giornali, il più presto possibile).

Il florilegio (cit. arcaica)

Thursday 21 January 2010

Lo dico sempre: faccio fatica ad aggiornare il blog, a seguire quello che succede in giro, curo solo il tumblr perché mi diverte ed è immediato, mentre anche la mia farm su Facebook ormai è avviata al fallimento.

Prometto che sarò più costante con la mia rubrica di libri, anche perché se non dovessi essere precisa e puntuale nemmeno con una delle cose che volevo di più al mondo, sebbene la “Posta del cuore” di Natalia Aspesi resti il mio traguardo massimo, allora forse dovrei ritirarmi qualche anno in Tibet – senza Brad Pitt, Davide stai tranquillo! Poi lo sai che non è il mio tipo – per riflettere a lungo su quello che davvero voglio fare della mia vita, perché comincio a credere di non essere molto equilibrata in questo.

Ma sto diventando troppo ombelicale per i miei gusti e quindi torniamo a bomba, e tutto questo era per dire che se potessi riempire questo blog con le email che ricevo e i carteggi che si creano con alcune persone in certi momenti e, non so davvero spiegarmi il perché, ma mi capitano spesso situazioni anomale o divertenti o bizzarre, avrei risolto qualsiasi problema di fidelizzazione del lettore e di gestione del poco tempo che mi lascia il resto della mia vita e potrei tranquillamente giocare a Tetris, mentre le statistiche circa i miei accessi al blog crescono in maniera esponenziale.

Uno di questi carteggi posso riportarlo con il beneplacito dell’altra protagonista, che anzi è ben contenta di essere citata e riconosciuta: infatti secondo me è completamente pazza, ma di quella pazzia che rasenta il genio e io la trovo simpaticissima.

Andiamo con ordine.

Mentre mi occupo di promuovere Stilos con l’invio del comunicato stampa e del banner per gli abbonamenti alla rivista, mi arriva una risposta all’email del comunicatgo con l’oggetto cambiato rispetto all’originale: 

Oggetto: Re: “Stilos: la rivista dei libri” torna in edicola a fine Gennaio – e nel frattempo e’ nata la Neo Edizioni

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.07

 Salve,

mi chiamo Isabella Tramontano e curo l’ufficio stampa della casa editrice abruzzese NEO edizioni.

Sono contenta che voi torniate in edicola, vi leggevo, e la cosa mi ha fatto anche riflettere sorridendo: quante cose accadono mentre noi non ci siamo, anche se usciamo per poche decine di minuti. In questi due anni vi comunico che siamo nati noi, la NEO.

Stiamo avendo un discreto successo, ma 24 mesi son pochi per gridare vittoria. Sarei contenta se voi deste attenzione alla nostra casa editrice, secondo me siamo bravi, se può valere. Ora come ora, vorrei che leggeste il libro del nostro autore (omissis). Pronta a inviarvelo.

In attesa di un bel pezzo su di me, addetto/a stampa (sui generis?)

Aspetto Vostre,

Isabella

Dopo un primo momento di perplessità comincio a ridere e rispondo subito all’addetta stampa sedicente-sui generis:

 Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.13

A: isabella

 Ciao Isabella,

Intanto in bocca al lupo per il vostro lavoro.

Innanzitutto ti comunico che ti rispondo a titolo personale e non come redattrice della rivista, perché mi hai fatto sorridere con questa tua email e quindi se vuoi mandarmi il libro del vostro autore sarò lieta di leggerlo e poi decidere se parlarne o meno su Stilos.

Puoi inviarlo a (omissis)

Posso prendere un pezzo della tua email e pubblicarla sul mio tumblr? E’ divertente 😀

 buon lavoro

Seia

Lei mi risponde dopo 2 minuti, si vede che la nostra vita sociale al momento langue pesantemente:

 Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.15

A: Seia

ti mando tutto e ti chiedo di farmi felice.

mi citerai? anche no, eh.

grazie,

Isabella

Queste parole mi fanno pensare al “Coprimi di soldi” che è il tormentone in “Jerry Maguire” con Tom Cruise e, come tutto quello che mi fa pensare a Tom Cruise, mi piace e a questo punto sono già conquistata alla causa Montanaro

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.19

A: isabella

Certo che ti citerò! Secondo me il problema della maggior parte delle case editrici italiane a parte la qualità degli autori, scarsa nel 95% dei casi è anche l’incapacità di chi ne cura gli uffici stampa, poco motivati, per niente attivi, nessun’iniziativa, non seguono i loro autori, tu sei troppo simpatica e anche molto intraprendente quindi, a prescindere da come sarà il libro, ti meriti tutto il meglio.

Quanto a farti felice, non prometto nulla, probabilmente non mi conosci e non hai letto i miei pezzi su carta o su blog, ma passo per essere una vera stronza con gli esordienti italiani, quindi… 😀

S.

 Da: isabella

 Date: 13 gennaio 2010 20.23

A: Seia

azz.

ora ti svelo una dinamica delle case editrici italiane: se il pezzo e’ brutto l’addetto stampa viene chiamato in una stanza buia e lasciato lì in isolamento per giorni.

vuoi questo per me?

Io scrivo per una rivista on line, Novamag.it, e ricevo molti comunicati stampa e  concordo: sono noiosi, tutti uguali per tutti. ma lo stesso addetto non si rompe?

Io effettuo delle vere e proprie prestazioni comunicative ogni volta.

Dove posso leggerti?

Isabella

 “Prestazioni comunicative” mi ha prostrato l’ammetto, ma lei è troppo forte e quindi continuo a cedere.

 Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.41

A: isabella

 Non pensare di farmi sentire in colpa, chi promuove un brutto libro che intasa un mercato già saturo di monnezza si merita questo e altro 😀

Conosco Novamag.it, la leggo qualche volta, non è male. E un po’ il lavoro di addetta stampa mi è capitato di farlo in passato quando ho iniziato anni fa con la prima rivista letteraria e cercavo di essere originale con i comunicati e ora lo faccio solo per promuovere autori ai quali mi dedico  esclusivamente perché ci credo, o per Stilos che ha bisogno di essere rilanciato al momento.

(omissis)

Puoi leggermi su (omissis, l’elenco è noioso e non ha a che vedere con la nostra storia). Domani faccio un post con questo scambio di email, magari sistemandole un po’, ma mantenendone lo spirito e lo faccio leggere prima di pubblicarlo così vediamo se approvi o meno 🙂 

Seia

Lei che ha capito che ormai mi ha in pugno, anche perché dei titolari degli uffici stampa italiani quelli che mi piacciono si contano sulle dita di una mano, umanamente e professionalmente, il migliore resta Stefano Fedele, che prima era in Donzelli e poi in Avagliano e ora si occupa in gran parte d’altro, restando sempre nella comunicazione; e poi ho un’ammirazione sconfinata per l’ufficio stampa di Miminumfax, il precedente e quello attuale, che creano rumore e eventi intorno ai libri della casa editrice, e ha contribuito non poco a farla diventare in poco tempo una casa editrice di penso sul mercato italiano. E questo, nonostante io non condivida la pubblicazione di più di metà dei loro libri. Molto brave sono poi Silvia Tessitore di Zona Editore, Lucrezia De Palma che ora purtroppo lavora per la Coniglio editore e i libri che mi propone di solito non sono il mio genere (e non dovrebbero essere il genere di nessuno a dire il vero) e Fiammetta Biancatelli di Newton Compton. E la maestra per me, anche perchè viene dal giornalismo è Stefania Nardini, che di esperienza nella comunicazione (e non solo) ne ha da vendere. Molti addetti stampa invece sono sbrigativi, noiosi, pedanti, maleducati, ripetitivi, per niente appassionati, poco attenti, incapaci di coinvolgerti e di farti incuriosire ai libri che ti presentano e che secondo me loro per primi non hanno letto o non leggerebbero. E poi scrivono questi comunicati tutti uguali, poco brillanti, poco accattivanti, per niente studiati. 

Come dicevo, Isabella ormai ha capito di avermi impugno e quindi raddoppia la posta! 

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.46

A: Seia

Non per Stilos, ma per le altre pagine bianche che riempi, ti allego la scheda di un libro nostro che amo molto. Fammi sapere, obiettiva e cruda come mi sa sei.

(sai che io ho affossato un nostro libro? mi vergognavo di parlarne…)

 Tra donne: quanti anni hai?  Io 33.

 Sistema, taglia cuci, fai tu.

Isabella 

 

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.48

A: isabella

Ne ho 34 e ti sei dimenticata l’allegato! 😀 

 

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.53

A: Seia

Evvai!

Isabella

 

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 21.05

A: isabella

Capita sempre anche a me 🙂

Dalla scheda mi pare interessante: è già uscito?

 

 Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 21.09

A: Seia

Dicembre, ma – visto il tema, com’e’ scritto – e’ sempre attuale.

Pensa, è stato messo in scena al piccolo di milano, e forse la prossima iraquena sarà  Ottavia Piccolo.

Quando l’ho letto e sono rimasta in trance per due giorni.

te lo mando, ja.

Isabella

 

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 21.13

A: isabella

 🙂

ok, qualcosa mi dice che mi piacerà più questo dell’altro, ma li leggerò tutti e due ja 😀

S.

 

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 21.15

A: Seia

Ahahaha.

Buona serata e grazie,

Isabella

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 21.16

A: isabella

Buona serata anche a te 🙂

 S.

I due libri mi sono arrivati subito, e siccome il mio istinto quasi mai mi tradisce, già so che il secondo libro è quello che mi piacerà parecchio, ho fatto il mio test delle dieci pagine lette a caso qui e lì e nemmeno una mi ha deluso. L’altro è molto esordiente, molto italiano, molto poco per me (e per tutti penso, ma come promesso lo leggerò tutto prima di parlarne bene o male o d’ignorarlo, a parte un veloce feedback alla fantastica Isabella, che secondo me tutte le case editrici dovrebbe correre per cercare di accaparrarsela come ufficio stampa).

Qualche stralcio dal libro che mi pare notevole, Palace of the end, una piéce teatrale scritta da Judith Thompson – che conoscevo già per la sceneggiatura del film “L’altra metà dell’amore” – che racconta in tre monologhi il conflitto in Iraq prendendo il punto di vista, o meglio immaginandolo, di tre personaggi realmente esistiti e che con questa guerra hanno avuto molto a che fare:

Mi chiedo se mi manderanno al gabbio per otto anni come Charlie. E’ strano, sapete, se le cose andavano in un altro modo, invece di star qua in ufficio e aspettare il processo, avrei potuto avere anch’io un telefilm che parla di me. Lei è veramente un eroe e sapevate che anche lei viene dal West Virginia? Sì, credo che Jessica Lynch è l’idolo degli americani. Io invece sono il segreto dell’America gridato al mondo intero e loro no, mica ne sono  contenti.

A parlare qui è Lynndie England, la soldatessa americana fotograta mentre seviziava alcuni dei prigionieri del campo di tortura di Abu Grahib.

Il mio albero di datteri non è bellissimo? Ci sono più di trecenta varietà di datteri. Potete immaginarlo? Quando ero incinta del mio primogenito volevo provare ogni tipo di dattero, ma mi sono fermata a cento. Si, cento varietà. Veramente, tutti hanno pressappoco lo stesso sapore, ma non dite a un iracheno che ho sostenuto questo!!!

Sapete per centinaia, migliaia di anni, i datteri con il latte di cammello erano la dieta dei Beduini, proprio come le patate erano la dieta degli irlandesi.

Rovinare questo albero è imperdonabile. Nell’antichità un militare diceva: “Non uccidere una donna, un bambino o un vecchio. E non tagliare un albero“.

Cos’è successo? Ormai è solo un gioco. E’ un danno collaterale.

E’ la voce di Nehrjas Al Saffarh, attivista irachena e moglie di un oppositore di Saddam Hussein.

Si, credo decisamente di non sbagliarmi su questo libro.

That’s all folks.