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Il blog non è morto (ma non se la passa tanto bene, come me del resto). W il blog!

Monday 7 June 2010

Qui se vi mancano le mie (dolci) parole potete trovare la mia stangata a Storia della mia purezza di Francesco Pacifico, sul Corriere Nazionale (per la pagina della cultura di Stefania Nardini) di qualche settimana fa, la prossima sarà su Tutti hanno ragione di Paolo Sorrentino, libro stregato da una mela andata a male, più che avvelenata.

Sul numero di giugno di Stilos appena uscito invece, per la mia rubrica “Pastiglie”, parlo di Quartieri alti di Ercole Patti. Ma la cosa più importante del numero a parte un inedito di Enzo Siciliano bellissimo, Tourneé, è l’intervista esclusiva rilasciata a Giampaolo Mazza da Roberto Saviano, e tanto altro, naturalmente.

Per non parlare solo di me, nonostante questo sia il mio blog, per chi non lo sapesse, segnalo la traduzione di un libro bellissimo ad opera di Ettore Bianciardi: Che fortuna essere povero di Sholem Aleichem, uscito per le edizioni Strade bianche -Stampa Alternativa (e quindi in collaborazione con Mauro Baraghini di Stampa alternativa), disponibile gratuitamente anche in .pdf, ma non metto nemmeno il link alla pagina di download perché il libro stampato – come sono i libri e come saranno sempre – costa solo 9 €, quindi direi che potreste anche acquistarlo (fatte salve le possibilità economiche, e – per me, solo in questo caso – hanno ragione Bianciardi e Baraghini con la loro iniziativa dei bianciardini e dei libri disponibili gratuitamente, perché in questo caso la cultura e quindi anche i libri, devono essere accessibili a tutti).

Il libro racconta della diaspora degli ebrei – come quasi tutti i libri di Aleichem (nome d’arte peraltro), solo alcuni però tradotti in italiano – e la racconta attraverso gli occhi ancora capaci di stupirsi, anzi di stupefarsi di un bambino. E’ un lungo viaggio da un piccolo villaggio dell’odierna Ucraina e dai progrom, fino in Europa e poi nella sognata America terra di promesse e meraviglie. La scrittura è quella leggera ma intensa e intrisa di odori, sapori, colori della lingua e della letteratura yiddish, che io trovo un vero e proprio genere letterario, come il noir o i romanzi di formazione.

Se ne riparla comunque.

Il jazz: istruzioni per l’uso

Monday 22 February 2010

Se amate il jazz come me non potete perdervi Mi ricordo il jazz. Guida bibliografica per “sfogliare” la musica afroamericana: un agile volumetto pubblicato da Marcos Y Marcos ormai dodici anni fa, a cura del giornalista, saggista ed esperto di musica jazz Guido Michelone. Certo dovrete essere fortunati e trovarlo tra i remainders, o in un mercatino di libri, o sui siti dedicati all’usato, perché in libreria sicuramente non c’è e non credo verrà ristampato (anche se su Ibs risulta reperibile in 3 giorni, facendo l’ordine in realtà non si sa bene quanti ce ne vogliano).

Il libro è essenzialmente un elenco preciso, articolato ma veloce, quasi da consultazione, di tutti gli scritti sul jazz (o in cui ci sia anche solo qualche vago riferimento) pubblicati in Italia fino al 1999 – dai testi originali a quelli tradotti, dai saggi ai romanzi ispirati direttamente dalla musica afroamericana – e divisi per decenni con qualche riga di commento mai scontato. Avrebbe bisogno di un aggiornamento ai giorni nostri per l’eventuale riedizione, che però forse non sarebbe così sanguinoso da realizzare, quindi lancio la palla a Marcos Y Marcos e a Guido Michelone.

Leggendo Mi ricordo il jazz, scopro che nel primo libro scritto da Mario Soldati – uno dei pochissimi suoi che mi mancano e non ho ancora letto – America primo amore (1935), ci sono un paio di capitoli dedicati «alla vita notturna, cioè jazzistica, di Harlem e Chicago»; che l’anno prima Longanesi aveva pubblicato un romanzo di un grande poeta afroamericano, Langston Hughes, intitolato Piccola America negra sulla storia di due fratelli che inseguono il jazz per sfuggire alla loro miseria; e che il primo volume dedicato al jazz risale al 1926 con Le Jazz di André Schaeffner; nello stesso anno verranno poi pubblicati in America, Jazz di Paul Whitman e Marc Bride, e in Germania, Das Jazz-Buch di Alfred Baresel.

Come al solito noi italiani arriviamo quasi sempre dopo nelle cose importanti, e a parte due edizioni pubblicate nel ‘28, poco più che pretesti per parlare d’altro (ma in fondo eravamo in pieno ventennio fascista, non che questo ci giustifichi di alcunché, tantomeno di aver ignorato il jazz per anni) – “Io povero negro” di Orio Vergani (Treves), un racconto contenuto in una raccolta omonima, e Le memorie di Joséphine Baker a cura di Marcel Sauvage per Mondadori, in cui dice Michelone sono: «i 30 disegni inediti (bellissimi) di Paul Collins, forse la cosa più jazzistica del volumetto» – per il resto bisogna aspettare la fine degli anni ’50 per avere dei volumi sul jazz degni di essere menzionati: da Il libro del jazz di Sergio Biamonte ed Enzo Micocci (Cappelli), Il mondo del jazz di Livio Cerri fino a Jazz moderno: musica del dopoguerra (Ricordi) di Arrigo Polillo, che poi in parte ci riscatterà da quasi quarant’anni di disinteresse verso la musica più rivoluzionaria degli ultimi secoli con: Jazz. La vicenda e i protagonisti della musica afroamericana uscito nel 1975 per Libri Illustrati Mondadori, poi ripreso nel ’76 negli Oscar. Un’opera fondamentale, con 13 capitoli introduttivi alla storia del jazz mondiale e 34 monografie dedicate ai capiscuola, che ci ha pure fatto guadagnare l’unico riconoscimento per un libro italiano dedicato al Jazz: il Premio Campione per la Saggistica nel ’75. Io ho un’edizione del volume risalente al ’90 e non ci sono foto, ma ho appreso proprio grazie a Mi ricordo il jazz che nella prima edizione c’erano due distinte serie di scatti: una con immagini di repertorio e una con nuovi ritratti. Naturalmente ora la voglio!

E a proposito di foto, quelle che fanno da corredo al libro curato da Michelone sono di Pino Ninfa, grande fotografo e amante del jazz che riesce a raccontare questa musica complicata e istintiva allo stesso tempo, attraverso le immagini, con i volti, gli strumenti i dettagli dei protagonisti della scena musicale jazzistica degli ultimi 50 anni: in particolare molte belle sono le foto di Brad Mehldau, ripreso mentre fuma una sigaretta seduto al pianoforte con l’aria e l’atteggiamento che rimandano al “Pensatore” di Rodin; quella che sembra quasi rubata per come riesce a cogliere l’istantaneità di un attimo, di Archie Sheep e Jackie Bajard, uno di sfondo all’altro; e poi un giovanissimo ritratto di Wynton Marsalis appoggiato alla sua tromba e quello bellissimo di una regale Dee Dee Bridgewater.

Se non bastasse tutto questo a convincervi a cercare questo libro, ho riservato per la fine una chicca da cultori di libri e di jazz: il volume si apre con un’intervista fiume – quasi inedita in Italia – rilasciata nel ’79 alla rivista francese “JazzMagazine” da Georges Perec in occasione della pubblicazione del suo romanzo più famoso, La vita istruzioni per l’uso, ma in realtà nel pezzo si parla soprattutto e volutamente di Mi ricordo – da cui il titolo del libro di Michelone – uscito nel ’78, in cui Perec racconta sul filo della memoria eventi minimi della sua vita, che poi erano quelli comuni a tutti coloro che vivevano quegli anni, riuscendo a intrecciare i suoi “mi ricordo” con quelli di tutti i lettori affascinati dai suoi giochi letterari.

L’intervista a Perec in apertura del libro ha una doppia valenza: da una parte lo scrittore francese ha innalzato la lista, la classificazione enciclopedica, l’elencazione a genere letterario con la sua opera* e quindi ben si addice a un libro che è una specie di vademecum per “il lettore jazzista italiano perfetto”. Inoltre dopo un grande amore per la musica jazz spesso palesato nei suoi libri – addirittura lo scrittore racconta di un viaggio a meno di vent’anni, di nascosto dai suoi genitori, alla scoperta della musica della West Coast – Perec aveva più volte dichiarato di non ascoltarlo più e di preferirgli ormai di gran lunga la musica lirica.

L’intervista inizia proprio su questo argomento e Perec parafrasa per antitesi Louis Armstrong e dice: «io e il jazz siamo morti insieme». E poi spiega: «Io non sono morto, ma l’amore che avevo per il jazz è morto per me insieme al jazz stesso, intendo dire insieme a un certo tipo di jazz».

In Mi ricordo sono tanti i ricordi di Perec legati al jazz, si capisce che lo amava appassionatamente e come tutte le grandi passioni, quell’amore bruciante è finito drammaticamente, per un tradimento sembra quasi suggerire: «Ascolto ancora jazz, ma come una musica che non è più viva». Il tradimento arriva dalla West Coast – dice nel corso dell’intervista – col jazz bianco e ricco «una porcheria!», pensava fosse una falsificazione, ma poi ha apprezzato Chet Baker e Dave Brubeck: «Non mi piaceva – Dave Brubeck, non doveva piacermi. Innanzitutto era un bianco. Ma aveva un sax fantastico, che si chiamava Paul Desmond», e a questo punto l’intervistatore gli comunica che quel genio di Desmond è morto e Perec quasi si commuove.

E’ tutta così l’intervista, una chiacchierata libera sull’onda dei ricordi e delle emozioni, con lo scrittore che si sorprende di chi è morto e di invece è ancora vivo, e racconta della sua lunga frequentazione col jazz, nei locali per il mondo, nei libri, alla radio, nel salotto di casa sua o nel mangianastri in automobile.

Forse vi farà irritare questo signore anziano che dice di aver detestato Armstrong in gioventù, preferendogli Lester Young e Bud Powell, e che non ha mai ascoltato Keith Jarrett e anzi sostiene che non suoni davvero del jazz (e in questo nemmeno io posso dargli troppo torto); di aver adorato Sonny Rollins per anni e poi di non avergli perdonato per lungo tempo l’apertura al free dopo tre anni di silenzio; di ritenere che la necessità del free e delle evoluzioni in senso sperimentalistico del jazz dalla metà degli anni ’60 nascevano non da vere istanze rivoluzionarie, ma da puro pragmatismo opportunista: quando si è passati dai 78 ai 33 giri i musicisti hanno dovuto allungare i tempi delle esecuzioni passando dai tre minuti e mezzo standard a tempi più estesi e quindi hanno dovuto inventarsi nuovi modi per riempire quei solchi. Una teoria curiosa, quasi divertente, ma ovviamente priva di fondamento perché non tiene in alcun conto i profondi cambiamenti che erano avvenuti nella società americana dell’epoca, con le lotte per i diritti civili e le istanze politiche e sociali dei giovani afroamericani, a cui il jazz ha cercato di dare voce e (forse) risposte, come sempre nella sua storia.

Ma le grandi passioni non muoiono mai davvero, continuano a bruciare sotto la cenere e un grande scrittore lo sa e quindi dice, (dopo il bop) «per me, è arrivata una cosa** selvaggia in cui non ritrovavo le strutture conosciute: da un lato era quello che aspettavo veramente, mentre dall’altro mi sconvolgeva»: non è una meravigliosa dichiarazione d’amore? Non è così l’amore? Atteso e inaspettato? E non è così il jazz? Lo dice anche Vincent, il killer di “Collateral”, quando – affascinato da una torrida jam session in corso in un club di Los Angeles, che per un lungo istante lo distrae persino dai suoi compiti di sicario – afferma: «il jazz è quello che non ti aspetti».

(E Tom Cruise, che lo interpreta, ha sempre ragione!)

 

 

*

Alla fine dell’anno scorso, per restare in tema di liste e elencazioni, Bompiani ha pubblicato un bellissimo libro illustrato di Umberto Eco, La vertigine della lista, dedicato al tema della classificazione e all’idea della lista applicato alla letteratura, all’arte, alla filosofia e alla musica. Il libro – che si può considerare come una specie di anticipazione e allo stesso tempo di un compendio, di quanto avrebbe realizzato poi lo stresso Eco come “guest curator” del Museo del Louvre da lNovembre 2009 sino ai primi di questo mese, con una serie d’incontri, rassegne, proiezioni e conferenze dedicati proprio a liste ed elenchi – si configura come una raffinata “lista delle liste”, corredata da immagini bellissime e una trattazione da divulgatore di lusso, che attraverso un percorso che parte dall’Iliade e arriva al supermarket, passando per il Medioevo e la belle epoque, porta Eco a sostenere che la lista, suggerendo «quasi fisicamente l’infinito, perché non si conclude in forma», sia essa stessa quindi una specie di rappresentazione artistica, uno dei modi in cui l’arte si esprime.

So che l’ho già detto in passato e quasi mani ho tenuto fede a questa specie d’impegno, ma magari stavolta ne riparliamo davvero.


**

Qui Paolo Fabbri, semiologo e grande esperto di musica jazz, pubblica un inedito incompiuto di George Perec dedicato alla “cosa”, alla New Thing, al free che irrompeva sulla scena musicale disarticolando ancora di più gli schemi del jazz e rivoluzionando la musica, ancora una volta.


Nemo propheta in patria

Saturday 3 October 2009

Nel 1939 due romanzi si contesero il titolo di libro evento secondo «Il Club del Libro» di New York: uno era The Grapes of Wrath (Furore) di John Steinbeck e l’altro era Christ in concrete l’esordio di un misconosciuto scrittore italo-americano, Pietro Di Donato. La critica inaspettatamente preferì Christ in concrete definendolo addirittura romanzo simbolo del ventesimo secolo (per avere qualche coordinata in più ricordo che nello stesso anno Joyce dava alle stampe Finnegans wake).

Pare che girando per le biblioteche statunitensi sia possibile incappare in almeno sette – e dico sette – libri dedicati a questo scrittore dal nome italiano, che il 99% dei suoi connazionali che leggono libri (ma tanto parliamo di cifre irrisorie, quindi poco male), non ha nemmeno idea di chi si tratti, ci scommetto la mia collezione di roba dei Take That. Ed è sfuggito quasi a tutti anche un suo servizio giornalistico dedicato al rapimento e all’assassinio di Aldo Moro (intitolato Christ in Plastic) che nel 1978 vinse il premio dell’Overseas Press Club. Colgo l’occasione per chiedere a chiunque ne reperisca una copia, di fotocopiarmelo, stenografarmelo, fotografarmelo, insomma fate voi basta che me lo fate leggere.

In realtà Pietro Di Donato è un italo-americano di origini abruzzesi – e a Vasto vive sicuramente qualcuno che fa parte di quell’1% di lettori che lo conoscono, perché gli hanno intitolato pure una strada – nato a West Hoboken nel New Jersey nel 1911 e diventato muratore a soli 12 anni subito dopo la morte di suo padre avvenuta il venerdì santo del 1923.

E proprio da questo evento drammatico prende le mosse Christ in concrete (pubblicato in Italia nel 1941 da Bompiani col titolo di Cristo tra i muratori, non riesco a capire chi ne sia il traduttore) e racconta la storia di Paolino che alla morte tragica del padre Geremia, murato vivo da una colata di cemento dopo essere precipitato per il crollo delle impalcature del grattacielo che stava contribuendo a costruire, si ritrova costretto a seguire le orme del padre per sostentare la sua numerosa famiglia.

All’inizio Di donato dalla sua storia trasse solo un racconto che fu pubblicato nel 1937 in un numero della rivista “Esquire” e poi ripreso per volontà di Edward O’Brien – che era rimasto fulminato dallo stile appassionato del giovane scrittore – nella sua raccolta “Best Short Stories of 1938” e successivamente, visto il grande successo quel racconto fu ampliato fino a diventare un romanzo vero e proprio. Nel 1949 Edward Dmytryck ne tirerà fuori addirittura un film uscito in America nel 1949 e intitolato “Give Us This Day“, interpretato da Lea Padovani, che nel 1950 alla proiezione italiana col titolo originale alla Mostra del cinema di Venezia vinse addirittura il “Premio Pasinetti. Qui una recensione dell’epoca al film.

Cristo tra i muratori è un libro acerbo, spontaneo, scritto con l’urgenza di raccontare: l’autore scrive con passione e febbrile sentimento la sua storia senza il filtro dell’artificio retorico, non c’è quasi alcuna tecnica narrativa in queste pagine e nessuna ricerca stilistica, eppure quelle stesse ingenuità che lo rendono immaturo per certi versi, contribuiscono a definirne il valore. Quei toni enfatici, il lirismo eccessivo, le interiezioni continue, il ricorso al dialetto, lo stream of consciousness esasperato dei personaggi, soprattutto nei momenti più drammatici, assurgono a stilemi stilistici quasi d’imperio, tanto che il romanzo per anni resterà l’emblema della letteratura di denuncia negli Stati Uniti e la voce più forte di quanti lottavano per ottenere condizioni di vita migliori per gli immigrati, soprattutto italiani, e maggiori condizioni di sicurezza sul lavoro.

L’effetto di questa storia drammatica fu dirompente in America come in Italia: oltreoceano ci s’indignava nel vedere mescolato il sogno americano col sangue dei lavoratori che a quel sogno avevano creduto così tanto da partire da lontano per realizzarlo; il paese delle possibilità appariva ora come il paese dei soprusi e dello sfruttamento; in Italia invece la voce Di Donato era quella dei compaesani partiti da tempo, dei quali poco si sapeva e che ora imploravano aiuto e rivendicavano i loro diritti parlando una lingua nuova e familiare allo stesso tempo. Scriveva Emilio Cecchi sul Corriere dopo la pubblicazione italiana del romanzo: “Esatta e impressionante è la requisitoria sulle angherie che i nostri patiscono laggiù dagli imprenditori assassini, dai sindacati camorristi, dalle compagnie di assicurazione che fanno l’interesse dei capitalisti. Cose che non saranno mai troppo ripetute, a scorno della ipocrisia ed ingordigia puritana.”

In Cristo tra i muratori ci sono le tradizioni, i riti, le parole, i canti di intere regioni italiane: nella nota dell’Editore che apre l’edizione Bompiani del ’41 (che io ho!) si legge “Non soltanto perché lo giudichiamo un bel libro noi pubblichiamo qui tradotto in italiano, il romanzo Cristo tra i muratori dell’italo-americano Pietro Di Donato. V’è, insieme, un altro motivo; ed è profondo: un motivo per cui lo avremmo pubblicato anche se non ci fosse sembrato così bello. Vedrà il lettore. Formalmente il romanzo è forse lontano dalle nostre forme letterarie; non ha nel discorso, l’eleganze solenne di molto nostri scrittoti, o specie nel dialogo, la loro ancor tradizionale compiutezza sintattica.[…] Ma intimamente, spiritualmente, lo vedrà bene il lettore, è libro italiano come pochi libri di lingua italiana lo sono. Italiano è il sentimento, che di vertebra in vertebra, lo percosse. Sofferenza italiana, gioia italiana, l’una e l’altra all’estremo, vibrano nelle sue pagine”.

Non credo ai libri necessari, ma se ci credessi Cristo tra i muratori sarebbe uno di loro e oggi, con la precarietà del lavoro e l’assoluto spregio della vita umana che domina cantieri e fabbriche nel nostro paese sarebbe ancora più necessario rileggere quest’opera (che peraltro è stata ristampata nel 2000 dall’editore “Il grappolo”, che è un editore per il quale non nutro alcuna stima per motivi personali e professionali, ma che stavolta ha fatto un’operazione meritoria).

Non credendo però ai libri necessari, ve lo consiglio lo stesso perché ci sono delle pagine d’intensa bellezza e di grande impatto emotivo: su tutte la scena della morte di Geremia, quasi epica, e poi il delirio di Paolino colpito dalla febbre, e le pagine dedicate ai suoi primi turbamenti sentimentali, fino alle scene finali, che non voglio rivelare ma che sono davvero potenti e chiudono tutta la vicenda in un crescendo convulso e drammatico con tanto di simboli distrutti a segnare una definitiva rottura con il passato e con le proprie tradizioni.

Sulla nera nera terra

Saturday 13 June 2009

E gli uomini e le donne come talpe cieche

le costole continuano a intrecciare

e desideri muti travolgono le loro vite

sulla terra nudi e bisognosi

e continuano a lasciarsi ciechi storpi e soli

sulla nera nera terra a cercare

sulla nera nera terra a cercare

sulla faccia della terra a cercare

 

 

Finisce così “La faccia della terra”, la bellissima ballata che Vinicio Capossela ha scritto ispirandosi ai Racconti dell’Ohio (1919) di Sherwood Anderson, facendone in musica, una sintesi perfetta: con “il reverendo col suo calesse”, “la maestra inquieta”, Enoch che “aveva molti amici che gli affollavano la testa in una stanza”, il telegrafista che “un giorno prese moglie” ed Edna che invece “si prese un amante”. Capossela coglie l’aspetto fondamentale di questi racconti: fulminanti ritratti di un’umanità varia che si dibatte per sopravvivere finché all’improvviso non alza la testa e prova ad afferrare con forza la vita per piegarla nel verso giusto.

 

Tutte le storie girano intorno a George Willar, giovane cronista del giornale locale di Winesburg, la cittadina immaginaria ispirata a Clyde dov’è lo scrittore è cresciuto. George guarda i suoi concittadini e ne vede dipanarsi le storie in eventi banali e quotidiani che di colpo si aprono all’infinito, al mistero, al soprannaturale. Ma non è l’irrealtà a dominare i racconti, anzi, tutto è molto reale, realistico, più vero del vero che vediamo, perché più profondo, svelato e rivelato senza clamore, ma con una grande e umanissima curiosità.

 

La narrazione è veloce, diretta, immediata, ed è magistrale l’uso che Anderson fa delle immagini per creare quell’allucinante atmosfera tipica dello stato mentale sempre un po’ alterato dei personaggi.

 

Provate a leggere questi racconti e subito dopo L’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e avrete una visione d’insieme della parabola di ogni uomo su questa terra, del suo eterno peregrinare, ma anche della sua straordinaria vitalità.

 

Poi provate a leggere qualcosa a caso di Ernest Hemingway, William Faulkner, Thomas Wolfe e John Steinbeck, soprattutto i loro primi lavori e vi sarà chiaro come ciascuno di loro abbia un gran debito di riconoscenza e d’ispirazione con Sherwood Anderson.

E’ stato Anderson a far pubblicare il primo libro di Faulkner e a suggerirgli di scrivere del suo sud e delle cose che conosceva bene (e addirittura, l’ingrato, geniale Faulkner è anche il protagonista di un commovente racconto di Anderson intitolato “A Meeting South“).

Anni dopo Convinse Hemingway a scrivere romanzi e ad andarsene a Parigi per entrare in contatto col bel mondo letterario degli esuli americani di lusso; poi consigliò Wolfe circa la strada da seguire per la sua narrativa e a distanza, con i suoi libri, influenzò Steinbeck, che ne riprese l’interesse per la psicologia e le reazioni emotive dei personaggi.

La narrativa americana (e non solo) non sarebbe la stessa senza Anderson. Fu anche un vivace promotore della vita culturale e letteraria di quel periodo, tanto che a partire dal 1924 animò a New Orleans un salotto letterario a cui parteciparono tra gli altri Faulkner naturalmente e poi Carl Sandburg ed Edmund Wilson.

Nei Racconti dell’Ohio – che alla fine costituiscono un unicum, una grande storia ad episodi sulla provincia americana, anche perché l’autore ha adottato l’espediente narrativo di far apparire un elemento o un personaggio in una storia, per poi riprenderli in quella successiva sia allo scopo di cambiare la prospettiva del racconto che per tracciargli intorno un fil rouge – ma anche nei romanzi, Anderson, uomo di un’estrema sensibilità e di profonda fragilità emotiva, comunica il grande interesse per l’uomo e la sua esistenza. Vedeva il mondo che lo circondava come un intricato canovaccio intessuto di storie e aneddoti, nelle quali andava cercando un significato, un disegno recondito, un’illuminazione di senso che squarciasse il buio di esistenze grigie e monotone o le giustificasse.

 

Scrive nella bellissima introduzione a The Triumph of the egg (un’altra raccolta di racconti che però non so se sia stata tradotta in italiano):

 

Le storie son persone che seggono sulla soglia di casa / della mia mente. / E’ freddo fuori: seggono attendendo. / Guardo dalla finestra / le storie hanno fredde le mani. / Le loro mani gelano. / Un racconto basso e robusto si alza e batte la braccia. / Ha il naso rosso e ha due denti d’oro. / Io sono un uomo sfinito e le mie mani tremano. / Dovrei sedere su di una panca come un sarto. / Dovrei intessere caldi tessuti dalle fila / del mio pensiero. / Le storie dovrebbero essere rivestite. / Esse gelano sulla soglia di casa della mia mente.

 

Le storie erano dentro di lui, intorno a lui e sentiva l’urgenza di raccontarle, tanto da avere anche un sogno ricorrente: “Quando sono molto stanco vado a letto  e spesso cado in un mezzo sogno. Vedo tutta una serie di volti sorridenti, volti tristi, volti stanchi, volti fiduciosi e ho come la sensazione che tutti questi volti appartengano a persone che mi chiedono di raccontare le loro storie”.

Per questo un giorno, a 36 anni, lasciò la sua famiglia, la sua casa, il lavoro e sparì nei campi per 96 ore e quando tornò era diverso, in uno stato di febbrile esaltazione che poi lo portò ad abbandonare tutto definitivamente e a mettersi a scrivere.

 

Ma non pensate che fosse un pazzo o un esaltato. C’era in lui una svagata irrequietezza, un’incontenibile incapacità di rassegnarsi alle regole del vivere convenzionale, un’infantile attrazione verso la primitività: era solo uno scrittore che conosceva il labile confine tra ciò che è ritenuto normale e quello che invece si pensa che non lo sia e ha colmato il vuoto in mezzo con la letteratura.

Grande letteratura.

Appunti per un grande scrittore dimenticato

Wednesday 10 June 2009

Vittima di un oblio quasi assoluto in morte e di gran irriconoscenza in vita: Sherwood Anderson, maestro, mentore, guida, mecenate di tanti scrittori. Soprattutto William Faulkner e Ernest Hemingway gli dovevano molto. Eppure da loro ottenne derisione e dolore.

 

Le ultime parole che Anderson scrisse alla moglie furono queste: “Cornelia, c’è un ponte su un fiume con davanti delle traversine. Quando arriverò là sarò a posto. Scriverò tutto il giorno sotto il sole e il vento mi soffierà tra i capelli.

 

Racconta Fernanda Pivano: “Quando incontrai Ernest Hemingway nel 1948, una delle prime cose che mi disse fu che il problema della sua generazione di scrittori era stato quello di liberarsi dell’in-fluenza di Sherwood Anderson. La stessa cosa mi disse William Faulkner quando lo incontrai a Parigi nel 1952. Entrambi scelsero per liberarsene la forma più crudele, irridendolo con una satira (Torrents of Spring l’uno, Mosquitoes l’altro) che lo fece soffrire tutta la vita.

 

Ad Anderson entrambi dovevano i loro primi successi letterari, addirittura da lui Faulkner prese l’amore per la scrittura: «Vivevo a New Orleans facendo qualsiasi lavoro mi capitasse, per racimolare di tanto in tanto un po’di denaro. Incontrai Sherwood Anderson. Trascorrevamo i pomeriggi passeggiando insieme per la città e parlando con la gente. Poi, la sera, davanti a una o due bottiglie, lui parlava e io ascoltavo. Prima di mezzogiorno non lo vedevo mai. Restava in casa a lavorare. Decisi che se quella era la vita dello scrittore, lo sarei diventato anch’io. Così cominciai a scrivere il mio primo libro. E scoprii che scrivere era divertente.»

 

Forse è vero che per diventare grande bisogna uccidere i propri maestri. Ma è un processo crudele.

 

Scrive Charles Bukowski nel Capitano è fuori a pranzo: “Credo che Sherwood Anderson sia tra i più bravi a giocare con le parole come fossero pietre, o roba da mangiare. Lui dipinge le parole sulla carta. E sono così semplici che si sentono flussi di luce, porte che si aprono, pareti che luccicano. Si vedono tappeti, scarpe e dita. Lui ha le parole. Delizioso. Eppure sono come proiettili. Sanno buttarti giù. Sherwood Anderson ha l’istinto. Hemingway, invece, ce la mette tutta. Infatti nella sua scrittura si sente la fatica. Anderson sa ridere mentre ti dice qualcosa di serio. Hemingway non sa ridere! Uno che si alza alle sei del mattino per scrivere non può avere alcun senso dell’ umorismo. Vuole sconfiggere qualche cosa.”

 

Nel suo saggio su Anderson Pavese dice: “ Lo stile di Anderson! Non il dialetto crudo ancora troppo locale – come fanno qui da noi gli specialisti dialettali che, anche negli esempi più insigni, conservano sempre qualcosa di un po’ gretto – ma una nuova intramatura dell’inglese, tutta fatta d’idiotismi americani, di uno stile che non è più dialetto, ma linguaggio, ripensato, ricreato, poesia. Nel racconto scritto da Anderson sempre echeggia così il parlatore americano, l’uomo vivo.”

                    

Il suo epitaffio recita: “La vita, non la morte, è l’avventura più grande”. Ma sia la vita che la morte sono in debito con lui.

Di quand’ero una giovinetta romantica

Monday 28 May 2007

Raccontano di paesi esotici, avventure estreme, intrighi machiavellici, segreti inconfessabili, passioni travolgenti: potrebbero essere i libri di William Somerset Maugham ma anche i centinaia di Harmony che si stampano ogni anno in tutto il mondo. E invece è Delly (banalmente, dovrebbe essere pacifico che le storie narrate nei secoli sono sempre più o meno le stesse e le hanno esaurite quasi tutte i tragediografi greci e Omero, cambiano alcuni particolari, ma i canovacci sono già tutti stati usati e a fare la differenza è soprattutto lo stile).  

Delly (del quale si diceva fosse un monaco che di nascosto si dedicava alla letteratura rosa) in realtà è uno pseudonimo che nasconde l’identità di due fratelli francesi: Jeanne-Marie (1875-1947) e Frédéric Petitjean de la Rosière (1876-1949) che a quattro mani hanno scritto più di cento libri vendendone milioni di copie in tutto il mondo. In Italia l’exploit dei fratelli de la Rosière si è avuto intorno agli anni ’50 con l’Editrice Salani che sin dagli anni ’30 si era specializzata in collane dedicate ai “libri per signorine” (insieme alla serie per ragazzi) e ha continuato a stampare i romanzi di Delly fino agli anni ’70.   

Io ho letteralmente divorato decine di romanzi di Delly tra i 15 e 16 anni, e poi ho smesso solo perché li avevo letti tutti (quelli in casa), ne finivo anche 3 in un solo giorno (e notte), in una specie di ossessione compulsiva che mi ha colpito anche in altri, pochissimi, casi. Le storie di Delly sono avvincenti, con misteri e fughe rocambolesche, non solo storie d’amore ma vere e proprie epopee affascinanti. E’ vero le ragazze sono sempre bellissime e pudiche e gli uomini quasi sempre alti, tenebrosi e dal passato tormentato, ma tutti si portano dietro il loro alto senso morale come un fardello del quale non vogliono liberarsi e alla fine hanno la meglio su tutte le avversità.

Ricordo che mi sono piaciuti moltissimo due romanzi, che erano uno il sequel dell’altro, entrambi intitolati Il maestro del silenzio e sottotitolati rispettivamente: Sotto la maschera e Il segreto del ku-ku-noor (tutti e due pubblicati da Salani nel ’62 nella “Collana della rosa”, caratterizzata da piccole edizioni in brossura rigida colorata).

Il maestro del silenzio ambientato tra Firenze, la regione cinese del Canton, Parigi e la California è la storia di Gaetano Mancelli e di suo figlio Luigi – protagonista del secondo volume della saga – che si trovano invischiati in lotte clandestine tra sette cinesi rivali, divenendo personaggi di spicco della confraternita del Silenzio. Sullo sfondo intense storie d’amori contrastati.

In Delly la tensione si mantiene sempre molto alta, le avventure si succedono a ritmo serrato anche se la scrittura è sempre molto elegante, quasi serica, mai una caduta di stile o frasi fatte da fotoromanzi Lancio. E sebbene l’aspetto sentimentale sulla carta sembri essere dominante, perché necessario – pensavano evidentemente autori ed editori – ad accalappiare il pubblico femminile, in realtà è solo un accessorio della trama. Diversamente da quanto accade in Liala, in cui è il rapporto tra l’uomo e la donna a reggere tutta la storia, in Delly la trama si fa complessa, il setting è fondamentale e descritto con dovizia di particolari, la storia spesso è corale, raccontando mondi interi con le loro mille sfaccettature.

Come per Georgette Heyer, anche per i libri di Delly io non parlerei snobisticamente di romanzi rosa: le sue storie sono un’evoluzione del romanzo d’appendice: tra Dumas e Maugham (senza esagerare). Si sente dire spesso che ci sono autori che danno al lettore ciò che vogliono leggere, e vengono colpevolizzati per questo, come se davvero la letteratura avesse altri scopi che l’intrattenimento. Il problema non è l’incontro tra gusto e aspettativa del lettore e opera creata ad hoc dall’autore, perché ognuno ha il proprio lettore implicito (si veda Umberto Eco: Lector in Fabula o Sei passeggiate nei boschi narrativi entrambi pubblicati da Bompiani), ma deriva sempre dalla qualità di ciò che si offre.

E il discorso poi non è così cogente in senso assoluto: io a 15 anni leggevo Delly ma prima avevo letto Tolstoj, Dostoevskj, Proust e Balzac (con esiti diversi) e dopo avrei letto Fitzgerald e Joyce, non cercavo nulla dalla letteratura, non ero in realtà il lettore implicito di nessuno e allo stesso tempo lo ero di tutti, mi piacevano le storie, pretendevo che fossero ben scritte. Tutto qui.  

Nel 1964, Pier Paolo Pasolini, insieme a Cesare Zavattini, firma la prefazione a un libro curato da Gabriella Parca per Feltrinelli intitolato Le italiane si confessano, che raccoglieva le lettere ai giornali scritte dalle donne italiane e che rivelavano la varia umanità femminile dell’epoca. E Pasolini scriveva: “La prima impressione che si ha leggendo queste lettere è che sono estremamente divertenti […] E’ divertimento proprio divertimento: quello che prova un ragazzo leggendo un libro di Salgari, o una giovinetta leggendo un libro della Delly…”. E se di divertimento con la lettura parlava pure Pasolini, che è diventato il simbolo dell’impegno a tutti costi, direi che siamo a posto. Certo forse in quella prefazione, la parola “divertimento” è stata usata a sproposito (si legga la polemica con l’autrice del libro), anche perché non di letteratura si parlava in realtà, ma quello che m’interessa al momento era il riferimento a Delly.

Non c’entra niente con  il valore dei romanzi, ma devo dire che sono ammirata dalla capacità d’intesa dei fratelli la Rosière, che sono riusciti a scrivere a quattro mani centinaia di romanzi: io con mio fratello non riuscirei a scrivere nemmeno la lista della spesa senza litigare furiosamente.

Recuperandae

Wednesday 16 May 2007

Continuo ad alimentare la mia ossessione per i libri sommersi e/o sconosciuti, e quando scopro anche intrecci tra le storie dei vari romanzi dimenticati mi galvanizzo ancora di più.

Per esempio ho appreso l’altro giorno, che quando il film tratto dalla ormai trascuratissima Signora Miniver (di cui si è parlato naturalmente qui) ha fatto incetta di Oscar nel 1942, tra i candidati favoriti (con ben sei nominations) c’era anche “Random Harvest” – malamente tradotto da noi con “Prigionieri del passato” – ispirato all’omonimo romanzo di James Hilton. In comune i due film, oltre allo straordinario successo di pubblico e all’attrice protagonista, Greer Garson, hanno persino lo sventurato destino dei libri da cui derivano, perché “Prigionieri del passato” da noi non viene ripubblicato dalla metà degli anni ’70. Essendo a tutti gli effetti un libro sommersoesconosciuto, ne parliamo .

De consolatione philosophiae

Friday 12 January 2007

La prima cosa che mi viene in mente, dopo aver deciso di parlare della Formula di Origene di Johannes Mario Simmel, è che voglio, voglio, fortissimamente voglio, leggere Non è sempre caviale – sempre dello stesso autore, spesso tradotto nel più suggestivo Non deve essere sempre caviale – pubblicato per la prima volta in Italia nel 1967 per la Garzanti con la traduzione dal tedesco di Amina Pandolfi. Pare sia un libro divertente e delizioso che mescola alla suspense della spy story il gusto per l’arte culinaria, perché ha per protagonista, l’agente segreto Thomas Lieven che è un vero gourmet, cuoco eccellente che si cimenta in ricette ardite, mentre opera al servizio di bandiere diverse ma – sembra – senza essere un doppiogiochista. 

Mi ricorda un altro libro in cui il cibo e l’amore per i sapori e la preparazione di pietanze gustose si coniuga con un’attività meno poetica e artistica: il terrorista. E’ Il Ciclista di Viken Berberian, un inno al gusto, al sesso e alla vita innalzato a suon di metafore liriche e sensuali e…

Ma non è del Ciclista che dovevo parlare! Così mi limito a riportare la domanda con cui si conclude il romanzo: “Perché alcuni di noi tornano a casa sani e salvi dopo aver passato una mattina a fare compere al mercato del pesce, spulciando intere file di molluschi e marlini, e altri invece diventano l’obiettivo di una rapina, un pestaggio o persino di una bomba?”.   

In realtà poi non sono andata completamente fuori pista divagando col Ciclista perché seppur in termini diversi, anche Simmel nella Formula di Origene, si pone lo stesso interrogativo del protagonista di Berberian, indagando con la sua storia sugli imperscrutabili percorsi del destino che salva alcuni e altri condanna. 

La Formula di Origine è un libro scritto nel 1949 e pubblicato in Italia dalla Sonzogno alla fine degli anni ’60 sempre con la traduzione di Amina Pandolfi. All’’inizio del romanzo c’è un’introduzione intitolata “In luogo di una prefazione”, che descrive l’origine del romanzo e l’idea da cui è scaturito: un episodio seguito a un bombardamento su Vienna nel 1945 che ha costretto alcune persone a una clausura forzata in una cantina. Pare che qualcuno (l’autore?) abbia partecipato al salvataggio e sia rimasto colpito dalle reazioni degli ex-reclusi e dalle dinamiche che si erano create tra loro durante l’isolamento coatto e che abbia cercato di ricostruirle. Da qui nasce il romanzo di Johannes Mario Simmel, scrittore austriaco vissuto in Gran Bretagna e poi in pianta stabile in Germania, che ripercorre la trama dell’episodio narrato all’inizio: per quello che sembra un caso sfortunato sette persone si ritrovano rinchiuse nel buio di una cantina durante un bombardamento su Vienna e le macerie impediscono loro di scappare. Sono: un prete ubriacone che non crede più in Dio; una signora incinta col marito al fronte e la sua bimba di sei anni; un chimico nazista; un giovane e idealista disertore dell’esercito tedesco; una ragazza sensibile e dall’animo artistico con il desiderio di diventare un’attrice; una signorina bigotta e chiusa nel suo mondo angusto ed egoista.    Simmel segue i fili sottili di queste sette esistenze mentre s’intrecciano e s’ingarbugliano fino a che non è più possibile districarli, e tra l’umidità e il fango della cantina (niente a che fare con La cantina di Bernhard, che era in pratica una drogheria) ognuno dei reclusi vive l’esperienza della prigionia in modo autonomo e personale, secondo la propria indole e la propria formazione; e non è solo la salvezza dalla morte come topi in trappola a essere in gioco. Tra quelle pareti anguste nascono amori e odi, amicizie e contrapposizioni violente, solidarietà, perché mentre lavorano per scavare un tunnel verso l’esterno, i sette prigionieri si scambiano opinioni e storie di vita, si scontrano fino ad avere conflitti estremi e irrecuperabili, vengono a patti con i loro principi e fanno i conti con la devastazione provocata dalla guerra e non sono solo detriti di polvere e calcinacci a pesare, ma le ingombranti macerie che si accumulano nell’animo e avvelenano i rapporti tra le persone. 

Che c’entra Origene in tutto questo? Ebbene Origene (Alessandria, 185 d.C.) è il più illustre studioso della Bibbia della Chiesa delle origini, che in parole povere sosteneva che le Scritture ammettessero una pluralità di sensi: come nell’ uomo, oltre al corpo, esistono l’anima lo spirito, così nel testo sacro, al di sotto del senso letterale o somatico, esistono un senso morale o psichico e uno allegorico o mistico. Simmel prende spunto dalla molteplicità di cui parlava Origene (più famoso forse per essersi auto-evirato per una erronea interpretazione di un passo del Vangelo di Matteo) e mette in scena una storia corale priva di un’unica interpretazione ma vissuta secondo sfumature e visuali diverse, per concludere che nulla accade senza una ragione precisa ma che per ogni accidente del mondo c’è un significato più profondo e – quello sì – univoco: la verità.

Naturalmente i libri di Simmel ormai si trovano solo nei remainders o sulle bancarelle dell’usato. Sono sempre i migliori che se ne vanno.

Pace in terra agli uomini di buona volontà

Sunday 1 October 2006

Che poi sarebbero nella fattispecie quei benemeriti editori che rispolverano libri sommersi o sconosciuti, salvandoli dall’oblio e riproponendoli a lettori che spesso sono nuovi di zecca, visto che a volte l’assenza dalle librerie di alcune libri si prolunga tanto da vedere il succedersi delle generazioni. Penso (di nuovo) alle opere di Libero Bigiaretti, Carlo Bernari, Ring Lardner, Sinclair Lewis, molti libri di Erskine Caldwell, William Faulkner, John Steinbeck.
(Noi ci abbiamo provato a salvarne qualcuno. Si accettano contributi).

Urania nel luglio scorso ha dato alle stampe una nuova edizione dell’Uomo disintegrato di Alfred Bester, classico della fantascienza e libro meraviglioso vincitore peraltro del primo Hugo Award nel 1953. Che il romanzo sia di nuovo sul mercato dopo un ostracismo durato vent’anni è cosa buona e giusta, purtroppo però come molte nuove edizioni presenta gravi problemi di traduzione. Una delle bandelle di copertine sostiene che il romanzo appare per la prima volta in versione integrale, a cura di Giuseppe Lippi e Laura Serra. In realtà non solo nella nuova edizione mancano ben dieci pagine di antefatto, ma il romanzo già nel 1963 era stato pubblicato in versione (questa davvero) integrale e con una traduzione efficace e molto fedele di Marisa Salmi, che ha riservato un’attenzione speciale alla scelta delle parole migliori per non tradire l’atmosfera retrò e poetica del romanzo. Lo stesso non si può dire per la nuova traduzione in cui – per fare alcuni esempi senza anticipare nulla sul romanzo di cui si riparlerà – lo slogan di una società di trasporti, elemento importante per la storia. è stato reso con “Vi trasportiamo nel mondo dei trasporti” invece del più accattivante “Vi trasportiamo con trasporto” della versione originale; o ancora uno dei personaggi caratterizzato da un corpo rigenerato dalla chirurgia plastica viene chiamato “Cadavere d’oro”, al posto del più azzeccato “Mummia dorata”; e poi “Uomo senza faccia” invece del più adatto “Uomo senza volto”; crediti per dollari. E infine una canzoncina fondamentale per l’evoluzione della trama, che nel romanzo deve possedere una forza ipnotica tale da distogliere la mente di chi la canta da qualsiasi altro pensiero

Eight, sir; seven, sir;
Six, sir; five, sir;
Four, sir; three, sir;
Two, sir; one!
Tenser, said the Tensor.
Tenser, said the Tensor.
Tension, apprehension,
And dissension have begun.

è stata tradotta con

Otto signore; sette signore;
Sei signore; cinque signore;
Quattro signore; tre signore;
Due signore; uno!
Tensione, disse il tensore,
Tensione, disse il tensore.
Tensione, apprensione
E confusione cominciano qua.

Mentre Marisa Salmi l’aveva resa con la ben più efficace:

Otto amico; sette amico;
sei amico; cinque amico;
quattro amico; tre amico;
due amico; Uno!
Tira, disse molla,
Molla, disse tira.
Paura, Tensione, Ansietà
Cominciano qua.

L’uomo disintegrato resta comunque un romanzo da leggere e amare.

Oggi scopro poi che Minimumfax ha ripubblicato I racconti dei Vedovi Neri di Isaac Asimov, la prima delle 5 serie sui Vedovi che raccolgono circa cinquanta storie apparse prima sulla rivista Ellery Queen’s Mystery e poi raccolte in alcuni volumi.
Asimov partendo da un fatto reale – i Trap Door Spiders, un gruppo di amici che hanno fondato un club di soli uomini nato per escludere la moglie di uno dei fondatori, antipatica a tutti i suoi amici e di cui faceva parte lo stesso Asimov – ha creato un variegato gruppo di personaggi ognuno con le proprie caratteristiche ben definite che si riuniscono una volta al mese nella sala del costoso ristorante “Milano” dando vita ad un club molto esclusivo da cui sono bandite le donne e a cui si accede solo su invito. Scopo di ogni serata è risolvere un enigma proposto da un ospite, diverso ogni volta, invitato da uno dei Vedovi a turno e che prima di esporre il problema che lo assilla dfeve rispondere alla domanda di rito “Come giustifica la sua esistenza?”.
Fondamentale è l’apporto del fido Henry, geniale cameriere “che serve la soluzione insieme al brandy”. Un  aspetto interessante dei racconti dei Vedovi è l’idea di giallo proposta da Asimov che non ricorre al poliziesco ma al rompicapo da risolvere in omaggio alla più tipica tradizione inglese da Conan Doyle in poi, basata sull’investigazione e la deduzione.
Ebbrava Minimumfax.

Una curiosità su Asimov e sempre a proposito di libri introvabili: nel 1976 Asimov ha scritto il giallo Rompicapo in quattro giornate tradotto in Italia nei Gialli Mondadori nel 1977 e poi ristampato nel 1997. Si tratta di un romanzo gustoso e molto divertente che si svolge durante un salone del Libro animato da un omicidio e in cui compare lo stesso autore oltre ad alcuni dei Vedovi Neri e persino il buon Henry.

Tutto questo perché oggi era giorno di mercatino, paradiso dei libri sommersi. Il raccolto è stato abbondante:

La vedova incendiaria di William Ryley Burnett

Piccoli racconti di misoginia di Patricia High Smith

Da un capo all’altro della città di Carlo Castellaneta

Tempo di uccidere di Ennio Flaiano

Racconti umoristici e satirici, Heinriche Boll

Avrei portato a casa anche Nell’esercito del faraone di Tobias Wolff se Davide non me l’avesse letteralmente scippato dalle mani, come è successo due mesi fa per Mosca sulla vodka di Eroféev Venedíkt, ma lo perdoni perché i libri presi me li ha regalati tutti lui.

E’ duro il lavoro dei bibliofili!


Liberi tutti

Wednesday 26 April 2006

Quando si parla di autori italiani del ‘900, per esaltarli o denigrarli poco importa, nel mucchio si pescano sempre gli stessi scrittori (o poeti), come fossero ricevute del lotto che si conservano anche dopo l’estrazione, per giocarli di nuovo continuando a sperare. Immancabilmente Pasolini, Gadda, Sciascia, Landolfi, Calvino, Buzzati. A volte Vittorini, Pavese, Brancati o Bianciardi. Più raramente Fenoglio, Tozzi, Pratolini, e pochi altri ancora. Mai e ancora mai a qualcuno viene in mente di ricordare, neppure per sbaglio o banale distrazione, Libero Bigiaretti, che dunque non solo non è un convenuto di ferro ma nemmeno compare nel triste e ingrato elenco dei minori, quelli di cui si parla en passant, una spolveratina appena prima di relegarli nuovamente nell’oblio.

Spazzato via, dimenticato.

Eppure nessun altro ha attraversato cinquant’anni di letteratura e storia d’Italia, cogliendone umori e contraddizioni come quest’autore (nonché acuto critico militante) marchigiano ma romano d’azione, che ha seguito tutte le stagioni della narrativa italiana, riproducendole nelle sue numerose opere. I suoi esordi si mescolano infatti all’ermetismo poetico, nelle raccolte di versi “Ore e stagioni” (1936) e “Care ombre” (1939).

Si affaccia poi alla narrativa nel 1942 con Esterina, in cui cede al sentimentalismo, ma si salva in extremis per l’acuta disamina dei rapporti tra uomo e donna provenienti da diversa estrazione sociale ma sopratutto da un’opposta concezione dell’esistenza.

Ancora.

Con il precipitare delle cose sotto il regime fascista e soprattutto alla fine del conflitto, Bigiaretti sposa l’estetica neorealista, per reazione al decadentismo di maniera e a quella retorica fascista che chiama “il teatro dei fez, delle camicie nere, delle fusciacche e dei pugnali”. Appartiene a questa fase Carlone (1950) che racconta la storia di un uomo che partecipa sentitamente alle lacerazioni e alle divisioni interne al nostro paese, portandosi dietro il proprio bagaglio di primitive e poco realistiche idee di giustizia sociale, inculcategli da un anarchico cappellaio.

In seguito Bigiaretti si converte al surrealismo (con Uccidi o muori (1958) e Abitare altrove, otto racconti i cui protagonisti si muovono in un mondo fantastico, quasi irreale), per il diffuso bisogno di superare l’approccio ideologico del neorealismo e tentare strade nuove, almeno per l’Italia che non aveva conosciuto il fermento tutto francese del gruppo di Breton e soci, schiacciata com’era in quegli anni dalla pseudo-cultura di regime.

Ma nelle sue opere è possibile rintracciare di volta in volta l’autobiografismo, lo psicologismo, la narrativa di stampo borghese (I figli del 1974) e per converso anche quella di “matrice industriale” in cui affronta il tema della spersonalizzazione delle relazioni sociali a causa del pesante condizionamento tecnologico cui è sottoposto l’uomo e del suo disagio nella società capitalistica e automatizzata. Nascono così Il congresso (1963), che analizza il rapporto tra un intellettuale e alcuni operai, e Dalla donna alla luna (1972) in cui, mentre rinnova il linguaggio poetico, alterando i toni della prosa fino ad allora sempre pacati e ricorrendo ad un’inusuale (per lui) veemenza stilistica, racconta il delirio di un uomo che medita piano di sterminio per liberare il mondo dall’oppressione e dall’ingiustizia sociale. 

Eclettico Bigiaretti.

Egli stesso ha scritto della sua narrativa: «come ho fatto la rosolia nell’età infantile, così nel ’35 inalavo un’ermetizzante aura poetica. Nei primi anni ’40 m’infatuai della sfaccettatura dei sentimenti. Dopo il ’45 ho fatto, a mio modo, il neorealismo. Ho avuto poi una o più ricadute di psicologismo, sono stato tentato dal romanzo aziendale e psicologico, dalla poetica del parlato e dell’oggettività».

Libero Bigiaretti è stato dunque, un testimone attendibile del proprio tempo, ha saputo raccontare con disarmante sincerità la borghesia italiana tra fascismo e dopoguerra e non ha disdegnato peraltro di riflettere anche sulla figura dell’intellettuale – ne Le indulgenze (1966) con la cronaca minuziosa e spietata di una lunga serata in un salotto artistico-letterario o ancora in Esercizi di dattilografia, in cui ripercorre la propria vita di scrittore e critico – producendosi in un’amara ed ironica denuncia della fatuità e della falsità dell’ambiente intellettuale sopratutto romano, svelando il vero volto di un mondo in cui affarismo e mercificazione venivano spacciati per arte e cultura.

Direttore dell’ufficio stampa dell’Olivetti a Ivrea. Fondatore a Roma nel ’44 con Corrado Alvaro e Francesco Jovine del “Sindacato nazionale degli Scrittori”. Vincitore del Premio Marzotto con I figli nel 1954 e del Premio Viareggio nel 1968 per La controfigura. Traduttore per la casa editrice Giunti di classici per ragazzi come Il giro del mondo in 80 giorni, Le avventure di Tom Sawyer, L’isola del tesoro (tutti ristampati nel 2001). Interlocutore prediletto tra il 1932 e il 1990 di tanti esponenti della cultura novecentesca – da Giorgio Caproni a Mario Luzi – con i quali ha coltivato assidui rapporti epistolari, raccolti in un carteggio composto da oltre settecento lettere, ricco di riflessioni, giudizi e spunti critici, donato dallo scrittore ad Alfredo Luzi nel 1986.

Dovrebbero bastare questi pochi elementi della sua storia artistica e della sua vicenda personale di uomo notoriamente garbato e fine intellettuale ad assicurargli un posto nella memoria e nella considerazione di chi si occupa di letteratura e ne studia cambiamenti e tendenze. Invece Libero Bigiaretti continua ad essere colpevolmente ignorato da chi anima il dibattito culturale nel nostro paese. Fa eccezione la sua città natale, Matelica, che gli ha intitolato un premio letterario e la biblioteca comunale e qualche amico vero.

E dire che Bigiaretti confidava nella letteratura tanto da scrivere in uno degli Esercizi di dattilografia che proprio la letteratura è l’unico mezzo “per non morire del tutto, per essere rammentato e rammentare lui stesso”.

Se ne riparla.