Archivio della Categoria 'Non di soli libri'

Libri o rossetti?

Thursday 5 November 2015

“La mia sensazione è che possiamo raccontarcela finché vogliamo, ma alla fine della fiera, è più probabile che un libro, un qualsiasi libro, trovi (più di) un recensore (entusiasta) che un lettore (pagante e soddisfatto)”

Avevo scritto un pezzo che finiva con queste parole.
Per la frustrazione di non trovare nemmeno due libri di cui scrivere felicemente al mese (a meno di non occuparmi quasi esclusivamente di certi editori su cui vado sul sicuro o di scrittori stranieri – meglio se morti – o di riedizioni di classici), e magari è colpa mia e della mia idea di letteratura, e mi era preso di voler polemizzare con l’assurda quantità di libri consigliati al giorno, spesso sempre gli stessi un po’ ovunque, e con le recensioni in serie perlopiù costruite con il resoconto dettagliato delle trame e distribuendo qualche aggettivo positivo a caso, o individuando inesistenti messaggi rivelatori di verità insospettabili. E mi chiedevo se “i recensori un tanto al chilo” davvero amino tutto quello che gli passa sotto mano o se realmente pensino che vada bene leggere di tutto e che tutto vada letto.
Domande retoriche ovviamente: io ho co-gestito la redazione di una rivista letteraria per quasi tre anni e me li ricordo i collaboratori (generalizzando di nuovo naturalmente) che “dovevano” smaltire le pile di libri inviate dagli uffici stampa (amici) e che mi invadevano di proposte di recensioni su recensioni, e interviste tutte uguali a decine di autori diversi, per non dover dire “no” a nessuno e continuare a intessere relazioni editoriali che prima o poi tornano sempre utili.
Poi ho pensato: ma chi se ne frega!
E sono uscita a comprarmi un rossetto nuovo.

In a sentimental mood

Monday 14 March 2011

In omaggio a Joe Morello, scomparso sabato scorso all’età 82 anni, riesumo questo post del lontnao 2004, a cui sono molto legata.

Take Five Joe!

 

La prima volta che l’ascoltai, avrò avuto sì e no 10 anni (forse era la sigla di qualche programma, non riesco a identificarlo con esattezza: e da allora è rimasto il mio pezzo preferito, anche se ne ho scoperto il titolo solo poco tempo fa). Se non ricordi il titolo di un libro è facile trovarlo, puoi servirti del nome dell’autore, o della trama, o di qualche frase che ti gira in testa, allo scopo di orientarti; ma per recuperare il titolo di un brano completamente strumentale come si fa? Ho provato in questi anni ad accennarlo a chiunque s’intendesse un po’ di musica, per poi rivolgermi – disperata – anche a chi non ne sapeva nulla. Niente. Sembrava che tutti conoscessero quel motivo – è famosissimo – e ne avessero il titolo sulla punta della lingua, ma continuava a sfuggirgli, e così sfuggiva anche a me. Ho acquistato dischi e cd, scaricato dal web, quasi a caso, centinaia di brani sperando di sentire all’improvviso quella musica diffondersi nell’aria: magari (conoscendo musicisti e armonie e strutture melodiche del genere a cui appartiene) sarei riuscita ad individuarlo. Pensavo, che alla fine, con l’esperienza, sarei riuscita a distinguere e identificare il sound dei musicisti che lo eseguivano e sarei venuta a capo di quel mistero. E se ne sono andati così 19 anni. Poi un giorno, di nuovo quel riff famosissimo, il piano impegnato in tema ossessivo ripetuto ad libitum, il trascinante assolo di batteria, l’introduzione al sax alto che domina tutto il pezzo e l’insolito tempo in 5/4. E allora sento la musica che mi graffia la pelle, i piedi iniziano a battere il tempo, la testa dondola, gli occhi si chiudono, e il ritmo sale. Mi viene da piangere. E invece rido. L’ho ritrovato. E come quella prima volta, smetto di respirare per non interferire col ritmo: e immagino una coppia danzare davanti ad una finestra in una stanza buia, due ombre blu. Una volta li ho ritrovati in un romanzo, questi due amanti. Consumavano la loro passione in una stanza d’albergo e forse hanno anche ballato, l’autore non ce lo dice, ma in sottofondo – mentre lui dice a lei: “Ti spiace se abbasso la tenda?” – per me, c’è proprio questo pezzo, e la scena sfuma, in dissolvenza su un tappeto di note.

Le note di Take five.

Certo all’epoca in cui è stato pubblicato il romanzo, il brano non era ancora stato registrato, ma sono sicura che se l’avesse ascoltato, anche Fitzgerald l’avrebbe scelto come colonna sonora di questo suo libro, che naturalmente è Tenera la notte. Take five infatti è stato scritto da Paul Desmond solo nel 1959, per l’album Time out del David Brubeck Quartet: con David Brubeck al piano, Paul Desmond al sax alto, Joe Morello alla batteria e Eugene Wright al contrabbasso.

Adesso so che il pezzo – il cui titolo deriva dall’espressione rivolta ai musicisti durante le prove, per dar loro il permesso di prendere cinque minuti di intervallo – è uno degli hits della storia del jazz, ormai un classico cool, che ha venduto oltre un milione di copie. Desmond l’ha scritto perché serviva un brano per l’assolo di Morello ed ha composto così il primo pezzo jazz in 5/4, ossia con un tempo dispari, basato sulla contrapposizione tra l’andamento ternario del piano di Brubeck e quello binario del sax di Paul Desmond, mentre lo schema tipico del jazz – fino a quel momento – prevedeva un tempo in 4/4.

Ma non voglio sapere troppo di questo brano, ne conosco le cose essenziali: l’efficacia dell’assolo armonico, la sorpresa delle poliritmie, l’ossessività del pianoforte, e soprattutto il ritmo seducente del sax.

E’ come per i libri – solo per quelli che ami, naturalmente – non devi saperne troppo dell’autore o della loro genesi, ne perderesti la magia. Sai già quello che basta.


“Ti spiace se abbasso la tenda?”.

Il jazz: istruzioni per l’uso

Monday 22 February 2010

Se amate il jazz come me non potete perdervi Mi ricordo il jazz. Guida bibliografica per “sfogliare” la musica afroamericana: un agile volumetto pubblicato da Marcos Y Marcos ormai dodici anni fa, a cura del giornalista, saggista ed esperto di musica jazz Guido Michelone. Certo dovrete essere fortunati e trovarlo tra i remainders, o in un mercatino di libri, o sui siti dedicati all’usato, perché in libreria sicuramente non c’è e non credo verrà ristampato (anche se su Ibs risulta reperibile in 3 giorni, facendo l’ordine in realtà non si sa bene quanti ce ne vogliano).

Il libro è essenzialmente un elenco preciso, articolato ma veloce, quasi da consultazione, di tutti gli scritti sul jazz (o in cui ci sia anche solo qualche vago riferimento) pubblicati in Italia fino al 1999 – dai testi originali a quelli tradotti, dai saggi ai romanzi ispirati direttamente dalla musica afroamericana – e divisi per decenni con qualche riga di commento mai scontato. Avrebbe bisogno di un aggiornamento ai giorni nostri per l’eventuale riedizione, che però forse non sarebbe così sanguinoso da realizzare, quindi lancio la palla a Marcos Y Marcos e a Guido Michelone.

Leggendo Mi ricordo il jazz, scopro che nel primo libro scritto da Mario Soldati – uno dei pochissimi suoi che mi mancano e non ho ancora letto – America primo amore (1935), ci sono un paio di capitoli dedicati «alla vita notturna, cioè jazzistica, di Harlem e Chicago»; che l’anno prima Longanesi aveva pubblicato un romanzo di un grande poeta afroamericano, Langston Hughes, intitolato Piccola America negra sulla storia di due fratelli che inseguono il jazz per sfuggire alla loro miseria; e che il primo volume dedicato al jazz risale al 1926 con Le Jazz di André Schaeffner; nello stesso anno verranno poi pubblicati in America, Jazz di Paul Whitman e Marc Bride, e in Germania, Das Jazz-Buch di Alfred Baresel.

Come al solito noi italiani arriviamo quasi sempre dopo nelle cose importanti, e a parte due edizioni pubblicate nel ‘28, poco più che pretesti per parlare d’altro (ma in fondo eravamo in pieno ventennio fascista, non che questo ci giustifichi di alcunché, tantomeno di aver ignorato il jazz per anni) – “Io povero negro” di Orio Vergani (Treves), un racconto contenuto in una raccolta omonima, e Le memorie di Joséphine Baker a cura di Marcel Sauvage per Mondadori, in cui dice Michelone sono: «i 30 disegni inediti (bellissimi) di Paul Collins, forse la cosa più jazzistica del volumetto» – per il resto bisogna aspettare la fine degli anni ’50 per avere dei volumi sul jazz degni di essere menzionati: da Il libro del jazz di Sergio Biamonte ed Enzo Micocci (Cappelli), Il mondo del jazz di Livio Cerri fino a Jazz moderno: musica del dopoguerra (Ricordi) di Arrigo Polillo, che poi in parte ci riscatterà da quasi quarant’anni di disinteresse verso la musica più rivoluzionaria degli ultimi secoli con: Jazz. La vicenda e i protagonisti della musica afroamericana uscito nel 1975 per Libri Illustrati Mondadori, poi ripreso nel ’76 negli Oscar. Un’opera fondamentale, con 13 capitoli introduttivi alla storia del jazz mondiale e 34 monografie dedicate ai capiscuola, che ci ha pure fatto guadagnare l’unico riconoscimento per un libro italiano dedicato al Jazz: il Premio Campione per la Saggistica nel ’75. Io ho un’edizione del volume risalente al ’90 e non ci sono foto, ma ho appreso proprio grazie a Mi ricordo il jazz che nella prima edizione c’erano due distinte serie di scatti: una con immagini di repertorio e una con nuovi ritratti. Naturalmente ora la voglio!

E a proposito di foto, quelle che fanno da corredo al libro curato da Michelone sono di Pino Ninfa, grande fotografo e amante del jazz che riesce a raccontare questa musica complicata e istintiva allo stesso tempo, attraverso le immagini, con i volti, gli strumenti i dettagli dei protagonisti della scena musicale jazzistica degli ultimi 50 anni: in particolare molte belle sono le foto di Brad Mehldau, ripreso mentre fuma una sigaretta seduto al pianoforte con l’aria e l’atteggiamento che rimandano al “Pensatore” di Rodin; quella che sembra quasi rubata per come riesce a cogliere l’istantaneità di un attimo, di Archie Sheep e Jackie Bajard, uno di sfondo all’altro; e poi un giovanissimo ritratto di Wynton Marsalis appoggiato alla sua tromba e quello bellissimo di una regale Dee Dee Bridgewater.

Se non bastasse tutto questo a convincervi a cercare questo libro, ho riservato per la fine una chicca da cultori di libri e di jazz: il volume si apre con un’intervista fiume – quasi inedita in Italia – rilasciata nel ’79 alla rivista francese “JazzMagazine” da Georges Perec in occasione della pubblicazione del suo romanzo più famoso, La vita istruzioni per l’uso, ma in realtà nel pezzo si parla soprattutto e volutamente di Mi ricordo – da cui il titolo del libro di Michelone – uscito nel ’78, in cui Perec racconta sul filo della memoria eventi minimi della sua vita, che poi erano quelli comuni a tutti coloro che vivevano quegli anni, riuscendo a intrecciare i suoi “mi ricordo” con quelli di tutti i lettori affascinati dai suoi giochi letterari.

L’intervista a Perec in apertura del libro ha una doppia valenza: da una parte lo scrittore francese ha innalzato la lista, la classificazione enciclopedica, l’elencazione a genere letterario con la sua opera* e quindi ben si addice a un libro che è una specie di vademecum per “il lettore jazzista italiano perfetto”. Inoltre dopo un grande amore per la musica jazz spesso palesato nei suoi libri – addirittura lo scrittore racconta di un viaggio a meno di vent’anni, di nascosto dai suoi genitori, alla scoperta della musica della West Coast – Perec aveva più volte dichiarato di non ascoltarlo più e di preferirgli ormai di gran lunga la musica lirica.

L’intervista inizia proprio su questo argomento e Perec parafrasa per antitesi Louis Armstrong e dice: «io e il jazz siamo morti insieme». E poi spiega: «Io non sono morto, ma l’amore che avevo per il jazz è morto per me insieme al jazz stesso, intendo dire insieme a un certo tipo di jazz».

In Mi ricordo sono tanti i ricordi di Perec legati al jazz, si capisce che lo amava appassionatamente e come tutte le grandi passioni, quell’amore bruciante è finito drammaticamente, per un tradimento sembra quasi suggerire: «Ascolto ancora jazz, ma come una musica che non è più viva». Il tradimento arriva dalla West Coast – dice nel corso dell’intervista – col jazz bianco e ricco «una porcheria!», pensava fosse una falsificazione, ma poi ha apprezzato Chet Baker e Dave Brubeck: «Non mi piaceva – Dave Brubeck, non doveva piacermi. Innanzitutto era un bianco. Ma aveva un sax fantastico, che si chiamava Paul Desmond», e a questo punto l’intervistatore gli comunica che quel genio di Desmond è morto e Perec quasi si commuove.

E’ tutta così l’intervista, una chiacchierata libera sull’onda dei ricordi e delle emozioni, con lo scrittore che si sorprende di chi è morto e di invece è ancora vivo, e racconta della sua lunga frequentazione col jazz, nei locali per il mondo, nei libri, alla radio, nel salotto di casa sua o nel mangianastri in automobile.

Forse vi farà irritare questo signore anziano che dice di aver detestato Armstrong in gioventù, preferendogli Lester Young e Bud Powell, e che non ha mai ascoltato Keith Jarrett e anzi sostiene che non suoni davvero del jazz (e in questo nemmeno io posso dargli troppo torto); di aver adorato Sonny Rollins per anni e poi di non avergli perdonato per lungo tempo l’apertura al free dopo tre anni di silenzio; di ritenere che la necessità del free e delle evoluzioni in senso sperimentalistico del jazz dalla metà degli anni ’60 nascevano non da vere istanze rivoluzionarie, ma da puro pragmatismo opportunista: quando si è passati dai 78 ai 33 giri i musicisti hanno dovuto allungare i tempi delle esecuzioni passando dai tre minuti e mezzo standard a tempi più estesi e quindi hanno dovuto inventarsi nuovi modi per riempire quei solchi. Una teoria curiosa, quasi divertente, ma ovviamente priva di fondamento perché non tiene in alcun conto i profondi cambiamenti che erano avvenuti nella società americana dell’epoca, con le lotte per i diritti civili e le istanze politiche e sociali dei giovani afroamericani, a cui il jazz ha cercato di dare voce e (forse) risposte, come sempre nella sua storia.

Ma le grandi passioni non muoiono mai davvero, continuano a bruciare sotto la cenere e un grande scrittore lo sa e quindi dice, (dopo il bop) «per me, è arrivata una cosa** selvaggia in cui non ritrovavo le strutture conosciute: da un lato era quello che aspettavo veramente, mentre dall’altro mi sconvolgeva»: non è una meravigliosa dichiarazione d’amore? Non è così l’amore? Atteso e inaspettato? E non è così il jazz? Lo dice anche Vincent, il killer di “Collateral”, quando – affascinato da una torrida jam session in corso in un club di Los Angeles, che per un lungo istante lo distrae persino dai suoi compiti di sicario – afferma: «il jazz è quello che non ti aspetti».

(E Tom Cruise, che lo interpreta, ha sempre ragione!)

 

 

*

Alla fine dell’anno scorso, per restare in tema di liste e elencazioni, Bompiani ha pubblicato un bellissimo libro illustrato di Umberto Eco, La vertigine della lista, dedicato al tema della classificazione e all’idea della lista applicato alla letteratura, all’arte, alla filosofia e alla musica. Il libro – che si può considerare come una specie di anticipazione e allo stesso tempo di un compendio, di quanto avrebbe realizzato poi lo stresso Eco come “guest curator” del Museo del Louvre da lNovembre 2009 sino ai primi di questo mese, con una serie d’incontri, rassegne, proiezioni e conferenze dedicati proprio a liste ed elenchi – si configura come una raffinata “lista delle liste”, corredata da immagini bellissime e una trattazione da divulgatore di lusso, che attraverso un percorso che parte dall’Iliade e arriva al supermarket, passando per il Medioevo e la belle epoque, porta Eco a sostenere che la lista, suggerendo «quasi fisicamente l’infinito, perché non si conclude in forma», sia essa stessa quindi una specie di rappresentazione artistica, uno dei modi in cui l’arte si esprime.

So che l’ho già detto in passato e quasi mani ho tenuto fede a questa specie d’impegno, ma magari stavolta ne riparliamo davvero.


**

Qui Paolo Fabbri, semiologo e grande esperto di musica jazz, pubblica un inedito incompiuto di George Perec dedicato alla “cosa”, alla New Thing, al free che irrompeva sulla scena musicale disarticolando ancora di più gli schemi del jazz e rivoluzionando la musica, ancora una volta.


Seconda visione (probabilmente anche meglio della prima)

Sunday 13 December 2009

Per chi avesse perso il bellissimo spettacolo ideato e interpretato da Silvio Castiglioni al Nuovo Teatro Colosseo di Roma, di cui ho scritto giorni fa, c’è una secondo possibilità per godere della straordinaria bravura di Castiglioni e dell’abilità drammaturgica di Andrea Nanni, perché Lunedi 14 dicembre alle 21, in diretta per Rai Radio 3 dalla Sala A di Via Asiago10 – sempre a Roma, mi spiace per i non capitolini –  andrà nuovamente in scena Domani ti farò bruciare invettiva da I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij e a seguire, al posto di Casa d’altri, che io ho visto, verrà messo in scena, Il vampiro una confessione mancata; dal racconto di J.W.Polidori, che ho letto ma non ho mai visto recitare e così rosico un po’ perchè forse non riuscirò ad esserci per motivi legati al lavoro, ma voi siateci numerosi! L’ingresso è libero su prenotazione (chiamare lo 06 3722231 o scrivere a ilconsiglioteatrale@rai.it).

Riporto dal comunicato stampa:

Domani ti farò bruciare invettiva da I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij
Il vampiro una confessione mancata; dal racconto di J.W.Polidori
 
ideazione e interpretazione Silvio Castiglioni
drammaturgia Andrea Nanni; suono Gianmaria Gamberini; regia Giovanni Guerrieri
Produzione Celesterosa e I Sacchi di sabbia
 
Interverranno Fausto Malcovati, Andrea Nanni, Giovanni Guerrieri

A cura di Antonio Audino e Laura Palmieri

Lo scorso anno questi stessi artisti erano presenti nella stagione teatrale in diretta di Radio 3 con Casa d’altri, tratto dal racconto omonimo di Silvio D’Arzo. Il lavoro della compagnia è proseguito poi con la messa in scena di Domani ti farò bruciare (ispirato a I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij), e ci sembrava opportuno offrire ai nostri ascoltatori e agli spettatori della sala A l’opportunità di seguire il filo di riflessione che si viene componendo attraverso i due lavori che a teatro vengono ormai presentati l’uno di seguito all’altro.

Così Silvio Castiglioni spiega le ragioni di questa scelta

“Alla sommessa domanda di una vecchia che vorrebbe uccidersi per liberarsi da una vita di stenti, come accade nel racconto di D’Arzo, fa eco la furente requisitoria di un demone che, invece, vorrebbe incarnarsi. Se la resa alla morte lascia il posto alla tentazione di vivere, intorno a entrambe queste figure prive di un posto sulla terra risuona il sibilo di una lama che separa vita e morte, umano e divino. Una lama che ci gira intorno come un satellite dall’orbita cieca, incurante del vuoto di senso che non riusciamo a colmare”.

Domani ti farò bruciare nasce da suggestioni tratte da due capitoli – Il Grande Inquisitore e Il diavolo. Incubo di Ivan Fëdorovič – dei Fratelli Karamazov, testamento spirituale di Fëdor Dostoevskij. Non si tratta di un monologo ma di un dialogo negato, un’invettiva violenta e malinconica. Un presto con fuoco in bilico tra il sublime e il burlesque. Un finale di partita tra un demone di mezza tacca e un Cristo che non apre bocca. Un interrogatorio che si rivela una confessione. Uno specchio ustorio in cui vittima e aguzzino finiscono per fondersi in un’unica figura.

A completare un ideale trittico sospeso tra cielo e terra, tra santità e perdizione, tra diabolico e divino, segue poi, nello spettacolo di questa sera, Il vampiro, ispirato all’omonimo racconto scritto nel 1819 dal ventunenne John William Polidori, segretario di Lord Byron che inventò la figura del “non spirato” secondo un modello che avrà immensa fortuna nella letteratura e nel cinema fino ai nostri giorni. Qui il gotico si fa specchio di una sensibilità intrisa di crudeltà in una sorta di sinistro romanzo di formazione dove si intrecciano orrore e seduzione. In un lungo flashback ripercorriamo le tappe di un viaggio iniziatico che parte dalla Londra del bel mondo, attraversa le rovine di Roma e di Atene per poi tornare a Londra secondo una struttura circolare che non chiude il racconto ma apre una spirale vertiginosa in un moltiplicarsi di riflessi illusori e di maschere sociali dietro le quali affiorano pulsioni inconfessabili.

Non perdetevel!

Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Wednesday 18 November 2009

Mi spiace per voi se ve lo siete perso, visto che l’ultima rappresentazione era quella del 15 novembre, ma lo spettacolo allestito al Colosseo Nuovo Teatro di Roma con Silvio Castiglioni era una meraviglia: in scena c’era “Il silenzio di Dio”, opera ideata e scritta da Andrea Nanni con la regia di Giovanni Guerrieri, che unisce due diverse rappresentazioni – la prima è una riduzione del racconto “Casa d’altri” di Silvio D’arzo, mentre la seconda, “Domani ti farò bruciare” è ispirata a due capitoli (Il Grande Inquisitore e Il diavolo. Incubo di Ivan Fëdorovič) dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Entrambi i testi indagano il dramma esistenziale dell’uomo solo e abbandonato nella sua angoscia di vivere che si scontra con il terribile silenzio che Dio oppone alle sue domande disperate, ma la mia impressione è che parlino anche della forza della parola, quella non detta, sottintesa, perduta e quella urlata, violenta, dolorosa.

Scenografie pressoché inesistenti e pochi suoni di sottofondo fanno da cornice a una straordinaria prova d’attore: Castiglioni, usa la sua voce profonda e calda per raccontare le due storie e la sua sola presenza si fa quinta, palcoscenico e ambientazione. Tanto è immobile e misurato nelle sue movenze durante il primo atto, quanto è iperattivo e quasi scomposto nel secondo.

In “Casa d’altri” interpreta un severo prete di montagna dall’alto di un trespolo circondato da tre microfoni, che Castiglioni usa per modulare quasi impercettibilmente la voce e recitare così anche la parte di una vecchia lavandaia che si rivolge al prete in cerca di una risposta che però sa già di non poter ricevere. Sul finale della rappresentazione dopo essersi spogliato del lugubre abito talare, Castiglioni scende dal trespolo e si pone di fronte al pubblico, fragile e umile, quasi a mostrare la miseria umana, per rappresentare il dramma finale della vecchia lavandaia lasciata sola da Dio e dal suo intermediario. E’ nella voce (insieme ai lenti movimenti verso i vari microfoni) che si concentra tutta la recitazione dell’attore riuscendo a rendere moti e pensieri mai espressi dai personaggi pur nella fissità dei gesti. C’è da dire che la prosa di Silvio D’arzo, essenziale e fortemente evocativa nella sua precisione quasi chirurgica per la parola, si presta perfettamente a essere recitata e ascoltata.

In “Domani ti farò bruciare” invece il ritmo è più vivace, la penombra lascia il posto al rosso acceso delle luci e l’apparente compostezza viene sostituita dalla frenesia. Il protagonista del monologo,  che riprende l’interrogatorio del grande inquisitore ma che in realtà è un dialogo mancato con Cristo, è una sorta di manager-demone (ma si evince dal testo poi che è più che altro una specie di ministro della fede, un vero e proprio colletto bianco della Chiesa), il quale vuole incarnarsi e rivolge la sua invettiva a un Dio che non l’ascolta: con una gestualità piena di tic, scatti nervosi e improvvisi cambi di posizione e con sporadici inceppamenti della parola, Castiglioni riesce qui a rendere alla perfezione, la rabbia e la frustrazione che accompagnano prima l’accusa a un Cristo silente, colpevole di aver donato la libertà di scelta e la capacità di esercitare il dubbio agli uomini incapaci di sopportarli e infine la rabbiosa confessione di un sentimento d’invidia per quegli stessi uomini.

La voce, il corpo e la forza delle parole scritte (soprattutto la bellezza della lingua del primo racconto) e recitate hanno dato vita a uno spettacolo che cattura e sorprende e fa venire voglia di riprendere in mano Dostoevskji e (ri)scoprire Silvio D’arzo (e infatti ne riparliamo).

Una nota speciale va al teatro che ha fatto da sfondo a quest’esperienza quasi mistica: il “Teatro Nuovo Colosseo” che è un piccolo teatro al centro di Roma, a due passi dal Colosseo naturalmente, nato dalla volontà e dall’impegno di Simone Carella, animatore della vita culturale del nostro paese negli ultimi quarant’anni (dal cinema al teatro alla letteratura), insieme a Paolo Grassini e Ulisse Benedetti (storico fondatore del “Beat 72” locale che ha visto passare nei suoi locali tutta l’avanguardia romana), sulle ceneri, metaforiche, della vecchia sede storica dell’underground romano. Nel luminoso foyer del teatro sono esposte magnifiche macchine da prese d’epoca, di quelle che ormai non si vedono più se non negli spezzoni di cinegiornali dedicati ai fasti di Cinecittà, accanto a un enorme televisore al plasma e una postazione multimediale, a svelare l’intero concept del progetto di Simone Carella e soci, che passa anche (in futuro, soprattutto?) per un portale internet, E-theatre.

L’idea innovativa di E-theatre è la compenetrazione tra la tradizionale fruizione teatrale e le infinite possibilità offerte dai nuovi media tramite la creazione appunto di un sito multimediale dedicato alle varie arti e forte interattivo. In pratica si possono seguire in streaming e in diretta tutti gli eventi che si svolgono sul palcoscenico (o in un piccolo spazio che precede l’ingresso al teatro), dagli spettacoli di teatro e di danza ai concerti, dai reading di poesia alle presentazioni letterarie fino alle mostre d’arte; mentre su un altro piano, viene così creato un archivio on line sempre consultabile  dagli utenti, e nel caso di piccole o giovani compagnie teatrali, queste potranno persino caricare i video con le loro performances e farsi conoscere dal vasto pubblico. Un modo per avvicinare quanta più gente possibile al teatro e alla cultura in genere.

Per quanto mi riguarda tornerò sicuramente a vedere Il contagio, tratto dal libro di Walter Siti e Il prestatore di Marcello Isidori. Buona visione.

Il capolavoro definitivo

Friday 7 August 2009

Cheesecake fresca ai frutti di bosco

 

Per uno stampo da 30 cm

per la base:

200 g di Mcvitie’s digestive

100 g burro

per la farcia:

300 g yogurt naturale intero

400 g di philadelphia

250 ml panna da montare

6 cucchiai di zucchero a velo

12 g colla di pesce

1 bustina di vanillina

per la copertura:

200 gr di frutti di bosco frullati

300 gr di frutti di bosco interi

50 ml di acqua

50 gr di zucchero

5 gr di colla di pesce

Un cucchiaino di succo di limone

Procedimento:

Sbriciolare i biscotti non troppo finemente, e unirli al burro fuso, amalgamare bene il composto, pressarlo sul fondo della tortiera precedentemente foderata di carta forno e riporre in frigo a solidificare.

Mettere la colla di pesce a bagno in acqua fredda.

Mescolare il Philadelphia, con lo yogurt, lo zucchero, la vanillina e il succo di limone. Montare la panna lasciandone 2 cucchiai da parte e poi aggiungerla lentamente al composto di formaggio, mescolando dal basso verso l’alto.

Sciogliere la colla di pesce nei due cucchiai di panna liquida ponendoli brevemente in un pentolino sul fuoco basso e dopo averli fatta un po’ raffreddare mescolarli al resto della farcia.

Livellare tutto con una spatola e porre in frigo a solidificarsi.

Preparare la salsa di mirtilli ponendo i frutti di bosco frullati con lo zucchero e il limone in un pentolino a cuocere per circa 15 minuti e far raffreddare. Ammollare in acqua fredda e poi sciogliere in acqua calda la colla di pesce e aggiungerla alla salsa.

Dopo qualche ora spalmare per bene la salsa sulla torta di formaggio e lasciare ancora 1 ora in frigorifero a solidificare e poi decorare con i 300 grammi di frutti di bosco interi rimasti. 

E’ paradisiaca, garantisco.

 

Ho letto troppi brutti libri ultimamente per aver voglia di parlare di letteratura – compresi i primi due arrivati allo Strega, che ancora perdono tempo a darsele di santa ragione dalle pagine dei giornali, invece di pensare che hanno scritto dei libri illeggibili – così meglio scrivere la ricetta di un dolce goloso e fresco, che peraltro è il mio cavallo di battaglia, anche perché ormai con la testa sono già in vacanza.

L’educazione sentimentale (19 luglio 1992 – 19 luglio 2009)

Sunday 19 July 2009

Il 19 luglio di diciassette anni fa ero in Sicilia da mia nonna, ci andavo ogni estate da giugno a settembre, erano i mesi più dolci, soprattutto da quando mi ero presa una cotta per un vicino di casa, di quelli belli e dannati a cui non si resiste.

 

Fino a quella domenica le mie ultime estati erano trascorse tra chiacchiere fitte sulle scale del palazzo con la mia amica di allora, il mare dello stretto in cui far galleggiare i pensieri e i mille sotterfugi per incontrare quel ragazzo o per cogliere i segnali del suo interesse verso di me.

In quei giorni esaltantì mi ritrovavo a passeggiare per Messina seguita dai suoi amici che gli davano conto di tutti i miei spostamenti, mi sentivo braccata e lusingata allo stesso tempo; ogni volta che uscivo lui era lì davanti al cancello dal quale sarei dovuta necessariamente passare e mi sbarrava la strada, si spostava solo quando gli ero quasi addosso e allora alzava lo sguardo inchiodato a terra fino a quel momento e mi fissava per una frazione di secondo le labbra e poi si faceva un po’ da parte, ma proprio un poco, così che i nostri fianchi si sfioravano facendoci tremare entrambi;  la mia camera da letto era costantemente sotto osservazione e io spesso lasciavo le scuri aperte perché le tende svolazzassero e lasciassero intravedere la mia presenza nella stanza, magari mentre mi cambiavo e lo facevo con una lentezza che non è mia. O forse si.

Io non lo sapevo all’epoca ma stavo vivendo dentro una di quelle storie languide e voluttuose così magistralmente descritte nei libri di Ercole Patti; e, a pensarci oggi, quasi mi commuovo.

 

F. – così lo chiamerò qui -, ha lavorato per un certo periodo in un negozietto di quelli che ormai non esistono più, quei piccoli bazar dove trovavi il carbone e le bombole del gas insieme ai detersivi e i giocattoli dei bambini, e poi l’olio, il sale, lo zucchero, le sigarette, “il carbonaro” veniva chiamato quel posto e così anche il suo proprietario, che peraltro aveva un debole per me.

Io ci andavo quasi tutti i giorni, facendo nascere chissà quali pensieri nel vecchio gestore che infatti mi riempiva di attenzioni e spesso non mi faceva pagare gli acquisti, o li scontava abbondantemente. Mia nonna mi dava una lista della spesa e io facevo sempre in modo di dimenticare qualcosa per poter tornare lì il giorno successivo e quando sapevo che non c’era niente da comprare m’inventavo stratagemmi assurdi per rendere necessaria un’incursione dal carbonaro e da F.,  e così versavo tutto il detersivo per i piatti nel water, accendevo fino all’ultimo fiammifero che avevamo in casa, buttavo via intere confezioni di sale.

F., quando mi vedeva entrare – e lui mi vedeva sempre prima che io lo scorgessi perché il negozio era una specie di bugigattolo buio, e venendo da fuori con il sole siciliano negli occhi, dovevo abituarmi a vedere con lo scuro – lasciava tutto per venire da me.

Cosa ti serve, ah? mi chiedeva sollevando appena lo sguardo all’altezza della mia scollatura, dove indugiava prima di guardarmi obliquamente negli occhi, non ricordodi aver mai incrociato i suoi occhi con i miei direttamente, e strascicando le parole in un sorriso malizioso e ironico insieme, era indolente nel parlare, nel camminare, nel corteggiarmi, e ogni volta che mi dava quello che gli avevo chiesto faceva in modo di sfiorarmi le dita, a volte una mano, quando si faceva più ardito arrivava a toccarmi l’interno del braccio, dove si piega col gomito. Erano attimi interminabili, di una sensualità primitiva e semplice che non ho mai più provato. Ero molto giovane allora e tutto aveva il sapore della fine del mondo.

 

Un giorno insieme a una confezione di sapone della quale naturalmente non avevo alcun bisogno, senza che me ne accorgessi mi ha incartato anche un fiore di plastica, e quando è spuntato fuori dal foglio di giornale spiegazzato che l’avvolgeva, ho cominciato a piangere. Piangevo per l’emozione, piangevo perché era una cosa terribilmente romantica, piangevo perché mi sentivo la protagonista di una storia che avevo letto tante volte nei miei libri; ma piangevo soprattutto con un che di struggente che mi squassava l’anima perché F. era diverso dagli altri ragazzi con cui avevo a che fare, non era un bravo ragazzo, era uno di quelli dai quali guardarsi, veniva da una pessima famiglia e aveva nefaste frequentazioni, lavorava per la malavita locale: piccoli furti, pestaggi, forse estorsioni, erano voci ma dentro di me sapevo che erano vere. Quel che si diceva sul suo conto però non m’interessava, il fiore era la dimostrazione che per me sarebbe cambiato, ero convinta che se solo avessimo potuto parlare, l’avrei salvato.

 

Gli ultimi tre anni del liceo non me li ricordo quasi, vivevo in apnea durante l’inverno, studiando leggendo e ripassando nella mente ogni piccolo particolare delle mie estati. Appena riuscivo a starmene sola con i miei pensieri m’immergevo nei dettagli di quella storia come facevo col mio mare appena arrivavo in Sicilia. Ero completamente smarrita in quell’amore platonico eppure così perdutamente sensuale, che mi toglieva il respiro solo a ricordarlo. Andavo come in letargo e solo a giugno, appena varcato lo stretto, mi risvegliavo dal torpore e riprendevo vita, i miei colori si ravvivano, i capelli diventano più lucidi e i riflessi rossi tornavano a splendere, gli occhi si illanguidivano, le guance s’imporporavano, mia nonna mi diceva sempre “Quantu si bedda ‘nta to’ terra, nica, sì un ciuri i zagara”.

 

Era una domenica, proprio come oggi, e le domeniche in Sicilia passano molto lentamente d’estate. A Messina i negozi chiudono davvero, non ci sono centri commerciali vicini che restano aperti, non c’è nessuno per le strade, solo Piazza Cairoli e Piazza del Popolo un po’ si riempiono, perché al fresco dei ficus ci si siede a prendere le granite per colazione o per chiacchierare e leggere il giornale. Per il resto si sente il profumo invitante di sugo e grigliate di pesce, mentre ovunque riecheggiano le campane delle decine e decine di chiese che richiamano i fedeli, ma soprattutto scandiscono le ore pigre.

Contrariamente al solito, mi piacevano le domeniche a Messina, mi piacciono ancora in realtà, sembrava che ci fosse tutto il tempo del mondo e poi proprio la domenica era il giorno in cui era più facile incontrarsi con F., lui non lavorava, dalla mattina presto se ne stava in cortile a dar calci a un pallone, a trafficare con qualche moto o a giocare a carte sotto gli scalini del mio portone. Quando non lo vedevo dal balcone sapevo che era sotto il portone ad aspettarmi, così uscivo con una qualsiasi scusa, dopo aver indossato dei pantaloncini corti o una gonna e mi preparavo a incontrarlo, fissavo lo sguardo dritto di fronte a me per impedirmi di guardarlo, nemmeno lui mi guardava, si spostava leggermente per farmi passare sempre tenendo le carte in mano e mentre scendevo gli scalini le tirava giù di colpo arrivando a toccarmi le gambe nel movimento del braccio, mi sfiorava dal ginocchio alla caviglia, conuna precisione scientifica quasi, accadeva sempre allo stesso modo e ogni volta morivo e rinascevo, e lui con me.

 

Quella domenica pomeriggio mi stavo vestendo, io e la mia amica avevamo deciso di fare una passeggiata fino al bar dove s’incontravano F. e i suoi amici quando non erano nel cortile, sentivo che nell’aria c’era qualcosa di definitivo che stava per accadere, pensavo che finalmente mi avrebbe fermato, mi avrebbe baciato senza dire nulla e che si sarebbe lasciato salvare da me.

Invece il programma che davano in televisione viene interrotto da un’edizione straordinaria del telegiornale e niente è più come prima, smetto di vestirmi, mi lascio andare sul letto e continuando a fissare lo schermo, decido senza quasi accorgermene che mi sarei iscritta a giurisprudenza l’anno seguente e che sarei diventata un magistrato.

All’improvviso io e F. ci troviamo dalla parte opposta della barricata. Lui diventa il mio nemico, qualcuno da condannare senza appello, il male da estirpare. Guardo le auto spazzate via dal tritolo e piango di nuovo. Stavolta per il giudice e i suoi uomini, piango per lo Stato sconfitto, piango per la mia isola martoriata, piango perché la bomba si è portata via la mia adolescenza e con essa la dolce illusione che uno stupido fiore di plastica significasse davvero che avevo il potere di cambiare le cose e le persone.

  

Poi tutto è andato diversamente da quanto pensavo quella domenica pomeriggio, e ogni anno come oggi, riconsidero la mia vita, le scelte fatte e poi abiurate, penso alla toga che non ho mai indossato, al contributo che non ho dato, e mi chiedo che importanza possa avere davvero scrivere di libri o vederli nascere e poi pubblicare? Volevo cambiare le cose e invece le cose hanno cambiato me.

E inevitabilmente ripenso a F, che ora è rinchiuso in un carcere dalle parti di Palermo. Il suo fiore non ce l’ho più.

 

Noccioline e cotillon

Thursday 2 July 2009

Si sa, non leggo fumetti, non mi piacciono, forse non li capisco. Per questo non ho mai letto i Peanuts, certo riconosco Charlie Brown quando lo vedo e anche Snoopy, il resto è avvolto nella nebbia per me. Almeno lo era fino a qualche settimana fa.

 

Adesso comincio ad apprezzarli, mi ci sono appassionata bazzicando i tumblr dove qualcuno spesso ne pubblica qualche striscia. Mi piacciono tutti, persino Piperita Patty. Ora mi sembra di essermi persa qualcosa da bambina, che mi sia mancato un elemento importante per la mia formazione, come quando ho realizzato che se non impari ad andare sui pattini da piccola non c’è verso di poterlo fare da adulta, ancorché giovane e scattante.

 

 

Qualcuno me lo dice da anni che i Peanuts sono forti (sostiene anche che Lucy abbia qualcosa a che fare con me, e da quel poco che ho capito di lei non sempre è una bella cosa, ma la sua idea del “chiosco psichiatrico” è geniale), ma io ho la testa dura, si sa anche questo.

 

 

Ora, io non credo di poter sostenere la lettura di un libro intero dei Peanuts, seguire i disegni mi fa venire mal di testa, e quindi mi è venuto in mente che domani è il mio compleanno e che mi piacerebbe – se qualcuno volesse farmi un regalo originale – che m’inviasse una striscia dei Peanuts che gli piace particolarmente, anche una al giorno fino al prossimo compleanno potrebbe essere un’idea interessante.

Se c’è Lucy come protagonista è meglio, eh.

 

 

Update

 

Grazie a tutti quelli che mi hanno fatto gli auguri e mi hanno inviato le loro vignette (anche via email e su Facebook), ho la mia preferita ma le ho apprezzate tutte. Grazie anche per i video e le canzoncine dei Peanuts, eh. Grazie anche per i tulipani virtuali che non ho ben capito chi me li abbia inviati, ma erano belli.

I got the Devil in my closet

Sunday 31 May 2009

Mi è venuto in mente che magari uno pensa che io in libreria ci sguazzi come un trota salmonata nel piatto di portata. Non è così.

In realtà comincio a sbuffare dopo cinque minuti, sia nel caso in cui trovi subito quello che cerco, sia in quello più raro in cui non abbia nulla da cercare (raro perchè se non mi serve niente mica ci vado di solito). Comincio a guardarmi in giro con aria torva, trancio giudizi al vetriolo sul 99% dei libri esposti negli scaffali più in evidenza (le novità o i best sellers, quasi sempre monnezza), scruto l’orologio ogni due secondi, tormento il mio accompagnatore (quasi sempre lo stesso) tirandolo per la camicia o per il braccio, lo imploro di andarcene o alternativamente, lo minaccio di farmi esplodere come un kamikaze nel reparto dei libri Adelphi (che c’è in ogni libreria che si rispetti quasi come se Adelphi ormai, fosse un genere e non una casa editrice. Pensandoci bene quasi lo è).

E tutto questo, non ha a che fare solo con il fatto che ormai compro pochi libri per me e la maggior parte io li acquisti su Ibs.it; e non c’entra nemmeno la mia assoluta idiosincrasia verso quelli che “io dentro una libreria ci passerei le ore, fa bene all’anima” ma poi non capiscono un cazzo di letteratura; e neanche riguarda la scarsa qualità climatica delle librerie: coi riscaldamenti a palla d’inverno e l’aria condizionata ai minimi termini d’estate, così le pagine dei libri ti s’incollano come ventose ai polpastrelli sudati e le frasi ti si stampano sulla pelle come coi trasferelli.

E’ proprio che io vorrei sempre essere da un’altra parte e fare sempre qualche altra cosa. Quasi sempre.

Ci sono pochi luoghi eletti dove mi trasferirei in pianta stabile, cose che farei a oltranza, persone con le quali parlerei giornate intere e sentimenti che se fosse per me brucerebbero con fiamma eterna. Ma non ho il controllo di tutto e quindi continuo a correre.

(Because) I got the Devil in my closet, and the wolf is at my door

Guns of the Patriots

Saturday 25 April 2009

Mentre si preparano a festeggiare il 25 Aprile senza averne il minimo diritto e senza mostrare un po’ di pudore, tengono in caldo un disegno di legge (proposta di legge n. 1360/08) che di fatto, vuole equiparare coloro che facevano i rastrellamenti per conto dei nazisti a chi è stato internato nei campi di concentramento, e i repubblichini di Salò ai partigiani che morirono per la libertà, perché:

 

l’istituzione dell’Ordine del Tricolore deve essere considerata un atto dovuto, da parte del nostro Paese, verso tutti coloro che, oltre sessanta anni fa, impugnarono le armi e operarono una scelta di schieramento convinti della “bontà” della loro lotta per la rinascita della Patria. […] Questo progetto di legge è coerente con la cultura di pace e di pacificazione della nuova Italia, post-bellica, repubblicana e democratica; memore delle distruzioni morali e materiali provocate dal conflitto mondiale; orgogliosa della rinascita operata dalla laboriosità del suo popolo; rinnovata nelle istituzioni di una classe dirigente espressa per la prima volta dal popolo, libero e sovrano; consapevole della necessità di rimarginare le ferite di un passato tragico e cruento nell’interesse dell’intera collettività”

 

A parte l’evidente ipocrisia di mettere la parola bontà tra virgolette a sottolineare che sì, in effetti la posizione presa da chi si schierò con i nazisti e decise di aderire alla Repubblica Sociale non era giusta, però dai, mica c’era della malafede, hanno scelto secondo coscienza e per quello in cui credevano, vogliamo punirli per questo? Per una scelta sbagliata? Come se decidere da che parte stare non la dica lunga sulla dignità che quella scelta conferisce. Come se scegliere di sostenere chi ha sterminato milioni di esseri umani, rastrellato paesi e villaggi, distrutto città, giustiziato oppositori politici e tradito amici e parenti, possa davvero essere considerata un’opzione praticabile e giustificabile. Come se discernere tra cosa sia giusto e sbagliato, non abbia alcun valore.

Dicevo, a parte questa palese ipocrisia, mi domando quale sia “la cultura di pace e di pacificazione della nuova Italia”, e soprattutto quale sia questa nuova Italia. 

Forse l’Italia senza memoria, che tende a dimenticare e confondere, a sfumare posizioni e fatti storici, a riscriverli secondo la convenienza del momento.

Non ci sono alibi, né scusanti, né virgolette che tengano, la libertà di cui tanto si sproloquia in questo periodo e quella democrazia martoriata negli ultimi sessant’anni dal malcostume, la corruzione, il malaffare, le connivenze, le convenienze, le ingerenze, i segreti di Stato, le stragi, i burattinai occulti, i fondi neri, quel poco di libertà e di democrazia che ancora ci resta, non deve nulla ai repubblichini, ai collaboratori, ai delatori: nasce contro di loro, nasce nonostante loro, nasce dalla loro sconfitta.

 

 



Ecco. In realtà avevo iniziato a scrivere il post per parlare della Luna è tramontata di John Steinbeck, un romanzo sulla resistenza norvegese nel corso della seconda guerra mondiale, ma poi l’indignazione e l’amarezza hanno preso il sopravvento e del libro se ne riparla magari, sono troppo incazzata al momento. Ma voi leggetelo intanto.