Archivio della Categoria 'Non di soli libri'

Il mio primo libro…

Saturday 7 March 2009

…non vedrà mai la luce.

 

Proprio oggi sarebbe dovuto uscire, era un pamphlet polemico sulla condizione femminile. Mi era stato commissionato, ero stata scelta per scriverlo per cui non avevo alcuna ansia di pubblicazione, nessuna ricerca spasmodica di approvazione e soprattutto di un editore (non smetterò mai di essere grata a chi ha riversato in me tanta fiducia, affidandomi un suo progetto pensato apposta per me), dovevo solo scriverlo. E non l’ho fatto, o meglio ne ho scritto metà e poi l’ho lasciato perdere perché non avevo alcuna voglia di finirlo. Prima o poi me ne pentirò. O Magari no.

 

Comunque a parte il periodo di crisi e di disinteresse per la letteratura e per tutto ciò che le ruota intorno – ma questo è un altro paio di maniche – la ragione principale del forfait è che non avevo voglia di scrivere questo saggio perché la polemica non era contro la società maschilista, contro secoli di discriminazione, contro l’idea quasi impossibile da sradicare del sesso debole, ma si rivolgeva alle donne: già dal titolo era contro le donne stesse, che avallano spesso, tutti i luoghi comuni e le convinzioni becere di chi le considera corpi e poco altro, madri e niente di più, emozioni allo stato puro e poco cervello[1].

 

Io credo davvero che molte colpe siano da addebitare alle donne che non si ribellano, che scelgono di assecondare la visione limitata di molti uomini, che accettano ruoli che le relegano in certi ambiti considerati “femminili”, che magari sgomitano pur di posare in un calendario prestigioso che le ritrae come vittime di stupri o di violenza, ma mentre scrivevo e sceglievo l’ironia come registro stilistico per le mie argomentazioni e quindi cercavo anche di divertirmi, al contrario mi assaliva la tristezza: era come guardarsi allo specchio e accorgersi di odiare i tratti di famiglia. Un po’ come odiare me stessa.

 

E’ una sensazione molto simile a quella che mi provoca ogni anno la Festa della donna. Da una parte ci sono tutte queste donne per strada, nei locali, camminano a braccetto, ridono a voce alta, quasi a esaltare la propria presenza, molte ondeggiano su tacchi a spillo e lisciano le gonne, altre si toccano in continuazione i capelli, tutte si guardano intorno: questa serata è loro e sembrano pronte a tutto. E’ così che l’immaginario collettivo dipinge la festa della donna.

 

Ogni anno è la stessa storia, mamme, nonne, liceali, commesse, avvocati in carriera, modelle o parrucchiere, tutte si sentono autorizzate da una festa sul calendario e dai sorrisi condiscendenti dei loro uomini, a prendersi una pausa, a concedersi una via di fuga armate di mimose e push-up. Non ci sono cene con le amiche, uscite serali, mazzi di fiori nel resto dell’anno, non c’è tempo e forse nemmeno la volontà di concedersi una stanza tutta per sé, ma l’8 marzo tutto cambia: è la loro festa. Semel in anno licet insanire?

 

E di cosa parlano queste donne sedute a un tavolo in una precoce sera di primavera mentre celebrano se stesse? Ma degli uomini naturalmente. Degli uomini che le aspettano a casa, di quelli che vorrebbero conoscere, degli altri che hanno conosciuto e perso. E poi di quelli che hanno visto spogliarsi l’anno prima, quando hanno gridato la loro emancipazione trascorrendo la serata con uno spettacolo di spogliarello: niente ti fa sentire più libera e uguale agli uomini – pare – del riempire di banconote il ridottissimo slip di un giovane fusto che ti si dimena davanti.

 

Dall’altra parte, magari a pochi passi da un ristorante invaso di ragazze in minigonna, ci sono poche decine di donne arrabbiate e offese che in una piccola sala senza finestre, dibattono sul maschilismo di questa società che soffoca le loro ambizioni e aspettative. Sono probabilmente giornaliste, scrittrici, antropologhe, onorevoli, operaie, avvocati, dottoresse, pochissime le giovani donne e sembrano tutte chiuse nel loro rancore, ostili quasi, impegnate ad accusare tutti (per lo più a ragione) delle loro disgrazie, dimenticando di prendersela anche con le stesse donne. 

 

E io non posso fare a meno di chiedermi sempre come abbia fatto una giornata di lotta a diventare una squallida festa. Ma anche: come ha fatto una lotta per i diritti e la parità a trasformarsi in una battaglia contro gli uomini?

 

Dalle parti Radio Deejay in questo finesettimana si festeggia la donna riempiendo il palinsesto di uomini, in pratica per quasi un mese hanno chiesto alle loro ascoltatrici di votare il personaggio maschile della musica, dello spettacolo, della cultura o dello sport che avrebbero voluto come ospite nelle varie trasmissioni. Ovvio. E’ la festa della donna e si dà spazio agli uomini, ancora una volta. Perché è scontato che una donna preferisca sentir parlare un uomo, perché magari è naturale che un uomo possa aver cose più interessanti da dire di una donna.

 

E il fatto è che, purtroppo, spesso è davvero così. Ma è così perché le donne intelligenti, preparate, colte, sveglie, faticano a emergere; e il punto, per me, è  che fatichino a emergere non solo per colpa degli uomini, ma, l’ho già detto, anche a causa di altre donne che si prestano al gioco di ruolo a cui partecipano dai tempi dei tempi, e che in larga parte legittimano col loro comportamento il silenzio e l’indifferenza, la discriminazione e la disuguaglianza di cui sono vittime e complici. .

A Radio Deejay per esempio, lavorano un sacco di donne: possibile che a nessuna sia venuta in mente che forse sarebbe stato meglio onorare una festa per i diritti delle donne dando proprio alle donne spazio e visibilità?

 

E’ vero poi, che il condizionamento è totale e invasivo. Anche quando riescono a eccellere, le donne sono schiave di una mentalità discriminatoria. Mesi fa Fabio Fazio ha intervistato nel suo programma Rita Levi Montalcini, e cosa le ha chiesto? Del Nobel? Della sua ricerca scientifica? Della sua vita votata alla scienza? Della sua visione del mondo? No. Le ha chiesto dell’amore, delle sue vicende affettive, dei sentimenti, dell’amore che, come si sa, fa girare il mondo. Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina per la sue scoperte sui fattori di crescita legati a organi e cellule, doveva rispondere a domande banali sulla sua femminilità, o meglio sulla visione maschile o maschilista dell’essere donna. E per assurdo, il giorno che qualcuno intervisterà un uomo, un premio Nobel magari, sulla sua mascolinità, io non mi riterrò soddisfatta, non penserò che finalmente la parità è ottenuta, ma prenderò il primo treno interstellare per Marte, perché saremo alla frutta: il livellamento verso il basso porta allo squallore, non alle pari opportunità. E’ vero che Fazio ci ha provato a ricondurre la Montalcini all’interno di quella visione maschilista, ma la signora lo ha sistemato per bene, perchè non lo fanno tutte?

 

Io personalmente al primo che mi regala una mimosa gliela tiro dietro, anche perché soffro d’asma e allergie varie e la mimosa per me è come la kryptonite per Superman, ma soprattutto perché io credo nei simboli, e i simboli restano tali solo finché non vengono progressivamente spogliati di significato. Se questo succede, allora diventano solo vestigia inutili o, ancora peggio, alibi dietro cui nascondere la realtà delle cose.

E dire che io festeggio tutto, da Natale a San Valentino, da Pasqua alla festa della mamma, festeggerei anche Hanukkah se non pensassi di poter essere blasfema, ma io ci credo in queste feste, le onoro, mi piace ricordarle.

 

La festa della donna, a chi serve davvero? O meglio, perché si finge di esserne interessati quando in realtà va bene a tutti, alla fine, che le cose restino come sono? La maggior parte delle persone, ignora persino la vera origine della festa della donna.

 

Era l’8 marzo del 1908 quando quindicimila donne marciarono attraverso New York richiedendo la diminuzione delle ore lavorative, aumenti cospicui dei salari e il diritto di voto. Due anni dopo, nel 1910, si tenne la prima conferenza internazionale delle donne a Copenhagen, nell’ambito dei lavori della Seconda Internazionale Socialista. La conferenza ebbe luogo nell’edificio del movimento operaio al 69 di Jagtvej: la Folkets Hus, ovvero “Casa del popolo”, chiamata in seguito “Ungdomshuset”. A dimostrazione di quanto la memoria storica della lotta per l’emancipazione e per i diritti degli individui sia allegramente in svendita in tutta Europa, questo storico edificio è stato demolito nel 2007 dalla municipalità di Copenhagen. Furono poco più di cento donne a partecipare all’evento, dibattendo strategie e proposte differenti nel metodo, quanto comuni nell’obiettivo: l’emancipazione della donna da una condizione di evidente inferiorità rispetto alla controparte maschile; e, per molti aspetti, di vero e proprio asservimento, eppure i risultati di quella riunione furono a dir poco deflagranti. Fu deciso, infatti, di istituire una festa per onorare la lotta femminile mirata al raggiungimento dell’uguaglianza sociale, chiamata Giornata internazionale della Donna, da celebrarsi proprio  l’8 marzo di ogni anno. Doveva essere una festa, ma anche un’occasione di protesta pubblica, che desse visibilità al disagio femminile e facesse sapere agli uomini che sedevano nelle stanze dei bottoni che le donne non erano affatto contente del modo in cui andavano le cose. Si trattava di scendere in piazza con canti e balli, ma anche con slogan caustici e dimostrazioni di dissenso. Bisognava far vedere a tutti – e soprattutto agli uomini – quanto le donne fossero consapevoli del proprio disagio, e al contempo determinate a cambiare le cose.

E quella decisione, sia pure presa in una conferenza con poco più di cento donne presenti, ebbe una immensa eco. In ogni Paese industrializzato – ma soprattutto nella Mitteleuropa, dove il socialismo era nato e perciò risultava più forte e combattivo -, le attiviste lavorarono affinché la partecipazione delle donne alla festa fosse grande: e l’anno dopo, nel 1911, la Giornata internazionale della donna vide scendere in piazza oltre un milione di manifestanti in Austria, Danimarca, Germania e Svizzera.

 

Di tutto questo è rimasto poco o niente e la colpa è di quelle donne che accettano compromessi per la loro carriera, di coloro che sfruttano il proprio corpo per facilitarsi la vita, delle madri che crescono i figli maschi senza educarli al rispetto della donna in quanto essere umano suo pari, delle tipe sui manifesti pubblicitari che posano impersonando indifese e provocanti vittime sacrificali di uomini in calore, delle femministe che se la prendono solo con gli uomini, delle scrittrici che usano il sesso per vendere più copie, mercificando addirittura se stesse, vendendo se stesse un tanto al chilo in allegato al proprio libro, o si limitano a rincorrere la voce del cuore o le sensazioni del corpo, come se le donne non potessero scrivere con la testa.

 

E’ una questione culturale, sociale e per molti versi soprattutto politica.

Basti pensare che alle ultime elezioni, per quanto più della metà delle elettrici pare abbiano votato a sinistra, Berlusconi ha trovato il suo zoccolo duro di elettori proprio nelle casalinghe, che forse avrebbero più recriminazioni da fare, in termini di parità e discriminazione, rispetto alle donne che hanno un impiego. Invece sembra che a loro stia bene essere definite improvvide perché non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena, o sentir dire che non si possono proteggere le loro figlie dagli stupri se sono bellissime perché le forze dell’ordine non bastano a pedinarle una per una, come se fosse normale dover andare in giro con la scorta armata. Naturalmente, poi, che stiano pur tranquille le madri di figlie brutte: non hanno nulla da perdere.

 

Non è una querelle ideologica, lo stesso discorso sarebbe valso se a qualcuno a sinistra fosse venuto in mente di dire il mare di baggianate e battute da caserma che salgono alle labbra del Cavaliere.

La questione è molto più grave: il nostro presidente del Consiglio è il simbolo perfetto di una mentalità gretta e meschina che vede nelle donne alternativamente, un corpo, un oggetto, una bandiera da sventolare, un problema di cui disinteressarsi. Lui se ne va in giro per il mondo a rappresentarci, ed è mia convinzione che ci rappresenti benissimo, visto che l’Italia è il fanalino di coda dei Paesi dell’Unione Europea a proposito di parità di genere ed è addirittura 84ma (nel 2006 era 77esima) nella classifica mondiale sulle disparità di genere secondo il Global Gender Gap Index, lo studio del World Economic Forum che si occupa di misurare il divario economico e sociale tra uomo e donna.

 

Guardiamo una parte considerevole delle donne che Berlusconi ha scelto per la sua squadra di governo, le più chiacchierate naturalmente: tutte loro non sono da biasimare in quanto belle donne, o per il loro passato da veline, show-girl o di avvocati poco abili, ma perché non sono all’altezza del loro compito, perché non è per nulla chiaro il modo in cui siano giunte a quelle posizioni, per la loro palese inesperienza, e quindi perché rendono un cattivo servizio alle loro colleghe e a tutte quelle donne che devono faticare il doppio per ottenere posti di rilievo in politica, nel mondo degli affari o tra i liberi professionisti, o anche solo per avere lo stesso stipendio di un uomo in qualsiasi mansione. Il messaggio che passa è sempre lo stesso: sei bella, avvicina l’uomo potente, otterrai dei benefici, usa il tuo corpo e farai carriera, non importa che tu sia brava o meno.

 

Forse il ministro Mara Carfagna, se avesse fatto la gavetta anche per fare il politico e non solo la valletta – che, me ne rendo conto, è un compito più complicato che gestire un dicastero – avrebbe acquisito esperienza e autorevolezza, forse avrebbe potuto dimostrare di saper fare il proprio lavoro, forse avrebbe potuto meritarsi il suo ruolo e potrebbe difendere il suo operato a testa alta. La mentalità del suo leader nuoce prima di tutto a lei, che non vedrà mai riconosciuto il suo valore, se mai dovesse esserci davvero.

 

Lo ripeto ancora una volta, sono le donne le prime complici di un meccanismo malato che le vuole sempre subalterne, quando non le relega a un mero ruolo decorativo.

 

Sembra un libro contro le donne e da un certo punto di vista lo era. Non del tutto però, e la premessa che avevo scritto spiega meglio questa dicotomia.

Ma se ne riparla. 

 

 

 


[1] A farmi porre molte domande sull’opportunità di scrivere un libro contro le donne sono stati in parte, alcuni volumi che ho letto o riletto mentre ci lavoravo su, in particolare Chi ha cucinato l’ultima cena? Storia del mondo al femminile di Rosalind Miles, Ancora dalla parte delle bambine di Loredana Lipperini,  Il secondo sesso di Simon Beauvoire e Il dominio maschile di Pierre Bourdieu.

 

All around my ombelico

Sunday 27 July 2008

Sebbene la mia mente sia ormai proiettata verso i prossimi quindici giorni di soggiorno siciliano (precisamente qui), tutto il resto sembra invece non risentire del clima vacanziero e così mi ritrovo a lavorare più del solito, accatastare libri su libri (senza alcuna voglia di leggerli), gestire scadenze e impegni che preferirei ignorare (e nel giro di 2 mesi infatti, mi sono fatta scappare la possibilità di gestire l’ufficio stampa di una casa editrice che mi piace molto; non ho scritto nemmeno una riga del saggio che deve essere pronto per dicembre; ho bucato tre interviste con personaggi di rilievo che altri avrebbero fatto carte false per averle; ho evitato incontri che sarebbero stati fondamentali per la mia carriera).

Semplicemente sono molto stanca, ma non si tratta solo di questo.

 

Certo è stato un anno impegnativo: dalla scorsa estate ad oggi, si sono succeduti avvenimenti importanti, cambiamenti epocali, opportunità, impegni, obblighi, e gestire tutto insieme ha reso complicate anche le cose belle. Ho persino rischiato di commettere errori irreparabili, ma poi sono fortunatamente rinsavita. Ho accumulato stress e stanchezza e ora ho voglia di cambiare di nuovo.

 

Mi annoio.

Mi annoiano i libri, gli scrittori, le interviste, le pagine culturali, gli editori, gli uffici stampa, le quarte di copertina, le bozze, gli inediti, le classifiche. Mi annoia dover spiegare perché un libro vale la pena di leggerlo, perché quell’altro non avrebbe dovuto essere pubblicato, perché quel tipo dovrebbe smettere di scrivere, e quell’altra sarebbe meglio che facesse la massaia o l’avvocato, non sicuramente la velina delle patrie lettere. E le brutte edizioni, le pessime traduzioni, i titoli roboanti, le fascette esagerate, i capolavori solo esibiti, la carta sprecata. Gli intellettuali, gli aspiranti scrittori, quelli che scrittori non lo sono proprio, gli scribacchini, i semi-analfabeti graforroici, gli adulatori, i convinti, gli arrivati che non sono nemmeno mai partiti, gli intoccabili. Quelli che ti mandano il loro “piccolo libro, sperando che ti piaccia, ma so che sarai giusta e obiettiva e accetterò ogni critica vorrai farmi” e poi appena la ricevono, questa critica, ti scrivono email minatorie o ti riempiono di sciocche domande su quanto gli hai detto del libro, fingendo di non capire che hanno scritto una schifezza e che meno ne parlano in giro, meglio sarebbe. Le riviste a ogni angolo del web, i magazine patinati, la free press culturale che preferirei pagare, pur di avere contenuti migliori e meno marchette o scoop urlati come nella peggiore stampa scandalistica.

 

Fino a poco tempo fa, quando volevo fare un regalo a qualcuno a cui tengo, gli regalavo un libro, ora invece cucino per lui/lei.

(Continuo a regalare libri solo a Davide e ad Alberto, perché sono cresciuti coi libri in mano e poi li scrivono e non possono farne a meno, e al figlio della mia amica Barbara, che deve crescere e so che verrà su sano, senza pretese intellettualistiche o velleità artistiche, e che quindi legge per i motivi giusti: perché ha voglia di storie e per passare il tempo. Ha amato molto Il Giovane Holden, sta scoprendo Ray Bradbury con Fahrenheit 451 e forse sta coltivando una passioncella per la fantascienza. A sua sorella invece, che ha 8 anni, è piaciuto Eloise a Parigi, ma lei preferisce giocare “a maestra”).

 

Così tra ieri e oggi, ho cucinato:

 

una cenetta per due con

 

tortino di ricotta al pesto destrutturato

muffin alla ricotta e pomodori confit con origano

muffin con wurstel tritati e emmenthal

arrosto di maiale al limone caramellato

patate al forno

panna cotta specchiata su ganache al cioccolato

 

(trovo bellissimo il linguaggio legato al cibo e alla sua preparazione: confit, ganache, crumble, chutney, far, flan, soufflé, coulis, mousse, bronoise, tart tatin, glassare, emulsionare, bardare, dressare, flambare, frollare, frullare, specchiare, destrutturate, tirare, incorporare. In nessun modo in cucina, puoi spacciare un molleux per un flan, o confondere un salsa con una vellutata: la parola più giusta per ogni cosa)

 

e poi, muffin al doppio cioccolato per il figlio di Barbara, scones con gocce di cioccolato per Barbara, far bretone di mele caramellate per mia madre, tre diversi tipi di torte mono-porzioni per mio fratello e mia sorella (cioccolato, limone e semi di papavero, zenzero e cannella), pancakes classici per la colazione di Davide, budino al cioccolato per mio padre. Per me volevo preparare le brioches siciliane ma ci vuole troppo tempo e per domani devo consegnare un articolo sull’immigrazione cinese in Italia e questo libro qui, e sono già in ritardo.

 

Tutto questo per dire che al momento l’unica cosa di cui vorrei occuparmi è di un posto come questo, in cui unire i libri al cibo, preparare pietanze succulente per i clienti che davvero amano la lettura, tenere corsi di cucina e letture di libri che non si trovano più.

 

 

Magari a settembre…

 

 

 

 

 

 

Sempre sul pezzo!

Wednesday 23 April 2008

Domenica sera, dopo un week-end trascorso a fare ricerche, interviste e a scrivere quasi 25000 battute (se si fa eccezione per le performances culinarie e le pause strategiche tese a rassicurare mio marito sulla mia persistenza in vita), ho consegnato – tra l’altro – un’inchiesta a tutta pagina, sul fenomeno delle persone scomparse (in particolare i bimbi svaniti nel nulla negli ultimi trent’anni) e mi sono concentrata soprattutto sull’analisi delle cifre e delle statistiche che individuano la questione, con raffronti col passato e con la situazione estera: dati e cifre al 31 dicembre 2007. Il pezzo andrà in stampa nei prossimi giorni, ma è già stato impaginato.

Bene. Proprio Ieri, c’è stata la presentazione della relazione semestrale sulla attività dell’ufficio del Commissaio straordinario del Governo per le persona scomparse, Gennaro (Rino) Monaco, con statistiche aggiornate (a ieri notte credo!).

Naturalmente ora i miei articoli sull’argomento sembrano scritti da una pazza che gioca coi numeri al lotto! Quando si dice il tempismo.

Desperate (quasi) housewife

Sunday 24 February 2008

Potrei prendere in seria considerazione l’idea di barattare tutti i miei libri per la terza serie di Battlestar Galactica in italiano.

Aiutatemi! (Non riesco a scaricarla da Emule, accidentialllui!)

E poi ditemi che non c’ho ragione quando m’incazzo

Friday 7 December 2007

Ieri ho letto questo, mi ha mandato il sangue al cervello e l’ho ripreso qui.

Il tipo risponde così, (questo è il mio commento, pacato come sempre, eh) lamentando anche l’assenza di contraddittorio sul tumblr e posso anche dargliene atto, sebbene questo blog non si occupi mai di politica, attualità o questioni sociali. 

E infatti siamo qui.

UPDATE

Il tipo di cui sopra è un imbecille (e non perché mi ha fatto sapere che: “spero vivamente che, nemmeno per sbaglio, tu possa ripassare di qua, ritieniti pure persona sgradita”. Me l’hanno riferito, perchè io non ci sono tornata, eh). Ci tenevo a dirlo perché io ho sempre ragione sulla gente, la prima impressione è quella giusta, ed è inutile che poi per accontentare gli altri mi sforzi di essere diplomatica: quando uno se lo merita, se lo merita. Per cui il prossimo che qui, o nella vita vera, mi invita a essere meno diretta, sarà bandito per sempre dalle mie cene mondane.

Mi hanno anche riferito che il tipo, oltre a consigliare alle famiglie meno agiate una politica di controllo delle nascite alla moda cinese, considera pure tutta l’italia al di sotto del Friuli come terronia: un vero democratico, oltre che una “gran testa” (e non aggiungo altro).

Sono a casa con la febbre e molto tempo da spendere, avendo anche già addobbato casa come il mercatino di Hidelberg.

Questo blog si sposa e poi è Natale!

Thursday 6 December 2007

Sebbene gli inconvenienti, gli intoppi, i ritardi, le sorprese sgradite, le sfighe inimmaginabili e gli interminabili preparativi ci stiano provando da un po’ a farmi fuori, sono ancora viva e vegeta. Poi il fatto che io non scriva sul blog non significa che non stia scrivendo nulla. Anzi. Ho iniziato una collaborazione con questo quotidiano per la pagina della cultura curata da Stefania Nardini. Sto preparando una rubrica di consigli per un progetto editoriale che dovrebbe vedere la luce l’anno prossimo. Sto curando interviste e recensioni per una rivista che dovrebbe (ri)nascere a gennaio. Sto buttando giù delle idee per due saggi, uno a quattro mani col futuro consorte, e uno più complesso (anche da piazzare) su un autore italiano poco letto ormai.

Ma soprattutto – ed è l’attività che mi occupa di più e alla quale mi sto dedicando anima e corpo da una settimana, ma è anche quella che mi da più gioia – sto allestendo la nuova casa per il Natale: e sto impazzendo per trovare l’albero perfetto, la collocazione giusta, le luci più luccicose, le decorazioni più belle, il vischio più verde, i ribes più rossi, le pigne più grosse, i pupazzi di neve più simpatici, i Babbi Natale più rubicondi, le renne più veloci, le candele più rosse. E poi ci sono le prove dei dolci più natalizi, scelti dalle ricette di tutto il mondo; e le canzoni da cantare (ho appena scoperto la versione rock di diverse canzoni di natale musicata dalla Tran-Siberian Orchestra e non uscirò mai più dal tunnel); e le vettovaglie da comprare: tutto rosso e poco verde.  Sono sfinita, ma si potrebbe trasferire la centrale operativa del Natale dal Polo Nord a casa mia e nessuno noterebbe la differenza! Son soddisfazioni. 

Naturalmente sto leggendo poco e quasi solo per lavoro, ma ho fatto in tempo a gustarmi Le benevole di Jonhatan Littell e a interrogarmi sul perché un’opera prima statunitense – anche se scritta in francese – possa essere monumentale, scritta da Dio, potente, disturbante, epica, dolorosa, profondamente umana e piena di verità scomode sull’uomo e la sua storia, anche quella più cupa e terribile, mentre in Italia abbiamo esordi scamuffi e loffi, quasi tutti uguali, privi di mordente, di talento, di idee e cose da dire. Passiamo da manifestazioni di egocentrimo esasperato e privo di fondamento, a sterili imitazioni del modernismo con stream of counsciousness esasperati – come se incaponirsi a non voler seguire il filo logico della narrazione fosse manifestazione di genio e sregolatezza – e del post-modernismo, inserendo nella narrazione di tutto e di più fino a strangolare storia e personaggi; a storie insulse di formazione intrise di sesso e misticismo, a scialbi tentativi di noir fino a stucchevoli e minime storie familiari, già lette in altre salse.

 

Facendo delle ricerche per una serie di articoli sullo stato dell’editoria italiana, mi è venuto in mente che forse il problema della nostra letteratura (e dell’editoria al contempo) potrebbe essere l’identificazione tra lettore e scrittore. Ovvero, potrebbe non essere azzardato ipotizzare che a comprare i libri (certi libri) siano in larga parte gli aspiranti scrittori, per lo più affetti da cronica assenza di talento, e che quindi tendano a privilegiare opere di scarso rilievo letterario e poi a riprodurle a loro volta.

Lo stesso vale per i blog. Navigando a vista su centinaia di fucine on line, dove il proprietario del blog si allena postando i suoi capolavori per farsi conoscere e saggiare il terreno, si trovano orde di commenti entusiasti da parte di altra gente con velleità letterarie (Bellissimo! Toccante! Chapeau! Carveriano! Pinchoniano! Bukowskiano! Noriano!), in calce a vere e proprie schifezze quasi sempre autobiografiche o scritte in prima persona, spesso grondanti maledettismo e nichilismo; o, al contrario, ispirate alla più becera retorica buonista (in quest’ultimo caso si tratta soprattutto di donne, quando non ricorrono a immagini intrise di sesso ed erotismo da casalinghe disperate o baldracche ripulite…).

 

Ammettiamolo, non siamo (quasi) più in grado di produrre buona letteratura. E gli esordi, o le prove di esordio, che si leggono in giro non promettono (tranne che in rare occasioni) nulla di buono. Per cui piuttosto che pubblicare oscenità aumentiamo le traduzioni, investiamo sul nuovo solo se vale davvero, pubblichiamo qualche esordiente in meno (la pubblicazione non deve essere per forza accessibile a tutti). L’omologazione non porta lontano, soprattutto in campo culturale. Meglio investire su uno straniero e le sue Benevole, piuttosto che pubblicare dieci italianisssimi Pierantozzi o cinque Moccia.

Non se ne può più.

 

So che chi mi ha chiesto di tornare a scrivere sul blog (direttamente qui e in privato), a questo punto sarà già pentito di averlo fatto, ma tanto ora torno alle mie ambasce e alle mie decorazioni.

Buon Natale, eh.

Ps

Se non ho risposto ad alcune email è perché non mi sono arrivate, ho problemi con la posta, quindi magari riprovate. Oppure perché mi avete mandato delle cose che avrei preferito non leggere, soprattutto se siete esordienti: a volte il silenzio è d’oro.

Coelum cuinque liberum est

Tuesday 13 November 2007

Post troppo autorefenziale

Uno mica ci pensa che è libero, quando è libero davvero. La libertà, come ideale e come principio, esiste solo quando è da conquistare, poi diventa scontata, come respirare. Chi riflette sui propri diritti quando se li trova garantiti? E dei privilegi chi si occupa, se ne sta godendo? I romani parlavano di ius quod ossibus personae inhaeret (diritto che sta attaccato alle ossa della persona), te lo porti dietro e finisce che non te ne accorgi. 

Ci penso spesso a questo ultimamente, e ci penso in relazione al mio essere donna, al mio modo di esserlo. E ci penso a causa di questo libro che parla di altre donne (e soprattutto di quelle che ancora non lo sono) e riporta fatti, dati, statistiche, non opinioni o sermoni da vecchie femministe senza reggiseno.  

(Cito in parte e in ordine sparso, da un’email in proposito).

Io sono cresciuta adorando “Piccole donne” e Mazinga (Il grande Mazinger eh, non Mazinga Z che per me è un impostore, anche se cronologicamente è venuto prima). Schifavo le Barbie, giocavo a soldatini e amavo alla follia un bambolotto, Angelo, che mettevo a letto ogni notte, coprendolo con una trapuntina per paura che prendesse freddo. Andavo in giro con gli stivali anche d’estate e ci sculettavo sopra, ma le mie ginocchia erano ricoperte di cicatrici e di graffi sanguinolenti che mi procuravo correndo per la strada, arrampicandomi dove capitava, azzuffandomi con gli altri bambini.

A scuola ero pestifera, la mia condotta era sempre motivo di scandalo: sono stata l’unica ragazza al liceo ad avere un 8 in condotta alla fine dell’anno, in una classe dove persino la maggior parte dei maschi avevano 9 e 10, e dire che i miei voti alle altre voci della pagella erano alti. Mi sono sempre chiesta con chi potevo fare tutto quel casino secondo i professori, per meritarmi un voto così basso (mi hanno anche minacciato con lo spauracchio del 7 – che pare porti alla bocciatura – e naturalmente non mi hanno spaventato nemmeno un po’) visto che tutti gli altri ai loro occhi erano da santificare.

A 19 anni volevo trasferirmi a Manchester rincorrendo il sogno di conoscere i Take That, diventarne l’addetta stampa e sposare Howard. Trascorrevo ore a leggere Balzac, o Todorov, o la Woolf, ma in realtà il clou della mia settimana da lettrice era l’uscita del “Take That Official”, e quando lo trovavo in lingua originale era una festa: avevo il sospetto che nella versione italiana lo edulcorassero, anzi pensavo addirittura alla mano del censore.

Adesso odio fare shopping, non credo di aver nulla di rosa nel mio guardaroba e mi pare che niente di rosa ci sia in giro per la mia stanza. Ho una passione sfrenata per la tecnologia, e quando guido mi trasformo in un camionista, ma la mia cucina nella nuova casa è colorata e un po’ leziosa, tulipani ovunque, fa venire in mente le cucine giocattolo, in alcuni dettagli.

Mio padre era convinto che non avrei mai preso la patente, anzi che non avrei mai superato l’esame pratico, ma mi vedeva magistrato o sindacalista, a lottare per  i diritti dei lavoratori o contro la mafia, in carriera e quindi emancipata. Poi però si rifiutava di farmi uscire la sera. e ancora oggi sostiene che è stato giusto comprare l’auto prima a mio fratello, nonostante sia più piccolo di me. Oggi quando ha un problema è a me che si rivolge, se ci sono documenti da studiare, contratti da stipulare, decisioni da prendere, non a mio fratello.

Da ragazzina volevo diventare – nell’ordine -: archeologa, agente segreto, oceanologa, avvocato, giornalista, giudice anti-mafia, scrittrice, cortigiana, Presidente della Repubblica Francese (per mettere a posto i francesi che non ho mai sopportato molto), regista di documentari specializzato negli abissi marini e poi mamma di un bambino/a adorabile, identico/a a me.

E non mi è mai passato per la mente di mortificare la mia femminilità per essere accettata come essere pensante e intelligente; mai usato le tette per ottenere un voto alto all’università o per scrivere un pezzo in più; ma ho sgranato gli occhioni per evitare la multa o per passare avanti nella fila alla posta diverse volte, e in nessun modo questo mi ha fatto sentire sminuita, ma solo molto furba e molto fortunata a ritrovarmi due occhi bellissimi.

Ho sempre proclamato, non senza una punta di snobismo, di non essere una femminista. Non mi convincono le “quote rosa”, non mi piacciono manifestazioni letterarie come “Glamourosa”, non mi piacciono libri come “Quote rosa” e tanto meno la Chick-lit o il porno-soft da salotto, perché tendono a ghettizzare, più che difendere i diritti delle donne o a porre l’accento sui problemi delle pari opportunità: come se fossimo davvero delle persone in minore, da salvaguardare come i panda. Se per prime ci consideriamo in difficoltà, chi ci può prendere sul serio? Però mi rendo conto ora che non significa nulla in realtà, non essere femminista. E forse non significa più molto nemmeno esserlo ancora, oggi. L’unica scelta possibile è di essere solidali, intelligenti e meno sicure dei nostri diritti acquisiti per evitarli di perderli o di crogiolarci.

Posso sfoggiare il mio modo di essere donna e vantarmene, perché non ho subito condizionamenti o repressioni; perché provengo da una famiglia forse un po’ maschilista, ma composta da persone intelligenti; perché mi sono sempre concessa il lusso di scegliere e di decidere per me; perché di fronte alla prospettiva di diventare quello che la società si aspettava da me, quello che mi toccava di essere in base a giochi di ruolo tra uomo e donna, vecchi di secoli, che non prevedono la possibilità di scambiarseli a piacimento, o quello che la pubblicità voleva impormi, sono diventata quello che volevo, magari sbagliando, ma sbagliando da sola. E di fronte ad altre donne, condizionate, costrette in ruoli stabiliti, impegnate a giocare partite per cui non sono preparate o che non hanno scelto di giocare, chiuse nell’immagine dell’oca, dell’intellettuale frigida o di quella fatale, della casalinga perfetta o della donna in carriera, ho sempre avuto un atteggiamento sprezzante: in fondo è una loro scelta, che se la piangano.

Ma non è così semplice. Leggere per credere, o almeno pensarci un po’ su.

Panta rei

Saturday 10 November 2007

Diciamolo, a me della rete non me ne frega niente, e non m’importa nemmeno di rifletterci su: i discorsi su un mezzo effettuati tramite il mezzo stesso (e da utenti di quello stesso mezzo, perdipiù) lasciano il tempo che trovano, di solito. Non credo nel potere della rete di “fare una rivoluzione” dal basso, né da altre direzioni; non credo nella potenza creatrice dei suoi utenti (che vanno, semmai, valutati caso per caso); non credo nelle potenzialità democratiche dello strumento, non credo che sostituirà media come la tv e la radio, né l’editoria tradizionale. E soprattutto, non credo nella rete come fucina di talenti.

Però.

Io vengo accusata spesso di lanciarmi in affermazioni apodittiche (il che a volte è vero), ma è vero pure che lascio  sempre un piccolo margine per le eccezioni. Così devo ammettere che in almeno un caso*, devo alla rete la scoperta di un talento per la scrittura che forse non avrei mai conosciuto altrimenti.

Si firma Dhalgren, ha l’aria di non essere persona amabile (se diamo per scontato che i suoi testi siano autobiografici); ma ha una forza espressiva e narrativa notevoli. Io se fossi un editore lo pubblicherei senza indugi (e mi è capitato di segnalarlo diverse volte per la pubblicazione), ma dubito che lui abbia scritto qualcosa di compiuto nella sua vita. Potrebbe anche essere uno di quei pochi – benedetti siano! – che vivono senza nutrire ambizioni letterarie: non lo so, non lo conosco e non credo di volerlo conoscere (e so per certo che nemmeno io gli sono particolarmente simpatica, mi ha pure dedicato in passato un paio di brevi post poco lusinghieri, ma io non serbo rancore, non sempre almeno), e penso che in questo caso sia un vero peccato tenere chiusi i suoi cassetti.

Ed è un vero peccato – e ritorno a bomba, come si dice da queste parti – pure che io l’abbia letto tramite la rete, perché il tipo in questione ha l’abitudine di cancellare ciò che scrive (per esempio, godetevi questa, finché resiste all’aggiornamento continuo – o alla continua disgregazione – del suo blog).

La rete è effimera, volubile, instabile, i contenuti si perdono, si modificano, diventano altro: pare che sia questa una delle marce in più del web (per chi lo osanna), ma a me sembra solo uno spreco, un lavorio inutile e soprattutto un atteggiamento contrario all’arte che dovrebbe essere eterna, non deteriorabile, sempre fruibile nel tempo, malgrado il tempo.

Per quanto riguarda Dhalgren, ho preso l’abitudine di copia-incollare (ma si possono scrivere cose del genere? “Copia-incollare”!) i suoi post che mi piacciono di più; e di andarmeli a rileggere ogni tanto. Non credo che possa farmi causa, o no?

E’ la rete, dolcezza.  

 

Le eccezioni sono due, adesso che mi ci fanno pensare: ma citare lui  mi pareva pleonastico. (Come no!)

Ridon le nubi sopra le tombe antiche*

Wednesday 31 October 2007

Sarà questo tempo. Saranno i pensieri che mi perseguitano. Saranno le milioni di cose che devo fare in questo periodo. Sarà il fatto che ultimamente mi attira di tutto tranne i libri. Sarà quel che sarà, ma il fatto è che non ci sto tanto con la testa, mi sono persa tra le nubi.

Tutto questo per dire che è uscito il secondo numero di nubi (aperiodico permamente di chiacchiere sui fumetti) da un’idea e con la cura di Boris Battaglia e Spari d’inchiostro e che dentro c’è anche un mio pezzullo. Lo so, di fumetti non capisco niente. Lo so, non bisognerebbe mai scrivere di qualcosa che non si conosce. Lo so, ne ho letti pochissimi e nemmeno mi piacciono, cosa ne parlo a fare? E infatti ho scritto un pezzo sul perchè non leggo fumetti. E poi me l’hanno chiesto, eh!

 

UPDATE PER PIGRI (come lui)

It’s not my cup of tea

E’ stata una cosa che ho capito leggendo “S.”, di Gipi: una graphic novel in cui le immagini, più che tese a produrre il contesto dell’azione, e a descrivere l’azione stessa – come in genere accade nei fumetti, che si tratti di comic strips vecchia maniera, o di next-gen series – erano subordinate ad accompagnare il testo. In un certo senso, il percorso della narrazione il lettore lo capiva leggendo le poche parole che c’erano lì: le immagini, pur onnipresenti, servivano a contestualizzare, a illustrare, ad accompagnare. Pochi dialoghi, molte didascalie.

E’ stata una delle rare volte in cui sono riuscita a finire una storia a fumetti, senza cedere alla noia molto prima della fine.Prima di “S.”, solo “From Hell” aveva avuto questo onore: ma avevo letto quel librone come in trance, catturata dalla conversazione che c’è tra due personaggi all’inizio, a mo’ di introduzione. Quella conversazione, il mio fidanzato, che di fumetti è patito, me l’aveva fatta leggere praticamente per forza, come fa ogni tanto con qualche pagina di fumetto che lo emoziona in particolar modo. Non so se l’avete presente: ci sono due uomini, due amici, che passeggiano insieme. Uno dei due ha fama di profeta, ovvero di essere uno che di quando in quando è visitato da visioni, le quali poi puntualmente si avverano. A un certo punto il profeta confessa che non è vero niente, lui le visioni non ce le ha mai avute, s’è sempre inventato tutto, lo faceva per un qualche sciocco motivo (che adesso io non rammento: per sembrare interessante, forse?). L’altro dice allora: “Ma no, non può essere così, le tue visioni si sono sempre avverate”. E a questo punto il falso profeta, il ciarlatano, risponde: “Già, in effetti è strano, questa è una cosa che non sono mai riuscito a spiegarmi”. Segue brivido (della sottoscritta) e lettura in apnea di tutto il mattone (“From Hell” è un mattone, veramente, perfetto per pareggiare le gambe del tavolo). Lettura che, aggiungo, ho affrontato imprecando a ogni passo perché se quello fosse stato un romanzo avrei faticato molto meno.

Il dover correlare le parole alle immagini mi disturbava, mi affaticava, a tratti addirittura mi angosciava (tra l’altro “From Hell” è disegnato con un tratto che angoscioso è dir poco). Ma il punto è: per me le parole e le immagini, viaggiano separate. Ci sono delle ragioni, credo. Non è pura idiosincrasia. Vediamo se riesco a spiegarmi.

Secondo me prima di tutto non si può dire: “Leggo un fumetto”. Poi, una come me, che ha imparato a leggere su libri-senza-figure (diversamente dai tanti la cui palestra, da ragazzini perlomeno, furono i libri illustrati); una come me dicevo, che peraltro non sopporta quegli odiosissimi romanzi postmoderni in cui si sprecano pagine con simboli, innesti di foto e disegni, qualche fumetto, addirittura righi di pentagramma o fotocopie di post-it; una come me insomma, si aspetta di poter seguire la storia portando il segno, seguendo le figura da destra a sinistra e poi di andare a capo e di “leggere” quello che succede, di avere delle parole che raccontino: questo significa leggere, per una come me.

Ma a parte il fatto che ci sono fumetti che invece hanno le immagini in sequenza diversa da quella canonica, si aggiunga la difficoltà dello scoprire che non c’è molto testo al quale attaccarsi: e che quello che c’è – mi pare – è poco letterario, sbrigativo, raffazzonato addirittura. Le parole che galleggiano dentro a certi balloons a volte sembrano scritte da bambini delle elementari che giocano a fare i gradassi: caso emblematico, certi fumetti iperspettacolari che ingabbiano, in una grafica rutilante, dialoghi al limite del patetico, “Witchblade”, un nome su tutti.

Spesso i patiti del genere mi dicono: “Nei fumetti devi leggere le immagini”, come se fosse la cosa più normale del mondo, leggere le immagini. E come si fa? Ci sono tutte quelle figure, quei disegni, quei simboli convenzionali e poi le onomatopee che ci si aspetta che io riconosca, e poi chi l’ha detto che io veda nelle immagini quello che ci vede un altro? Ho sfogliato i fumetti di Frank Miller una volta, e ne ho ricavato una sensazione straniante, mi arrivava una rappresentazione abnorme, alienata, del contesto narrato: i personaggi sembravano caricature e parlavano come caricature. Un vago ricordo: c’era questa ragazza che fissava un tipo che a sua volta la guardava con concupiscenza. Almeno, a me sembrava un’attenzione concupiscente, invece alla riga sotto – lo so che si dice strip ma non sono del ramo quindi lasciatemi sciolta nell’espressione – il tipo la uccide e probabilmente (almeno voglio sperarlo) se non avessi fiondato il fumetto lontano da me continuando a leggerlo, avrei ben capito perché la ragazza è stata aggredita, ma ciò che conta è che quel fumetto a me suggeriva una cosa totalmente diversa da quella che invece era l’intenzione del suo autore e da quanto aveva colto invece il mio fidanzato (per esempio). Non sono stata in grado di interpretare quel disegno perché, evidentemente, quel linguaggio non mi appartiene.

Ora, io sono una “lettrice forte”, leggo una quantità inusitata di libri, dunque: com’è possibile ch’io non sappia leggere un fumetto, se davvero libri e fumetti si possono leggere allo stesso modo? Se fosse vero, sarebbe un fatto ben curioso. Ma la questione è che i fumetti non si devono leggere, la decodifica dei simboli opera sul piano visuale, le immagini vanno analizzate, interpretate, e contestualizzate: leggere un libro non è lo stesso che leggere un fumetto, non dico che sia meglio, ma è sicuramente diverso.

Se i fumetti si dovessero leggere, chi potrebbe spiegare un lavoro come quello di John Arne Sæterøy, in arte Jason, celebre fumettista norvegese che spesso ricorre a “fumetti muti”, ossia completamente privi di testo? A me non risulta esistano libri muti, in letteratura, e questo perché il libro “è” il testo, non ci sono teorie critiche e semiologiche e semiotiche che tengano a mio avviso. Il fumetto invece è l’immagine, il disegno, la striscia e può vivere senza testo. Per questo a me non interessa, perché non sono una patita dell’immagine, perché ho bisogno di percepire la storia, non di vederla; ho bisogno di immaginare i personaggi di un racconto, non di vederli materializzati davanti ai miei occhi. L’immagine mi toglie molto del piacere della storia. Il racconto, per essere tale, è orale o scritto, mai disegnato, tanto meno filmato.

Dico solo che per me è così, non penso assolutamente che il fumetto sia un’arte inferiore alla letteratura, solo che non è la mia arte: e non sono nemmeno arti gemelle se proprio devo dire la mia. Forse il fumetto è più vicino al cinema, per nulla alla pittura. Perché un quadro è immobile, statico, ed esiste nel momento in cui il soggetto rappresentato, figura, paesaggio o oggetto che sia, viene fermato nel tempo dall’occhio e dal gesto del pittore: non c’è bisogno di un “prima” e di un “dopo”, e dipende solo dalla bravura e dal talento dell’artista infondere la vita in quel soggetto, al di là dell’istante preciso iscritto nella raffigurazione. Il fumetto invece è un lavoro in sequenza, progredisce, si muove nello spazio e nello tempo, arriva e finisce. Come i film.

I fumetti si basano su questa sequenzialità, si basano sulla capacità dell’immagine di migrare da un riquadro all’altro, da una pagina all’altra; si basano sull’uso dello spazio nelle tavole: non solo in ciascuna tavola presa a sé, ma nella progressione delle stesse. In tutto questo il testo perde valore, e si finisce col trascurarlo. Se non c’è un testo che valga la pena di essere letto, dunque, in che modo si possono “leggere” i fumetti?A me poi non piacciono nemmeno i libri che abusano di tecniche prettamente cinematografiche, non credo nelle commistioni.

Ma non voglio divagare. Mi è stato chiesto di spiegare perché non leggo fumetti, mica lo so se sono riuscita a farlo. Forse c’è da dire solo che il fumetto, come amano dire gli anglofoni, is not my cup of tea. Possiamo farcene, tutti, una ragione credo.   

 

* Un verso della poesia “Egle” di Giosuè Carducci

Tutti al mare…

Sunday 19 August 2007

… tranne me.

Niente Sicilia, niente granite, niente cannoli, niente pesce spada o costardelle, niente mare azzurro e spiagge bianche, niente zagare e niente di niente di tutto l’armamentario retorico della “Trinacria per principianti” di cui ho letto spesso in questi giorni (anzi del “Sud per principianti”), ma in compenso ho una nuova bellissima casa, con tanto di terrazzo e garage.

Nemmeno i libri ci sono in queste vacanze urbane, ma tanti cataloghi, liste della spesa, stoffe, mensole, utensili, tessili, elettrodomestici, servizi vari, stili da accordare, cromie da gestire, materiali da armonizzare.

Credo che abbandonerò tutto per dedicarmi all’arredamento d’interni: ho trovato la mia dimensione. E poi nessuno spende parole inutili sui divani o sulle posate di acciaio inox.

Una menzione d’onore va ai miei bicchieri nelle varie sfumature dell’arancione, abbinati ai miei piatti con i tulipani, alle posate dal manico giallo sole, accordati alla tovaglia di tela indiana, in tinta con le tende di seta cinese, con le ante color zucca della cucina, con i cuscini terra di siena che ricoprono le sedie.  E che dire delle bellissime abat-jour e del lampadario d’artigianato marocchino di un caldo rosso fuoco?

Appena ho finito di arredarla, (quasi)tutti a cena da me (e lui naturalmente)! Magari portatevi delle sedie però.  

Comunque mi sono abbronzata lo stesso eh.