Archivio della Categoria 'Pastiglie'

Pastiglie/IV: I loro occhi guardavano Dio di Zora Neale Hurston

Monday 9 May 2011

Autrice di quattro romanzi, e di più di cinquanta testi – fra racconti, sceneggiature teatrali e saggi – Zora Neale Hurston, eminente antropologa e folklorista, è la più importante scrittrice afro-americana di tutti i tempi.

Dimenticata nel suo paese per quasi settant’anni, perché donna, indipendente, conservatrice, nera – «sono stata nera tre volte, nera come bambina, nera come ragazza, nera come donna» – e riscoperta solo nel ’73 grazie ad Alice Walker (autrice di libri di culto come Il colore viola), è quasi sconosciuta in Italia. Solo due, tra i suoi libri, risultano oggi disponibili nella nostra lingua.

Anzitutto il più famoso I loro occhi guardavano Dio, inizialmente edito in una sorprendente – per il periodo storico di cui si parla – versione del ’38 da Frassinelli – che nel ’46 pubblicò anche l’ormai introvabile Mosè l’uomo della montagna – e poi nel 1998 per Bompiani.

Tuttora in commercio è anche una bellissima raccolta di racconti, Tre quarti di dollaro dorati, editi da Marsilio nel 1992 (e ristampati nel 2006).

Nel 2009 Cargo ha riproposto in una nuova edizione I loro occhi guardavano Dio, a cura di Adriana Bottini, con introduzione di Zadie Smith e postfazione di Goffredo Fofi.

Fortemente osteggiato dalla stessa comunità afroamericana per l’uso dialettale  e quasi antropologico del linguaggio e il rifiuto della Hurston di piegare la sua narrativa – viva, appassionata e palpitante – all’intento ideologico, I loro occhi guardavano Dio è l’intensa storia, raccontata in prima persona attraverso un lungo, viscerale flashback, di una donna bellissima e indipendente, Janie Crawford, che rifiuta di assecondare il destino riservatole per nascita e colore della pelle, per cercare ostinatamente la felicità e l’affermazione di sé, rincorrendo l’amore e la libertà.

 

Pastiglie III / Le stanze di Libero Bigiaretti

Tuesday 26 April 2011

Direttore dell’ufficio stampa dell’Olivetti a Ivrea; co-fondatore nel ’44 con Corrado Alvaro e Francesco Jovine del “Sindacato nazionale degli Scrittori”; vincitore del Premio Marzotto (1954) e del Viareggio (1968); amico di esponenti di spicco della cultura italiana del ‘900, da Giorgio Caproni a Mario Luzi; critico e giornalista tra i più acuti; scrittore sensibile e attento ai cambiamenti di gusto del lettore e alle varie tendenze letterarie, che spesso addirittura anticipava, Libero Bigiaretti dovrebbe essere uno dei nostri maggiori vanti, citato e ripubblicato a oltranza.

Invece pochi lo ricordano fuori dalla sua città natale, Matelica, e i suoi libri sono quasi tutti fuori catalogo – solo qualche piccolo illuminato editore, ogni tanto, ne ripubblica qualcuno tra l’indifferenza del grande circo letterario italiano.

Tra le sue opere più neglette, tanto da non avere avuto una sola riedizione dalla data della prima pubblicazione Bompiani del 1976, c’è Le stanze, un libro sorprendente, a metà strada tra il memoriale e la biografia romanzata, in cui Bigiaretti seguendo il filo rosso di una trama tutta interiore, e con una scrittura che alterna un tono elegiaco e febbrile e una prosa pacata ed elegante, conduce il lettore nei luoghi della sua memoria, Matelica in primo luogo, cui è dedicato un intero capitolo, poi Ivrea, Roma e infine Vallerano, dove ha trascorso gran parte degli ultimi anni della sua vita.

Le stanze del titolo sono le stanze della memoria, che lui identifica con nomi diversi, e dalle quali immagina di entrare e uscire per incontrare decine di persone reali, vive o morte – da Olivetti a Borges, da Neruda a Picasso –  con le quali rievoca aneddoti e ricordi, ma soprattutto s’interroga sul ruolo dello scrittore e dell’intellettuale, e sul senso più profondo dell’esistenza.


Pastiglie I

Tuesday 12 April 2011

Pubblico qui le prime dodici puntate (quelle dell’anno scorso quindi) di “Pastiglie”, la mia rubrica su Stilos dedicata ai libri persi e/o ritrovati.


Libro che va, libro che viene per Harry Grey.

Pseudonimo di David Aaronson, sebbene alcuni fonti lo riconoscano come Harry Goldberg, Grey è uno degli autori dalla fortuna più altalenante nella storia della letteratura mondiale: il suo nome vivrà per sempre della luce riflessa del capolavoro di Sergio Leone, “C’era una volta in America” – basato in parte proprio sul suo primo libro, The hoods (1952), fortemente autobiografico, tradotto per “Longanesi” nel ‘66 in Mano armata da Adriana Pellegrini – tanto che molti ignorano che il film non sia una storia originale.

A distanza di più di trent’anni dall’ultima edizione di Mano armata, (sempre “Longanesi” del 1983) è appena uscito per “Mattioli1885” il terzo e ultimo romanzo di Grey, Portatrait of a Mobster (1958), inedito per il nostro paese, ma poco conosciuto anche in patria, tradotto da Francesca Pratesi in Ritratto di un gangster (mentre ancora nell’oblio è il suo secondo libro Call me Duke scritto nel 1955, che in Italia ha avuto una sola edizione negli anni ’60).

Arthur Flegenheimer, il gangster del titolo, detto Dutch Schultz per le sue origini tedesche, non è un personaggio complesso e romantico come il David-Noodles-Aaronson di Mano Armata, e in questo gioca un ruolo fondamentale l’assenza di autobiografismo nella sua storia, quella componente nostalgica da ricerca del tempo perduto, che caratterizza la vicenda di Noodles.

Dutch è invece un poco di buono senza scrupoli, pronto a tutto per il denaro, con una passione sfrenata per le donne, soprattutto se giovani e disinibite. Il romanzo ne racconta la rapida ascesa nella malavita del proibizionismo, tra poliziotti corrotti, rosse femmes fatali e viziosi speakeasy, e l’irrefrenabile caduta.

Lo stile è quello asciutto e incisivo di Grey, ma la sua voce qui è meno lirica, più nervosa, quasi spietata.


dal numero di febbraio 2010 di Stilos

Il blog non è morto (ma non se la passa tanto bene, come me del resto). W il blog!

Monday 7 June 2010

Qui se vi mancano le mie (dolci) parole potete trovare la mia stangata a Storia della mia purezza di Francesco Pacifico, sul Corriere Nazionale (per la pagina della cultura di Stefania Nardini) di qualche settimana fa, la prossima sarà su Tutti hanno ragione di Paolo Sorrentino, libro stregato da una mela andata a male, più che avvelenata.

Sul numero di giugno di Stilos appena uscito invece, per la mia rubrica “Pastiglie”, parlo di Quartieri alti di Ercole Patti. Ma la cosa più importante del numero a parte un inedito di Enzo Siciliano bellissimo, Tourneé, è l’intervista esclusiva rilasciata a Giampaolo Mazza da Roberto Saviano, e tanto altro, naturalmente.

Per non parlare solo di me, nonostante questo sia il mio blog, per chi non lo sapesse, segnalo la traduzione di un libro bellissimo ad opera di Ettore Bianciardi: Che fortuna essere povero di Sholem Aleichem, uscito per le edizioni Strade bianche -Stampa Alternativa (e quindi in collaborazione con Mauro Baraghini di Stampa alternativa), disponibile gratuitamente anche in .pdf, ma non metto nemmeno il link alla pagina di download perché il libro stampato – come sono i libri e come saranno sempre – costa solo 9 €, quindi direi che potreste anche acquistarlo (fatte salve le possibilità economiche, e – per me, solo in questo caso – hanno ragione Bianciardi e Baraghini con la loro iniziativa dei bianciardini e dei libri disponibili gratuitamente, perché in questo caso la cultura e quindi anche i libri, devono essere accessibili a tutti).

Il libro racconta della diaspora degli ebrei – come quasi tutti i libri di Aleichem (nome d’arte peraltro), solo alcuni però tradotti in italiano – e la racconta attraverso gli occhi ancora capaci di stupirsi, anzi di stupefarsi di un bambino. E’ un lungo viaggio da un piccolo villaggio dell’odierna Ucraina e dai progrom, fino in Europa e poi nella sognata America terra di promesse e meraviglie. La scrittura è quella leggera ma intensa e intrisa di odori, sapori, colori della lingua e della letteratura yiddish, che io trovo un vero e proprio genere letterario, come il noir o i romanzi di formazione.

Se ne riparla comunque.

Ego-riferita

Tuesday 11 May 2010

Sul nuovo numero di Stilos trovate la mia intervista a Dan Fante in occasione della ristampa di Angeli a pezzi; una recensione del libro Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese di Stefania Nardini (con cui sarò a Perugia il 27 Maggio per “iLibri. Scrittori e critici di Stilos alla Stranieri“); Zola Neale Hurston per la mia rubrica “Pastiglie” sui libri persi e quelli ritrovati, e questo pezzo su Palace of the end di Judith Thompson pubblicato dalla Neo. Edizioni.

A parte me, non potete perdervi lo speciale dedicato alle prime edizioni di libri prestigiosi e di valore. E tutto il resto, anche. Però, intanto abbonatevi, e poi andate a leggere!


P.s

Lo so, il blog ha qualche problema, al momento non riesco a risolverlo e a dire la verità non ho molto tempo per pensarci, ma se qualche volenteroso volesse darmi una mano…

Prenditi una pastiglia…

Tuesday 9 March 2010

Domani Stilos torna in edicola con il numero II del nuovo corso, ancora più ghiotto e pieno di articoli, recensioni, interviste, inediti e omaggi (qui se v’interessa, trovate il comunicato stampa ufficiale).


Intanto la copertina è dedicata a tre scrittori under 30 – Silvia Avallone con Acciaio (Rizzoli), Valentina Brunettin con I cani vanno avanti (Alet) e Paolo Piccirillo con Zoo col semaforo (Nutrimenti) – (ed è la mia prima copertina quindi dovete assolutamente comprare la rivista!); poi c’è un interessante servizio sulla letteratura olandese oggi; molti testi inediti e racconti (di Enrico Brizzi, Domenico Cacopardo, Predrag Matvejievic, Giuseppe Conte, Dario Voltolini, Andrea Vitali); un’anteprima dal prossimo romanzo di Dario Voltolini dal titolo Foravia, in uscita da Feltrinelli a maggio; le rubriche fisse di grandi firme del mondo della cultura; le incursioni nei fumetti, nel cinema e nell’arte; e l’attenzione ai libri di sempre, con decine di recensioni e interviste.

Inoltre in omaggio ci sono un inedito di Marcello Fois – una pièce teatrale dal titolo “Stanze” – e un quaderno monografico di 32 pagine dedicato a Leonardo Sciascia.


Intanto dal numero I ecco il primo pezzo della mia rubrica Pastiglie, dedicata ad Harry Grey.


Libro che va, libro che viene per Harry Grey.

Pseudonimo di David Aaronson, sebbene alcuni fonti lo riconoscano come Harry Goldberg, Grey è uno degli autori dalla fortuna più altalenante nella storia della letteratura mondiale: il suo nome vivrà per sempre della luce riflessa del capolavoro di Sergio Leone, “C’era una volta in America” – basato in parte proprio sul suo primo libro, The hoods (1952), fortemente autobiografico, tradotto per “Longanesi” nel ‘66 in Mano armata da Adriana Pellegrini – tanto che molti ignorano che il film non sia una storia originale.

A distanza di più di trent’anni dall’ultima edizione di Mano armata, (sempre “Longanesi” del 1983) è appena uscito per “Mattioli1885” il terzo e ultimo romanzo di Grey, Portatrait of a Mobster (1958), inedito per il nostro paese, ma poco conosciuto anche in patria, tradotto da Francesca Pratesi in Ritratto di un gangster (mentre ancora nell’oblio è il suo secondo libro Call me Duke scritto nel 1955, che in Italia ha avuto una sola edizione negli anni ’60).

Arthur Flegenheimer, il gangster del titolo, detto Dutch Schultz per le sue origini tedesche, non è un personaggio complesso e romantico come il David-Noodles-Aaronson di Mano Armata, e in questo gioca un ruolo fondamentale l’assenza di autobiografismo nella sua storia, quella componente nostalgica da ricerca del tempo perduto, che caratterizza la vicenda di Noodles.

Dutch è invece un poco di buono senza scrupoli, pronto a tutto per il denaro, con una passione sfrenata per le donne, soprattutto se giovani e disinibite. Il romanzo ne racconta la rapida ascesa nella malavita del proibizionismo, tra poliziotti corrotti, rosse femmesspeakeasy, e l’irrefrenabile caduta. fatali e viziosi

Lo stile è quello asciutto e incisivo di Grey, ma la sua voce qui è meno lirica, più nervosa, quasi spietata.

 


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