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Lottando con classe

Sunday 10 May 2015

Un tipo umano, anzi sociale, dei più chiacchierati (e affascinanti per me, insieme alla cortigiana) è il dandy. Da cultrice di Wilde e Byron, necessariamente in quest’ordine; come estimatrice di Philippe Daverio e Gabriele D’annunzio, in barba all’ordine cronologico; e soprattutto in quanto vecchia groupie di Dorian Grey* e Henry Pelham**, in rigoroso ordine di apparizione nella mia vita, non poteva essere altrimenti, tanto da aver letto quasi tutto sul dandy e sul dandysmo (si fa per dire): da Giuseppe Scaraffia e il suo Dizionario del dandy (Sellerio, 2007) alla Filosofia del dandysmo o l’estetica del vivere di Daniel S. Schiffer (Excelsior 1881, 2010), passando per Vita da dandy. Gli antisnob nella società, nella storia, nella letteratura di Stefano Lanuzza (Stampa alternativa, 1999) o il classicissimo del Dandysmo e di George Brummel di Barbey d’Aurevilly Jules-Amédée.

E nelle mie letture ho appreso che il dandy è il gentiluomo che vive esteticamente, vive la propria vita come un’opera d’arte, ricerca costantemente il piacere, e al tempo stesso fa dell’individualismo che consegue a una tale condotta una bandiera per urlare il suo distacco dal mondo e il rifiuto della mediocrità borghese imperante, utilizzando l’ironia come arma di attacco e l’eleganza nel vestirsi e nell’atteggiarsi come un tratto distintivo da una massa in qualificata e inqualificabile ai suoi occhi. Non solo “un uomo il cui settore, ufficio e esistenza consiste nell’indossare abiti” – secondo la famosa definizione di Thomas Carlyle nella sua opera Sartor Resartus (1833) – ma un intellettuale quasi, con una chiara visione della realtà che ha profondamente influenzato la cultura della fine dell’800 contribuendo anche moltissimo all’avvento del decadentismo. Tuttavia la sua opposizione allo status quo non è mai una distinta dichiarazione di guerra, perché per esistere ha bisogno che esista anche il mondo che l’ha prodotto, tanto che Baudelaire ha scritto del dandy: «La caratteristica distintiva della bellezza del dandy consiste soprattutto in un’aria di freddezza, derivata da un’irremovibile determinazione a non essere coinvolto».

Per tutto questo quando ho letto la prima volta il titolo di un pamphlet di Francesco Forlani, manifesto del comunista dandy, uscito per la prima volta nel 2007 per le edizioni della Camera Verde e riproposto ora da Miraggi Edizioni, non potevo non essere colpita dall’attribuzione di una così sbandierata posizione politica al dandy. Così l’ho letto con grande curiosità.

L’autore inizia subito tratteggiando i tratti identificativi del comunista dandy: o meglio, nel cercare di spiegare in che modo riconoscere un comunista dandy per strada confuso tra la gente, deve ammettere che «tale individuo non sarà mai in strada, confuso tra la gente. Tutt’al più confuso, ma sempre elegantemente vestito».

E’ già qualcosa comunque, anche perché poi lentamente scopriamo molte cose di questo individuo: indossa «calze lunghe piuttosto che calze corte, nere piuttosto che chiare» che hanno sempre «il buco all’altezza dell’alluce comunicante con il tallone d’Achille» e «non fanno mai il paio ed ecco perché, per ogni lavatrice compiuta, sola sopravvivrà una delle due, la sinistra» ovviamente. Per il comunista dandy, per cui «molta lotta nella classe è necessaria, tanta classe nella lotta è imprescindibile», «quanto guadagna sarà sempre e comunque inferiore rispetto a quanto spende»  e «avendo Marx parlato di distribuzione delle ricchezze e non credendo il comunista dandy alla potenza salvifica della violenza, la strategia da sviluppare consisterà nel contrarre debiti con persone ricche e non onorare tali debiti». Egli poi «non è depresso e men che mai ipocondriaco», ma ha lo spleen, che è solo di due tipi: pre coitum o post coitum: la malinconia è dunque strettamente collegata «all’unica esperienza, insieme alla rivoluzione, per cui la vita valga la pena di essere vissuta: fare all’amore».

Ma l’uomo, comunista dandy, non è solo: esistono le donne comuniste dandy per le quali la calza sfilata «è una cicatrice a guardia dell’ingiustizia e del sopruso»; e c’è ovviamente anche il bambino comunista dandy, chiamato più agevolmente BCD, il quale perviene «alla posizione eretta in tarda infanzia poiché gattona più del previsto per il solo desiderio di sporcarsi ed essere cambiato d’abito di frequente». Non mancano poi gli animali domestici: il cane del comunista dandy che «non dice bau bau, ma warf warf perché la sua matrice è anglosassone»; e poi il gatto (in numero variabile da uno a quattro di solito) che «al Whiskas, di vago sentore alcolico, e al Kitekat meccanicamente postfordista, preferisce Sheba che fa esotico e avventuriero allo stesso tempo». (Lo zoo privato del dandy comunista può prevedere anche un pappagallo e una blatta, chiamata Gregor, ça va sans dire).

Forlani crea una vera e propria mitologia del dandy comunista che crede nell’oroscopo, ama Kant e non si sposa, almeno nella versione maschile (di quella femminile non si sa nulla in proposito, anche se c’è la curiosità di sapere eventualmente con chi convolerebbe a giuste nozze); ne approfondisce i rapporti con il denaro, il tango, il kitsch e il fuoco di sant’Antonio. Segue il comunista dandy in albergo, ai cocktail party, al cinema, a tavola (dove apprendiamo della sua predilezione per la parmigiana e le tovaglie rosse), dallo psicanalista e persino durante una seduta spiritica: «si procederà con un sommesso canto partigiano che creerà un magma lirico onirico su cui il medium, detto anche Marshall McLuhan, diventerà portavoce ufficiale».

Addirittura l’autore inventa la “Dadapedia”, l’enciclopedia del comunista Dandy, dal quale riporta alcuni estratti della voce “Breve storia e geografia del segmento”, ovviamente secondo Forlani: del resto, quale elemento geometrico più adatto del segmento, per un testo così deliziosamente frammentato? Peraltro quest’aspetto del volumetto – in cui persino le regole di layout di ogni manifesto vengono sovvertite e piegate all’estro dell’autore perché è suddiviso in capitoletti chiamarti articoli ma numerati in ordine sparso, con saltuari rimandi da uno all’altro – si presta a una lettura anarchica che forse piacerebbe al più trotzkista dei dandy: dall’apertura a caso di un pagina al salto del paragrafo in paragrafo. La consistency (cfr. Italo Calvino e le sue Lezioni americane) del testo non è una priorità per l’autore (e del resto non lo era più nemmeno per Calvino al momento delle Lezioni) e quindi può non esserlo anche per il lettore.

E in mezzo ai vari articoli dedicati alla definizione del comunista dandy, Forlani inserisce poesie, riflessioni, citazioni di autori famosi, da Gobetti a Céline e da Camus ad Anais Nin (i testi in lingua straniera tutti tradotti tranne quello di Raymond Russel e quello di Topor, lasciati in francese, seconda lingua di Forlani) e ancora interventi diretti dell’autore (su tutti le pagine dedicate al rapporto tra il fumo e la letteratura e gli scrittori), foto e disegni e pubblicità, richiami a testi di architettura, filosofia, arte. Tutto dominato da una lingua viva e da un sapiente ricorso al calembour, al gioco di parole, («i comunisti dandy amano e frequentano i saloni […], ed evitano i soloni da salotto») alla sciarada, senza disdegnare l’uso – si badi bene, l’uso e mai l’abuso – acrobatico della retorica: dall’allitterazione alla metonimia, dalla sineddoche alla sinestesia.

Il “manifesto” si presenta alla fine come l’opera di una vita costantemente in progress, ma con uno sguardo attento sul presente e sul contingente; questa versione è un update (lo dice lo stesso sottotitolo al libro) di quella del 2007, e l’editore lo sottolinea bene nel sito dedicato all’opera e specifica che: «venticinque anni di articoli, esperienze, stratificazioni, hanno possibilità combinatorie ed espressive (quasi) infinite». E c’è quasi tutto il mondo di Forlani dentro questo testo, l’attenzione al linguaggio, il bilinguismo, alcuni dei suoi autori preferiti, una certa irrequietezza intellettuale, un’intelligenza vivace e arguta che mantiene un che di fanciullesco, l’istrionismo letterario e teatrale, l’ironia accompagnata a una sottesa malinconia di fondo e forse anche la nostalgia per qualcosa che poteva essere e non è stato: «A dispetto dei nuovi soloni dello status quo (qui e ora), il comunista dandy non solo crede ancora alla purezza, ma che per essa, e soltanto, valga la pena vivere. La purezza dei disertori contro i nuovi palestrati della mente, dai muscoli messi in mostra sulle terze pagine».

 

 

 

 

*Protagonista del romanzo Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde

**Protagonista delle Avventure di un gentiluomo di Edward Bulwer Lytton

 

L’educazione sentimentale (19 luglio 1992 – 19 luglio 2009)

Sunday 19 July 2009

Il 19 luglio di diciassette anni fa ero in Sicilia da mia nonna, ci andavo ogni estate da giugno a settembre, erano i mesi più dolci, soprattutto da quando mi ero presa una cotta per un vicino di casa, di quelli belli e dannati a cui non si resiste.

 

Fino a quella domenica le mie ultime estati erano trascorse tra chiacchiere fitte sulle scale del palazzo con la mia amica di allora, il mare dello stretto in cui far galleggiare i pensieri e i mille sotterfugi per incontrare quel ragazzo o per cogliere i segnali del suo interesse verso di me.

In quei giorni esaltantì mi ritrovavo a passeggiare per Messina seguita dai suoi amici che gli davano conto di tutti i miei spostamenti, mi sentivo braccata e lusingata allo stesso tempo; ogni volta che uscivo lui era lì davanti al cancello dal quale sarei dovuta necessariamente passare e mi sbarrava la strada, si spostava solo quando gli ero quasi addosso e allora alzava lo sguardo inchiodato a terra fino a quel momento e mi fissava per una frazione di secondo le labbra e poi si faceva un po’ da parte, ma proprio un poco, così che i nostri fianchi si sfioravano facendoci tremare entrambi;  la mia camera da letto era costantemente sotto osservazione e io spesso lasciavo le scuri aperte perché le tende svolazzassero e lasciassero intravedere la mia presenza nella stanza, magari mentre mi cambiavo e lo facevo con una lentezza che non è mia. O forse si.

Io non lo sapevo all’epoca ma stavo vivendo dentro una di quelle storie languide e voluttuose così magistralmente descritte nei libri di Ercole Patti; e, a pensarci oggi, quasi mi commuovo.

 

F. – così lo chiamerò qui -, ha lavorato per un certo periodo in un negozietto di quelli che ormai non esistono più, quei piccoli bazar dove trovavi il carbone e le bombole del gas insieme ai detersivi e i giocattoli dei bambini, e poi l’olio, il sale, lo zucchero, le sigarette, “il carbonaro” veniva chiamato quel posto e così anche il suo proprietario, che peraltro aveva un debole per me.

Io ci andavo quasi tutti i giorni, facendo nascere chissà quali pensieri nel vecchio gestore che infatti mi riempiva di attenzioni e spesso non mi faceva pagare gli acquisti, o li scontava abbondantemente. Mia nonna mi dava una lista della spesa e io facevo sempre in modo di dimenticare qualcosa per poter tornare lì il giorno successivo e quando sapevo che non c’era niente da comprare m’inventavo stratagemmi assurdi per rendere necessaria un’incursione dal carbonaro e da F.,  e così versavo tutto il detersivo per i piatti nel water, accendevo fino all’ultimo fiammifero che avevamo in casa, buttavo via intere confezioni di sale.

F., quando mi vedeva entrare – e lui mi vedeva sempre prima che io lo scorgessi perché il negozio era una specie di bugigattolo buio, e venendo da fuori con il sole siciliano negli occhi, dovevo abituarmi a vedere con lo scuro – lasciava tutto per venire da me.

Cosa ti serve, ah? mi chiedeva sollevando appena lo sguardo all’altezza della mia scollatura, dove indugiava prima di guardarmi obliquamente negli occhi, non ricordodi aver mai incrociato i suoi occhi con i miei direttamente, e strascicando le parole in un sorriso malizioso e ironico insieme, era indolente nel parlare, nel camminare, nel corteggiarmi, e ogni volta che mi dava quello che gli avevo chiesto faceva in modo di sfiorarmi le dita, a volte una mano, quando si faceva più ardito arrivava a toccarmi l’interno del braccio, dove si piega col gomito. Erano attimi interminabili, di una sensualità primitiva e semplice che non ho mai più provato. Ero molto giovane allora e tutto aveva il sapore della fine del mondo.

 

Un giorno insieme a una confezione di sapone della quale naturalmente non avevo alcun bisogno, senza che me ne accorgessi mi ha incartato anche un fiore di plastica, e quando è spuntato fuori dal foglio di giornale spiegazzato che l’avvolgeva, ho cominciato a piangere. Piangevo per l’emozione, piangevo perché era una cosa terribilmente romantica, piangevo perché mi sentivo la protagonista di una storia che avevo letto tante volte nei miei libri; ma piangevo soprattutto con un che di struggente che mi squassava l’anima perché F. era diverso dagli altri ragazzi con cui avevo a che fare, non era un bravo ragazzo, era uno di quelli dai quali guardarsi, veniva da una pessima famiglia e aveva nefaste frequentazioni, lavorava per la malavita locale: piccoli furti, pestaggi, forse estorsioni, erano voci ma dentro di me sapevo che erano vere. Quel che si diceva sul suo conto però non m’interessava, il fiore era la dimostrazione che per me sarebbe cambiato, ero convinta che se solo avessimo potuto parlare, l’avrei salvato.

 

Gli ultimi tre anni del liceo non me li ricordo quasi, vivevo in apnea durante l’inverno, studiando leggendo e ripassando nella mente ogni piccolo particolare delle mie estati. Appena riuscivo a starmene sola con i miei pensieri m’immergevo nei dettagli di quella storia come facevo col mio mare appena arrivavo in Sicilia. Ero completamente smarrita in quell’amore platonico eppure così perdutamente sensuale, che mi toglieva il respiro solo a ricordarlo. Andavo come in letargo e solo a giugno, appena varcato lo stretto, mi risvegliavo dal torpore e riprendevo vita, i miei colori si ravvivano, i capelli diventano più lucidi e i riflessi rossi tornavano a splendere, gli occhi si illanguidivano, le guance s’imporporavano, mia nonna mi diceva sempre “Quantu si bedda ‘nta to’ terra, nica, sì un ciuri i zagara”.

 

Era una domenica, proprio come oggi, e le domeniche in Sicilia passano molto lentamente d’estate. A Messina i negozi chiudono davvero, non ci sono centri commerciali vicini che restano aperti, non c’è nessuno per le strade, solo Piazza Cairoli e Piazza del Popolo un po’ si riempiono, perché al fresco dei ficus ci si siede a prendere le granite per colazione o per chiacchierare e leggere il giornale. Per il resto si sente il profumo invitante di sugo e grigliate di pesce, mentre ovunque riecheggiano le campane delle decine e decine di chiese che richiamano i fedeli, ma soprattutto scandiscono le ore pigre.

Contrariamente al solito, mi piacevano le domeniche a Messina, mi piacciono ancora in realtà, sembrava che ci fosse tutto il tempo del mondo e poi proprio la domenica era il giorno in cui era più facile incontrarsi con F., lui non lavorava, dalla mattina presto se ne stava in cortile a dar calci a un pallone, a trafficare con qualche moto o a giocare a carte sotto gli scalini del mio portone. Quando non lo vedevo dal balcone sapevo che era sotto il portone ad aspettarmi, così uscivo con una qualsiasi scusa, dopo aver indossato dei pantaloncini corti o una gonna e mi preparavo a incontrarlo, fissavo lo sguardo dritto di fronte a me per impedirmi di guardarlo, nemmeno lui mi guardava, si spostava leggermente per farmi passare sempre tenendo le carte in mano e mentre scendevo gli scalini le tirava giù di colpo arrivando a toccarmi le gambe nel movimento del braccio, mi sfiorava dal ginocchio alla caviglia, conuna precisione scientifica quasi, accadeva sempre allo stesso modo e ogni volta morivo e rinascevo, e lui con me.

 

Quella domenica pomeriggio mi stavo vestendo, io e la mia amica avevamo deciso di fare una passeggiata fino al bar dove s’incontravano F. e i suoi amici quando non erano nel cortile, sentivo che nell’aria c’era qualcosa di definitivo che stava per accadere, pensavo che finalmente mi avrebbe fermato, mi avrebbe baciato senza dire nulla e che si sarebbe lasciato salvare da me.

Invece il programma che davano in televisione viene interrotto da un’edizione straordinaria del telegiornale e niente è più come prima, smetto di vestirmi, mi lascio andare sul letto e continuando a fissare lo schermo, decido senza quasi accorgermene che mi sarei iscritta a giurisprudenza l’anno seguente e che sarei diventata un magistrato.

All’improvviso io e F. ci troviamo dalla parte opposta della barricata. Lui diventa il mio nemico, qualcuno da condannare senza appello, il male da estirpare. Guardo le auto spazzate via dal tritolo e piango di nuovo. Stavolta per il giudice e i suoi uomini, piango per lo Stato sconfitto, piango per la mia isola martoriata, piango perché la bomba si è portata via la mia adolescenza e con essa la dolce illusione che uno stupido fiore di plastica significasse davvero che avevo il potere di cambiare le cose e le persone.

  

Poi tutto è andato diversamente da quanto pensavo quella domenica pomeriggio, e ogni anno come oggi, riconsidero la mia vita, le scelte fatte e poi abiurate, penso alla toga che non ho mai indossato, al contributo che non ho dato, e mi chiedo che importanza possa avere davvero scrivere di libri o vederli nascere e poi pubblicare? Volevo cambiare le cose e invece le cose hanno cambiato me.

E inevitabilmente ripenso a F, che ora è rinchiuso in un carcere dalle parti di Palermo. Il suo fiore non ce l’ho più.

 

Guns of the Patriots

Saturday 25 April 2009

Mentre si preparano a festeggiare il 25 Aprile senza averne il minimo diritto e senza mostrare un po’ di pudore, tengono in caldo un disegno di legge (proposta di legge n. 1360/08) che di fatto, vuole equiparare coloro che facevano i rastrellamenti per conto dei nazisti a chi è stato internato nei campi di concentramento, e i repubblichini di Salò ai partigiani che morirono per la libertà, perché:

 

l’istituzione dell’Ordine del Tricolore deve essere considerata un atto dovuto, da parte del nostro Paese, verso tutti coloro che, oltre sessanta anni fa, impugnarono le armi e operarono una scelta di schieramento convinti della “bontà” della loro lotta per la rinascita della Patria. […] Questo progetto di legge è coerente con la cultura di pace e di pacificazione della nuova Italia, post-bellica, repubblicana e democratica; memore delle distruzioni morali e materiali provocate dal conflitto mondiale; orgogliosa della rinascita operata dalla laboriosità del suo popolo; rinnovata nelle istituzioni di una classe dirigente espressa per la prima volta dal popolo, libero e sovrano; consapevole della necessità di rimarginare le ferite di un passato tragico e cruento nell’interesse dell’intera collettività”

 

A parte l’evidente ipocrisia di mettere la parola bontà tra virgolette a sottolineare che sì, in effetti la posizione presa da chi si schierò con i nazisti e decise di aderire alla Repubblica Sociale non era giusta, però dai, mica c’era della malafede, hanno scelto secondo coscienza e per quello in cui credevano, vogliamo punirli per questo? Per una scelta sbagliata? Come se decidere da che parte stare non la dica lunga sulla dignità che quella scelta conferisce. Come se scegliere di sostenere chi ha sterminato milioni di esseri umani, rastrellato paesi e villaggi, distrutto città, giustiziato oppositori politici e tradito amici e parenti, possa davvero essere considerata un’opzione praticabile e giustificabile. Come se discernere tra cosa sia giusto e sbagliato, non abbia alcun valore.

Dicevo, a parte questa palese ipocrisia, mi domando quale sia “la cultura di pace e di pacificazione della nuova Italia”, e soprattutto quale sia questa nuova Italia. 

Forse l’Italia senza memoria, che tende a dimenticare e confondere, a sfumare posizioni e fatti storici, a riscriverli secondo la convenienza del momento.

Non ci sono alibi, né scusanti, né virgolette che tengano, la libertà di cui tanto si sproloquia in questo periodo e quella democrazia martoriata negli ultimi sessant’anni dal malcostume, la corruzione, il malaffare, le connivenze, le convenienze, le ingerenze, i segreti di Stato, le stragi, i burattinai occulti, i fondi neri, quel poco di libertà e di democrazia che ancora ci resta, non deve nulla ai repubblichini, ai collaboratori, ai delatori: nasce contro di loro, nasce nonostante loro, nasce dalla loro sconfitta.

 

 



Ecco. In realtà avevo iniziato a scrivere il post per parlare della Luna è tramontata di John Steinbeck, un romanzo sulla resistenza norvegese nel corso della seconda guerra mondiale, ma poi l’indignazione e l’amarezza hanno preso il sopravvento e del libro se ne riparla magari, sono troppo incazzata al momento. Ma voi leggetelo intanto.