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L’educazione sentimentale (19 luglio 1992 – 19 luglio 2009)

Sunday 19 July 2009

Il 19 luglio di diciassette anni fa ero in Sicilia da mia nonna, ci andavo ogni estate da giugno a settembre, erano i mesi più dolci, soprattutto da quando mi ero presa una cotta per un vicino di casa, di quelli belli e dannati a cui non si resiste.

 

Fino a quella domenica le mie ultime estati erano trascorse tra chiacchiere fitte sulle scale del palazzo con la mia amica di allora, il mare dello stretto in cui far galleggiare i pensieri e i mille sotterfugi per incontrare quel ragazzo o per cogliere i segnali del suo interesse verso di me.

In quei giorni esaltantì mi ritrovavo a passeggiare per Messina seguita dai suoi amici che gli davano conto di tutti i miei spostamenti, mi sentivo braccata e lusingata allo stesso tempo; ogni volta che uscivo lui era lì davanti al cancello dal quale sarei dovuta necessariamente passare e mi sbarrava la strada, si spostava solo quando gli ero quasi addosso e allora alzava lo sguardo inchiodato a terra fino a quel momento e mi fissava per una frazione di secondo le labbra e poi si faceva un po’ da parte, ma proprio un poco, così che i nostri fianchi si sfioravano facendoci tremare entrambi;  la mia camera da letto era costantemente sotto osservazione e io spesso lasciavo le scuri aperte perché le tende svolazzassero e lasciassero intravedere la mia presenza nella stanza, magari mentre mi cambiavo e lo facevo con una lentezza che non è mia. O forse si.

Io non lo sapevo all’epoca ma stavo vivendo dentro una di quelle storie languide e voluttuose così magistralmente descritte nei libri di Ercole Patti; e, a pensarci oggi, quasi mi commuovo.

 

F. – così lo chiamerò qui -, ha lavorato per un certo periodo in un negozietto di quelli che ormai non esistono più, quei piccoli bazar dove trovavi il carbone e le bombole del gas insieme ai detersivi e i giocattoli dei bambini, e poi l’olio, il sale, lo zucchero, le sigarette, “il carbonaro” veniva chiamato quel posto e così anche il suo proprietario, che peraltro aveva un debole per me.

Io ci andavo quasi tutti i giorni, facendo nascere chissà quali pensieri nel vecchio gestore che infatti mi riempiva di attenzioni e spesso non mi faceva pagare gli acquisti, o li scontava abbondantemente. Mia nonna mi dava una lista della spesa e io facevo sempre in modo di dimenticare qualcosa per poter tornare lì il giorno successivo e quando sapevo che non c’era niente da comprare m’inventavo stratagemmi assurdi per rendere necessaria un’incursione dal carbonaro e da F.,  e così versavo tutto il detersivo per i piatti nel water, accendevo fino all’ultimo fiammifero che avevamo in casa, buttavo via intere confezioni di sale.

F., quando mi vedeva entrare – e lui mi vedeva sempre prima che io lo scorgessi perché il negozio era una specie di bugigattolo buio, e venendo da fuori con il sole siciliano negli occhi, dovevo abituarmi a vedere con lo scuro – lasciava tutto per venire da me.

Cosa ti serve, ah? mi chiedeva sollevando appena lo sguardo all’altezza della mia scollatura, dove indugiava prima di guardarmi obliquamente negli occhi, non ricordodi aver mai incrociato i suoi occhi con i miei direttamente, e strascicando le parole in un sorriso malizioso e ironico insieme, era indolente nel parlare, nel camminare, nel corteggiarmi, e ogni volta che mi dava quello che gli avevo chiesto faceva in modo di sfiorarmi le dita, a volte una mano, quando si faceva più ardito arrivava a toccarmi l’interno del braccio, dove si piega col gomito. Erano attimi interminabili, di una sensualità primitiva e semplice che non ho mai più provato. Ero molto giovane allora e tutto aveva il sapore della fine del mondo.

 

Un giorno insieme a una confezione di sapone della quale naturalmente non avevo alcun bisogno, senza che me ne accorgessi mi ha incartato anche un fiore di plastica, e quando è spuntato fuori dal foglio di giornale spiegazzato che l’avvolgeva, ho cominciato a piangere. Piangevo per l’emozione, piangevo perché era una cosa terribilmente romantica, piangevo perché mi sentivo la protagonista di una storia che avevo letto tante volte nei miei libri; ma piangevo soprattutto con un che di struggente che mi squassava l’anima perché F. era diverso dagli altri ragazzi con cui avevo a che fare, non era un bravo ragazzo, era uno di quelli dai quali guardarsi, veniva da una pessima famiglia e aveva nefaste frequentazioni, lavorava per la malavita locale: piccoli furti, pestaggi, forse estorsioni, erano voci ma dentro di me sapevo che erano vere. Quel che si diceva sul suo conto però non m’interessava, il fiore era la dimostrazione che per me sarebbe cambiato, ero convinta che se solo avessimo potuto parlare, l’avrei salvato.

 

Gli ultimi tre anni del liceo non me li ricordo quasi, vivevo in apnea durante l’inverno, studiando leggendo e ripassando nella mente ogni piccolo particolare delle mie estati. Appena riuscivo a starmene sola con i miei pensieri m’immergevo nei dettagli di quella storia come facevo col mio mare appena arrivavo in Sicilia. Ero completamente smarrita in quell’amore platonico eppure così perdutamente sensuale, che mi toglieva il respiro solo a ricordarlo. Andavo come in letargo e solo a giugno, appena varcato lo stretto, mi risvegliavo dal torpore e riprendevo vita, i miei colori si ravvivano, i capelli diventano più lucidi e i riflessi rossi tornavano a splendere, gli occhi si illanguidivano, le guance s’imporporavano, mia nonna mi diceva sempre “Quantu si bedda ‘nta to’ terra, nica, sì un ciuri i zagara”.

 

Era una domenica, proprio come oggi, e le domeniche in Sicilia passano molto lentamente d’estate. A Messina i negozi chiudono davvero, non ci sono centri commerciali vicini che restano aperti, non c’è nessuno per le strade, solo Piazza Cairoli e Piazza del Popolo un po’ si riempiono, perché al fresco dei ficus ci si siede a prendere le granite per colazione o per chiacchierare e leggere il giornale. Per il resto si sente il profumo invitante di sugo e grigliate di pesce, mentre ovunque riecheggiano le campane delle decine e decine di chiese che richiamano i fedeli, ma soprattutto scandiscono le ore pigre.

Contrariamente al solito, mi piacevano le domeniche a Messina, mi piacciono ancora in realtà, sembrava che ci fosse tutto il tempo del mondo e poi proprio la domenica era il giorno in cui era più facile incontrarsi con F., lui non lavorava, dalla mattina presto se ne stava in cortile a dar calci a un pallone, a trafficare con qualche moto o a giocare a carte sotto gli scalini del mio portone. Quando non lo vedevo dal balcone sapevo che era sotto il portone ad aspettarmi, così uscivo con una qualsiasi scusa, dopo aver indossato dei pantaloncini corti o una gonna e mi preparavo a incontrarlo, fissavo lo sguardo dritto di fronte a me per impedirmi di guardarlo, nemmeno lui mi guardava, si spostava leggermente per farmi passare sempre tenendo le carte in mano e mentre scendevo gli scalini le tirava giù di colpo arrivando a toccarmi le gambe nel movimento del braccio, mi sfiorava dal ginocchio alla caviglia, conuna precisione scientifica quasi, accadeva sempre allo stesso modo e ogni volta morivo e rinascevo, e lui con me.

 

Quella domenica pomeriggio mi stavo vestendo, io e la mia amica avevamo deciso di fare una passeggiata fino al bar dove s’incontravano F. e i suoi amici quando non erano nel cortile, sentivo che nell’aria c’era qualcosa di definitivo che stava per accadere, pensavo che finalmente mi avrebbe fermato, mi avrebbe baciato senza dire nulla e che si sarebbe lasciato salvare da me.

Invece il programma che davano in televisione viene interrotto da un’edizione straordinaria del telegiornale e niente è più come prima, smetto di vestirmi, mi lascio andare sul letto e continuando a fissare lo schermo, decido senza quasi accorgermene che mi sarei iscritta a giurisprudenza l’anno seguente e che sarei diventata un magistrato.

All’improvviso io e F. ci troviamo dalla parte opposta della barricata. Lui diventa il mio nemico, qualcuno da condannare senza appello, il male da estirpare. Guardo le auto spazzate via dal tritolo e piango di nuovo. Stavolta per il giudice e i suoi uomini, piango per lo Stato sconfitto, piango per la mia isola martoriata, piango perché la bomba si è portata via la mia adolescenza e con essa la dolce illusione che uno stupido fiore di plastica significasse davvero che avevo il potere di cambiare le cose e le persone.

  

Poi tutto è andato diversamente da quanto pensavo quella domenica pomeriggio, e ogni anno come oggi, riconsidero la mia vita, le scelte fatte e poi abiurate, penso alla toga che non ho mai indossato, al contributo che non ho dato, e mi chiedo che importanza possa avere davvero scrivere di libri o vederli nascere e poi pubblicare? Volevo cambiare le cose e invece le cose hanno cambiato me.

E inevitabilmente ripenso a F, che ora è rinchiuso in un carcere dalle parti di Palermo. Il suo fiore non ce l’ho più.

 

Le trasmissioni sono temporaneamente sospese

Tuesday 14 July 2009

Sciopero contro una legge infame

Me on the web

Tuesday 18 March 2008

E’ da poco on line la versione webbica di una nuova rivista letteraria che dovrebbe sbarcare presto in edicola o libreria, Il sottoscritto, dove potete trovare tra l’altro l’intervista integrale con Loredana Lipperini (pubblicata in versione ridotta sul Corriere Nazionale), in merito al suo libro Ancora dalla parte delle bambine, di cui si era già parlato da queste parti.

Nella versione webbica del periodico La tribuna potrete trovare invece un mio articolo sui Rom.

Qui invece, c’è una discussione che gira intorno a un mio vecchio post (di quando ero ancora signorina!), che m’ha fatto sorridere all’epoca e che poi avevo dimenticato, com’è giusto. In pratica in quel post parlavo di case editrici sconosciute e di autori che non emergono e a darmi contro sono proprio un editore sconosciuto e un’autrice (che pare faccia parte di un “duo scrittorio”) non proprio affermata, diciamo così (che sorpresa!). Come postilla, tanto per la cronaca, aggiungo che mi sembra di ricordare che la casa editrice in questione, qualche anno fa mi avesse contattato per farmi leggere uno dei loro volumi, chiedendo una recensione e suggerendo poi che il libro l’avrei pure dovuto pagare, se avessi ritenuto giusto farlo. Mi pare che non ci sia bisogno di aggiungere altro, se non che ho naturalmente declinato l’offerta.

Qui invece, si suggerisce un malizioso accostamento tra me e un personaggio televisivo che io davvero non sopporto. Non starò a spiegare dove sta la malizia perché dovrei dare per scontato che come me i miei lettori siano appassionati del programma “Amici”, e quindi mi limito a segnalare la cosa che è simpatica in sé, ma devo respingere “l’accusa”, perché io e la tipa non sosteniamo per nulla le stesse cose.

Infine, sono lieta di informare tutti che venerdi – dopo un’attesa spasmodica – entrerò finalmente in possesso della III serie di Battlestar Galactica grazie a lei, a cui farò una statua appena possibile!

UPDATE

Mai ironizzare (o criticare) su blogger e scrittori, NON ANCORA AFFERMATI (che però non lo sanno evidentemente), perché hanno un sacco di amici che li prendono – e si prendono – sul serio, ma mi divertono tanto (e insieme mi mettono tristezza) e  potrebbero anche utilizzare il vostro matrimonio per sopperire alla cronica assenza di argomenti validi: e poi non avrei ragione io a pensare tutto il male possibile di blogger-scrittori-aspiranti-o-praticanti? Ecco qui.

Panta rei

Saturday 10 November 2007

Diciamolo, a me della rete non me ne frega niente, e non m’importa nemmeno di rifletterci su: i discorsi su un mezzo effettuati tramite il mezzo stesso (e da utenti di quello stesso mezzo, perdipiù) lasciano il tempo che trovano, di solito. Non credo nel potere della rete di “fare una rivoluzione” dal basso, né da altre direzioni; non credo nella potenza creatrice dei suoi utenti (che vanno, semmai, valutati caso per caso); non credo nelle potenzialità democratiche dello strumento, non credo che sostituirà media come la tv e la radio, né l’editoria tradizionale. E soprattutto, non credo nella rete come fucina di talenti.

Però.

Io vengo accusata spesso di lanciarmi in affermazioni apodittiche (il che a volte è vero), ma è vero pure che lascio  sempre un piccolo margine per le eccezioni. Così devo ammettere che in almeno un caso*, devo alla rete la scoperta di un talento per la scrittura che forse non avrei mai conosciuto altrimenti.

Si firma Dhalgren, ha l’aria di non essere persona amabile (se diamo per scontato che i suoi testi siano autobiografici); ma ha una forza espressiva e narrativa notevoli. Io se fossi un editore lo pubblicherei senza indugi (e mi è capitato di segnalarlo diverse volte per la pubblicazione), ma dubito che lui abbia scritto qualcosa di compiuto nella sua vita. Potrebbe anche essere uno di quei pochi – benedetti siano! – che vivono senza nutrire ambizioni letterarie: non lo so, non lo conosco e non credo di volerlo conoscere (e so per certo che nemmeno io gli sono particolarmente simpatica, mi ha pure dedicato in passato un paio di brevi post poco lusinghieri, ma io non serbo rancore, non sempre almeno), e penso che in questo caso sia un vero peccato tenere chiusi i suoi cassetti.

Ed è un vero peccato – e ritorno a bomba, come si dice da queste parti – pure che io l’abbia letto tramite la rete, perché il tipo in questione ha l’abitudine di cancellare ciò che scrive (per esempio, godetevi questa, finché resiste all’aggiornamento continuo – o alla continua disgregazione – del suo blog).

La rete è effimera, volubile, instabile, i contenuti si perdono, si modificano, diventano altro: pare che sia questa una delle marce in più del web (per chi lo osanna), ma a me sembra solo uno spreco, un lavorio inutile e soprattutto un atteggiamento contrario all’arte che dovrebbe essere eterna, non deteriorabile, sempre fruibile nel tempo, malgrado il tempo.

Per quanto riguarda Dhalgren, ho preso l’abitudine di copia-incollare (ma si possono scrivere cose del genere? “Copia-incollare”!) i suoi post che mi piacciono di più; e di andarmeli a rileggere ogni tanto. Non credo che possa farmi causa, o no?

E’ la rete, dolcezza.  

 

Le eccezioni sono due, adesso che mi ci fanno pensare: ma citare lui  mi pareva pleonastico. (Come no!)

Finalmente l’autunno!

Saturday 22 September 2007

E questo blog si rinnova un po’, in omaggio all’autunno che lo ispira.

Edo ha disegnato per me questa iconcina:

che da oggi si vede accanto al link del blog nella barra degli indirizzi del browse. Non è deliziosa? Grazie al mio web-grafico di fiducia e a Dario che rende possibile Paese d’Ottobre.

Bloggando un po’

Monday 4 June 2007

Qualcuno è arrivato sul mio blog digitando una via l’altra queste due chiavi di ricerca: 

“seia montanelli frustrata” e “seia montanelli innamorata di Paolo Nori” 

Dunque, spero che il primo volesse proprio scrivere frustrata e non “frustata” per non dovermi preoccupare pure di eventuali mie foto fetish in giro. Ad ogni modo mi chiedo a chi possa fregargliene qualcosa delle mie frustrazioni. Per accontentarlo gli faccio sapere che al momento mi frustra: 

1) avere in mente il ritornello di una canzone che mi piaceva da morire e che adesso non sopporto più e non riuscire a togliermela dalla mente (odio l’estate / che ha dato il suo profumo ad ogni fiore / l’estate che ha creato il nostro amore / per farmi poi morire di dolore); 

2) non sapere quando mi verrà consegnata la nuova casa;  

3) il nuovo sistema aziendale per i turni in ufficio, che sembra scritto in qualche codice marziano. Non so nemmeno se domani devo lavorare o meno; 

4) che le cose cambino sempre;

Sul mio innamoramento verso Paolo Nori, devo smentire il gossip, tanto che per un po’ di tempo letterariamente avevamo divorziato. Al momento siamo tornati a frequentarci, sarete i primi a conoscere eventuali sviluppi. Voi e Michele Cocuzza. (Sempre di lettere parlo, eh) 

Assolto il post sui referrers, continuiamo a bloggare.  

Sto leggendo un romanzo dal titolo bellissimo, e anche quello che ho letto fin’ora della storia mi sta piacendo molto (e non poteva essere altrimenti, conoscendo il suo autore). Non posso dire di più perché è ancora in bozze ma confido che presto trovi la via della pubblicazione.   

Mi sono arrivati a casa dei tulipani gialli stamattina, senza biglietto. Gialli come piacciono a me, e con i petali forti e tondeggianti sui bordi. Magari chi li ha mandati passa di qui, quindi grazie. 

Sto scrivendo un pezzo su un libro pubblicato da Marsilio, Un certo senso di Francesco Fagioli. Non ne vengo a capo: è uno di quei libri che appena li leggi ti viene da chiederti se l’abbia scritto un genio o se sia solo una gran puttanata. Propendo per una via di mezzo, non foss’altro che non credo molto nel genio e che di solito le puttanate le fiuto a distanze chilometriche, direi quindi che è un libro ben scritto e ben gestito, con sprazzi di originalità e qualche caduta di tono, ma non ho ancora preso una decisione. Mi viene voglia di non occuparmene, ma sento che qualcosa c’è.

Perché devo fare tutta ‘sta fatica per dei libri?

Tumblrando

Sunday 3 June 2007

L’avevo visto da lui, che io nemmeno sapevo che fosse (eccolo). Poi ho visto il suo. E il suo.

E adesso c’ho il Tumblr anch’ io. E’ qui.

Me la canto e me la suono

Saturday 12 May 2007

Mentre Ernesto Aloia nel suo nuovo blog, confessa di trovare sollievo nei momenti di sconforto tipici di ogni scrittore, pensando a un libro che considera brutto, il suo “libro salvagente”, io per restare quasi in tema con i discorsi dei giorni scorsi – sulla libertà di esprimere giudizi fast-food in un blog o sotto il portone di casa (previa assenza di alcuna pretesa di dignità critico-estetica, s’intende) – mi passo da sola una catena di Sant’Antonio:

I 5 libri che…

non ho letto e non mi piacciono

1 Scusa se ti chiamo amore, Federico Moccia

2 Amami, Tiziano Scarpa

3 Uno a caso (quasi, che un paio l’ho letti) dei libri di Erica Jong

4 Che tu sia per me il coltello, David Grossman

5 Più o meno tutti i libri di blogger, che parlano di blog, che raccolgono dei post.

ho iniziato e non finito, resistendo però alla tentazione di fiondarli dalla finestra

1 Vermi, Giovanna Giolla

2 La stanza di sopra, Rosella Postorino

3 Lo sbrego, Antonio Moresco

4 Infinite jest, David Foster Wallace

5 Di là dal fiume e tra gli alberi, Ernest Hemingway

ho finito e rivolevo i soldi indietro

1 Ferito a morte, Raffaele La Capria

2 gran parte dei libri della collana Nichel (Mimimumfax)

3 Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcia Marquez

4 Ogni libro di Tondelli che ho letto

5 Teorema, Pier Paolo Pasolini

non mi sono piaciuti ma considero capolavori

1 Lo straniero, Camus

2 L’uomo in bilico, Saul Bellow

3 L’uomo senza qualità, Robert Musil

4 Mattatoio n. 5, Kurt Vonnegut

5 I Buddenbrook, Thomas Mann

 

E poi ci sono tutti quei libri che nemmeno ricordo di aver letto o di cosa parlano: questi forse hanno il destino peggiore tra tutti. 

Sull’idea di consolarsi con libri scritti male, non sono mica tanto d’accordo, in realtà. Mutatis mutandis, è un po’ come cercare giustificazioni all’insuccesso pensando ai libri rifiutati di grandi scrittori, alla pubblicazione a pagamento di Moravia, all’indifferenza verso l’opera di Kafka quand’era in vita. Non bisognerebbe puntare sempre al massimo, alla perfezione e poi fare i conti con i risultati?

Anche se poi tutti abbiamo bisogno di coperte sotto cui rifugiarci, come Linus.

Veritas laborat saepe

Wednesday 9 May 2007

Parliamo di  blog. Voglio alimentare anche io l’autoreferenzialità della rete, uno dei motivi per cui il mezzo non mi convince proprio come alternativa futuribile alla stampa e all’editoria.

Un paio di giorni fa ho ricevuti due commenti in cui qualcuno, in spagnolo, accusava un personaggio noto e di cui si è parlato spesso da queste parti, di stupro. Io non conosco personalmente “l’imputato virtuale”, ho sentito voci e illazioni, nell’ambiente la maldicenza è all’ordine del giorno, come in ogni “circolo privato” del resto, e probabilmente quei commenti erano opera di mitomani, oppure hanno un fondo di verità, non è questa la sede per dirimere questo dubbio. Anzi il problema è che non è questa la sede per parlarne o per parlare di argomenti simili, per inscenare processi o cercare di trovare verità o soluzioni. Inevitabilmente gli spazi aperti diventano incontrollabili, ognuno può dire quello che gli passa per la testa senza essere costretto ad argomentare (quando è necessario, non è che si debba aprire un dibattito su tutto e nemmeno si può prendere tutto sul serio), senza dover dimostrare di avere i titoli o le capacità per affermare quanto dice (o nel caso specifico, scrive).

E non sono le polemiche a turbarmi – io sono nata polemica, come dice mia madre – è la mancanza di filtri e tutele (non s’invochi la censura per favore), l’impossibilità di avere garanzie, anche minime di leggere “fatti” o di trovarsi di fronte a scenari probabili a rendermi molto scettica sulle possibilità della rete, così com’è oggi, di diventare autentico organo di informazione o effettivo centro culturale e sociale. Se parlando di libri (o di musica, o di cinema, o del Grande Fratello, o dello scudetto dell’Inter), alla fine può anche essere lecito dire quello che a uno pare e non giustificarlo o sostenerlo scientificamente, per tutto il resto invece serve altro che non sia la simpatia dell’amico di blog o la fiducia incondizionata del lettore sprovveduto. Serve che chi esprima delle opinioni o spacci per certe alcune affermazioni, sia poi responsabile di quanto scritto e che sia legittimato da qualcosa di più del numero dei link in ingresso. (I blog di giornalisti, critici, musicisti, autori televisivi e di chiunque ci metta il nome e si porti dietro anche la sua professionalità, conquistata altrove però, e parli di argomenti su cui è provatamente ferrato, meritano un discorso a parte).

E quello che mi sconcerta, al di là dei due commenti rimossi, è che sulla rete tutti sono in grado di parlare di tutto e sembrano latori di verità assolute, e a nessuno viene mai in mente di chiderne conto in nome di un’abusata concezione della democrazia che si realizzerebbe perfettamente proprio nei blog.

In realtà, quasi tutto si riduce alla chiacchiere al bar, il che va bene (accuse con rilievo penale a parte), ma basta ammetterlo. 

(Sia chiaro che ci sono blog che io leggo ogni volta che posso e che mi piacciono da morire, e di solito adoro pure i loro autori anche sul piano personale e ho fiducia in quello che scrivono anche quando esprimono idee diverse dalle mie, anzi di solito è proprio quello che fanno, ma difficilmente li sceglierei – per questo soltanto – come fonti di notizie o strumenti di conoscenza privilegiati).

***

Non c’entra, ma c’entra. Per provare le mie doti divinatorie e di buona osservatrice (solitamente “I know my chicken!”), linkerò un post (eccolo) da tenere d’occhio secondo me, che in qualche modo è legato a quanto detto sopra e in generale potrebbe essere interessante per seguire in presa diretta come funzionano i blog e le relazioni tra le persone sui blog, in specie su quelli letterari (o pseudo-tali).

Dunque, guardando nella mia sfera di cristallo… rovistando tra le interiora di un piccione… fissando il fondo di un caffè macchiato… io prevedo che… qualcuno, che ha osato esprimere un giudizio squisitamente personale di appena una riga su un libro –  senza spacciare la cosa come recensione e senza voler aprire un dibattito – verrà accusato di non saper scrivere di libri o addirittura di non saperli leggere; di non essere stato onesto perché non ha argomentato il suo giudizio (non era suo il post, ha solo lasciato un commento di passaggio, per la cronaca); di essere invidioso; di fare sempre il bastian contrario; magari persino di avere una fidanzata che critica sempre gli autori italiani non morti; e dirò di più: si sprecheranno in calce al post in questione i commenti di solidarietà e inacidita commiserazione per il vile spregiatore di un capolavoro.

Comunque se ho ragione, chiunque legga deve regalarmi un oggetto a forma di tulipano, uno qualsiasi e per qualsiasi uso, ché ne cerco da mesi e non ne trovo nessuno.

 

UPDATE

Prevedo anche del facile moralismo. Mi saprete dire.

Tra le mie previsioni implicite, c’era anche quella circa possibilità di un’enventuale “spia” che avvertisse i commentatori che il post è sott’osservazione e per questo non ho messo subito il link al testo. Ora la fuga di notizie c’è stata (e anche questo è indicativo mi pare) ed è stata anche piuttosto rapida, per cui appena wordpress me lo consentirà segnalerò il link, in ogni caso mi dovete tutti un regalo!

 

C’è da dire che mi stupisco sempre di come si tenda a dimenticare che sono solo blog… (io però mi sono divertita a giocare a fare Amelia-la-fatucchiera-che-ammalia – quando non ho niente da fare, tipo oggi, mi diverto con poco – e soprattutto adoro avere sempre ragione! Peccato per ciò che verrà detto in privato e del quale non possiamo – giustamente – avere notizia).

Test-atemi!

Friday 27 April 2007

E vai col blog ombelicale: qui  per sapere i fatti miei (‘ste cose mi in-trip-pano da morire!). Suggerito da lui.

Ricchi premi e cotillons.