Archivio della Categoria 'Robe editoriali'

Libri o rossetti?

Thursday 5 November 2015

“La mia sensazione è che possiamo raccontarcela finché vogliamo, ma alla fine della fiera, è più probabile che un libro, un qualsiasi libro, trovi (più di) un recensore (entusiasta) che un lettore (pagante e soddisfatto)”

Avevo scritto un pezzo che finiva con queste parole.
Per la frustrazione di non trovare nemmeno due libri di cui scrivere felicemente al mese (a meno di non occuparmi quasi esclusivamente di certi editori su cui vado sul sicuro o di scrittori stranieri – meglio se morti – o di riedizioni di classici), e magari è colpa mia e della mia idea di letteratura, e mi era preso di voler polemizzare con l’assurda quantità di libri consigliati al giorno, spesso sempre gli stessi un po’ ovunque, e con le recensioni in serie perlopiù costruite con il resoconto dettagliato delle trame e distribuendo qualche aggettivo positivo a caso, o individuando inesistenti messaggi rivelatori di verità insospettabili. E mi chiedevo se “i recensori un tanto al chilo” davvero amino tutto quello che gli passa sotto mano o se realmente pensino che vada bene leggere di tutto e che tutto vada letto.
Domande retoriche ovviamente: io ho co-gestito la redazione di una rivista letteraria per quasi tre anni e me li ricordo i collaboratori (generalizzando di nuovo naturalmente) che “dovevano” smaltire le pile di libri inviate dagli uffici stampa (amici) e che mi invadevano di proposte di recensioni su recensioni, e interviste tutte uguali a decine di autori diversi, per non dover dire “no” a nessuno e continuare a intessere relazioni editoriali che prima o poi tornano sempre utili.
Poi ho pensato: ma chi se ne frega!
E sono uscita a comprarmi un rossetto nuovo.

Quando curare è un po’ (tanto) tradire

Tuesday 3 November 2015

Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno

Sto leggendo il delizioso volume “Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno” (Sellerio, trad. it. di Roberto Serrai) delle biblioterapiste – così si autodefiniscono – Ella Berthoud e Susan Elderkin, che hanno scandagliato oltre duemila anni di letteratura per individuare il libro giusto per ogni affezione del cuore, dell’anima o del fisico. E per quasi tutti i mali stilano poi una sorta di classifica dei dieci migliori libri sull’argomento.
L’idea di un manuale di bibliomedicina è geniale anche per chi come me mantiene (o cerca di mantenere) un certo aplomb nei confronti dei libri, e leggere le associazioni tra romanzi e disturbi più o meno gravi è divertente, e poi come sempre in questo tipo di enciclopedie tematiche sui libri, si finisce per scoprire libri che non si conosceva o essere spinti a leggerne certi che si era volutamente ignorato.
Mi disturba però l’operazione di interpolazione quasi, svolta dal curatore Fabio Stassi, che ho trovato più volte molto bravo nel suo lavoro, anche come autore, il quale ha sostituito alcuni libri del manuale, sconosciuti a chi non è davvero pratico dell’area letteraria anglosassone, e questa è la giustificazione data nell’introduzione al libro, con volumi italiani secondo il proprio gusto e il proprio arbitrio. Se da un lato posso capire la necessità di rendere più appetibile o comprensibile la materia, dall’altro mi domando quanto il lavoro del curatore possa essere invasivo e i limiti che si deve porre per rimaneggiare il lavoro altrui. Qui non parliamo di scelte di traduzione che spesso sono obbligatorie, ma di veri interventi nel merito, per cui troviamo tra i migliori libri sull’essere adolescente, l’inserimento del romanzo di Paolo Giordano “La solitudine dei numeri primi” a bruciapelo tra “Il giovane Holden” e “I turbamenti del giovane Torless”.
Stassi non ha trascorso del tempo a sorbirsi tutta la letteratura prodotta (anche se relativa spesso a una area linguistica limitata) e non è un biblioterapista, non ha veramente condotto ricerche sul campo e non sa come funzioni la cura attraverso i libri, come può decidere che Giordano o Camilleri possano aiutare rispettivamente, gli adolescenti e i renitenti al matrimonio? Inoltre in molti casi ha ammesso lui stesso di aver lasciato i rimedi, ossia i libri, che nemmeno sono tradotti in Italia, perché si possono reperire ordinandoli on line e anche per incuriosire qualcuno e farli tradurre magari. Perché non è stata adottata questa scelta per tutte le opere? Mi pare che si sia esagerato con la libertà/necessità di tradire l’opera stavolta (sebbene non sia stato fatto in grande scala).
O no?

Lottando con classe

Sunday 10 May 2015

Un tipo umano, anzi sociale, dei più chiacchierati (e affascinanti per me, insieme alla cortigiana) è il dandy. Da cultrice di Wilde e Byron, necessariamente in quest’ordine; come estimatrice di Philippe Daverio e Gabriele D’annunzio, in barba all’ordine cronologico; e soprattutto in quanto vecchia groupie di Dorian Grey* e Henry Pelham**, in rigoroso ordine di apparizione nella mia vita, non poteva essere altrimenti, tanto da aver letto quasi tutto sul dandy e sul dandysmo (si fa per dire): da Giuseppe Scaraffia e il suo Dizionario del dandy (Sellerio, 2007) alla Filosofia del dandysmo o l’estetica del vivere di Daniel S. Schiffer (Excelsior 1881, 2010), passando per Vita da dandy. Gli antisnob nella società, nella storia, nella letteratura di Stefano Lanuzza (Stampa alternativa, 1999) o il classicissimo del Dandysmo e di George Brummel di Barbey d’Aurevilly Jules-Amédée.

E nelle mie letture ho appreso che il dandy è il gentiluomo che vive esteticamente, vive la propria vita come un’opera d’arte, ricerca costantemente il piacere, e al tempo stesso fa dell’individualismo che consegue a una tale condotta una bandiera per urlare il suo distacco dal mondo e il rifiuto della mediocrità borghese imperante, utilizzando l’ironia come arma di attacco e l’eleganza nel vestirsi e nell’atteggiarsi come un tratto distintivo da una massa in qualificata e inqualificabile ai suoi occhi. Non solo “un uomo il cui settore, ufficio e esistenza consiste nell’indossare abiti” – secondo la famosa definizione di Thomas Carlyle nella sua opera Sartor Resartus (1833) – ma un intellettuale quasi, con una chiara visione della realtà che ha profondamente influenzato la cultura della fine dell’800 contribuendo anche moltissimo all’avvento del decadentismo. Tuttavia la sua opposizione allo status quo non è mai una distinta dichiarazione di guerra, perché per esistere ha bisogno che esista anche il mondo che l’ha prodotto, tanto che Baudelaire ha scritto del dandy: «La caratteristica distintiva della bellezza del dandy consiste soprattutto in un’aria di freddezza, derivata da un’irremovibile determinazione a non essere coinvolto».

Per tutto questo quando ho letto la prima volta il titolo di un pamphlet di Francesco Forlani, manifesto del comunista dandy, uscito per la prima volta nel 2007 per le edizioni della Camera Verde e riproposto ora da Miraggi Edizioni, non potevo non essere colpita dall’attribuzione di una così sbandierata posizione politica al dandy. Così l’ho letto con grande curiosità.

L’autore inizia subito tratteggiando i tratti identificativi del comunista dandy: o meglio, nel cercare di spiegare in che modo riconoscere un comunista dandy per strada confuso tra la gente, deve ammettere che «tale individuo non sarà mai in strada, confuso tra la gente. Tutt’al più confuso, ma sempre elegantemente vestito».

E’ già qualcosa comunque, anche perché poi lentamente scopriamo molte cose di questo individuo: indossa «calze lunghe piuttosto che calze corte, nere piuttosto che chiare» che hanno sempre «il buco all’altezza dell’alluce comunicante con il tallone d’Achille» e «non fanno mai il paio ed ecco perché, per ogni lavatrice compiuta, sola sopravvivrà una delle due, la sinistra» ovviamente. Per il comunista dandy, per cui «molta lotta nella classe è necessaria, tanta classe nella lotta è imprescindibile», «quanto guadagna sarà sempre e comunque inferiore rispetto a quanto spende»  e «avendo Marx parlato di distribuzione delle ricchezze e non credendo il comunista dandy alla potenza salvifica della violenza, la strategia da sviluppare consisterà nel contrarre debiti con persone ricche e non onorare tali debiti». Egli poi «non è depresso e men che mai ipocondriaco», ma ha lo spleen, che è solo di due tipi: pre coitum o post coitum: la malinconia è dunque strettamente collegata «all’unica esperienza, insieme alla rivoluzione, per cui la vita valga la pena di essere vissuta: fare all’amore».

Ma l’uomo, comunista dandy, non è solo: esistono le donne comuniste dandy per le quali la calza sfilata «è una cicatrice a guardia dell’ingiustizia e del sopruso»; e c’è ovviamente anche il bambino comunista dandy, chiamato più agevolmente BCD, il quale perviene «alla posizione eretta in tarda infanzia poiché gattona più del previsto per il solo desiderio di sporcarsi ed essere cambiato d’abito di frequente». Non mancano poi gli animali domestici: il cane del comunista dandy che «non dice bau bau, ma warf warf perché la sua matrice è anglosassone»; e poi il gatto (in numero variabile da uno a quattro di solito) che «al Whiskas, di vago sentore alcolico, e al Kitekat meccanicamente postfordista, preferisce Sheba che fa esotico e avventuriero allo stesso tempo». (Lo zoo privato del dandy comunista può prevedere anche un pappagallo e una blatta, chiamata Gregor, ça va sans dire).

Forlani crea una vera e propria mitologia del dandy comunista che crede nell’oroscopo, ama Kant e non si sposa, almeno nella versione maschile (di quella femminile non si sa nulla in proposito, anche se c’è la curiosità di sapere eventualmente con chi convolerebbe a giuste nozze); ne approfondisce i rapporti con il denaro, il tango, il kitsch e il fuoco di sant’Antonio. Segue il comunista dandy in albergo, ai cocktail party, al cinema, a tavola (dove apprendiamo della sua predilezione per la parmigiana e le tovaglie rosse), dallo psicanalista e persino durante una seduta spiritica: «si procederà con un sommesso canto partigiano che creerà un magma lirico onirico su cui il medium, detto anche Marshall McLuhan, diventerà portavoce ufficiale».

Addirittura l’autore inventa la “Dadapedia”, l’enciclopedia del comunista Dandy, dal quale riporta alcuni estratti della voce “Breve storia e geografia del segmento”, ovviamente secondo Forlani: del resto, quale elemento geometrico più adatto del segmento, per un testo così deliziosamente frammentato? Peraltro quest’aspetto del volumetto – in cui persino le regole di layout di ogni manifesto vengono sovvertite e piegate all’estro dell’autore perché è suddiviso in capitoletti chiamarti articoli ma numerati in ordine sparso, con saltuari rimandi da uno all’altro – si presta a una lettura anarchica che forse piacerebbe al più trotzkista dei dandy: dall’apertura a caso di un pagina al salto del paragrafo in paragrafo. La consistency (cfr. Italo Calvino e le sue Lezioni americane) del testo non è una priorità per l’autore (e del resto non lo era più nemmeno per Calvino al momento delle Lezioni) e quindi può non esserlo anche per il lettore.

E in mezzo ai vari articoli dedicati alla definizione del comunista dandy, Forlani inserisce poesie, riflessioni, citazioni di autori famosi, da Gobetti a Céline e da Camus ad Anais Nin (i testi in lingua straniera tutti tradotti tranne quello di Raymond Russel e quello di Topor, lasciati in francese, seconda lingua di Forlani) e ancora interventi diretti dell’autore (su tutti le pagine dedicate al rapporto tra il fumo e la letteratura e gli scrittori), foto e disegni e pubblicità, richiami a testi di architettura, filosofia, arte. Tutto dominato da una lingua viva e da un sapiente ricorso al calembour, al gioco di parole, («i comunisti dandy amano e frequentano i saloni […], ed evitano i soloni da salotto») alla sciarada, senza disdegnare l’uso – si badi bene, l’uso e mai l’abuso – acrobatico della retorica: dall’allitterazione alla metonimia, dalla sineddoche alla sinestesia.

Il “manifesto” si presenta alla fine come l’opera di una vita costantemente in progress, ma con uno sguardo attento sul presente e sul contingente; questa versione è un update (lo dice lo stesso sottotitolo al libro) di quella del 2007, e l’editore lo sottolinea bene nel sito dedicato all’opera e specifica che: «venticinque anni di articoli, esperienze, stratificazioni, hanno possibilità combinatorie ed espressive (quasi) infinite». E c’è quasi tutto il mondo di Forlani dentro questo testo, l’attenzione al linguaggio, il bilinguismo, alcuni dei suoi autori preferiti, una certa irrequietezza intellettuale, un’intelligenza vivace e arguta che mantiene un che di fanciullesco, l’istrionismo letterario e teatrale, l’ironia accompagnata a una sottesa malinconia di fondo e forse anche la nostalgia per qualcosa che poteva essere e non è stato: «A dispetto dei nuovi soloni dello status quo (qui e ora), il comunista dandy non solo crede ancora alla purezza, ma che per essa, e soltanto, valga la pena vivere. La purezza dei disertori contro i nuovi palestrati della mente, dai muscoli messi in mostra sulle terze pagine».

 

 

 

 

*Protagonista del romanzo Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde

**Protagonista delle Avventure di un gentiluomo di Edward Bulwer Lytton

 

Come i pompieri di Fahrenheit 451

Wednesday 3 October 2012

A un anno dall’entrata in vigore della legge Levi sul prezzo del libro, un incontro tenutosi alla Camera dei deputati – come richiesto dalla stessa legge all’articolo 3, per verificare i risultati ottenuti – ha sancito con i dati quello che agli addetti ai lavori era già chiaro: c’è stato un calo nelle vendite dei libri pari al 10% negli ultimi tre mesi del 2011, del 5% nel primo trimestre 2012, mentre sono invariati nel secondo trimestre. I dati sono più pesanti se si considerano gli acquirenti di almeno 3 libri a trimestre, con rispettivamente un calo del 20%, 7% e 9%. al 20% nei primi trimestri esaminati, ridotto poi all’8% nell’ultimo (parliamo di un lasso di tempo di 9 mesi, rilevazioni Nielsen per l’Aie). Il calo di vendite non è da imputare direttamente alla Legge Levi ma alla crisi economica che, dopo aver colpito librai e piccoli editori, non poteva non impattare anche sul lettore. La cosa che più mi ha colpito dei dati è che dal computo sono stati eliminati gli eccessi di crescita del volume d’affari indotti dai best-sellers: 2 o 3 libri, di dubbia qualità, che da soli sono in grado di rovesciare l’andamento del mercato. Di fronte a queste cifre direi che il lettore si merita i libri che legge e sceglie di leggere, se si orienta costantemente verso i best-sellers, i libri di cui tutti parlano, ha poco diritto di lamentarsi dell’offerta commerciale del nostro sistema editoriale. Epperò, non abbiamo la prova del 9, non sappiamo quale sarebbe, di fronte a una vera offerta che sostenga e tuteli la bibliodiversità, il comportamento del lettore. Da mesi editori piccoli ma di qualità incontrovertibilmente eccelsa non escono con nuovi libri, non possono permetterselo, si sono autosospesi dal mercato: si stanno dibattendo come prima di un’estinzione, non è così che si garantisce la bibliodiversità. Non è con l’occupazione sistematica degli spazi in libreria, come fanno Newton Compton, Mondadori, Einaudi, Feltrinelli, Longanesi, sia nelle loro librerie per chi le possiede che nelle altre, che si offre un servizio al lettore. Certo questi editori, continuiamo a chiamarli così, sono imprenditori e come tali giocano il proprio ruolo per rimanere leader di mercato. Ma servono delle regole, tutti i settori sono gestiti con regole più o meno efficaci che impediscano a grossi trust di viziare la domanda e presidiare l’offerta. La Legge Levi che pure è stato un passo avanti è un palliativo, è troppo permissiva, facilmente aggirabile, e in definitiva ha punito solo Amazon e con Amazon il lettore che effettivamente non può permettersi di acquistare libri che costano in media 15 €. Non è Amazon il problema. Sono i centri di potere editoriale; è l’assenza di una scuola in grado di preparare lettori accorti e appassionati e di sensibilizzare verso la cultura; è il gioco al ribasso dei piccoli editori che pur di sopravvivere abdicano non solo al loro ruolo di scouting ma anche di imprenditori: ho letto contratti in cui l’editore rifiuta in toto il rischio di impresa, non investe su quell’autore che sta pubblicando, semplicemente cerca di perderci il meno possibile. Non dovrebbe essere il primo a credere in quel testo? Pubblicare meno, pubblicare meglio sarebbe l’ideale. Ma non basta. Ci vuole senso di responsabilità. Ci vuole la capacità di individuare il talento, in giro ce n’è davvero poca, ma in compenso c’è tanta abilità a creare il caso editoriale sul niente.

Tutto questo, che ovviamente non è un’illuminazione inedita, lo si dice spesso, magari in modo diverso e anche io l’ho scritto molte volte in diversi contesti, ma non mi è mai sembrato più chiaro di così da quando mi è capitato di prendere in mano “La vera storia del pirata Long John Silver” di Björn Larsson edito da Iperborea nel 1998, con la traduzione di Katia De Marco, nell’edizione del 2000 che penso sia identica alle precedenti quanto agli apparati paratestuali. Ebbene – sorvolo sulla questione del prezzo del libro che nel 2000 era di 36000 e ora è di 18.50 – la quarta di copertina del libro è diversa dalle altre, non è quasi inutile come la maggior parte delle quarte ormai. Non contiene i pareri di gente che probabilmente il libro non l’ha mai letto, né spoilera tutta la trama del libro distribuendo aggettivi superlativi a casaccio. No, la quarta di copertina di quel romanzo è una nota dell’editore che spiega perché ha deciso di pubblicare quel libro, perché secondo lui quel libro è degno di essere letto, cosa lo ha spinto a considerarlo meritevole del tempo che ogni lettore impiegherà a leggerlo. «Ci sono libri che danno pura gioia, facendo vibrare dentro di noi tutte le corde del nostro amore per la lettura», inizia così quest’assunzione di responsabilità dell’editore di Iperborea, che infatti intitola il testo: “L’opinione dell’editore”. Ecco, come lettrice, io pretendo che ogni libro che viene pubblicato e chiede il mio tempo e i miei soldi sia dotato di questa assunzione di responsabilità, voglio che qualcuno ci metta la faccia e la firma per le cose che pubblica, che spieghi perché le pubblica, voglio che argomenti e giuri che quel dato libro è davvero importante, che l’ha fatto vibrare di amore per la lettura. E no, non basta che sopra un libro ci sia il logo di un dato editore, i motivi per cui i libri vengono pubblicati sono diversi e raramente dipendano dalla qualità del testo. A parte un paio di tipi che conosco e che sarebbero capaci di giustificare così anche la pubblicazione del “Mein Kampf”,  siamo certi che il signor Mondadori dichiarerebbe di amare alla follia i libri di Fabio Volo? E che, presso Rizzoli o Feltrinelli, Moccia tocchi le corde dell’amore per la lettura?

Di pancia

Monday 11 July 2011

NB Questo post è stato originariamente pubblicato a marzo del 2010, un commento arrivato via FB in merito me l’ha ricordato e visto che le cose sono se possibile, anche peggio di quanto fossero l’anno scorso, ho deciso di riproporre il pezzo in homepage, tanto per promemoria. Anche solo per me stessa.

Diffido sempre di chi dice di sentire le cose “di pancia” e ancor di più di chi si bea della scrittura “di pancia”: che vuol dire? Tirare fuori quello che si ha dentro? Eviscerarsi come un pollo dal macellaio? Sputare parole e sentenze sulla carta, senza filtri, senza artifici, senza tecnica, senza retorica? No, non va bene scrivere di pancia, eppure sto per farlo perché altrimenti esplodo. Per una volta me lo concedo. E poi tanto, mica scrivo narrativa, io.

Le vittime dei miei strali stavolta sono le case editrici che dicono di volere storie forti, ritratti dell’Italia contemporanea, spaccati sociali, denuncia civile, pathos – chi più ne ha, più ne metta – e poi pubblicano romanzi inutili come quello di Alessandro D’avenia, o terribilmente noiosi e pretenziosi come l’ultimo di Francesco Pacifico (che ancora si ostina a non comprendere che delle crisi  mistiche dei suoi personaggi(?) e dei loro(?) dissidi religiosi, interiori ed esteriori che siano, non ce ne frega una beata mazza).

E vogliamo parlare di quei lettori professionisti che scrivono stitiche schede di valutazione,  tradendo la loro assoluta mancanza d’esperienza e conoscenza della letteratura? Lo so che sono malpagati e sfruttati per la gran parte, che in fondo a molti piacerebbe pubblicare libri propri, invece di leggere e criticare quegli degli altri, e poi si trovano a redigere schede che sono pagelline delle elementari, magari usando definizioni che non significano nulla come “picchi narrativi”, secondo le indicazioni di quegli editor in chief che soppesano i libri, perlopiù senza leggerli, come fruttivendoli al mercato – massimo rispetto per il fruttarolo, sia chiaro perché lui, sì che conosce quel che vende! – e li dividono in appetibili e non, in base a criteri del tutto mercantili.

Poi sia chiaro, ha ragione Roberto Calasso quando sostiene che si possono pubblicare solo tre tipi di libri: quelli belli che vendono; quelli brutti che vendono; e che entrambi questi tipi consentono di pubblicare il terzo genere di volumi, quelli belli che non vendono. Il mercato è sovrano e il lettore anche, ma bisogna pur conoscerlo questo lettore, dargli fiducia, contraddirlo persino, se necessario, e rischiare, proponendogli cose che possono sembrare magari, a volte, poco spendibili: non sia mai che quel lettore li stupisca e si orienti verso quel  libro scritto bene, con dei personaggi così vividi da sembrare tridimensionali e dei  dialoghi così brillanti da tenerti attaccato alla pagina, che però non denuncia un bel niente, né rappresenta una fetta di realtà dal di dentro, perché al suo autore non gliene importa niente di raccontare quel tipo di storia. Ma il lettore – pensano loro – se lo aspetta che prima o poi qualcuno si lanci in qualche invettiva contro questo mondo di fetenti, o tiri una molotov di punto in bianco, contro qualche palazzo del potere.

E come no! Io, quando leggo un libro, a ogni pagina aspetto ansiosa un terrorista, un operaio che sciopera, un precario che si suicida, una famiglia in pezzi, un bambino maltrattato, una donna violentata, un neocatecumenale che ha perso la propria fede perché tormentato dalla visione del seno della cognata (Pacifico docet ancora).

A tutta questa gente consiglio di leggere i libri veri, quelli belli, di andare a riprendere in mano gli esempi di grande letteratura e ricordarsi cosa vuole dire scrivere bene e intrattenere il lettore: scopriranno che non esiste “la letteratura”, ma tanti tipi diversi di scritture e storie e modi di raccontare, tutti ugualmente grandi.

La letteratura è fatta degli intrighi di Stendhal, dell’autoreferenzialità di Proust, dell’essenzialità di Hemingway, del genio proteiforme di Borges, dei deserti verbali – costellati di rare oasi – di Beckett, del flusso di coscienza di Joyce. C’è la letteratura di idee, quella di trame, d’atmosfera, di denuncia. E c’è la letteratura fatta di leggerezza, di umorismo, d’ironia e a volte anche fatta di niente, ma di un niente così incantevole che sembra essere forgiato con la stessa materia dei sogni.

In una lettera al suo editore, credo, Francis Scott Fitzgerald disse: «il romanzo che sto scrivendo è un’opera à la Flaubert: nessuna idea, soltanto personaggi che si evolvono, separatamente o in gruppo, attraverso stati d’animo che mi auguro autentici».

Nessuna idea.

«Il personaggio è l’azione», è l’ultima delle annotazioni degli appunti preparatori a Gli ultimi fuochi. E coerentemente a questa che sembra la sintesi della sua poetica, i personaggi di Fitzgerald sono vivi, non sono descritti ma si raccontano e vengono raccontati con dialoghi fulminanti e metafore meravigliose, e se nessuno si ricorda dei due omicidi che vengono commessi in Tenera è la notte, chi può dimenticare la lingua lussureggiante in cui è scritto? E la caratterizzazione dei personaggi (Dick con la sua voce che «corteggiava il mondo»; Rosemary che per un momento «visse nel luminoso mondo azzurro degli occhi di lui»)?. E de Il lungo Addio? Ci ricordiamo la dinamica delle indagini di Philip Marlowe? O invece ci risuonano prepotentemente nella mente, i tacchi delle scarpe di Terry Lennox che si allontana, portandosi dentro la colpa e il dolore di un’amicizia tradita?

Non sarò certo io a sminuire l’importanza di una trama, della storia, dell’intreccio, ma in nessun modo quella trama, quella storia e quell’intreccio possono prevaricare la bellezza della parola, della scrittura, la capacità di far sì che il personaggio diventi azione.

Fitzgerald, ancora lui, lo so ma ognuno ha le sue fissazioni, nel 1920 per la rivista “Smart Set “ha scritto un racconto che s’intitolava “Porcelain and Pink”, poi inserito nella fortunata raccolta Tales of the Jazz age e tradotto in italiano da Giorgio Monicelli per Mondadori, come “La vasca azzurra”.

Il racconto, che in realtà Fitzgerald immagina come un testo teatrale un po’ anomalo, con il narratore che detta le regole dell’ambientazione direttamente al lettore, non racconta nulla in realtà, è un’istantanea, un’unica scena in cui non succede quasi niente: una ragazza è nella vasca e un ragazzo la guarda da fuori, ma senza poterla vedere veramente e si parlano in un’atmosfera onirica che sembra però più reale del vero. Mero esercizio di stile, un arabesco barocco, ma perfetto, tutto giocato sullo scambio di battute spesso svagate tra i due personaggi e dominata dall’enorme abilità dell’autore di usare la parola scritta per restituire sensazioni, immagini, profumi, suoni, colori. Quasi nessun cenno a eventi precedenti questa scena, nessuna proiezione sugli sviluppi successivi, eppure una volta terminata la lettura, si ha la netta sensazione di aver assistito a uno spettacolo sublime, che lascia soddisfatti e con gli occhi e la mente pieni di bellezza.

Potrei continuare all’infinito, ma sono distratto da uno dei due oggetti che si trovano nella stanza: una vasca di porcellana azzurra. Ha un suo carattere, questa vasca da bagno. Non è uno di quei moderni affari aerodinamici, ma è piccola e profonda e sembra che stia per spiccare un balzo; ma scoraggiata dalla brevità delle gambe, si è rassegnata all’ambiente e alla mano di vernice azzurro cielo che la ricopre. Ma si rifiuta caparbiamente di consentire ai suoi visitatori d’allungare le gambe: e questo ci porta direttamente al secondo oggetto presente nella stanza:

E’ una ragazza – evidentemente un accessorio della vasca da bagno – di cui appare soltanto la testa e la gola (le belle ragazze non hanno collo, ma gola).

Quale ragazza si sentirebbe sminuita dall’essere descritta con queste parole? Persino di essere definita un accessorio? Io da quando ho letto questo racconto non ho più avuto il torcicollo, ma solo dei gran mal di gola.

E quella vasca azzurra non è più viva di moltissimi personaggi di altri racconti o romanzi?

Quindi dico a te, giovane lettore/lettrice di casa editrice di belle speranze e poca apertura mentale, non ipotecare il desiderio del lettore, non battere strade conosciute e semplici, non assecondare esclusivamente gli  istinti da piazzisti di libri dei tuoi editori, ma ricerca la bellezza, riconosci il talento al di là di preconcetti e schemi precostituiti, lascia perdere la denuncia a ogni costo e la ricerca di una storia forte a discapito della pura bellezza di un libro: quanti ne hai fatti pubblicare così, fregandotene altamente del loro valore letterario? Rischia, mettiti in gioco, dimentica i diktat di quello che ritieni sia il gusto imperante e regalami solo un bel libro.

Se una mattina d’inverno un editore…

Monday 8 February 2010

Francesca mi telefonò verso le nove di sera. Avevo cenato con delle sarde marinate che avevo messo in frigo il giorno prima, e stavo lavando i piatti. Ingoiai l’ultimo sorso di vino e misi a mollo anche il bicchiere, poi mi allungai e afferrai il cellulare dal tavolo.

“Ce ne hai messo a rispondere”, disse.

“Ciao. Non era un momento opportuno”, risposi.

“Avevi una donnaccia per le mani?”

“Come ti permetti? In casa mia entrano solo signore di classe”.

Rise, e mi sembrò di vedere le sue fossette scavarle un po’ le guance.

“Capisco”, disse poi. “Una più una meno, ti va di aggiungermi alla lista per stanotte?”

“Fammi pensare. Sì”.

“Grazie maestro. Ci vediamo fra mezz‟ora”.

“Ti aspetto. E vorrei farti presente che donnacce lo diceva mia nonna, un secolo fa”.

“Tua nonna la sapeva lunga”, rispose, e riattaccò.

Finii di pulire in cucina e andai a gettare uno strofinaccio ormai fradicio in mezzo ai panni sporchi, poi mi versai un bicchierino di grappa. Avevo conosciuto Francesca quattro anni prima. Ogni tanto accompagnava suo nipote Ettore a scuola, ed era la zia con le gambe più belle che avessi mai visto. Non immaginavo che mi avrebbe fatto gli occhi dolci, mi ci era voluto un po’ ad accorgermene. Avevamo cominciato a uscire insieme, e non avevo mai smesso di trovarla affascinante, e spiritosa. Metà del suo guardaroba era da tempo nel mio armadio e in aprile, quando aveva compiuto quarantacinque anni, le avevo regalato un piccolo anello di oro rosso che era appartenuto a una specie di principessa francese del ‘700, almeno a sentire l‟antiquario che me lo aveva venduto.

“E‟ una proposta di matrimonio?”, mi aveva chiesto Francesca con il suo tono allegro e guardingo.

“Meglio ancora. E‟ un gesto d‟amore”, le avevo risposto.


Questo brano è tratto da un manoscritto bellissimo in cerca di editore. Stiamo valutando delle proposte, ma secondo me merita parecchio di più perché è un romanzo divertente, originale, ironico e anche commovente in alcune parti , e  poi il suo protagonista, cinico quanto basta e tenero quel pizzico necessario e sufficiente a perdonargli quasi ogni cosa, è un tipo che uno vorrebbe conoscere davvero per potergli telefonare quando gli gira (cit. in omaggio, ovviamente). E ditemi se non ho ragione leggendo questo brano! Quindi ho pensato che non sempre è Maometto che deve andare alla montagna, ma la montagna può ben muoversi in casi straordinari per cercare Maometto e io le facilito le cose rendendole – pubblicamente – nota l’esistenza di questo inedito da non lasciarsi scappare.

Dunque, per chi – possedendo (o lavorando per) una casa editrice che paga dei begli anticipi, cura i suoi scrittori come si deve e riconosce sempre i diritti sulle copie vendute – volesse saperne di più: parliamone! Sapete dove trovarmi.

(No, non ho cambiato mestiere e non faccio l’agente letterario ora, ma proprio perchè continuo a leggere e scrivere di libri,  e mi passa sotto gli occhi così tanta monnezza edita o inedita, ora che ho per le mani questo manoscritto che ho amato molto, voglio vederlo in libreria e sui giornali, il più presto possibile).

Un libro che peggio me sento

Tuesday 15 December 2009

Ho poco tempo per aggiornare il blog – ho appena impiegato tre giorni a decorare il mio nuovo albero di Natale (Filippo, alto 2,40 m, che si aggiunge e sostiuisce nel salone a far bella mostra di sè davanti la finestra, il vecchio albero di 1,50 m, Canio, finito ora nell’ingresso) e ad addobbare tutta casa – e un’infinità di cose da scrivere e da leggere, ma non tutte mi divertono quanto i pezzetti che vanno su aNobii nella mia contro-libreria. E come pochi mi ha divertito scrivere la stroncatura di un libro dedicato allo stesso socialnetwork che la ospita: si sono covati in pratica una serpe in seno! 

Ripropongo qui il pezzullo, anche per rimandare poi a una recensione sicuramente più seria di Loredana Lipperini che affronta una questione inerente l’operazione Rizzoli, cioè la selezione delle opere recensite e non solo delle recensioni degli utenti (oltre che l’opportunità di migrare quei testi da un media all’altro decontestualizzandoli completamente), che mi aveva colpito ma che poi non ho toccato perché avrebbe allargato di parecchio il mio discorso sul libro spostando l’attenzione verso la qualità media del lettore aNobiiano in particolare, e italiano in generale, mentre è del libro e delle recensioni presentate nel modo che dirò, che m’interessava parlare.

Allora, io ho letto aNobii. Il tarlo della lettura (Rizzoli) perché l’ha preso mio marito che, nonostante il mio veto e lunghe discussioni – anzi no, che discussioni, soliloqui, visto che lui manco mi sta a sentire quando inizio i miei proclami un po’ integralisti su letteratura e editoria – è presente con ben otto recensioni in questo volume: io non avrei mai speso nemmeno 1 € per comprarlo (la beneficenza a Emergency la faccio quando e come mi pare, e l’idea di devolvere i diritti alla sua causa mi suona un po’ furbesca, sebbene comunque meritoria). E poi perché spendere dei soldi per comprare qualcosa, di scadente, che si può leggere gratis entrando nel sito?

Prima di andare avanti stronco sul nascere le obiezioni velenose di quanti fossero già pronti ad attribuirmi travasi di bile per invidia o roba simile e rendo loro noto che diverse delle mie stroncature erano state selezionate per il volume – a parte il fatto che di solito la mia firma compare sotto altre robe scritte in altri luoghi – ma non ho concesso la liberatoria perché il progetto non mi convinceva per niente, e visto il risultato non avevo tutti i torti.

Innanzitutto l’unico motivo per cui a qualcuno potrebbe venire in mente di comprare Il tarlo della lettura è per vedere – finalmente! – il proprio nome, stampato su pagine che non siano cartelle esattoriali o il certificato di residenza.

Diverso, ma più raro, potrebbe essere il caso di quell’acquirente, sicuramente uno sprovveduto lettore, che pensa sul serio di poter trovare lì dentro una qualche dritta interessante o di leggere – vivaddio! – dei commenti liberi, indipendenti, fuori dalle logiche losche e truffaldine dei recensori e dei critici ufficiali; giudizi non viziati dall’interesse e dall’appartenenza a clan e consorterie! In fondo lo dice la stessa curatrice del volume, Barbara Sgarzi: qui “troverete, soprattutto, cose che si capiscono, dette con una voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”. Ora a parte che così il libro si presenta male perché a non essere chiara è già la prefazione: che vuol dire “voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”? E soprattutto, perché queste recensioni dovrebbero essere più comprensibili di quelle di un critico professionista? Ma è ovvio! Perché il lettore legge col cuore; perché legge senza che nessuno lo paghi; perché in lui arde il sacro fuoco del sapere e agisce “il tarlo della lettura”!

A questo punto faccio una breve pausa e vorrei spezzare una lancia sulla schiena dei curatori e dell’editore del libro dal titolo così evocativo – Il tarlo della lettura – per far osservare che l’unico tarlo presente nel volume è quello che ne divora letteralmente la rilegatura cosicché appena lo tocchi ti restano in mano le pagine che sfogli: forse è un modo simpatico e autoironico per rendere più agevole l’atto di dargli fuoco? Non mi è dato di saperlo.

Comunque andiamo ad ascoltare questa voce che parla – metaforicamente penso – a monosillabi e scegliamo una recensione a caso tra le 600 selezionate (“tra le migliori di tutto il sito”, ci tengono a sottolinearlo, eh).

La prima che mi capita riguarda Cent’anni di solitudine, e inizia così: “Cent’anni di solitudine non è un libro. Tu lo vedi lì appollaiato sulla libreria…”. E già qui mi fermo: questa c’ha un libro appollaiato sulla libreria? Anzi no, ha detto che non è neppure un libro. Un’improvvisa inquietudine mi colpisce e mi spinge ad andare oltre e trovo le pagine dedicate a Bar sport, dove uno dei recensori scrive: “Quando leggo un libro di Benni parto un po’ prevenuto: so già che mi piacerà”. Ora, a parte l’uso improprio del termine “prevenuto” in questo caso, vorrei sottolineare l’obiettività del lettore aNobiiano, che dice pane al pane e vino al vino, con la voce monosillabica di cui sopra naturalmente, e che è sempre al di sopra delle parti, non come quei professionisti della recensione che scrivono dei libri pieni dei loro preconcetti!

Continuo, mentre il libro mi si sfalda lentamente tra le mani, e incappo in una recensione di Eva Luna dove c’è scritto che si tratta di una “favola adulta” e non perché “sia scabrosa o erotica” – (???) – “ma perché narra, con la naturalezza tipica delle favole” – si sa, la caratteristica prima delle favole è la naturalezza, lo diceva anche Propp – “una vicenda matura, seria, che è essenzialmente la vita di questa strana bambina, Eva appunto”, e il pregnante commento si conclude coniando una nuova categoria critica: il libro sarebbe “credibil-fantastico“. Sono ammirata.

Un altro fulgido esempio di questo “parlare che si capisce” riguarda Il giovane Holden: “Allora. Ci sono quelli che leggono Tre metri sopra il cielo e via discorrendo. E ci sono quelli che… Holden. Insomma ci siamo capiti”. Avoja, mi viene da dire.

Poi c’è chi definisce Il fu Mattia Pascal la “prova di Pirandello” che l’ha convinto di più; chi scrive che Ammaniti “ha la tensione nella penna, non c’è niente che dire”; quella che si è ricordata come si vola leggendo Sepulveda e ringrazia gabbianella e gatti; e ancora, una tipa esasperata si sfoga contro I Malavoglia che sarebbero “attaccati come a una cozza al loro paese, la loro stupida barca, la «Provvidenza», che non sta a galla” ma soprattutto detesta “quei dannati lupini” che ha impiegato “anni per capire cosa fossero!”

Potrei continuare, ma del libro è rimasto poco e niente, ci sono fogli sparsi sul tavolo e sul pavimento, resiste solo la copertina rigida che dovrebbe servire a giustificare i 18 € del prezzo, perché a parte la qualità delle recensioni, quasi sempre pessima, è il lavoro redazionale, grafico, editoriale, i caratteri poco leggibili, la scelta dei testi, la loro impaginazione, gli asterischi enormi, i continui e ripetuti riferimenti ad altri libri contenuti nelle librerie virtuali dei vari recensori, anche quando questi hanno più recensioni nel libro, la struttura che vuole imitare troppo pedissequamente l’interattività del web, a rendere il prodotto così scarso da far sembrare impossibile che ci sia la Rizzoli dietro quest’operazione, non perché la Rizzoli non pubblichi mai schifezze o puttanate immani (oh, se ne pubblica!), ma perché di solito le sue edizioni sono curate almeno nella forma.

Sui contenuti poi, c’è poco da dire (e in parte ho già detto), ma è soprattutto la filosofia che dovrebbe esserci dietro un’operazione come questa che è discutibile: la democratizzazione della letteratura e della critica, il sopravvento del lettore non solo sul recensore di professione, ma sullo stesso autore e persino sul libro che spesso viene travisato e interpretato in modo arbitrario, la legittimazione della chiacchiera da bar presentata come sincero tentativo di ri-lettura di un’opera, tutte sciocchezze già lette e scritte meglio – mutatis mutandis – da Richard Rorty e i sostenitori dell’inutilità della critica letteraria (diciamola così, semplificando parecchio il tutto); ma in realtà lo scopo dell’opera è meramente di lucro: quale mamma, papà, zia, nonna, cugino, fidanzata, potrebbe resistere alla tentazione e alla soddisfazione di regalare a parenti e amici un libro in cui compare il nome del proprio discendente, ascendente, compagno, parente, affiliato, socio? E non dimentichiamoci che siamo sotto Natale! L’indotto di 333 autori è enorme! Mica gli si può dar tutti i torti quindi ai tipi di Rizzoli, ricordiamo che l’editora è prima di tutto un business, solo che una selezione più accurata e un’edizione migliore avrebbe reso il tutto meno discutibile.

Il risultato invece è un libro quasi illeggibile, inutile e pretenzioso: di lettura ce n’è pochissima, letteratura o critica manco a a parlarne, rimane solo il tarlo, che a questo punto si è divorato anche quel poco che restava delle pagine.

Di fiere, bei libri, gravi perdite e buffoni

Tuesday 8 December 2009

Ieri è stato giorno di fiera, erano anni che evitavo di andarci fuggendola come la peste, e dopo averci trascorso più di tre ore ho ritrovato tutti i motivi per i quali preferisco perderla, ma ne ho scoperti di nuovi che magari mi spingeranno a tornarci l’anno prossimo (qui e qui le puntate precedenti).

Intanto non c’è un orario o un giorno buono per evitare la calca: in Italia pochi leggono ma tutti vanno alle fiere dei libri. Questi tutti sono per lo più addetti ai lavori o gente che vorrebbe diventarlo o che si spaccia per tale solo perché magari ha un blog che non legge nessuno in cui ogni tanto parla di libri, o possiede un account su Anobii (e a questo punto vorrei spezzare ora una lancia sulla schiena dei curatori e dell’editore del libro Il tarlo della lettura – che contiene proprio una selezione, diciamo così, delle migliori recensioni presenti sul sito – perché a parte la qualità perlopiù terribile dei pezzi, con pochissime eccezioni, l’unico tarlo presente nel volume è quello che ne divora letteralmente la rilegatura cosicché appena lo tocchi ti restano in mano le pagine che sfogli, forse per rendere più agevole l’atto di dargli fuoco, non so).

Poi naturalmente ci sono anche i veri lettori che cercano tra gli stand le chicche più golose, quelle che di solito in libreria non ci sono o sono malissimo esposte, e li vedi aggirarsi furtivi e svelti come ninja pronti ad accaparrarsi un inedito appena pubblicato, uno scrittore semisconosciuto sdoganato da poco, uno conosciuto ma dimenticato, un autore dal nome impronunciabile che è un bestseller in qualche sperduta repubblica dell’ex Unione Sovietica, una certa edizione rara tirata in trecento copie, una stampa, un libro illustrato. Io ci ho messo del mio visto che quando sono andata a comprare il romanzo dell’ultimo Nobel per la letteratura, Herta Müller, e l’ho chiesto alla tipa che stava allo stand della “Keller Editore“, l’ho chiamato Il paese delle prugne secche, anziché verdi, ma quella manco se n’è accorta, penso si stesse limando le unghie o pensasse di doverlo fare, non mi ricordo bene.

Gli espositori che ho preferito come sempre, sono quelli di libri per bambini, mi sarei portata a casa tutti quei libri colorati e le stampe che sembrano veri acquerelli; gli editori peggiori quelli che restano piccoli o medi, ma si danno arie da grandi perché hanno trovato un filone d’oro, di solito oro di Bologna – quello che si fa nero per la vergogna, afferma il detto popolare, che gli consente di guadagnare molti soldi al minimo dello sforzo creativo o qualitativo; o quelli che hanno un bel catalogo accompagnato però di solito a una spocchia insostenibile. Per non parlare poi di quelli che sembrano non sapere nemmeno perché si trovano dietro un banchetto con dei volumi davanti all’interno di una grossa area espositiva, con della strana gente che gli pone delle domande alle quali rispondono stupiti e distratti a monosillabi, e tu non puoi fare a meno di chiederti se siano abbastanza alfabetizzati da leggerli i libri che pubblicano.

Menzione d’onore per “duepunti Edizioni” per il catalogo e la grafica editoriale e anche per gli editori brillanti e simpatici che indossavano festosi grembiuli rossi perché pare abbiano anche offerto da bere e mangiare a chi si fermava da loro; per “Alet Edizioni”, che non solo vanta una delle vesti editoriali più belle che ci siano al momento in Italia e un catalogo foltissimo di bei libri, ma può contare sulla passione di Giulia Belloni, neo-editor della casa editrice (già in forza a “Meridiano Zero” con la collana “Gli intemperanti”) per la quale curerà la nuova collana italiana “Gli iconoclasti”; per “Mattioli1885”, che rientra sia tra gli editori con un po’ di spocchia che tra quelli con una vaga aria confusa, ma si salva grazie al catalogo  e al bellissimo formato da moleskine dei suoi libri e perché – oltre a Ritratto di un gangster un inedito di Harry Grey (quello di Mano armata per intenderci a cui si è ispirato Sergio Leone per “C’era una volta in America”) – ha pure ripubblicato un libro di O’Henry autore di racconti che ha avuto poca fortuna da noi. Stesso discorso per le “Edizioni Spartaco” che hanno pubblicato Don Giovanni di Dan Fante e i saggi sulla letteratura di Stevenson – nonostante la prefazione di Pascale, ma ho già detto altrove su questo – e hanno ripescato un libro di Jerome K. Jerome, solo che graficamente i loro libri non sono degli oggetti belli da vedere come quelli di “Mattioli1885”.

Ho scoperto poi l’editore “Le nubi Edizioni”, con dei volumetti curati nei piccoli particolari, bellissimi da vedere e anche da leggere, che propone opere inedite in Italia o di particolare prestigio e poco diffuse.

L’editore più simpatico è Marco Vicentini, di “Meridiano Zero”, più interessato a parlare di cosa sia esattamente il noir che non a vendere i suoi libri; i più caotici, almeno per il loro stand i tipi di “Isbn Edizioni“: c’era un sacco di gente intorno ai libri e dietro il bancone erano almeno in quattro, tutti sotto i trent’anni che parlavano tutti insieme, non si è capito nulla di quanto ci siamo detti, né dei libri che io ed Davide abbiamo preso; i più appassionati quelli della “Azimut libri”, che hanno il grandissimo pregio di aver pubblicato le opere di Renzo Rosso, quando tutti si erano ormai dimenticati di lui.

E qui veniamo alla “grave perdita” di cui si accennava nel titolo: ho scoperto solo ieri, parlando appunto con Guido Farneti, il direttore editoriale di “Azimut libri”, che Renzo Rosso è morto proprio poco più di un mese fa e io non ne  avevo letto da nessuna parte e cercando in rete ho trovato poche righe sulla grande stampa e qualche blog letterario collettivo e un accorato scritto di Walter Pedullà su “Il Messaggero”, ma niente di più. Un destino ingiusto per uno scrittore italiano che meritava l’olimpo e la gloria invece dell’oblio. Io anni fa ho scritto un pezzullo su un suo romanzo bellissimo – La dura spina -, pubblicato sul fu “Medicine show”, e per ora lo voglio ricordare linkando quel post, ma al più presto con i tipi di Azimut abbiamo deciso di fare qualcosa di più importante per commemorarlo degnamente, anche perché sono custodi di aneddoti che vale la pena far conoscere anche ai lettori. Qui c’è il pezzo su La dura spina, qui i libri (non tutti credo) di Renzo Rosso in catalogo da Azimut.

Quanto ai buffoni, a parte Alemanno che ho incrociato più di una volta mentre si aggirava tra gli stand con la sua corte e il codazzo di guardie del corpo, soprassiedo, tanto – come amava dire il dittatore romano Lucio Cornelio Silla – “sanno già tutto”.

La grande scoperta dell’acqua calda della mia visita alla Fiera è stata però che se ti occupi di libri e vai direttamente alla fonte non devi nemmeno aspettare che te li mandino a casa, basta prenderli e portarseli via. E il mio bottino di quest’anno consta (tra comprati e ricevuti gratis et amore dei) di:

Lo scherzo del filosofo, Jerome k. Jerome, Mattioli1885

La psicologia della zia ricca, Erich Muhsam, Le nubi edizioni

Il paese delle prugne verdi, Herta Muller, Keller Editore

Seduto a schiacciare noci per uno scoiattolo, Jerome K. Jerome, Edizioni Spartaco

L’adolescenza del tempo, Renzo Rosso, Azimut

Non c’è scampo, Jack Black, Alet Edizioni

In più sono tornata a casa con un pacco pesantissimo con oltre 30 copie di Cera per le sirene di Alberto Ragni, preso direttamente allo stand di “Scritturapura“, che serviranno per una cosa che stiamo preparando in collaborazione con il Nuovo teatro Colosseo per il 4 gennaio (poi darò notizie più approfondite) e a cui non si potrà mancare. Lettore avvisato…

Bene o male, purché se ne parli…

Wednesday 12 September 2007

… diceva Oscar Wilde tempo fa, e questo è diventato il motto implicito per molta gente che aspira alla fama e in generale ad avere un po’ di notorietà presso il pubblico.

(ATTENTION PLEASE: post molto lungo, così sto a posto per settimane, che non ho tempo di aggiornare il blog al momento, mi spiace per chi se lo leggerà tutto)

Pare che non tutti siano capaci di far propria questa massima piena di saggezza e fanno fuoco e fiamme appena vengono criticati e a volte, i peggiori, reagiscono anche scompostamente, attaccando l’autore della critica.

Adesso, il mondo dell’editoria non è proprio una meraviglia in questo senso: le critiche non si accettano quasi mai elegantemente, ma io continuo imperterrita a stupirmi ogni volta che capitano cose che confermano quanto l’universo letterario italiano puzzi di bruciato e immondizia. Non sempre eh.

Ero abituata ad autori che non accettano le stroncature e scrivono articoli e invettive contro i loro critici, nel senso letterale e immediato del termine, ma non avevo mai assistito alla reazione piccata di un curatore di collana. Andiamo bene!

Dunque è successo che un gentile signore – stroncato da me tempo fa, senza riuscire evidentemente a digerire la cosa, come se fosse a causa mia che ha scritto un romanzo illeggibile e che non cito per non dargli troppa importanza – mi ha inviato questo link, credendo forse di colpirmi (evidentemente non ha mai letto “L’arte della guerra” di Sun Tzu in cui si consiglia di conoscere il proprio nemico prima della battaglia per carpirne segreti e punti deboli, e non ha realizzato che a me di queste cose poco me ne cale e che in generale mi divertono, pur continuando a sorprendermi).

Scopro che l’autore del blog a cui fa riferimento il link è Leonardo Luccone, editor free lance per anni e ora curatore di collana (“Greenwich”) per Nutrimenti insieme al bravissimo Simone Barillari (che ha fatto un ottimo lavoro con “Indi-Pulitzer” per Minimumfax), e pare che al signor Luccone non sia andata giù la mia recensione di Glifo uscito a fine agosto per “Stilos”.

Io nel pezzo non tratto molto bene il libro di Everett è vero, e sicuramente a uno che l’ha fatto pubblicare può dispiacere che il suo romanzo venga (quasi)stroncato, ma accusare il recensore – vale a dire me! – non solo di non aver letto il romanzo prima di parlarne, ma addirittura di aver copiato l’articolo dalla quarta di copertina del libro, mi pare una reazione da donnicciola isterica e mestruata, con tutto il rispetto per le donnicciole isteriche e mestruate come la sottoscritta in certi periodi.

Questo è il testo delle bandelle laterali e della quarta di copertina di Glifo, presa pari pari dal loro sito:

“Percival Everett è nato nella base militare di Fort Gordon, in Georgia. Dopo “un’infanzia piena di libri” e lauree in filosofia e biochimica, è stato musicista jazz, bracciante in una fattoria, professore di liceo. Adesso, a cinquantun anni, è professore di letteratura alla University of Southern California e vive nel suo ranch insieme alla moglie – cui sono dedicati quasi tutti i libri che ha scritto – al mulo Thelonious Monk e a cani, gatti, cavalli. Ha pubblicato finora quattordici romanzi, alcune raccolte di racconti, favole per bambini, un volume di poesie.
Il Washington Post lo ha definito uno degli scrittori “più avventurosamente sperimentali” della letteratura americana contemporanea.

Accolto trionfalmente dalla critica, diventato subito libro di culto, Glifo è uno dei più innovativi romanzi americani degli ultimi anni. Il suo precoce e indimenticabile eroe si chiama Ralph, un bimbo prodigio con un Q.I. pari a 475. A dieci mesi di età non parla per scelta e trascorre il tempo nella culla a leggere qualsiasi cosa gli passi la mamma, diventata ben presto il suo pusher letterario: “la Bibbia, il Corano, tutto Swift, tutto Sterne, Joyce, Balzac, Auden, Theodore Roethke, la teoria dei giochi e quella dell’evoluzione, la genetica e la dinamica dei fluidi”. Scrive anche poesie ultrasofisticate sull’anatomia umana e bigliettini pieni di doppi sensi, ma non per questo si considera un genio, soprattutto perché non è ancora in grado di guidare. Naturalmente Ralph adora la sua mamma, mentre ha un pessimo rapporto con il padre, “un poststrutturalista fallito”, permaloso e piuttosto in carne. Quando la notizia delle doti portentose del bambino comincia a diffondersi, sono in molti a volerne trarre vantaggio, tra cui la dottoressa Davis, con il suo scimpanzé, e l’agente segreto Nanna. Di rapimento in rapimento, da una cella di massima sicurezza alla stanza di un prete pedofilo, il piccolo Ralph, in realtà, non fa altro che prendersi gioco dei suoi carcerieri, senza smettere nel frattempo di ragionare su teorie filosofiche e linguistiche. Fino a una conclusione semplice e sorprendente, che forse solo un bambino geniale può scoprire in sé: il primato dell’amore sull’intelligenza.”

e questo è il mio pezzo (mi scuso per la ripetizione visto che l’avevo già linkato, ma mi pare necessario confrontarli direttamente):

Percival Everett è un autore di culto in America. Vincitore di decine di premi letterari, 14 romanzi e numerosi tra rac­conti e poesie, in Italia è approdato solo pochi mesi fa con Cancellazione, pubblicato da Instar libri, e ora raddoppia con questo Glifo, tra­dotto brillantemente da Marco Rossari che riesce a rendere la lingua ricercata e i giochi sofisticati di rimandi e riferimenti con cui l’autore sfida il suo lettore. Di Everett si dice che sia eccentrico, molto colto, geniale: non si fatica a crederlo leggendo i suoi libri infarciti di citazioni, dialoghi improbabili tra filosofi e scrittori, riflessioni sul linguaggio e sui massi­mi sistemi, un armamentario meta-letterario che contraddistingue la sua opera e la rende sicuramente originale, ma che a volte penalizza la resa narrativa delle sue storie. Ma probabilmente non è questo che gl’interessa. Glifo racconta la storia – scritta in prima persona – di un bambino dotato di un’intelligenza straordinaria che si trova al centro di una girandola di rapimenti, contro-ra­pimenti, piani segreti, e soprattutto in mezzo a un gruppo di adulti incapaci di relazionarsi con lui, a iniziare dal padre («un post-strutturalista fallito»), perso nei suoi sogni di gloria e nella sua adorazione per Barthes, che tra l’altro è uno dei personaggi della vicenda.

Il libro ha le sue pecche: a cominciare dal fatto che si tratta dell’ennesima variazione sul te­ma del genio autistico prodotta dalla narrativa americana contemporanea, già affollata dai vari Molto forte, incredibilmente vicino (Sa­fran Föer) e Teoria e pratica di ogni cosa (Pessl), passando per lo pseudo-autismo narra­tivo di Foster Wallace, che – più ancora che «geni autistici» – mette in scena una scrittura che è di per sé una simulazione della genialità disturbata: ossessionata dai dettagli (al limite del compulsivo), dalla ricerca del «lampo di genio che si fa rivelazione», dalla volontà di farsi esplorazione panottica del mondo.

La particolarità del romanzo di Everett è proprio che il genio in questione è un enfant prodige con un Q.I. di 475, che a dieci mesi di età non parla (ma per sua scelta) e trascorre tutto il suo tempo nella culla a leggere i libri che la madre provvidenzialmente gli passa: madre, guarda­ caso, aliena da letture pop e ben attrezzata con i testi-feticcio dell’intellighenzia americana postmoderna: «la Bibbia, il Corano, tutto Swift, tutto Sterne, Joyce, Balzac, Auden, Theodore Roethke, la teoria dei giochi e quella dell’evoluzione, la genetica e la dinamica dei fluidi». Insomma: il protagonista è già metafora del narratore, intellettuale cresciuto nell’atmosfera dell’America post-pynchoniana, scrittore di quella generazione che si è rifugiata nei libri e nelle scuole di scrittura perché il mondo, fuori, era brutto e cattivo, ma soprattutto volgare e imbarbarito (secondo loro). La struttura del romanzo poi, se da un lato è originale e rivela la gran competenza tecnica di Everett e la sua attenzione agli aspetti formali della narrazione, dall’altro con le ripetizioni di uno schema sempre uguale, con tutti i capitoli gestiti e sviluppati seguendo suddivisioni ben precise, assume connotati claustrofobici eccessivamente artificiali che rinchiudono la storia in una sorta di soffocante gabbia stilistica.

Infine, in un ambiente narrativo dove le catarsi sono derivate da casualità di stampo (ancora una volta) pynchoniano, il contenuto emozionale del testo sta quasi tutto in questa implicita critica dell’universo mondo, l’ennesimo sfogo contro il senso d’impotenza che si respira, e i pericoli in cui ci si può imbattere, nello scenario di un’America trasformata in campo da gioco dei poteri più forti e barbarici: dal potere scientifico (impersonato dalla dottoressa Davies), fino alla long manus occulta del governo (l’agente segreto Nanna). Tutti vogliono impadronirsi del miracolo e proprio di fronte all’essere più indifeso, un neonato, mostrano il loro volto più turpe.

E Ralph è solo un bambino, anche se scrive poesie sofisticatissime e legge di tutto (del re­sto non è nemmeno un vero genio perché, co­me sostiene lui stesso, non è in grado di guida­re) e l’unica cosa di cui ha bisogno è la sua mamma e un ambiente tranquillo in cui cresce­re. Dunque Everett con i suoi discorsi sul linguag­gio, le sue teorie filosofiche, gli sberleffi alla cultura accademica, alla scienza priva di uma­nità e al governo degli Stati Uniti, non fa altro che sostenere che dopo tutto l’unica cosa che vince sull’intelletto è l’amore e che ciò che smaschera l’idiozia dell’ostentazione intellet­tuale è solo l’ironia. Proprio l’ironia con cui Ralph/Everett mena fendenti all’establishment culturale, declinata attraverso trovate argute e taglienti, riflessioni semiserie su significanti e significati, acide sferzate al senso comune unitamente a una scrittura veloce, che incalza e corrompe – salva il romanzo, che troppo spesso appare eccessivamente tronfio e piaciuto, rivelando anche un’umanità profonda e dolente a cui i protagonisti cercano di non soccombere.

Che parti sarebbero state copiate chiedo io?

I brevi cenni biografici di Everett? Sono solo un elenco di cose che ha fatto e sono esplicitamente richieste nelle recensioni per presentare l’autore. Mica potevo reinventarmi la vita di questo povero Cristo per far contento Luccone.

La questione dell’amore che vince sull’intelletto? A parte che l’ha scritto chiunque ha recensito il libro (eppure se la prende solo con me), questo concetto riassume il messaggio del romanzo, ed l’unica cosa che questo libro vuole dire: stando al delirio del tipo, sarebbe come se recensendo Tenera è la notte, non si potesse dire che è il romanzo di una fine, della disgregazione di un’epoca senza ricevere un’accusa di plagio: l’hanno scritto tutti coloro che hanno parlato di TELN, da lì poi ognuno è partito poi con le sue considerazioni. Se io avessi detto che il romanzo di Everett parla di come si cucina l’amatriciana, forse il caro Luccone, sarebbe stato più soddisfatto.

Che altro? Forse che i libri glieli passa la madre? E’ un aspetto della trama, fondamentale, che avrei dovuto dire? A parte che loro, molto postmodernamente nella quarta hanno scritto (riprendendolo dal testo) che la madre è il suo “pusher” di libri, cosa che all’epoca mi ha fatto rabbrividire.

All’insinuazione che io non abbia letto il romanzo poi, nemmeno rispondo perché mi pare davvero inutile. Invece mi soffermo sul fatto che avrei citato autori e opere posteriori all’uscita di Glifo (sul pezzo pubblicato): è vero – ad eccezione di quando parlo di David Foster Wallace, il cui primo libro appare 10 anni prima di quello di Everett – ma io non ho affermato da nessuna parte, e nemmeno l’ho mai pensato, che Everett ha copiato da questi autori o che li ha imitati, ho scritto che il suo romanzo è l’ennesima variazione sul tema del genio autistico (autistico usato in senso lato), per dare un’idea al lettore di cosa sia questo romanzo confrontandolo con altri più famosi: che siano venuti prima o dopo poco importa. Per amor di verità aggiungo solo che nella versione originale avevo citato altre opere, precedenti, ma i tagli redazionali ne hanno fatto giustizia. Non che la cosa poi cambi in sostanza.

Dove voglio arrivare con tutto questo? Primo ad aggiornare il blog che non ho molta voglia di scrivere e poi a sputtanare un po’ Luccone, naturalmente.

Scherzo, ma se del suo parere poco mi frega, anche perché si commenta da solo, m’importa invece l’accusa di aver copiato, buttata lì senza contraddittorio e senza argomenti a suffragarla. E poi a volte, m’indigna davvero la bassezza che contraddistingue molta gente che opera in questo settore, l’incapacità di accettare le critiche e di mantenere un livello di civiltà almeno sufficiente.

Dovrebbe ringraziarmi invece il nostro eroe, adesso che ci penso, perché a parte che il libro ce lo saremo filati in meno di 10 (e non molti di più saranno stati i lettori soddisfatti), una stroncatura spesso aiuta a vendere meglio di un panegirico. E comunque se non vuole che i romanzi che pubblica ricevano critiche: pubblichi cose migliori. Cancellazione di Everett, pubblicato poco prima di Glifo da “Instar Libri”, per esempio era molto meglio, mica è colpa mia se ha sbagliato romanzo.