Archivio della Categoria 'Scrittori'

Quando curare è un po’ (tanto) tradire

Tuesday 3 November 2015

Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno

Sto leggendo il delizioso volume “Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno” (Sellerio, trad. it. di Roberto Serrai) delle biblioterapiste – così si autodefiniscono – Ella Berthoud e Susan Elderkin, che hanno scandagliato oltre duemila anni di letteratura per individuare il libro giusto per ogni affezione del cuore, dell’anima o del fisico. E per quasi tutti i mali stilano poi una sorta di classifica dei dieci migliori libri sull’argomento.
L’idea di un manuale di bibliomedicina è geniale anche per chi come me mantiene (o cerca di mantenere) un certo aplomb nei confronti dei libri, e leggere le associazioni tra romanzi e disturbi più o meno gravi è divertente, e poi come sempre in questo tipo di enciclopedie tematiche sui libri, si finisce per scoprire libri che non si conosceva o essere spinti a leggerne certi che si era volutamente ignorato.
Mi disturba però l’operazione di interpolazione quasi, svolta dal curatore Fabio Stassi, che ho trovato più volte molto bravo nel suo lavoro, anche come autore, il quale ha sostituito alcuni libri del manuale, sconosciuti a chi non è davvero pratico dell’area letteraria anglosassone, e questa è la giustificazione data nell’introduzione al libro, con volumi italiani secondo il proprio gusto e il proprio arbitrio. Se da un lato posso capire la necessità di rendere più appetibile o comprensibile la materia, dall’altro mi domando quanto il lavoro del curatore possa essere invasivo e i limiti che si deve porre per rimaneggiare il lavoro altrui. Qui non parliamo di scelte di traduzione che spesso sono obbligatorie, ma di veri interventi nel merito, per cui troviamo tra i migliori libri sull’essere adolescente, l’inserimento del romanzo di Paolo Giordano “La solitudine dei numeri primi” a bruciapelo tra “Il giovane Holden” e “I turbamenti del giovane Torless”.
Stassi non ha trascorso del tempo a sorbirsi tutta la letteratura prodotta (anche se relativa spesso a una area linguistica limitata) e non è un biblioterapista, non ha veramente condotto ricerche sul campo e non sa come funzioni la cura attraverso i libri, come può decidere che Giordano o Camilleri possano aiutare rispettivamente, gli adolescenti e i renitenti al matrimonio? Inoltre in molti casi ha ammesso lui stesso di aver lasciato i rimedi, ossia i libri, che nemmeno sono tradotti in Italia, perché si possono reperire ordinandoli on line e anche per incuriosire qualcuno e farli tradurre magari. Perché non è stata adottata questa scelta per tutte le opere? Mi pare che si sia esagerato con la libertà/necessità di tradire l’opera stavolta (sebbene non sia stato fatto in grande scala).
O no?

Lottando con classe

Sunday 10 May 2015

Un tipo umano, anzi sociale, dei più chiacchierati (e affascinanti per me, insieme alla cortigiana) è il dandy. Da cultrice di Wilde e Byron, necessariamente in quest’ordine; come estimatrice di Philippe Daverio e Gabriele D’annunzio, in barba all’ordine cronologico; e soprattutto in quanto vecchia groupie di Dorian Grey* e Henry Pelham**, in rigoroso ordine di apparizione nella mia vita, non poteva essere altrimenti, tanto da aver letto quasi tutto sul dandy e sul dandysmo (si fa per dire): da Giuseppe Scaraffia e il suo Dizionario del dandy (Sellerio, 2007) alla Filosofia del dandysmo o l’estetica del vivere di Daniel S. Schiffer (Excelsior 1881, 2010), passando per Vita da dandy. Gli antisnob nella società, nella storia, nella letteratura di Stefano Lanuzza (Stampa alternativa, 1999) o il classicissimo del Dandysmo e di George Brummel di Barbey d’Aurevilly Jules-Amédée.

E nelle mie letture ho appreso che il dandy è il gentiluomo che vive esteticamente, vive la propria vita come un’opera d’arte, ricerca costantemente il piacere, e al tempo stesso fa dell’individualismo che consegue a una tale condotta una bandiera per urlare il suo distacco dal mondo e il rifiuto della mediocrità borghese imperante, utilizzando l’ironia come arma di attacco e l’eleganza nel vestirsi e nell’atteggiarsi come un tratto distintivo da una massa in qualificata e inqualificabile ai suoi occhi. Non solo “un uomo il cui settore, ufficio e esistenza consiste nell’indossare abiti” – secondo la famosa definizione di Thomas Carlyle nella sua opera Sartor Resartus (1833) – ma un intellettuale quasi, con una chiara visione della realtà che ha profondamente influenzato la cultura della fine dell’800 contribuendo anche moltissimo all’avvento del decadentismo. Tuttavia la sua opposizione allo status quo non è mai una distinta dichiarazione di guerra, perché per esistere ha bisogno che esista anche il mondo che l’ha prodotto, tanto che Baudelaire ha scritto del dandy: «La caratteristica distintiva della bellezza del dandy consiste soprattutto in un’aria di freddezza, derivata da un’irremovibile determinazione a non essere coinvolto».

Per tutto questo quando ho letto la prima volta il titolo di un pamphlet di Francesco Forlani, manifesto del comunista dandy, uscito per la prima volta nel 2007 per le edizioni della Camera Verde e riproposto ora da Miraggi Edizioni, non potevo non essere colpita dall’attribuzione di una così sbandierata posizione politica al dandy. Così l’ho letto con grande curiosità.

L’autore inizia subito tratteggiando i tratti identificativi del comunista dandy: o meglio, nel cercare di spiegare in che modo riconoscere un comunista dandy per strada confuso tra la gente, deve ammettere che «tale individuo non sarà mai in strada, confuso tra la gente. Tutt’al più confuso, ma sempre elegantemente vestito».

E’ già qualcosa comunque, anche perché poi lentamente scopriamo molte cose di questo individuo: indossa «calze lunghe piuttosto che calze corte, nere piuttosto che chiare» che hanno sempre «il buco all’altezza dell’alluce comunicante con il tallone d’Achille» e «non fanno mai il paio ed ecco perché, per ogni lavatrice compiuta, sola sopravvivrà una delle due, la sinistra» ovviamente. Per il comunista dandy, per cui «molta lotta nella classe è necessaria, tanta classe nella lotta è imprescindibile», «quanto guadagna sarà sempre e comunque inferiore rispetto a quanto spende»  e «avendo Marx parlato di distribuzione delle ricchezze e non credendo il comunista dandy alla potenza salvifica della violenza, la strategia da sviluppare consisterà nel contrarre debiti con persone ricche e non onorare tali debiti». Egli poi «non è depresso e men che mai ipocondriaco», ma ha lo spleen, che è solo di due tipi: pre coitum o post coitum: la malinconia è dunque strettamente collegata «all’unica esperienza, insieme alla rivoluzione, per cui la vita valga la pena di essere vissuta: fare all’amore».

Ma l’uomo, comunista dandy, non è solo: esistono le donne comuniste dandy per le quali la calza sfilata «è una cicatrice a guardia dell’ingiustizia e del sopruso»; e c’è ovviamente anche il bambino comunista dandy, chiamato più agevolmente BCD, il quale perviene «alla posizione eretta in tarda infanzia poiché gattona più del previsto per il solo desiderio di sporcarsi ed essere cambiato d’abito di frequente». Non mancano poi gli animali domestici: il cane del comunista dandy che «non dice bau bau, ma warf warf perché la sua matrice è anglosassone»; e poi il gatto (in numero variabile da uno a quattro di solito) che «al Whiskas, di vago sentore alcolico, e al Kitekat meccanicamente postfordista, preferisce Sheba che fa esotico e avventuriero allo stesso tempo». (Lo zoo privato del dandy comunista può prevedere anche un pappagallo e una blatta, chiamata Gregor, ça va sans dire).

Forlani crea una vera e propria mitologia del dandy comunista che crede nell’oroscopo, ama Kant e non si sposa, almeno nella versione maschile (di quella femminile non si sa nulla in proposito, anche se c’è la curiosità di sapere eventualmente con chi convolerebbe a giuste nozze); ne approfondisce i rapporti con il denaro, il tango, il kitsch e il fuoco di sant’Antonio. Segue il comunista dandy in albergo, ai cocktail party, al cinema, a tavola (dove apprendiamo della sua predilezione per la parmigiana e le tovaglie rosse), dallo psicanalista e persino durante una seduta spiritica: «si procederà con un sommesso canto partigiano che creerà un magma lirico onirico su cui il medium, detto anche Marshall McLuhan, diventerà portavoce ufficiale».

Addirittura l’autore inventa la “Dadapedia”, l’enciclopedia del comunista Dandy, dal quale riporta alcuni estratti della voce “Breve storia e geografia del segmento”, ovviamente secondo Forlani: del resto, quale elemento geometrico più adatto del segmento, per un testo così deliziosamente frammentato? Peraltro quest’aspetto del volumetto – in cui persino le regole di layout di ogni manifesto vengono sovvertite e piegate all’estro dell’autore perché è suddiviso in capitoletti chiamarti articoli ma numerati in ordine sparso, con saltuari rimandi da uno all’altro – si presta a una lettura anarchica che forse piacerebbe al più trotzkista dei dandy: dall’apertura a caso di un pagina al salto del paragrafo in paragrafo. La consistency (cfr. Italo Calvino e le sue Lezioni americane) del testo non è una priorità per l’autore (e del resto non lo era più nemmeno per Calvino al momento delle Lezioni) e quindi può non esserlo anche per il lettore.

E in mezzo ai vari articoli dedicati alla definizione del comunista dandy, Forlani inserisce poesie, riflessioni, citazioni di autori famosi, da Gobetti a Céline e da Camus ad Anais Nin (i testi in lingua straniera tutti tradotti tranne quello di Raymond Russel e quello di Topor, lasciati in francese, seconda lingua di Forlani) e ancora interventi diretti dell’autore (su tutti le pagine dedicate al rapporto tra il fumo e la letteratura e gli scrittori), foto e disegni e pubblicità, richiami a testi di architettura, filosofia, arte. Tutto dominato da una lingua viva e da un sapiente ricorso al calembour, al gioco di parole, («i comunisti dandy amano e frequentano i saloni […], ed evitano i soloni da salotto») alla sciarada, senza disdegnare l’uso – si badi bene, l’uso e mai l’abuso – acrobatico della retorica: dall’allitterazione alla metonimia, dalla sineddoche alla sinestesia.

Il “manifesto” si presenta alla fine come l’opera di una vita costantemente in progress, ma con uno sguardo attento sul presente e sul contingente; questa versione è un update (lo dice lo stesso sottotitolo al libro) di quella del 2007, e l’editore lo sottolinea bene nel sito dedicato all’opera e specifica che: «venticinque anni di articoli, esperienze, stratificazioni, hanno possibilità combinatorie ed espressive (quasi) infinite». E c’è quasi tutto il mondo di Forlani dentro questo testo, l’attenzione al linguaggio, il bilinguismo, alcuni dei suoi autori preferiti, una certa irrequietezza intellettuale, un’intelligenza vivace e arguta che mantiene un che di fanciullesco, l’istrionismo letterario e teatrale, l’ironia accompagnata a una sottesa malinconia di fondo e forse anche la nostalgia per qualcosa che poteva essere e non è stato: «A dispetto dei nuovi soloni dello status quo (qui e ora), il comunista dandy non solo crede ancora alla purezza, ma che per essa, e soltanto, valga la pena vivere. La purezza dei disertori contro i nuovi palestrati della mente, dai muscoli messi in mostra sulle terze pagine».

 

 

 

 

*Protagonista del romanzo Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde

**Protagonista delle Avventure di un gentiluomo di Edward Bulwer Lytton

 

E’ morto il più grande mago del mondo

Wednesday 6 June 2012

Questo blog dice addio al suo più grande ispiratore…

E’ morto stanotte a Los Angeles lo scrittore Ray Bradbury. Ne hanno dato l’annuncio la figlia Alexandra e il suo biografo Sam Weller, mentre il nipote Danny twittava che: ”Il mondo ha perso uno dei migliori scrittori mai conosciuti e uno degli uomini più cari al mio cuore”. Saranno rispettate le sue volontà: verrà sepolto al Westwood Village Memorial Park Cemetery di Los Angeles, e sulla sua pietra tombale verrà incisa, a mo’ di epigrafe, la scritta “Autore di Fahrenheit 451”.

Ma Bradbury è stato molto più dell’autore di un solo (anche se magnifico) capolavoro. E’ stato un vero mago, capace di dare voce ai sogni e agli incubi di tutti i bambini del mondo, che leggendo da adulti suoi libri ritrovavano gli stessi brividi, gli stessi tremori, le stesse ombre – e le meraviglie fantastiche – che popolano l’infanzia: viaggi su Marte, uomini illustrati, robot capaci di ogni cosa, case con una vita propria.

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